mercoledì 11 novembre 2015

Non essere cattivo

Al secondo tentativo (il primo era fallito a causa di un problema di audio del cinema) finalmente riesco a vedere l'ultimo film realizzato da Claudio Caligari (l'autore di culto di Amore tossico) prima della sua morte.

Non essere cattivo è la storia di Cesare (un irriconoscibile Luca Marinelli) e di Vittorio (Alessandro Borghi), due amici di infanzia, figli della periferia romana degli anni Ottanta e Novanta (in questo caso siamo a Ostia), una periferia disperata nella quale la droga scorreva a fiumi.

I due vivono facendo dei lavoretti poco puliti per conto di un piccolo criminale locale, Bruno, e trascorrono le loro serate sballandosi di cocaina e pasticche e poi facendo i bulli in un baretto della zona oppure rimorchiando delle ragazze.

Cesare ha perso la sorella, morta di AIDS, e vive con la madre e con la nipotina, anch'essa malata. Di Vittorio non sappiamo molto, ma certamente anche lui è uno che deve fare costantemente i conti con il dolore e la miseria.

Cesare e Vittorio sono due antieroi disperati e fragili, destinati alla sconfitta in ogni caso, sia che tentino di riscattare la propria esistenza come prova a fare Vittorio quando si innamora di Lidia, sia che continuino a vivere una vita irresponsabile e autodistruttiva come Cesare.

Caligari ci porta dentro le vite di personaggi che, sotto la loro aria spavalda e i loro modi "sbruffoni", si rivelano dolenti e teneri al contempo nel cercare disperatamente di strappare alla vita quella felicità di cui essa è stata così avara nei loro confronti.

Il film di Claudio Caligari ci fa fare un vero e proprio tuffo in un passato prossimo che sentiamo ancora fresco sulla nostra pelle, ma che il regista riporta in vita con una sincerità e una compassione rare.

I due attori sono bravissimi nel conferire a Cesare e Vittorio da un lato quei tratti di immaturità e ruvidezza che ne fanno l'espressione tipica dell'ambiente dal quale provengono e dall'altro quella vulnerabilità che fa venir voglia di abbracciarli e sottrarli a un destino inevitabile.

Il mondo di Caligari è un mondo nel quale gli uomini sono rimasti adolescenti e dell'adolescenza si portano dietro la forza e l'indissolubilità dei rapporti amicali, mentre le donne sono le uniche capaci di guardare in faccia la realtà - per quanto brutta - provando a passarci attraverso, senza però per questo riuscire a salvare da se stessi i loro figli, amanti, mariti.

Un film in cui si ride e si sorride, ma con un'amarezza di fondo che trasforma rapidamente il sorriso in lacrime di commozione.

Neppure i cattivi sono davvero cattivi in questo film. Ma non essere cattivi sul serio non è sufficiente a salvarsi.

Voto: 3,5/5



lunedì 9 novembre 2015

Cent'anni in 2 / Andrea Saraceni. Teatro dei Conciatori, 31 ottobre 2015

Ed eccomi qui al Teatro dei Conciatori, che neppure sapevo esistesse, a vedere una piccola opera teatrale che mi è stata segnalata da un'amica, Cent'anni in 2.

Il teatro è di quelli così piccoli che si è seduti a contatto strettissimo con il palco, cosa che personalmente non mi dispiace affatto.

In questo caso la scena è formata da un bancone coperto di abiti (ce ne sono anche appesi alle spalle del bancone) e una poltrona vicino a un mobiletto col telefono.

Si tratta della tintoria della nonna di Graziano, dove si svolge tutta la narrazione. Cent'anni in 2 sono quelli appunto dei due protagonisti, la nonna (Lucia Batassa) che proviene da un'altra epoca ma che dimostra un grande acume nel capire il mondo nonché una notevole apertura mentale, e Graziano (Giustiniano Alpi), che a causa della sua omosessualità ha un rapporto difficile con i suoi genitori e lavora nella tintoria della nonna in attesa di trovare lavoro.

