venerdì 8 gennaio 2016

Carol

Innanzitutto va detto che Carol è un film stilisticamente meraviglioso.

Dopo Lontano dal paradiso, Todd Haynes dimostra con questo film di avere un feeling particolare con l'atmosfera degli anni Cinquanta in America. La ricostruzione della New York di quegli anni relativamente a interni, esterni, abbigliamento e colonna sonora è studiata nei minimi dettagli ed è esteticamente di grande impatto. E per questo suggerisco di non perdere l'occasione di vederlo in lingua originale, affinché l'immersione possa essere ancora più profonda e avvolgente, come la voce caldissima di Cate Blanchett.

Il film di Todd Haynes non è, però, solo un involucro bellissimo di un regalo deludente, anzi è dentro questo contenitore che i personaggi di Carol (una Cate Blanchett perfettamente calata nel tempo e nella parte) e di Therese (una Rooney Mara che aggiunge un tocco di contemporaneità all'insieme) risplendono nella storicità dei loro modi e contemporaneamente nell'universalità dei loro sentimenti.

Carol è un film fatto principalmente di silenzi, di pensieri e di sguardi, e non a caso il personaggio principale, che - nonostante il titolo del film - è Therese, è anche quello cui sono affidate meno battute, ma i cui silenzi e i cui occhi sono straordinariamente eloquenti.

Carol è il motore immobile, Therese è l'universo in divenire. Una ragazza giovanissima, risucchiata nell'area gravitazionale di una donna adulta, madre di una bambina, che sta uscendo faticosamente da un matrimonio e dall'influenza di suo marito e della di lui famiglia, e che non vuole scendere a compromessi rispetto alla propria vita e alla propria identità.

Therese la conosciamo mite, accondiscente, che subisce l'umanità che la circonda più che sceglierla, però con gli occhi e il cuore curiosi e aperti sul mondo, come il suo interesse e talento per la fotografia dimostrano, con un lampo di selvatichezza e anticonformismo che guizza dietro quell'aspetto composto. Therese è all'inizio totalmente assorbita dal fascino magnetico di Carol, trascinata da un'attrazione e un desiderio crescenti cui non sa e non vuole sottrarsi.

La separazione forzata da Carol ci riconsegna una Therese che a poco a poco scopre se stessa di fronte al mondo e prende in mano le fila della propria vita, avviandosi sulla strada della ricerca della propria identità professionale e sentimentale. Solo a quel punto l'amore che bussa ancora alle sue porte potrà avere una risposta che viene da un posto più profondo della sua anima.

Quella di Carol e Therese è una bellissima storia d'amore, la cui intensità è resa esplosiva dal suo essere stretta tra le maglie personali, sociali e storiche, un po' come la sensualità di Carol è dirompente nelle gonne e nei vestiti fasciati dell'epoca che limitano i movimenti e costringono ai piccoli passi.

In definitiva, il film di Todd Haynes (grazie anche alla sceneggiatura al femminile di Phyllis Nagy, che probabilmente apprezzerò ancora di più dopo la lettura del libro della Highsmith) è un piccolo capolavoro di misura e di raffinatezza, un film che ha il passo elegante dei classici e la freschezza della modernità, le radici nel passato e lo sguardo sul presente, come nella felice sintesi tra Carol e Therese.

Voto: 4/5


giovedì 7 gennaio 2016

Il viaggio di Arlo

Poniamo che l'asteroide che milioni di anni fa, colpendo la terra, ha fatto estinguere i dinosauri l'avesse solo sfiorata... I dinosauri non sarebbero spariti dal pianeta e – chissà – magari si sarebbero evoluti, mentre gli umani sarebbero rimasti dei selvaggi, in netta minoranza.

È questa l'idea geniale che sta alla base de Il viaggio di Arlo.

Arlo è un giovane dinosauro, spaventato dal mondo, che viene alla luce in una famiglia di dinosauri agricoltori ed è destinato, insieme ai suoi fratelli, a occuparsi dell'azienda agricola di famiglia. Un giorno però suo padre muore in circostanze tragiche e, in seguito a una tempesta, Arlo si trova lontanissimo da casa e incapace di ritrovare la strada.

Inizia così il suo viaggio, presto affiancato da Spot, un cucciolo di uomo, che lo difenderà dai pericoli e lo aiuterà a crescere e ad affrontare le sue paure.

