giovedì 10 settembre 2015

Il porto proibito / Teresa Radice e Stefano Turconi

Il porto proibito / Teresa Radice e Stefano Turconi. Milano: Bao Publishing, 2015.

Mi pare che Bao Publishing stia a poco a poco allargando gli orizzonti della sua linea editoriale e stia contribuendo in maniera significativa a portare sul mercato del fumetto italiano prodotti sempre meno scontati, dando visibilità non solo ad autori stranieri affermati ed emergenti, ma anche a fumettisti bravi di casa nostra che non hanno voluto o non hanno potuto emigrare nella terra di bengodi del graphic novel, ossia la Francia.

È questo il caso di Stefano Turconi (già apprezzato disegnatore di Topolino, ma anche di Viola Giramondo) e della sua compagna di lavoro e di vita Teresa Radice, che si occupa delle sceneggiature.

Ebbene, dalle mani e dalle menti di questi due bravi autori italiani è venuto fuori questo graphic novel molto bello e originale, che si presenta – fin dall’aspetto – come un romanzo d’avventura ottocentesco, ma che per altri versi è costruito come un’opera teatrale. E infatti dopo il frontespizio "vero" ci si trova di fronte a un frontespizio ulteriore che data Londra 1811 e aggiunge il sottotitolo: Opera a fumetti in quattro atti. A questo frontespizio segue l’apertura del sipario (in senso letterale) con una frase tratta da I giganti della montagna di Luigi Pirandello e il sipario si chiude nelle ultime pagine su una poesia di Pablo Neruda. Scorrono nelle pagine seguenti i titoli di coda e le specifiche relative alle opere da cui sono tratte le citazioni di cui è costellato il testo e alla musica che è entrata nel libro o che ha fatto da colonna sonora ai suoi autori. A seguire ci aspetta una specie di epilogo che getta brevemente luce sui protagonisti a distanza di tempo dalla fine della storia.

Quella di Radice e Turconi è una storia di mare, di velieri e di marinai, con una trama complessa - e di cui sarebbe un vero peccato rivelare troppo -, in cui ci sono almeno tre protagonisti: il giovane Abel che è stato ritrovato in mare senza memoria, la rossa e lentigginosa Rebecca Riordan che gestisce una casa di appuntamenti a Plymouth e il capitano McLeod, grande e grosso lupo di mare, innamorato di Rebecca. Un destino infausto accomuna Abel e Rebecca, e sarà McLeod a fare da ponte tra le storie di questi due personaggi.

In questa trama già di per sé piuttosto articolata, in cui la parola scritta ha un ruolo significativo, molto più che in altri graphic novel, trovano ampio spazio stralci di poesie e citazioni che arrivano principalmente dai poeti romantici inglesi Coleridge e Wordsworth, ma anche da William Blake e dalla Bibbia.

È dunque facile concluderne che Il porto proibito è un vero e proprio omaggio letterario che si ispira ad un immaginario in parte perduto e a cui questo fumetto vuole ridare vita, riuscendoci splendidamente.

Arrivati all’ultima pagina sentirete forte il bisogno di rileggerlo. Io l’ho riletto quasi integralmente la prima volta, per cogliere alcuni passaggi della sceneggiatura e apprezzarne gli incastri perfetti, e poi l’ho riaperto più volte per rileggerne le parti che mi avevano toccato di più, e per apprezzare la bellezza dei disegni. Eh sì, perché qualche parola va certamente spesa anche per i disegni di questo fumetto, tutti a matita, disegni caratterizzati da una grandissima dovizia di particolari (frutto sicuramente di lungo studio in alcuni casi), nonché capaci di rendere una straordinaria varietà di espressioni e di emozioni da parte dei personaggi. Bello anche quando i disegni non si riferiscono direttamente alle parole scritte (spesso pensieri dei protagonisti), ma divagano al di là delle parole, senza per questo perdere mai la connessione profonda, direi emotiva, con le stesse.

Il porto proibito è una storia che toccherà il cuore degli adulti per l’acutezza dei sentimenti e dei pensieri che trasmette e conquisterà i bambini per il senso di avventura e di scoperta che porta con sé.

E nessuna conclusione è più appropriata di quella con cui ci lasciano i suoi autori, l’augurio "che avrebbe usato Rebecca, da qualcuno attribuito a San Patrizio":

Possa la strada venirti incontro,
possa il vento essere sempre alle tue spalle.
Possa il sole splendere caldo sul tuo viso,
la pioggia cadere dolcemente sui tuoi campi.
Che sia verde l’erba sulla quale cammini,
blu il cielo sopra di te.
Siano pure le gioie che ti circondano,
veri i cuori che ti amano.

