Patricio Guzmán è un regista (ma anche sceneggiatore, fotografo e molto altro) cileno che ha dedicato diversi documentari al suo Paese e alla storia che l’ha caratterizzato.
Un tema che gli sta particolarmente a cuore è quello della memoria, ch’egli considera un valore da preservare gelosamente e accuratamente soprattutto in un contesto come quello cileno che – per vari motivi – rischia la rimozione.
Per coltivare questo valore, nella Nostalgia della luce Guzmán ci porta in un luogo simbolo del Cile, il deserto di Atacama, che ha un significato multiplo anche dal punto di vista della memoria.
In questo deserto, che è l’area più secca del pianeta, c’è il più importante osservatorio astronomico mondiale, e astronomi provenienti da tutto il mondo osservano e studiano il cielo e le stelle alla ricerca del passato della galassia e dell’universo; la luce delle stelle che arriva fino a noi è infatti spesso qualcosa che ci arriva dal passato e che ci racconta qualcosa che non esiste più.
Il deserto di Atacama è anche però uno strepitoso scrigno di testimonianze per gli archeologi che qui possono studiare le tracce e i resti della civiltà precolombiana e provare a ricostruire la storia antica del Cile e a sciogliere i dubbi che la riguardano.
Infine, questo deserto è stato tristemente protagonista anche dell’oscuro periodo della dittatura di Pinochet: qui infatti sorgevano campi di concentramento per i dissidenti e qui erano state realizzate delle fosse comuni dove furono sepolti i nemici del regime, spesso dopo essere stati torturati, persone di cui in molte casi si è persa completamente traccia (desaparecidos) e i cui parenti sono ancora alla ricerca delle spoglie. Molte di queste fosse comuni sono state smantellate dal regime per non lasciare traccia, e i resti dei corpi non si sa nemmeno dove siano stati portati (forse in mare).
Nel suo documentario Guzmán mette insieme questi tre livelli della narrazione intersecandoli in maniera affascinante e lasciando la parola a tutti i ricostruttori di memoria, a qualunque di questi mondi appartengano. Il tutto dentro una confezione molto poetica ed emozionante, e con una fotografia (soprattutto quella astronomica) davvero strabiliante.
Si tratta di un film che ovviamente sul grande schermo avrebbe avuto tutto un altro impatto e che mi dispiace davvero di non aver potuto vedere al cinema. Ciò nonostante, sono grata a MyMovies e al’iniziativa #iorestoacasa perché mi ha dato la possibilità di recuperarlo.
Voto: 3,5/5
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martedì 19 maggio 2020
lunedì 20 aprile 2020
Là dove finisce la terra. Cile 1948-1970 / Désirée e Alain Frappier
Là dove finisce la terra. Cile 1948-1970 / Désirée e Alain Frappier; prefaz. di Luis Sepúlveda; trad. dal francese di Silvia Manzio. Torino: add editore, 2019.
La casa editrice add di Torino sta diventando un nuovo, interessante punto di riferimento nel settore dei graphic novel, soprattutto per quanto riguarda i racconti dal vero, ossia i racconti personali che gettano luce su una realtà, un tema, un luogo o un periodo storico. Non sono ancora tanti i titoli all'attivo della casa editrice su questo fronte, ma il catalogo contiene già diversi albi di qualità e che hanno avuto una certa risonanza. Penso in particolare a Io sono Una, albo che ho letto e apprezzato moltissimo, e all'opera in tre volumi Una vita cinese, che pure ho apprezzato tantissimo.
L'ultimo nato di questa accurata scelta è il graphic novel di Désirée e Alain Frappier Là dove finisce la terra, che racconta la storia di Pedro Atìas, il cui nonno era arrivato in Cile dal Libano agli inizi del Novecento. Attraverso la vicenda di Pedro a partire dalla sua infanzia e adolescenza fino all'età adulta, i due autori - che nell'Introduzione scrivono di aver incontrato Pedro una sera a cena a casa di amici e di aver capito in quel momento di aver trovato l'occasione per raccontare la storia di un paese che già da tempo era nei loro pensieri - ci offrono una emozionante ricostruzione della vita di una famiglia, nonché delle vicende di un paese dal 1948 al 1970.