Il viaggio farà incontrare ad Arlo e Spot tante creature, in parte nemiche e pericolose, in parte amiche e collaborative, e spetterà a loro non solo capire di chi fidarsi, ma anche sostenersi a vicenda nella strada verso casa.

Il nuovo film della Pixar è incentrato su alcuni temi chiave della filmografia per bambini: l'avventura, il viaggio, l'amicizia, la famiglia, e si configura come un classico romanzo di formazione che trasformerà un cucciolo pauroso e insicuro in un adulto dotato di sensibilità e senso di responsabilità.

L'avventura di Arlo e Spot è una gioia per gli occhi e per il cuore: le scene nei prati con le lucciole e lungo il fiume con lo stormo degli uccelli sono di grande effetto scenografico; l'amicizia dei due protagonisti, accomunati dalla solitudine e dalla perdita delle persone amate, è in grado di smuovere anche il cuore più insensibile e di suscitare lacrimoni e singhiozzi anche nell'anima più dura.

Ancora una volta, insieme ai personaggi creati dalla Pixar, tutti - grandi e piccini - ci emozioniamo e allarghiamo il cuore alla bellezza del mondo e dei sentimenti.

Personalmente ho trovato perfetta la prima parte del film, un eccellente mix di narrazione, sentimenti, azione e personaggi. La seconda parte tende invece, secondo me, a sfilacciarsi un po' e a disperdersi in troppi rivoli e, pur alzando il livello emotivo, si avvia verso un finale convenzionale che sinceramente mi ha lasciata un po' interdetta.

Mi sarei aspettata e avrei tanto voluto che i creatori di Arlo osassero un po' di più e portassero la riflessione sul concetto di famiglia - attraverso i loro due bellissimi personaggi – un po' più in là di quella idea tradizionale e rassicurante che invece alla fine un po' ridimensiona le premesse del film, nonché le promesse di un mondo in cui – come recita il trailer – un piccolo gesto può cambiare le cose.

Ciò detto, andare a vedere il film di Natale della Pixar con i miei nipoti rimane per me uno dei momenti più belli delle festività.

Voto: 3,5/5

lunedì 4 gennaio 2016

Irrational man

Ormai non c'è Natale senza un film di Woody Allen (o con Woody Allen a seconda dei casi) al cinema. E non c'è Natale senza che io e R. andiamo al Metropolis di Mola a prenderci l'ennesima fregatura natalizia ;-)))

No, scusate, in realtà sto un po' esagerando. L'ultimo film di Woody Allen, Irrational man, ha un suo interesse e si guarda anche gradevolmente, ma al riaccendersi delle luci in sala non ho potuto fare a meno di pensare che si tratta dell'ennesima pi**a mentale del caro ottantenne (e non me ne vogliano i suoi fans).

Un film che – ancora più di tanti altri suoi – sembra totalmente costruito a tavolino e trasmette dall'inizio alla fine la sensazione di essere stato tutto pensato e scritto intorno a una tesi, che ha a che fare con il confine sottile tra un'azione giusta e un'azione morale.

Il tutto – come sempre per me succede nei film di Woody Allen – appare non solo e non tanto poco realistico, quanto soprattutto innaturale; persino attori del calibro di Joaquin Phoenix ed Emma Stone appaiono forzati, soprattutto nelle svolte che ne determinano cambiamenti personali e nella narrazione.

La storia è quella di un professore di filosofia, Abe Lucas (un Joaquin Phoenix con una pancia inguardabile), il quale si trasferisce in una nuova università in una fase delicata della sua vita: alcolista, disilluso, depresso, cinico e ormai incapace di trovare un senso alla propria esistenza. Di lui – che è comunque un personaggio enigmatico e affascinante – si innamorano la collega Rita Richards (Parker Posey) e l'allieva Jill Pollard (Emma Stone).

Un evento del tutto fortuito – ossia l'ascolto della conversazione di vicini di tavola – cambierà il corso degli eventi e convincerà il professor Lucas a passare dalle parole, per lui ormai vuote, all'azione. Questo evento darà un significato nuovo alla vita di Abe, ma innescherà una catena reattiva inevitabilmente drammatica.

Personalmente ho trovato il film ingessato e parecchio “telefonato”. I pensieri dei protagonisti sotto forma di voci fuori campo mi sono sembrati fastidiosi e un po' forzati, nonché il gran parlare filosofico e pseudofilosofico.