Intorno a loro si muovono altri due personaggi, entrambi clienti della tintoria: l'amante di un Senatore (Rossella Gardini) cui la nonna cerca di raccomandare Graziano e il "ragioniere" (Vito Di Bella), un giovane imprenditore che fa la corte a Graziano e vorrebbe offrirgli un lavoro.

Ognuno di questi personaggi ha la sua storia di sofferenza individuale come tutti, e nel corso della messa in scena a ognuno verrà riservato un piccolo monologo nel quale potrà raccontarla. Ma alla fine la storia principale resta quella di Graziano, disincantato e ironico che vorrebbe arrivare un posto di lavoro con le sue forze, e la nonna, concreta e realista che pensa di poter aiutare il nipote in ben altri modi.

La sceneggiatura è certamente interessante e ben congegnata, e la messa in scena si segue gradevolmente e senza momenti di stanchezza. Alcuni momenti riescono ad essere anche coinvolgenti grazie al realismo del testo e della recitazione.

Complessivamente però non si riesce a sfuggire alla sensazione di aver assistito a una messa in scena in qualche modo amatoriale; la distanza rispetto al teatro con la T maiuscola non è poca sia sul piano recitativo che sul piano narrativo. Indubbiamente va riconosciuto il coraggio di Andrea Saraceni, che si è cimentato – oltre che con la regia - con un testo teatrale originale, nel quale i contenuti narrativi sono molteplici e densi, anche se a tratti un po' forzati, e i tempi di transizione non sempre risultano perfetti e fluidi.

E poi mi è rimasto un dubbio: ma se la pièce è ambientata ai giorni nostri e visto che nipote e nonna hanno cent'anni in due (presumibilmente 25 anni il nipote e 75 la nonna), com'è possibile che in un passaggio della sceneggiatura la nonna, incalzata da Graziano sul fatto che a suo tempo aveva fatto parte della gioventù balilla, dica di aver cambiato idea sul fascio nel '39 (ossia quando secondo i miei calcoli più o meno dovrebbe essere nata)? Forse non ho capito qualcosa?

Comunque, il teatro è certamente qualcosa di difficile, e l'alto numero di delusioni anche quando si va agli spettacoli "maggiori" lo dimostra. Per questo ben venga chi ancora investe in questo linguaggio artistico e ci prova con passione e con coraggio.

Dunque, a chi ha portato in scena questo lavoro va il mio plauso e il mio in bocca al lupo, sperando che trovino la voglia e l'entusiasmo di andare avanti e di crescere, e di riuscire nel loro sogno.

Voto: 3/5

venerdì 6 novembre 2015

Chi manda le onde / Fabio Genovesi

Chi manda le onde / Fabio Genovesi. Milano: Mondadori, 2015.

Il libro di Fabio Genovesi è davvero un bel libro e non mi meraviglio affatto che abbia vinto il Premio Strega Giovani, per quanto significato possano avere ancora questi premi letterari.

La cosa migliore di Chi manda le onde sono i suoi personaggi: strampalati, folli, assurdi, sfigati, teneri, immaturi, troppo maturi, inconsapevolmente tristi, immotivatamente felici. Tutti "diversi" a loro modo, estranei al mondo, eppure così interni alla vita.

Luna è una ragazzina albina, che va in giro sempre coperta e con gli occhialoni da sole; è sorella di Luca, più grande di lei, bello, solare, surfista, grande amante del mare. Entrambi sono figli di Serena, una donna sola, bellissima e desideratissima nonostante sia vestita sempre con indumenti maschili e militari, e che ritiene di aver chiuso per sempre con gli uomini e con l'amore.

