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martedì 9 febbraio 2016

The revenant = Redivivo

Innanzitutto, assicuratevi di avere circa tre ore di tempo a disposizione, prima di decidere di andare a vedere l’ultimo film di árritu. Secondo, se volete vedere The revenant vi consiglio di andare a vederlo al cinema, perché su uno schermo più piccolo e senza il sistema di dolby sorround vi assicuro che perderete una buona parte del piacere di questo film, che è un piacere innanzitutto estetico e sensoriale.

The revenant è – per dirla in maniera modaiola – la versione 2.0 dei film western che vedevamo quando eravamo piccoli, anzi per essere più precisi di quei film western che sono venuti un pochino dopo, in cui non era più del tutto scontato che i buoni stavano tutti dalla parte dei bianchi e i cattivi dalla parte degli indiani.

Nel film di Inárritu gli elementi delle pellicole western classiche ci sono tutti, ma sono in qualche modo rimescolati e amplificati. I bianchi che scorazzano per le infinite lande statunitensi sono inglesi, ma anche francesi, accomunati dall’obiettivo di fare razzie di merci e terre, nonché di donne e schiavi, e dunque in competizione tra di loro. Gli indiani che difendono le loro terre sono in realtà numerose tribu tra loro in conflitto, ma a loro volta tutti minacciati dai bianchi e dunque costretti a difendersi, ad attaccare e in certi casi a fare affari con i loro predatori. Cosicché, alla fine dei conti, non si sa dove stanno i buoni e i cattivi, o meglio i buoni e i cattivi stanno in tutte le comunità umane, perché resta anche il fatto che “siamo tutti selvaggi”, come recita il cartello appeso al collo dell’indiano impiccato dai francesi.

E fin qui non moltissimo di nuovo, se non fosse che il regista messicano ci trasforma da spettatori in protagonisti, perché con il suo girato iperrealistico ci porta in mezzo a queste terre e a questi uomini, e ce ne fa sentire e vedere la sporcizia, la grevità, il sudore, le condizioni di vita estreme e quasi animalesche in questi paesaggi ai confini del mondo. E lo fa in particolare attraverso due personaggi: quello di Glass (Leonardo Di Caprio) e quello di Fitzgerald (Tom Hardy). Glass è un bianco che però ha un figlio indiano, perché ha vissuto per un periodo con una tribu indiana e ha visto sua moglie trucidata dai bianchi e suo figlio quasi bruciato vivo. Ora lavora per gli inglesi e ne è la guida essendo colui che meglio conosce queste terre. Fino a quando viene attaccato da un orso e rimane quasi ucciso. La sua truppa decide di trasportarlo con sé verso il forte, ma impossibilitata a un certo punto ad andare avanti con a seguito la barella dell’uomo, lo lascia indietro custodito da Fitzgerald, insieme a un giovane soldato e al figlio di Glass. Fitzgerald però – interessato primariamente alla sua sopravvivenza e ai suoi soldi – tradisce Glass, uccidendogli il figlio, e torna verso il forte con il giovane soldato, convinto che Glass sia destinato a morire. Inizia così l’epopea che non solo riporterà Glass – tra mille avventure e difficoltà – al forte ma gli farà inseguire Fitzgerald alla ricerca della vendetta.

Dopo due ore e mezzo di paesaggi straordinari, di tempeste di neve, di cieli strepitosi, di notti stellate, nonché un vero e proprio corso accelerato di sopravvivenza in condizioni estreme (sopravvivere al freddo, accendere un fuoco, non morire di fame, difendersi dai predatori ecc.), si arriva alla fine del film sfiancati come il povero Di Caprio, all’ennesima interpretazione epica ed estrema della sua carriera.

Non posso dire che il film non mi sia piaciuto, ma a parte l’effetto straniante che mi hanno prodotto alcuni passaggi secondo me decisamente poco verosimili della vicenda di Glass, personalmente non ci ho trovato grandi significati, messaggi originali ovvero occasioni di riflessione. E la mia cultura cinematografica è troppo povera per riconoscere i riferimenti a Tarkovskij e quelli a Herzog. Per quanto mi riguarda, se in questo film c’è un messaggio, che non sia il piacere registico di una full immersion nell’atmosfera delle guerre di tutti contro tutti per l’accaparramento delle terre americane e nella sempiterna lotta dell’uomo per la sopravvivenza, mi è comunque sembrato un pochino debole e comunque non sufficiente a coinvolgermi sul piano intellettuale. E ciò per me in un film resta un grosso limite. Sarà per questo che tanto – nella sua stranezza - mi aveva intrigato Birdman, quanto mi è invece scivolata un po’ addosso la grandeur di The revenant.