Da ora in poi, possa la strada venirti incontro,
possa il vento essere sempre alle tue spalle,
possano i caldi raggi del sole inondare la tua casa
e la mano di un amico esserti sempre vicina…

…e fino a quando, di nuovo, ci incontreremo,
possa Dio portarti sul palmo della sua mano.


Voto: 4/5

martedì 8 settembre 2015

Dopo il diluvio / David LaChapelle. Mostra, Roma, Palazzo delle Esposizioni, 30 aprile - 13 settembre 2015

Quest'estate - per il resto così avara di mostre nella capitale - ha offerto a romani e turisti la bella mostra fotografica di David LaChapelle al Palazzo delle Esposizioni.

La cosa certamente più interessante di questa mostra consiste nel fatto che essa si focalizza sulla produzione più recente del fotografo americano, che è probabilmente quella meno nota e meno presente all'immaginario collettivo.

Se infatti LaChapelle è conosciuto quasi da tutti per le fotografie di celebrità trasformate in icone della cultura pop (cosa che spiega la sintonia con Andy Warhol) e di figure umane sfacciate e kitsch, in questa esposizione trovano collocazione i suoi lavori in cui la figura umana è praticamente assente, lavori che sono venuti tutti dopo la serie After the deluge, che si compone di fotografie che rappresentano vari contesti e situazioni devastati da alluvioni e sismi, seguite al pezzo principale Deluge, che è una rivisitazione in chiave LaChapelliana dell'affresco michelangiolesco della Cappella Sistina.

Da qui prende le mosse il percorso espositivo che ci conduce attraverso diversi serie di lavori del fotografo: Negative currency (banconote in negativo), The crash (auto con le lamiere accartocciate, parzialmente in tre dimensioni), Earth laughs in flowers (nature morte con fiori e altri oggetti), Still life (statue distrutte del museo delle cere), Gas (stazioni di benzina nelle foreste), Land scape (metropoli futuristiche), Jesus is my homeboy (Gesù ritratto in una quotidianità contemporanea, parzialmente ambigua), Aristocracy (battaglia di aerei in cieli con nuvole dai colori shocking). Non manca - nella parte finale del percorso - qualche lavoro precedente qui portato soprattutto a titolo di confronto.

A mio parere, rispetto ai lavori più noti di LaChapelle che puntano a scandalizzare lo spettatore e a catturarne l'attenzione con un pugno in faccia, questa produzione più recente - pur mantenendo fermi alcuni elementi della poetica e dell'estetica del fotografo - operano su un piano di comunicazione più sottile, costringendo lo spettatore a cercare elementi dirompenti in fotografie all'apparenza molto pacifiche. È questo per esempio il caso della serie delle nature morte con fiori, che si ispirano agli esempi classici della storia dell'arte e all'apparenza non sono molto dissimili dai modelli a cui si ispirano, se non fosse che i fiori sono in parte appassiti e gli oggetti intorno provengono da una contemporaneità ostentata e disturbante. Personalmente ho trovato bellissima la serie dedicata alle metropoli futuristiche (Land scape), foto che viste da lontano fanno pensare a iperrealistici mix di metropoli supermoderne e grossi impianti industriali, e che poi - guardate da vicino - si rivelano modellini costruiti con materiali di riciclo (lattine, cannucce, stuzzicadenti, bigodini ecc.), ma fotografati in contesti reali.

I video proposti al termine della mostra (peccato solo in inglese e con un audio pessimo) danno un'idea del metodo di lavoro di LaChapelle e in particolare del modo in cui sono state realizzate le metropoli futuristiche.

Come afferma il curatore della mostra, Gianni Mercurio, LaChapelle non esprime giudizi morali, si "limita" a portare nelle foto delle idee e dei punti di vista lasciando allo spettatore la libertà e l'onere di interpretare e valutare secondo la propria sensibilità.

Una mostra forse non perfettamente curata in tutti i dettagli (forse anche con un budget non stratosferico a disposizione) che, però, contribuisce a far luce su un LaChapelle molto interessante ma poco conosciuto.

Voto: 3,5/5

sabato 5 settembre 2015

Ebridi in salsa greca: le isole Fourni (e Samos) - Parte I

Il nostro viaggio quest'anno comincia non molto dopo il caos all'aeroporto di Fiumicino, che ha provocato ritardi colossali soprattutto per la compagnia Vueling. Quella con cui dobbiamo volare noi (!).

E così intanto si parte con circa due ore di ritardo per Samos. Per fortuna all'arrivo all'aeroporto c'è il nostro "angelo custode", il ragazzo della compagnia di noleggio auto Enterprise che - oltre a una gentilezza e una disponibilità incredibili - si dimostrerà prezioso in tutta la vacanza.