Intorno a questo nucleo familiare ruotano Zot, un ragazzo della stessa età di Luna, che viene da Chernobyl, parla come un vecchio, veste come un vecchio e ascolta le canzoni degli anni Cinquanta, in particolare adora Claudio Villa. Zot vive con Ferro, un personaggio strampalato e molto politicamente scorretto che lui chiama "nonno", di nome Ferro, ed è una via di mezzo tra un toscanaccio greve e un vecchietto acido del Far West. E poi c'è Sandro, un quarantenne che nella vita non ha combinato granché e vive ancora con i genitori, è pieno di sogni e di desideri, ma alla fine sta sempre alla finestra delle cose ed è vigliaccamente rinunciatario. Sandro passa gran parte del proprio tempo con i suoi amici altrettanto scioperati, Marino e Rambo, anche loro con vite sostanzialmente incompiute, avari e generosi al contempo, adolescenti senza fine sempre impegnati una insensata, buffa e commovente ricerca di senso.

Intorno a loro tante storie e tanti personaggi che compongono e connotano questo microcosmo che si muove tra il mare di Forte dei Marmi e le retrostanti Alpi Apuane, non meno protagonisti dei personaggi in carne e ossa.

Fabio Genovesi dà la parola in prima persona a Luna, vero fulcro attorno al quale ruota il romanzo, mentre Serena parla in seconda persona come se a parlarle fosse la sua se stessa riflessa nello specchio. Tutti gli altri sono raccontati in terza persona.

Chi manda le onde è come una brezza estiva in una giornata di afa soffocante. È un libro che fa respirare, facendoci ridere a volte e altre volte commuovendoci profondamente, soprattutto trasmettendoci il principio universalmente valido che la normalità non esiste (è un concetto puramente teorico), perché tutte le vite e tutti gli individui - che nel caso di questo libro sono volutamente surreali - guardati sufficientemente da vicino rivelano una complessità e una storia che è molto meno banale e lineare di quanto non appaia a uno sguardo superficiale, e che tutti noi abbiamo le nostre stranezze nascoste e umanissime.

E non vi rivelerò altro della trama (piena di colpi di scena e di trovate originali, forse un pochino frettolosa nell'ultima parte), ma questo libro dovete assolutamente leggerlo. Per riconciliarvi con la letteratura e un pochino anche con voi stessi e con l'umanità per quanto assurda che vi circonda. Perché se c'è una cosa che il libro di Genovesi ci insegna è ad essere compassionevoli e tolleranti innanzitutto con noi e di conseguenza anche con coloro che attraversano questa vita insieme a noi, da vicino o da lontano.

Voto: 4/5

mercoledì 4 novembre 2015

La fiera delle parole, Padova, 6 - 11 ottobre 2015

Anche se è passato un po' di tempo da quel weekend, non voglio perdere l'occasione di parlare della mia prima volta alla Fiera delle parole.

Visto che ero a Padova in quei giorni, mi ero studiata un po' il programma e, compatibilmente con la necessità di dormire e fare con calma la mattina e anche di non fare code chilometriche a rischio di non entrare, avevo individuato 4-5 appuntamenti possibili. Alla fine io e C. abbiamo seguito 3 incontri che in modi diversi sono stati tutti di grande soddisfazione e ci hanno fatto apprezzare l'iniziativa nel suo complesso.

Il primo appuntamento al quale abbiamo partecipato è stato quello con Fabio Genovesi, sabato 10 ottobre, alla Libreria Feltrinelli, presentato dalla giovane Vania Trolese. La scelta nasceva dal fatto che proprio in quei giorni stavo leggendo Chi manda le onde (prossimamente la mia recensione su questo blog), al quale mi ero incuriosita perché un'amica di C. ce ne aveva parlato molto bene. Ero solo a un terzo del libro ma il tono frizzante del romanzo e i suoi bellissimi personaggi mi avevano già incuriosito. L'affollato incontro è stato molto partecipato, anche grazie alla simpatia di Fabio Genovesi, un vero toscanaccio politicamente scorretto che ci ha raccontato un sacco di aneddoti della sua famiglia e della terra dalla quale viene, rivelando l'ispirazione di alcuni contenuti di Chi manda le onde e del libro che verrà, ma anche permettendoci di capire i meccanismi creativi e le motivazioni di alcune scelte (ad esempio l'uso nello stesso romanzo della prima, della seconda e della terza persona singolare per personaggi diversi). La giovane Vania Trolese è stata non solo simpatica ma anche attenta ai dettagli del libro e capace di stimolare le risposte di Genovesi, che comunque da buon toscano non si è fatto certo pregare.