Il racconto di questo albo termina nel 1970, con la vittoria di Salvador Allende alle elezioni cilene, ma attendiamo con ansia l'uscita della seconda parte del racconto che narra gli avvenimenti del governo Allende fino al colpo di stato del 1973 e alla successiva fuga di Pedro in Francia, fuga che viene già annunciata in questo primo volume.
Come già mi è accaduto leggendo Il nostro meglio, il graphic novel dedicato da Thi Bui alla storia della sua famiglia e alle vicende vietnamite che li hanno costretti a emigrare fortunosamente per sfuggire alle persecuzioni, mentre leggevo Là dove finisce la terra mi accorgevo di quanto poco sappiamo delle storie di questi paesi lontani da noi, ad eccezione di pochi fatti e vicende eclatanti che hanno travalicato i confini nazionali e che quasi sempre sono diventati oggetto di una narrazione ideologica e proprio per questo a volte distorta o non corrispondente alla realtà.
Per questo, ascoltare la storia di un paese dal punto di vista di una persona che quella storia l'ha vissuta, sebbene si tratti pur sempre di un'esperienza soggettiva, costituisce un'occasione da non perdere.
In questo caso, il racconto si avvale anche dell'attento lavoro di ricostruzione documentaria realizzato dai due autori e testimoniato dalla ricchissima bibliografia finale del volume; il rigore del racconto è testimoniato anche dalle scelte grafiche che riescono a trasmettere sia il lirismo dei rapporti individuali, attraverso immagini di vita familiare molto poetiche, sia la vividezza degli eventi pubblici, disegnati con un realismo, una precisione e un'evocatività davvero unici.
I disegni di Alain Frappier strappano più volte un'esclamazione di ammirazione, ma non distraggono bensì coadiuvano la comprensione di una storia nazionale complessa, che si inserisce in uno scacchiere difficile a livello geopolitico come quello sudamericano. Una realtà che ha vissuto - come e forse più di altre - sia lo sfruttamento delle risorse da parte dell'Europa prima e degli Stati Uniti poi, sia l'ingerenza nelle questioni interne giustificata dal clima di ossessiva paura del mondo occidentale di fronte all'espansione del comunismo.
Nella storia del Cile si intravedono dunque in filigrana le storie di altri paesi dell'America latina, nonché la lunga vicenda che ha contrapposto il gigante statunitense alla piccola Cuba di Fidel Castro. Ma nel racconto di Pedro Atías non c'è solo la storia dei grandi avvenimenti politici, ma anche la storia del campionato del mondo di calcio e quella della compagnia teatrale di cui Pedro fa parte.
Tutto però contribuisce a restituire un quadro vivido e ricco di dettagli per capire l'evoluzione degli eventi e farsi un'idea.
Mentre leggevo questo graphic novel - e lo stesso avevo pensato leggendo Il nostro meglio - riflettevo sul fatto che noi oggi riteniamo di vivere un periodo oscuro (e certamente per molti versi lo è), ma forse rischiamo di dimenticare quanto violenti - seppure in maniera sotterranea - sono stati il dopoguerra e il periodo della guerra fredda e quanto a questo periodo si possano ascrivere le premesse di molte vicende ed esiti politici che sono giunti a compimento più avanti nel tempo e quanto l'ombra lunga di quel periodo si estenda fino a noi.
A questo punto attendo con ansia il secondo volume.