C'è poco da fare. Io e Woody Allen non andiamo d'accordo e man mano che invecchia è sempre più chiaro che tra noi non scatterà mai alcuna scintilla.

Voto: 2,5/5


martedì 29 dicembre 2015

Star Wars: Episodio VII, Il risveglio della forza

A suo tempo, cioè agli inizi degli anni Ottanta, ero stata una grande appassionata della saga di Star Wars e avevo seguito con attenzione le storie della principessa Leila, di Luke Skywalker e di Han Solo.

Poi quando – qualche anno fa – è iniziata la serie dei prequel che raccontano la storia di Anakin non ho mai avuto lo stimolo ad andare al cinema. Anche solo uno sguardo ai trailer mi restituiva l'immagine di un mondo lontano da quello che avevo amato e l'assenza dei miei personaggi preferiti mi aveva sempre convinta a lasciar perdere.

Questa volta però le cose sono diverse. L'episodio VII (Il risveglio della forza) si colloca dopo i tre film storici e ci restituisce parte dei personaggi e delle atmosfere che noi degli anni Settanta avevamo conosciuto.

E così convinco due amiche – che in realtà non hanno visto nemmeno un episodio della saga! – a seguirmi, durante le vacanze natalizie, al vetusto cinema Norba di Conversano (che credo non frequentassi dai tempi del liceo) a vedere il film. Dico loro che non è necessario conoscere la storia e che anche io ne conosco solo una parte. Al limite non coglieremo tutti i riferimenti, ma gli prometto un bello spettacolo.

Per fortuna, J. J. Abrams non delude. Il risveglio della forza è di per se stesso un bel film, anche quando manca qualunque altro tipo di riferimento alle altre puntate e le mie amiche escono soddisfatte. Io lo sono ancora di più, fors'anche perché questo nuovo incontro con Star Wars è stato come un ritorno nostalgico alla mia adolescenza e in qualche modo anche una verifica del tempo che è passato.

Le facce invecchiate della ora regina Leila (Carrie Fisher), di Han Solo (Harrison Ford) e di un quasi irriconoscibile Luke Skywalker (Mark Hamill) mi fanno tenerezza e al contempo mi fanno pensare a quanto sono cambiata anch'io nel frattempo.

Ma quella del nuovo Star Wars non è soltanto un'operazione nostalgica. Anzi, secondo me, il punto di forza del film sta nell'equilibrio tra gli stilemi del passato (le atmosfere, il tipo di dialoghi, un certo tipo di umorismo della sceneggiatura) e gli elementi di novità del presente (in particolare alcune svolte narrative: penso al ruolo dello Stormtrooper Finn, ovvero alla figura di Rey, interpretata da Daisy Ridley).

Il risveglio della forza è un film che non si prende esageratamente sul serio (esattamente come gli Star Wars originari) e non è solo un giocattolone tecnologico come oggi sono molti film di fantascienza. Un film che sa essere epico e quotidiano come pochi altri. È un racconto in cui l'umanità ha un ruolo importante e il passato e il presente si uniscono in un gusto un po' vintage, estremamente affascinante.

Alcuni aspetti della narrazione sono decisamente un po' deboli (la grandezza del cattivo Dart Fener è inarrivabile, per esempio), ma gli inserti di alcuni personaggi nuovi, penso a Rey, ma anche al robottino BB-8, sono efficaci e perfettamente integrati con i loro predecessori, che a volte sono ancora protagonisti, altre volte hanno ruoli quasi cameo.

Non so esattamente che effetto faccia alle generazione di adolescenti e giovani questo Star Wars, ma a giudicare dai commenti di mio nipote di 13 anni, direi che è ancora in grado di creare quella magia che io avevo vissuto più o meno alla sua età. E questo è molto bello.

Voto: 3,5/5


sabato 26 dicembre 2015

Le ricette della signora Toku

Entro in sala con le bacchette di bambù incartate nella maniera classica giapponese, ma con sopra la locandina del film. È la trovata promozionale – direi geniale seppure non del tutto originale – del film.