A seguire le domande del pubblico, anch'esse interessanti e attente (se Genovesi si sente più uno scrittore di romanzi o di racconti, se il fatto di essere nato sul Tirreno e non sull'Adriatico ha inciso sul suo carattere, etc.). Infine lo scrittore ha firmato le copie del libro (anche la mia in lettura!) scambiando due chiacchiere con un pubblico molto variegato, fatto di persone di mezza età ma anche molti giovani.

Il secondo appuntamento è stato quello a Palazzo della Ragione, domenica 11, con Maurizio Maggiani che presentava Il romanzo della nazione. Qui ci è toccata un po' di fila, ma solo nell'attesa che la sala si svuotasse dell'evento che l'aveva preceduto. Maggiani l'avevo scelto dopo aver letto una straordinaria intervista non solo sul suo libro ma anche sul mercato editoriale, dalla quale veniva fuori il ritratto di un ribelle senza peli sulla lingua. L'introduzione era affidata a un Alessandro Mari in versione hipster che sinceramente ho trovato troppo snob per i miei gusti. Maggiani è partito per il suo monologo in cui ci ha raccontato il perché del suo libro e il legame tra la storia della sua famiglia e il Risorgimento italiano. Si è soffermato sui temi della memoria e della nazione, lui dichiaratamente anarchico ma ormai sufficientemente invecchiato da cercare nelle storie un collante della nazione. Il pubblico - in buona parte formato da gente di mezza età - ha ascoltato attento, ma sarà stato per le luci soffuse nella grande sala ovvero per l'orario a un certo punto abbiamo deciso di uscire per fare un piccolo spuntino prima dell'ultimo incontro della nostra Fiera delle parole.

Eccoci dunque a Palazzo Moroni per la presentazione del libro di Chiara Valerio, Almanacco del giorno prima. Chiara era lì fuori che aspettava e siccome abbiamo un'amica in comune e abbiamo preso una volta un aperitivo insieme ho deciso di salutarla, salvo poi lasciarla alle sue pubbliche relazioni. La presentazione del romanzo è stata affidata a Enza Del Tedesco, docente padovana di letteratura italiana all'università. L'interazione tra le due si è rivelata strepitosa: la Del Tedesco parla lentamente, riflette su ogni parola, e fa analisi precise e puntuali, che in molti casi colgono nel segno in modo quasi inaspettato, la Valerio dà un saggio delle sue sinapsi velocissime, è mirabolante nei suoi salti da un autore all'altro, da una citazione all'altra, da un pensiero a un altro; la Del Tedesco è serissima e composta nel suo ruolo, la Valerio è ironica e scoppiettante e - alla fine dell'incontro - travolge in un abbraccio anche la sua presentatrice. Nel mezzo abbiamo capito di più del suo libro - che io avevo letto con piacere a suo tempo - e siamo entrate in contatto con due belle personalità.

Non poteva esserci modo migliore per finire questa maratona letteraria.

lunedì 2 novembre 2015

Four kings = 4 könige

Andare alla proiezione del film vincitore della rassegna Alice nella città, collegata alla Festa del cinema di Roma, è sempre una garanzia, sia perché la scelta viene effettuata tra film – spesso opere prime – i cui protagonisti sono bambini e ragazzi sia perché la stessa giuria che sceglie è formata di ragazzi.

Quest'anno il vincitore è questo intenso film tedesco di Theresa Von Eltz. Protagonisti sono quattro adolescenti problematici: Lara (Jella Haase), una ragazza con problemi di droga, Alex (Paula Beer), una ragazza con i genitori separati e una madre depressa, Fedja (Moritz Leu), un georgiano timido picchiato dai suoi compagni di scuola, e Timo (Jannis Niewöhner), un bullo che ha scatti d'ira improvvisi e violenti. I quattro ragazzi sono in un centro di recupero psichiatrico seguiti dal dottor Wolff, un giovane medico che crede nella possibilità di un'azione terapeutica basata sulla fiducia e sull'autonomia, e per questo certamente rischiosa.