Voto: 3/5


giovedì 22 maggio 2014

Locke

Credo che sarebbe stato estremamente faticoso apprezzare questo film se lo avessi visto doppiato in italiano. Mi è bastato ascoltare il trailer italiano per provare fastidio di fronte alle scelte di doppiaggio.

Per fortuna però sono andata a vedere questo film al Nuovo Olimpia e così oggi sono qui a dirvi che si tratta di un ottimo film che vale certamente la pena di essere visto. aLa sua originalità sta certamente nell’unità di tempo e di luogo che il regista sceglie per narrare la storia.

Ivan Locke (il bravo Tom Hardy) esce dal lavoro, sale sulla sua auto e al semaforo improvvisamente decide di girare a destra anziché a sinistra. Da questo momento in poi siamo con lui nell’abitacolo della sua vettura per circa un’ora e mezza, ossia il tempo che – come dice lui, traffico permettendo - lo farà arrivare alla sua destinazione, ossia una clinica di Londra.

Durante questo tempo, Ivan Locke è impegnato in una serie di telefonate quasi senza soluzione di continuità. Quelle con Bethan, che sta per partorire nella clinica londinese, con sua moglie e i suoi figli che lo aspettavano a casa per cenare e vedere insieme una partita, con il suo capo che non può capacitarsi del fatto che l’indomani Locke non sarà al lavoro a presiedere alla più grande colata di cemento che si sia mai vista in Europa, e infine con Donal, l’operaio a cui Ivan fornirà tutte le indicazioni per gestire e coordinare il lavoro del giorno dopo.

Ivan Locke ha anche un ultimo interlocutore muto nell’abitacolo della sua automobile: il padre che – a quanto pare – alla sua nascita non lo ha riconosciuto ed è fuggito, un padre già morto da tempo ma con cui Ivan ha un conto in sospeso.

Ivan Locke è un uomo come molti altri: ha una bella famiglia, un lavoro che gli piace e non è certamente un eroe. In questa ora e mezza in cui lo guardiamo in una situazione in cui la vita potrebbe mettere chiunque impariamo a conoscerlo e ne condividiamo i momenti di disperazione, la forza d’animo, il coraggio della sincerità, il tentativo di essere coerente con se stesso e con il proprio passato.

Durante questo tempo in cui non succede praticamente nulla – e nulla vedremo di quello che accadrà dopo – il cerchio della sceneggiatura si stringe intorno al proprio personaggio che mai tradisce la propria normalità, eppure alla fine ci appare quasi come un eroe dei nostri tempi, nel suo tentativo di non scendere a compromessi con la vita, di affrontarla a testa alta e di assumersi fino in fondo le proprie responsabilità.

La colonna sonora certamente contribuisce a innescare un crescendo che pure non può appoggiarsi su alcun avvenimento eclatante.

A parte qualche piccolo difetto di montaggio, mi pare che il regista Steven Knight abbia fatto davvero un ottimo lavoro.
A dimostrazione del fatto che nel cinema i soldi sono importanti, ma le idee lo sono molto di più.

Voto: 3,5/5

venerdì 30 luglio 2010

Inception

Direbbe Marzullo: "La vita è un sogno o i sogni aiutano a vivere?"
Per quanto paradossale, non c'è dubbio che nel suo ultimo film, Inception, Christopher Nolan si ponga la stessa domanda e interroghi in proposito i suoi spettatori.
Il protagonista, Cobb (Leonardo Di Caprio), è un esperto nell'accedere e navigare la mente e i sogni altrui per rubare idee e preziose informazioni. Ma questa volta Satio (Ken Watanabe) gli chiede un'impresa apparentemente impossibile: entrare nella mente di Fischer (Cillian Murphy) per impiantare un'idea (appunto, inception) che al risveglio egli sentirà come sua. Per questa pericolosa operazione, Cobb sarà accompagnato da una squadra eccezionale, Arthur (Joseph Gordon-Levitt), colui che ha il compito di determinare lo choc necessario al risveglio, Ariadne (Ellen Page), l'architetto dei sogni, Eames (Tom Hardy), capace di assumere nei sogni altre identità, Yusef (Dileep Rao), il farmacista che somministrerà il potente sedativo necessario ad attraversare i confini di tre livelli dell'inconscio nel sogno di Fischer.
E qui mi fermo. Non sarebbe giusto, né comprensibile rivelarvi altro.