Voto: 4/5
La casa editrice add di Torino sta diventando un nuovo, interessante punto di riferimento nel settore dei graphic novel, soprattutto per quanto riguarda i racconti dal vero, ossia i racconti personali che gettano luce su una realtà, un tema, un luogo o un periodo storico. Non sono ancora tanti i titoli all'attivo della casa editrice su questo fronte, ma il catalogo contiene già diversi albi di qualità e che hanno avuto una certa risonanza. Penso in particolare a Io sono Una, albo che ho letto e apprezzato moltissimo, e all'opera in tre volumi Una vita cinese, che pure ho apprezzato tantissimo.
L'ultimo nato di questa accurata scelta è il graphic novel di Désirée e Alain Frappier Là dove finisce la terra, che racconta la storia di Pedro Atìas, il cui nonno era arrivato in Cile dal Libano agli inizi del Novecento. Attraverso la vicenda di Pedro a partire dalla sua infanzia e adolescenza fino all'età adulta, i due autori - che nell'Introduzione scrivono di aver incontrato Pedro una sera a cena a casa di amici e di aver capito in quel momento di aver trovato l'occasione per raccontare la storia di un paese che già da tempo era nei loro pensieri - ci offrono una emozionante ricostruzione della vita di una famiglia, nonché delle vicende di un paese dal 1948 al 1970.
Il racconto di questo albo termina nel 1970, con la vittoria di Salvador Allende alle elezioni cilene, ma attendiamo con ansia l'uscita della seconda parte del racconto che narra gli avvenimenti del governo Allende fino al colpo di stato del 1973 e alla successiva fuga di Pedro in Francia, fuga che viene già annunciata in questo primo volume.
Come già mi è accaduto leggendo Il nostro meglio, il graphic novel dedicato da Thi Bui alla storia della sua famiglia e alle vicende vietnamite che li hanno costretti a emigrare fortunosamente per sfuggire alle persecuzioni, mentre leggevo Là dove finisce la terra mi accorgevo di quanto poco sappiamo delle storie di questi paesi lontani da noi, ad eccezione di pochi fatti e vicende eclatanti che hanno travalicato i confini nazionali e che quasi sempre sono diventati oggetto di una narrazione ideologica e proprio per questo a volte distorta o non corrispondente alla realtà. Per questo, ascoltare la storia di un paese dal punto di vista di una persona che quella storia l'ha vissuta, sebbene si tratti pur sempre di un'esperienza soggettiva, costituisce un'occasione da non perdere.
In questo caso, il racconto si avvale anche dell'attento lavoro di ricostruzione documentaria realizzato dai due autori e testimoniato dalla ricchissima bibliografia finale del volume; il rigore del racconto è testimoniato anche dalle scelte grafiche che riescono a trasmettere sia il lirismo dei rapporti individuali, attraverso immagini di vita familiare molto poetiche, sia la vividezza degli eventi pubblici, disegnati con un realismo, una precisione e un'evocatività davvero unici.
I disegni di Alain Frappier strappano più volte un'esclamazione di ammirazione, ma non distraggono bensì coadiuvano la comprensione di una storia nazionale complessa, che si inserisce in uno scacchiere difficile a livello geopolitico come quello sudamericano. Una realtà che ha vissuto - come e forse più di altre - sia lo sfruttamento delle risorse da parte dell'Europa prima e degli Stati Uniti poi, sia l'ingerenza nelle questioni interne giustificata dal clima di ossessiva paura del mondo occidentale di fronte all'espansione del comunismo. Nella storia del Cile si intravedono dunque in filigrana le storie di altri paesi dell'America latina, nonché la lunga vicenda che ha contrapposto il gigante statunitense alla piccola Cuba di Fidel Castro. Ma nel racconto di Pedro Atías non c'è solo la storia dei grandi avvenimenti politici, ma anche la storia del campionato del mondo di calcio e quella della compagnia teatrale di cui Pedro fa parte.
Tutto però contribuisce a restituire un quadro vivido e ricco di dettagli per capire l'evoluzione degli eventi e farsi un'idea.