Il Natale si sta avvicinando e i quattro giovani si preparano a viverlo nell'ospedale psichiatrico, in una condizione di tensione crescente legata ai significati, in buona parte angoscianti, che ciascuno di loro attribuisce al Natale a causa delle esperienze negative vissute in famiglia.

Questo improbabile gruppo di esseri umani, che nell'età più difficile della vita ha vissuto traumi insopportabili e che non ha altro modo se non quello aggressivo o passivo di rispondere a un mondo circostante ostile, conoscerà la possibilità dell'amicizia e intravedrà il senso di un'umanità che la loro sensibilità esasperata ha conosciuto solo nelle sue manifestazioni deteriori, all'interno di contesti familiari o sociali difficili o disfunzionali.

Ma il lieto fine vero non è per questa adolescenza intensa e perdente, che però ha la dignità e la forza della regalità. Straordinarie le interpretazioni dei quattro ragazzi protagonisti, che nelle loro parole e soprattutto nei loro silenzi e attraverso i loro sguardi impauriti o strafottenti comunicano un infinito bisogno di affetto e la necessità di essere salvati da se stessi.

Un film con una sceneggiatura potente, un impianto narrativo compatto, degli attori di grande intensità. Un'opera prima di grande spessore, capace di suscitare commozione e tenerezza, di usare registri comunicativi differenti, senza mai essere condiscendente e banale.

Questo è stato il mio ultimo film per quest’anno alla Festa del cinema di Roma. Una maratona che mi ha indubbiamente stancata, ma che - tra film bellissimi, belli e meno belli - mi ha sicuramente resa felice.

Voto: 4/5

sabato 31 ottobre 2015

Girls lost = Pojkarna

Siamo in un piccolo paese della Svezia. Kim (Tuva Jagell), Momo (Louise Nyvall) e Bella (Wilma Holmén) sono tre amiche adolescenti, la cui “diversità” dagli altri ragazzi della scuola che frequentano le espone alle angherie, alle sopraffazioni e alle prese in giro degli altri.

La sera le tre ragazze si incontrano nella serra dove Bella si dedica al giardinaggio e qui chiacchierano e giocano. Un giorno nella serra di Bella nasce una strana pianta dal fiore nero, che trasuda uno strano liquido che odora di vaniglia. Le ragazze decidono di assaggiarlo e magicamente si trasformano in ragazzi.

Questa possibilità crea in loro una straordinaria eccitazione per le possibilità che tale magia apre loro davanti e perché nella loro temporanea identità maschile non solo nessuno le prende in giro, ma molte cose che erano loro precluse diventano possibili. 

Il cambio di sesso - che per Momo e Bella è un gioco che perde rapidamente di interesse - per Kim diventa invece straordinaria occasione di conoscenza di sé e di ricerca della propria reale identità. Kim nei suoi panni maschili trova la propria vera natura e il corpo cui sente veramente di appartenere, sebbene la ritrovata unità tra mente e corpo non necessariamente porti con sé un'identità sessuale altrettanto definita e conseguente. 

L'amicizia tra le tre ragazze viene messa in discussione da questa vicenda, mentre Kim procede in solitudine il suo percorso di scoperta che è però anche un percorso di smarrimento di sé. Le dinamiche relazionali si complicano in un inseguirsi di possibilità identitarie che sembrano non trovare quadrature. Quando la pianta magica muore e Momo – per porre fine a quello che è diventato un gioco sempre più pericoloso - dà fuoco alla serra in cui la pianta è conservata, chi resta intrappolata in un assurdo mondo di mezzo è Kim che di fronte a un corpo nel quale non si riconosce è ormai in un vicolo cieco.