Immaginatevi Il cavaliere oscuro mescolato con la visionarietà onirica di Memento. Questo è Inception. Nolan non risparmia certo sui mezzi: effetti speciali a go-go, ambientazioni realizzate in ogni parte del pianeta, costruzione di ambienti virtuali assolutamente raffinati... Ma fin qui probabilmente sarebbe un blockbuster come tutti gli altri. Nolan, però, ha un interesse del tutto originale per la mente umana e un gusto speciale nel sorprendere i suoi spettatori.

Qui ci fa addentrare nei meandri della mente di Fischer e di coloro che condividono il suo sogno, soprattutto Cobb, il cui subconscio si porta dentro verità e sensi di colpa complessi, la cui protagonista è sua moglie Mal (Marion Cotillard).

Il film è tutto paradossi spazio-temporali, labirinti della mente senza uscita, metafore e costruzioni mentali originali. Alla fine qualche dubbio ci rimane su alcuni passaggi della sceneggiatura e non tutto è chiaro fino in fondo (o almeno così pare!). Ma, del resto, come potrebbe esserlo quando ci addentriamo nella complessità della mente umana, capace di raggirare se stessa, di fare capriole e tripli salti mortali del tutto incontrollabili? La nostra mente è quello che abbiamo per decodificare la realtà. Cartesio diceva "Penso, dunque sono". Ma poiché la realtà in cui viviamo la percepiamo attraverso la nostra mente come possiamo essere sicuri che non sia tutto una sua proiezione? E il sogno non è forse l'unica situazione nella quale sperimentiamo la stratificazione dei livelli di coscienza, dove la nostra realtà viene costantemente smontata e ricostruita? È per questo che da sempre i sogni suscitano l'interesse dell'umanità, perché in qualche modo ci sembra che essi rappresentino una porta verso una dimensione che la nostra mente da svegli ci preclude.

È di qualche giorno fa la notizia che gli scienziati americani siano in grado di applicare delle terapie per aiutare coloro che sono perseguitati da incubi, guidando i contenuti dei loro sogni.
Ma non solo la scienza, anche la letteratura è da sempre affascinata dalla dimensione onirica dell'uomo e dal suo rapporto con i sogni. Si veda tra tutti Doppio sogno di Arthur Schnitzler.

Nolan aggiunge un altro tassello, intrigante, a queste riflessioni.

Il film uscirà in Italia a settembre e vi consiglio di andarlo a vedere, perché i film di Nolan rappresentano sempre un'esperienza cinematografica da non perdere.

Non posso dire che sia il suo film migliore. Personalmente lo preferisco quando ha meno mezzi a disposizione (vedi Memento, ma in parte anche The prestige), e dunque deve affidarsi alla sola sceneggiatura per trascinare lo spettatore in un gioco, una sfida mentale capace di lasciarci a bocca aperta. Speriamo che Nolan non si perda nell'inseguire sogni tecnologici.
Altri registi su cui personalmente avevo puntato in passato, considerandoli voci realmente originali e speranze per il futuro cinematografico, come M. Night Shyamalan, François Ozon e Baz Luhrmann ultimamente mi hanno deluso un po' proprio perché hanno scelto la grandeur simil-hollywodiana, dimenticando la loro qualità migliore: la capacità di raccontare storie in maniera originale.
In ogni caso, poiché non penso ci siano molte menti pensanti di questa qualità nell'attuale panorama cinematografico, resto fiduciosa.

Voto: 4/5

P.S. Intanto devo aver fatto qualche progresso nel mio rapporto con le lingue e i doppi sottotitoli al cinema, visto che non ho avuto problemi a seguire questo film nonostante la complessità della storia... :-)