Mentre leggevo questo graphic novel - e lo stesso avevo pensato leggendo Il nostro meglio - riflettevo sul fatto che noi oggi riteniamo di vivere un periodo oscuro (e certamente per molti versi lo è), ma forse rischiamo di dimenticare quanto violenti - seppure in maniera sotterranea - sono stati il dopoguerra e il periodo della guerra fredda e quanto a questo periodo si possano ascrivere le premesse di molte vicende ed esiti politici che sono giunti a compimento più avanti nel tempo e quanto l'ombra lunga di quel periodo si estenda fino a noi.
A questo punto attendo con ansia il secondo volume.
Voto: 4/5
venerdì 11 gennaio 2019
Santiago, Italia
In questo suo ultimo film, Nanni Moretti si presenta al pubblico nell'inusuale veste di documentarista, cosicché di lui per gran parte del girato sentiamo solo di tanto in tanto la voce che proviene dall'altra parte dello schermo per fare delle domande agli intervistati e lo vediamo comparire di persona solo durante l'intervista con un militare per dichiarare - anticipando qualunque obiezione successiva - che lui non è imparziale.
Il documentario di Moretti racconta una vicenda seguita al golpe che portò al rovesciamento e alla morte di Salvador Allende in Cile nel 1973. Nelle settimane e nei mesi successivi al golpe il regime iniziò una vera e propria caccia all'uomo volta a eliminare - in molti casi fisicamente - gli oppositori e tutti coloro che avevano fiancheggiato Allende ovvero erano noti per la loro militanza o persino simpatia per l'ideologia marxista. Queste persone - per sfuggire all'arresto e alle torture - cominciarono a cercare rifugio nelle ambasciate straniere presenti a Santiago. Quando la maggior parte delle ambasciate smise di accettare rifugiati cileni, quella italiana si trovò ad essere l'unica possibilità di salvezza di questi cileni, poiché una parte del muro di cinta dell'ambasciata era nascosto al controllo dei militari e soprattutto un po' più basso, e dunque poteva essere scavalcato.
Dopo qualche remora, il personale diplomatico dell'ambasciata italiana - poi sostenuto anche dal governo e dai partiti italiani - decise di accogliere questi rifugiati arrivando a ospitarne oltre 250, e ne consentì il viaggio in Italia, dove ottennero lo stato di esuli e gli venne offerta la possibilità di iscriversi a liste di collocamento.
Il film di Moretti si sviluppa attraverso le interviste a molti dei protagonisti di questa incredibile - e forse poco conosciuta - vicenda, alternate a immagini e video di repertorio che offrono dei puntelli a un racconto che comincia con l'ascesa al governo di Salvador Allende e finisce con l'arrivo in Italia di questi cileni perseguitati.
Molti di loro - che pure avrebbero voluto tornare nel loro paese e hanno vissuto per anni con le valigie pronte - sono alla fine rimasti in Italia dal momento che la situazione in Cile è stata a lungo critica, e sono ormai completamente integrati nel nostro paese, di cui ricordano lo spirito di accoglienza, l'empatia e la capacità di comprendere e partecipare.
Nel film ci sono poche voci che rappresentano la controparte, un alto vertice dell'esercito e il già citato militare in galera, ma - come appunto lo stesso Moretti dichiara - è evidente che l'intento del film non è quello di raccontare una storia mantenendosi neutrale. Semmai è piuttosto esplicita nel film di Moretti l'intenzione di spingere il pubblico a un confronto con l'Italia del presente che inevitabilmente solleva un inquietante interrogativo: cosa è successo all'Italia (e non solo) in quarant'anni di storia per trasformarsi in un paese ostile, becero, chiuso nel suo egoismo e individualismo, sordo alle questioni che vadano minimamente al di là del proprio interesse privato?
È evidente che si tratta di questioni complesse e che non riguardano solo l'Italia, di conseguenza non esistono risposte semplici. Ma credo che sia un grande merito di Moretti quello di costringerci quanto meno a formulare queste scomode domande e farci riflettere sulle conseguenze devastanti della globalizzazione, della "fine delle ideologie", della vittoria del turbocapitalismo, della crisi profonda dei partiti tradizionali e della politica tout court. Consiglio a questo proposito la lettura del breve ma interessante articolo di Bernard Guetta su "Internazionale".