L'idea di questo film di Alexandra-Therese Keining è molto interessante e devo dire che, quando a suo tempo avevo studiato il programma della Festa del cinema, la lettura della trama mi aveva immediatamente incuriosita. Al termine della visione devo riconoscere che si tratta di un film coraggioso, che sul tema dell'identità di genere è capace di sfidare qualunque categorizzazione e modello acquisito (altro che stupidaggini sulla teoria gender di cui si parla tanto in Italia ultimamente). Anche sul piano cinematografico è certamente un film ambizioso che si muove in quel terreno che sta tra i film a tematica adolescenziale e quelli un po' fanta-gotici. 

Alla fine però la sensazione che la regista abbia voluto osare troppo e calcare un po' troppo la mano è forte e inevitabilmente il film ne risulta squilibrato sul piano sia visivo sia narrativo (sarebbe interessante verificare se altrettanto si può dire del romanzo da cui è tratta la sceneggiatura del film). Come se il volume alzato un po' troppo avesse in qualche modo distorto il suono di una melodia che invece avrebbe potuto essere molto bella e interessante.

Voto: 3/5


giovedì 29 ottobre 2015

Dobbiamo parlare

Siamo a metà strada tra Carnage e Il nome del figlio.

Dobbiamo parlare, l’ultimo film di Sergio Rubini (presentato in anteprima alla Festa del cinema di Roma), eredita infatti da Carnage una sceneggiatura caratterizzata da un climax ascendente che dai toni della conversazione passa a quelli della violenza verbale, mentre de Il nome del figlio riproduce il conflitto socio-culturale tra mondi ideali e materiali diversi che in parte sono complementari e in parte divergenti. Con entrambi i due succitati il film di Rubini ha inoltre in comune un impianto fortemente teatrale, caratterizzato da una sostanziale unità di tempo e di luogo.

Tutto avviene in una notte, in un attico nel centro di Roma dove abitano in affitto Vanni (lo stesso Sergio Rubini), scrittore, e Linda (Isabella Ragonese), la sua compagna e collaboratrice. Mentre i due stanno per uscire per una cena di lavoro, irrompe in casa Costanza (Maria Pia Calzone), un’amica di Linda, nonché moglie di Alfredo (Fabrizio Bentivoglio), un chirurgo molto bravo, ma anche molto coatto e politicamente scorretto. Costanza ha scoperto che il marito la tradisce e dunque chiede il supporto della coppia di amici. Ma di lì a poco arriva anche Alfredo, il Professore, e la sua entrata in scena non solo fa precipitare il litigio tra lui e Costanza, ma trascina - in un crescendo di rivelazioni e recriminazioni a tutti i costi - anche Linda e Vanni, e persino il rapporto di amicizia tra le due coppie.

Il risultato – pur a tratti esilarante, soprattutto grazie alla figura un po’ macchiettistica del Professore – appare piuttosto convenzionale e banale, e non aggiunge nulla, anzi semmai semplifica, cose già in parte viste e sentite.

Devo dire che se questa pièce l’avessi vista a teatro sarei probabilmente uscita contenta, perché in quel contesto si sarebbe potute apprezzare la recitazione (anche nella sua modalità un po' sopra le righe) e anche la dinamica relazionale sarebbe risultata in qualche modo più appropriata.

Al cinema invece il tutto appare un po’ forzato e non colpisce in profondità come forse un testo tutto incentrato sulle dinamiche di coppia avrebbe voluto fare.

Un film che si guarda gradevolmente e che certamente conferma le qualità attoriali di alcuni dei suoi protagonisti, ma nella retorica del dualismo destra vs. sinistra, cultura vs. denaro, amore vs. convenienza finisce per essere un po’ stucchevole e irritante, persino nella sua componente più leggera e ironica.

Voto: 2,5/5

martedì 27 ottobre 2015

Monogamish

Sempre grazie alla Festa del cinema di Roma, vado a vedere (gratis!) questo documentario di Tao Ruspoli. Sì, è proprio lui, il discendente della famiglia nobiliare dei Ruspoli, qui in veste di regista per interrogarsi su come si sono evoluti nel tempo i rapporti di coppia, a partire dalla dolorosa esperienza personale del divorzio dalla moglie.