E questa premessa dice già molto: Le ricette della signora Toku è un film che più giapponese non si può, e per questo devo ammettere che ha ragione il mio amico M. quando dice che i film giapponesi non si possono davvero guardare doppiati, perché questi giapponesi che parlano in italiano con le voci dei cartoni animati producono inevitabilmente ilarità e ci riconducono alla nostra infanzia in modo non sempre appropriato.

Comunque, la prima parte del film è delicata e leggera come solo i giapponesi sanno essere. Sentaro (Masatoshi Nagase) gestisce un chiosco dove vende i dorayaki, un cibo che i bambini di oggi conoscono alla perfezione perché è il cibo preferito del gatto spaziale Doraemon. Si tratta di fatto di due pancake leggeri, che vengono chiusi a panino con al centro di solito della marmellata di fagioli rossi. Sentaro è un uomo solo e triste, che tutte le mattine si alza, apre il suo negozio e prepara dorayaki, senza mai fare un sorriso ai suoi clienti; ma è anche un uomo buono e ha una simpatia per Wakana (Kyara Uchida), una ragazza con pochi mezzi che per questo è costretta a rinunciare al sogno di studiare.

Un giorno alla sua porta si presenta la signora Toku (Kirin Kiki), un’anziana donna con un evidente problema alle mani che si propone di lavorare per Sentaro e in particolare di occuparsi della marmellata di fagioli.

Da qui inizia un’amicizia che segue il corso delle stagioni: dalla primavera dei ciliegi in fiore, fino all'estate delle foglie verdi e luminose, poi all'autunno dei tappeti di foglie gialle. E specularmente all'andamento della natura, la leggerezza della primavera e la gioia dell'estate verranno presto sostituite dalla malinconia dell'autunno e dalla durezza dell'inverno, quando le storie – difficili e tristi - di Toku e di Sentaro saranno portate allo scoperto.

Ma – come la signora Toku ci insegna – il privilegio della vita è ascoltare quello che la natura in tutte le sue forme ha da dirci per entrare in connessione con noi stessi. E la natura è fatta di cicli, cosicché alla durezza dell’inverno seguirà una nuova primavera e la gioia di una nuova leggerezza che sarà resa più piena dall’esperienza del dolore e dell’amore.

Il film di Naomi Kawase non si può certo definire del tutto originale, e se arrivate al cinema troppo stanchi farete certamente fatica ad apprezzare questo elogio della lentezza e questa filosofia di vita – molto giapponese - incentrata sull'attesa amorevole.

In compenso uscirete dal cinema con una fame notevole e vorrete trovare fuori – più che le bacchette – un cesto di dorayaki caldi ad aspettarvi!

Voto: 3/5


mercoledì 23 dicembre 2015

Small feet. Blackmarket, Unplugged in Monti, 15 dicembre 2015


Ultimo concerto prima della pausa natalizia e della fine dell’anno.

Al Blackmarket questa sera c’è la band svedese Small Feet, per me sconosciuta prima che gli organizzatori di Unplugged in Monti li portassero a Roma. Ascolto un po’ di loro canzoni e decido che voglio andare ad ascoltarli.

Questa volta arrivo per tempo e riesco anche ad appropriarmi di uno dei bellissimi poster del concerto (riservati ai primi 30 arrivati), che da quest’anno sono realizzati da fraiznic (aka Cinzia Franceschini).

Bevo una birretta e mi posiziono in uno dei posti davanti, ma questa volta non sui cuscini per terra, ché ormai c’ho un’età anch’io. Ho portato – come sempre - il mio equipaggiamento fotografico: peccato che mi accorgo solo in quel momento che ho lasciato a casa la batteria carica! Per fortuna quella che ho dietro sopravvive per un paio di ore e mi consente di fare un po’ di fotografie.

Sul piccolo palco del Blackmarket (“Small feet in a small room” come dice il cantante) sono in due: il cantante e leader della band, Simon Stålhamre, che suona anche la chitarra, e un batterista e polistrumentista, che non sono riuscita a capire se è uno dei membri ufficiali della band, oppure un musicista esterno che ha accompagnato Simon in questo tour. Sono svedesi della Scania (che nostalgia!) e si vede, anche se Simon parla inglese benissimo.

L’atmosfera è gradevole e rilassata. Gli Small Feet sembrano molto a loro agio e Simon è un intrattenitore nato: parla molto con il pubblico, fa battute su Berlusconi e ci fa ridere tra una canzone e l’altra.