Voto: 4/5
Il documentario di Moretti racconta una vicenda seguita al golpe che portò al rovesciamento e alla morte di Salvador Allende in Cile nel 1973. Nelle settimane e nei mesi successivi al golpe il regime iniziò una vera e propria caccia all'uomo volta a eliminare - in molti casi fisicamente - gli oppositori e tutti coloro che avevano fiancheggiato Allende ovvero erano noti per la loro militanza o persino simpatia per l'ideologia marxista. Queste persone - per sfuggire all'arresto e alle torture - cominciarono a cercare rifugio nelle ambasciate straniere presenti a Santiago. Quando la maggior parte delle ambasciate smise di accettare rifugiati cileni, quella italiana si trovò ad essere l'unica possibilità di salvezza di questi cileni, poiché una parte del muro di cinta dell'ambasciata era nascosto al controllo dei militari e soprattutto un po' più basso, e dunque poteva essere scavalcato.
Dopo qualche remora, il personale diplomatico dell'ambasciata italiana - poi sostenuto anche dal governo e dai partiti italiani - decise di accogliere questi rifugiati arrivando a ospitarne oltre 250, e ne consentì il viaggio in Italia, dove ottennero lo stato di esuli e gli venne offerta la possibilità di iscriversi a liste di collocamento.
Il film di Moretti si sviluppa attraverso le interviste a molti dei protagonisti di questa incredibile - e forse poco conosciuta - vicenda, alternate a immagini e video di repertorio che offrono dei puntelli a un racconto che comincia con l'ascesa al governo di Salvador Allende e finisce con l'arrivo in Italia di questi cileni perseguitati.
Molti di loro - che pure avrebbero voluto tornare nel loro paese e hanno vissuto per anni con le valigie pronte - sono alla fine rimasti in Italia dal momento che la situazione in Cile è stata a lungo critica, e sono ormai completamente integrati nel nostro paese, di cui ricordano lo spirito di accoglienza, l'empatia e la capacità di comprendere e partecipare.
Nel film ci sono poche voci che rappresentano la controparte, un alto vertice dell'esercito e il già citato militare in galera, ma - come appunto lo stesso Moretti dichiara - è evidente che l'intento del film non è quello di raccontare una storia mantenendosi neutrale. Semmai è piuttosto esplicita nel film di Moretti l'intenzione di spingere il pubblico a un confronto con l'Italia del presente che inevitabilmente solleva un inquietante interrogativo: cosa è successo all'Italia (e non solo) in quarant'anni di storia per trasformarsi in un paese ostile, becero, chiuso nel suo egoismo e individualismo, sordo alle questioni che vadano minimamente al di là del proprio interesse privato?
È evidente che si tratta di questioni complesse e che non riguardano solo l'Italia, di conseguenza non esistono risposte semplici. Ma credo che sia un grande merito di Moretti quello di costringerci quanto meno a formulare queste scomode domande e farci riflettere sulle conseguenze devastanti della globalizzazione, della "fine delle ideologie", della vittoria del turbocapitalismo, della crisi profonda dei partiti tradizionali e della politica tout court. Consiglio a questo proposito la lettura del breve ma interessante articolo di Bernard Guetta su "Internazionale".
Voto: 4/5
lunedì 30 agosto 2010
La casa degli spiriti / Isabel Allende
La casa degli spiriti / Isabel Allende. Milano: Feltrinelli, 1987.Lo so. Non è di certo una novità editoriale. Ce l'avevo lì sugli scaffali da anni senza aver mai provato il benché minimo interesse a leggerlo. Poi il suggerimento di una persona speciale è bastato a farmi mettere in valigia La casa degli spiriti e a dedicare circa metà della vacanza alla sua lettura.