L'idea nasce dalla corrispondenza che, dopo la separazione, Tao aveva avviato con l'editorialista americano Dan Savage (che in Italia viene tradotto in una rubrica della rivista Internazionale), sostenitore della necessità di rivedere il modello tradizionale della coppia totalmente monogama, nella convinzione che esiste un paradosso non eliminabile tra il bisogno di stabilità, di sicurezza e di accudimento che porta l'essere umano a scegliere il matrimonio o comunque un rapporto di coppia stabile e l'altrettanto innato bisogno di novità e scoperta che ci avvicina relazionalmente e fisicamente ad altre persone. A Dan Savage il regista è debitore anche per il titolo del documentario, che è un'espressione appunto coniata da Savage per fare riferimento a una monogamia che non è più assoluta, ma tendenziale e i cui confini sono in qualche modo definiti dalla coppia stessa.

È a partire da queste premesse che Tao Ruspoli comincia una vera e propria indagine fatta di interviste a membri della propria famiglia, a esperti in tema di matrimonio e sessualità, a psicologi e terapisti di coppia, a storici della vita quotidiana, nonché a numerose persone e coppie che hanno vissuto e avuto esperienze diverse in campo sentimentale.

La domanda che accomuna tutte queste interviste e indagini sul campo è se l'essere umano è biologicamente fatto per la monogamia, ovvero se la monogamia è fondamentalmente una costruzione sociale e culturale. Il dato che emerge da questo viaggio è che nella vita di coppia – come in molti altri aspetti dell'esistenza – non esiste un modello che vada bene per tutti e che, in ogni caso, la monogamia non è totalmente naturale per l'essere umano, ma - pur rispondendo a delle necessità che ci sono proprie - è fondamentalmente un costrutto sociale. La conferma arriva dal fatto che quando si vanno a indagare le coppie dall'interno le situazioni che si incontrano sono molto più mobili e variegate di quanto non appaiano all'esterno e di quanto non venga reso pubblico. E così se da un lato esistono i monogami “volta per volta”, ossia coloro che nella vita chiudono una storia e ne aprono un'altra quando nasce un sentimento per un'altra persona (il che significa accettare la almeno parziale distruzione e la necessaria ricostruzione di reti sociali), dall'altro esistono coloro che, pur essendo impegnati in una relazione stabile, lasciano nella propria vita di coppia – in accordo con il partner – lo spazio per altre relazioni. Così come esistono persone che non riuscendo a trovare equilibri adeguati scelgono di non avere legami stabili ovvero persone che - pur adottando il modello della monogamia – si trovano a un certo punto a fare i conti con il paradosso di cui si diceva prima.

Il documentario non dà una risposta, e probabilmente non esiste una risposta a questioni così complesse e delicate come quelle che hanno a che fare con i sentimenti umani, bensì si limita ad accompagnare Tao Ruspoli nel suo percorso sentimentale che in quattro anni dopo la separazione lo porta a un equilibrio nuovo e certamente imprevisto.

Cinematograficamente il risultato è godibile e, nonostante la delicatezza del tema la trattazione, riesce ad essere sempre leggera e ironica, ma non per questo banale né superficiale, sebbene a mio avviso la scelta delle immagini di commento alle parole non sempre sia appropriata e anzi talvolta risulti fuorviante. Personalmente l'ho comunque trovata un'operazione coraggiosa, che sfida pregiudizi e perbenismo e che non ha paura di riflettere su un dogma che noi tutti riteniamo indiscutibile, ma con cui tutti nella vita ci troviamo a fare più o meno pesantemente i conti, con esiti spesso devastanti sulle vite individuali.

Sinceramente non so se la società sia pronta a una riflessione così dirompente rispetto ai modelli consolidati, ma bene che se ne cominci a parlare e che qualcuno abbia il coraggio di dire che non esiste un solo modello possibile e che anche in questo campo moralismi e chiusura mentale sono spesso causa di forzature e infelicità. L'alternativa è complessa e non scontata, ma è giusto che ognuno cerchi la propria strada come singolo e come coppia.

Voto: 4/5