I due musicisti ci propongono l’intero album, From Far Enough Away Everything Sounds Like The Ocean, che su un impianto principale fatto di chitarra e batteria si arricchisce di una tastiera elettronica e dell’armonica da bocca. Non saprei dire che cosa mi ricorda la musica degli Small Feet, perché – all’interno del solco ben riconoscibile della musica indie-pop e country – riecheggiano sonorità più classiche, per certi versi di ascendenza quasi cinematografica (si sentano gli echi del western in All and everyone), per altri maggiormente legate alla tradizione svedese degli anni Sessanta e Settanta (qualche eco in Gold). Altrove invece la loro musica sembra richiamare le atmosfere rarefatte del Nord Europa. Alla fine però il risultato è secondo me del tutto originale e di grande gradevolezza e intensità.

Ed effettivamente il pubblico dei giovani quarantenni romani (ma stavolta ci sono anche diversi cinquantenni e oltre, anche stranieri) sembra apprezzare moltissimo, interagisce e chiede a gran voce che lo spettacolo vada avanti fino a quando Simon confessa candidamente che “they’re running out of songs”. Cosicché il concerto si conclude con una cover di una canzone di Bonnie Prince Billy, al cui nome il pubblico applaude; il che evidentemente vuol dire che stiamo dentro un sistema musicale omogeneo.

Alla fine del concerto mi faccio firmare il poster e compro il loro CD, che non avevo comprato prima perché personalmente trovo che – quando possibile - il gesto di comprarlo direttamente dalle mani di chi quel CD se l’è sudato sia molto più bello e significativo. Mentre vado via arriva un ragazzo che in un inglese un po’ stentato dice a Simon che sono bravissimi e che sono certamente meglio dei Sigur Ros (sic!); vuole farsi autografare il CD, così regalo la mia penna a Simon visto che nessuno dei due sembra averne.

Anche stasera ringrazio i ragazzi di Unplugged in Monti che mi hanno regalato (non esattamente, ma quasi) una serata di musica bella e di atmosfera piacevole e mi hanno fatto conoscere una nuova band di cui secondo me sentiremo ancora parlare (al piede di questo post potete ascoltare un loro intero concerto in una stazione radio di Seattle).

Voto: 3,5/5


lunedì 21 dicembre 2015

Tosca / Giacomo Puccini. Teatro dell’Opera, 11 dicembre 2015

Ed è arrivata finalmente – dopo un certo numero di tentativi falliti in modo abbastanza comico – la mia prima volta all’opera grazie a E.

Sono un po’ in imbarazzo perché mi aspetto un ambiente molto chic e io non lo sono affatto. E poi sono da sola, mentre tutti intorno a me sono in coppia o in gruppo, ma i miei tentativi dell’ultim’ora di trovare compagnia non hanno avuto successo.

Quando però mi posiziono nel mio palco laterale (tutto per me), posizionato esattamente sopra l’orchestra, e guardo il bellissimo Teatro dell’Opera dall'interno ogni imbarazzo mi passa. Anzi vedere che i palchi degli ordini superiori e i posti nelle gallerie più alte sono in gran parte occupati da ragazzi in età da liceo mi mette anche di buonumore.

Consapevole della mia ignoranza, compro il cosiddetto “programma”, un libro che contiene – oltre alle informazioni complete sull’opera messa in scena – la sinossi e il libretto, nonché studi e approfondimenti su di essa.

Nei minuti che precedono l’inizio leggo febbrilmente le pagine iniziali per avere almeno un’idea di quello che sto per vedere (lo so, la Tosca è famosissima, ma devo ammettere che a parte reminiscenze dell’ultimo atto, non avevo idea della trama).

Poi entra il maestro d’orchestra, le luci si spengono e le tende si aprono svelando una scenografia bellissima che rappresenta l’interno della chiesa di Sant'Andrea della Valle, dove è ambientato il primo dei tre atti che compongono la Tosca.

E. mi aveva già anticipato che questa messa in scena ha la particolarità di usare gli allestimenti (scenografie e fondali) realizzati sulla base dei bozzetti e dei disegni della prima messa in scena della Tosca, avvenuta proprio al Teatro dell’Opera di Roma nel 1900. E lo stesso vale per i costumi.