Ho saputo che mi sarebbe potuto piacere nel momento stesso in cui mi è stato chiaro che si trattava di una saga familiare, genere che - dopo la lettura di Middlesex e Vita - è diventato uno dei miei preferiti. Le quattro generazioni di donne della famiglia del Valle che ruotano attorno all'epica figura di Esteban Trueba, da Nivea, a Rosa e Clara, a Blanca, infine ad Alba, coprono poco meno di un secolo (sostanzialmente il Novecento), intrecciandosi - ora più ora meno - con la straordinaria storia del Cile (mai esplicitamente nominato nel romanzo).
Il racconto parte un po' in sordina e, dal mio punto di vista, fa un po' fatica a decollare. Protagonisti assoluti della storia per buoni 2/3 sono Esteban e Clara, una specie di antitesi vivente: tanto materialista, concreto, brutale ed efficace il primo, quanto eterea, spirituale, visionaria, distante dalla realtà la seconda. Nonostante il coinvolgimento in politica di Esteban, che diventerà esponente di spicco del Partito Conservatore e Senatore, e i diversificati ruoli sociali ricoperti da Clara, le vicende storiche restano a lungo sullo sfondo, descrivendo un Paese per niente toccato dalle grandi guerre che si combattono prevalentemente sul continente europeo e stabilmente governato per decenni dal Partito Conservatore, guidato da notabili e proprietari terrieri in un equilibrio sociale non certo giusto, ma indubbiamente solido.
L'età di transizione rappresentata dai figli di Esteban e Clara, Blanca e i gemelli, Jaime e Nicolas, rappresenta la fase in cui gradualmente il privato tende a sfociare nel pubblico di una storia politica che, con l'avvento dei socialisti al governo, vede artificiosamente sconvolti gli equilibri sociali ed economici, portando la nazione sull'orlo di una guerra civile che la consegnerà nelle mani della dittatura militare. Il mondo che Clara ed Esteban avevano conosciuto, racchiuso tra la tenuta delle Tre Marie e la casa dell'angolo, perderà i suoi contorni di certezze ideali, facendosi per molti versai incomprensibile, fino a coinvolgere nel suo terrore Alba (la figlia di Blanca), il personaggio che personalmente mi ha più appassionato.
Sebbene la parte del racconto privato della famiglia Trueba risulti affascinante per l'originalità dei personaggi, comprese le figure minori, e per la loro forza, per quanto mi riguarda ho trovato più emozionante, nonché di grande interesse, la parte in cui pubblico e privato si mescolano rendendo la famiglia Trueba testimone e protagonista del momento forse più difficile della storia del Cile.
In fondo, Esteban e Alba (nonno e nipote) rappresentano i due volti della nazione, le certezze e le regole un po' arcaiche, ma in parte sensate, del passato, e l'idealità carica di promesse e purificata dall'odio del futuro.
Mi è venuta voglia di leggere ancora sulla storia di questo Paese, di capirne di più, di cogliere le ragioni, di interpretare le motivazioni degli errori. E già questo sarebbe sufficiente per fare de La casa degli spiriti un gran libro.
Se a questo si aggiungono la componente visionaria e onirica che lo pervade, l'alto contenuto immaginifico, il ruolo di creazione del reale e di testimonianza affidato alla scrittura, ne viene fuori un affresco maestoso che a distanza di quasi vent'anni dalla sua prima pubblicazione non perde smalto né attrattiva per qualunque età e generazione.
Certo, Middlesex mi aveva conquistato il cuore in un modo che forse Isabel Allende non riesce a fare, ma a questo punto parliamo solo di gusti personali di scrittura.
Voto: 4/5
P.S. Il prossimo libro da recensire avrebbe dovuto essere L'eredità di Eszter di Sándor Márai: peccato che l'ho dimenticato nell'aereo Air China di ritorno da Shanghai, quando ne avevo letto solo le prime 50 pagine! Cercherò di rimediare con qualche post sulle mie vacanze apulo-cinesi...
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