Allestimenti e costumi sono la cosa che mi colpisce di più e che certamente mi porto a casa all’uscita dal teatro. Bellissima anche la scenografia del secondo atto, ambientata nel palazzo di Scarpia, nonché la famosissima scena dell’ultimo atto sulla terrazza di Castel Sant'Angelo con la città di Roma sullo sfondo.

Ho molto apprezzato la possibilità di leggere le battute grazie a uno schermo collocato in alto sul palco. Cosa che per una neofita come me è stata una mano santa.

In definitiva, non posso dire che l’opera mi abbia conquistato. L’unico momento che ho trovato veramente emozionante è stato l’inizio del terzo atto, in cui l’orchestra commenta la scena in cui sono presenti solo le guardie sulla terrazza con la melodia dell’aria che di lì a poco canterà Cavaradossi e che anticipa con la gravità di una marcia funebre la tragedia che attende i protagonisti.

Per il resto, la mia possibilità concreta di immedesimazione emotiva con la narrazione resta bassa durante tutto lo spettacolo (in alcuni momenti trovo il recitativo persino un po’ fastidioso). Non posso fare a meno di pensare che l’opera fosse a suo tempo quello che per una generazione molto più vicina alla mia sono state le telenovelas sudamericane: sentimenti forti, grandi amori, grandi tragedie, musiche trascinanti, personaggi ben identificati.

E però al contempo capisco il fascino che l’opera può esercitare ancora su noi contemporanei, e lo vivo in prima persona quando all’uscita dal teatro comincio a pensare di quale altro spettacolo in programma quest’anno potrei comprare il biglietto.

(Il voto sarebbe indelicato per una prima volta come questa, né mi sento di poter dire nulla sui cantanti e le loro qualità artistiche e interpretative. Lascio dunque ad altri più esperti di me questo tipo di valutazioni).

sabato 19 dicembre 2015

Tradimenti / Harold Pinter, con Francesco Scianna e Ambra Angiolini. Teatro Eliseo, 1 dicembre 2015

È un periodo di spettacoli teatrali per me e - abbastanza casualmente - anche di prime.

Questa volta si tratta della prima dell'opera scritta da Harold Pinter, Tradimenti, e portata in scena - per la regia di Michele Placido - da Francesco Scianna, Ambra Angiolini e Francesco Biscione.

Siamo nel 1977. Jerry (Francesco Scianna) ed Emma (Ambra Angiolini) non sono più amanti da un paio di anni. Si incontrano in un bar per raccontarsi le loro vite e ricordare i tempi passati.

Da qui incomincia un viaggio a ritroso che, di scena in scena, ci porta fino al 1968, quando - al matrimonio di Roger e Emma - quest'ultima conosce Jerry e i due si innamorano diventando amanti per sette lunghissimi anni, durante i quali molte cose succedono all’interno delle due coppie ufficiali e molte anche tra loro due.

A poco a poco scopriamo così che oggetto di questa pièce non è solo il tradimento di Jerry ed Emma nei confronti dei rispettivi coniugi, bensì "i" tradimenti che a poco si disvelano: quello di Roger nei confronti di Emma, e che lei scopre solo quando la sua storia con Jerry è terminata, e quello probabile della moglie di Jerry che lui etichetta come un corteggiamento di un collega nei confronti della moglie.

Ne emerge la quasi ineluttabilità del tradimento all’interno di vite di coppie che, col tempo, mostrano segni di stanchezza e la generalizzata convinzione di poter tradire, ma di non poter essere traditi.

Il testo è decisamente interessante e, seppure un po’ datato nella sua ambientazione, fortemente attuale nei contenuti e nelle tematiche affrontate.

Devo dire però che l’allestimento non mi ha convinto: non mi è piaciuta la scenografia, ho trovato piuttosto banali le musiche, abbastanza scialba la recitazione degli attori (in qualche modo distante dai loro personaggi, ad eccezione forse di Francesco Biscione), e per ultimo, ma forse alla base di tutto questo, la regia mi è sembrata poco riuscita e un po’ sottotono.

Ma forse è un fatto di gusti, visto che alla mia compagna di teatro lo spettacolo è piaciuto molto e ha apprezzato anche le interpretazioni.

Alla fine esco dal teatro senza entusiasmi, e un po’ me ne dispiace perché forse una messa in scena diversa avrebbe potuto restituire a questo testo la potenza e la forza emotiva che pure da qualche parte mi è sembrato di scorgere.

Voto: 2,5/5