Con la nostra Nissan Micra andiamo di filato verso il nostro "studio" Pelagia, a Kampos di Marathokampos, nella zona sud-ovest dell'isola. Questi primi giorni a Samos saranno all'insegna di colazioni all'aperto, circondate da gattini minuscoli che vorrebbero partecipare al banchetto, e di esplorazioni dell'isola.

Il primo giorno restiamo in quest'area: primi bagni alla spiaggia di Tripiti, primo pranzetto con koriatiki (l'insalata greca) e gemista (verdure ripiene) alla taverna Chrisopetro, poi ci spingiamo più a ovest e ci fermiamo alla spiaggia di Limnionas mentre il sole già tramonta. Per la sera decidiamo di seguire un'indicazione della nostra guida e così prendiamo uno sterrato allucinante che ci porta alla taverna Kohily ("alla fine del mondo"), gestita da un greco e da una tedesca, con un affaccio strepitoso sull'Egeo.

Il giorno dopo facciamo tappa alla spiaggia di Balos, una spiaggia di grossi sassi con alle spalle un paesino abitato quasi interamente da greci. Sulla spiaggia non c'è praticamente nessuno e ovviamente approfittiamo per un primo bagno della giornata. Dopo una sosta nel paesino di Koumeika, con l'immancabile grande platano nella piazza centrale e ben tre kafeneion che si affacciano su di essa, andiamo verso Platanos, il paese più alto dell'isola, circondato di vigne, da cui la vista spazia sia verso la costa sud che verso quella nord.

A Karlovassi chiediamo informazioni per i traghetti da prendere per andare alle Isole Fourni, visto che la nostra programmazione ha un buco di un paio di giorni non essendo riuscite a capire dall'Italia in quali giorni fossero i traghetti. Qui per la prima volta ci imbattiamo nell'enorme numero di migranti e rifugiati che ogni giorno arrivano attraverso la Turchia (vicinissima) sulle isole greche, con i loro vestiti ad asciugare sui cancelli del porto, i salvagente arancioni ammucchiati, i bambini addormentati sulle gambe delle madri (la stessa scena vedremo anche al porto di Vathì, la città più grande dell'isola).

Dal porto di Karlovassi andiamo alla spiaggia di Potami, che è strapiena di italiani (in generale gli italiani sono parecchio presenti sull'isola, con parziale eccezione per la zona sud-ovest), e poi facciamo la passeggiata nel bosco fino alla cascata, cui nell'ultimo tratto si arriva camminando nell'acqua attraverso una gola molto bella. Poiché non possiamo andare insieme, C. dovrà aspettare una famigliola svedese per decidersi ad affrontare la gola e arrivare alla cascata.

Il nostro tour esplorativo dell'isola continua verso Kokkari. Ci fermiamo prima di giungervi ad una spiaggia bellissima, quella di Tsamadou, coperta di ciottoli piatti, con l'acqua limpidissima, che assume colori incredibili man mano che si va verso il tramonto. In serata ceniamo alla taverna Irida nel paese interno di Stavrinides, arroccato sulla montagna alle spalle della costa, da cui si gode una vista fantastica sul nord dell'isola. La taverna è carinissima, piena di greci e di bambini che festeggiano non si sa cosa con quintali di souvlaki (che poi alla fine sti greci mangiano proprio le cose che mangiamo anche noi turisti, o sbaglio?).

Da Irida facciamo il nostro pasto greco più originale della vacanza e forse di sempre in Grecia: frittelle di ceci con tzatziki, coniglio in umido e una specie di gulash, il tutto innaffiato di buon vino e ouzo.

Poiché il nostro traghetto per le Fourni parte mercoledì, intanto abbiamo prenotato una notte a Pythagorion nel sud est dell'isola e così il martedì andiamo in quella direzione. Facciamo una breve tappa a Pyrgos, dove prendiamo un "freddo cappuccino" (una roba buonissima se fatta bene: caffè freddo shakerato con ghiaccio e una montagna di schiuma di latte in un bicchierone!) e una fetta di torta di semolino (che non so come chiamano i greci: io la chiamo harissa o basbousa). La spiaggia dove ci fermiamo è quella di Psili Ammos, dove c'è parecchia gente perché qui il fondale digrada lentamente e dunque è un posto molto adatto ai bambini e ai giochi da spiaggia (non esattamente però il tipo di spiaggia da noi preferito, anche se l'acqua è davvero spettacolare).

A Pythagorion prendiamo posto nella nostra Sunshine Pension (in una delle stradine strettissime del centro, in cui quasi ci incastriamo con la nostra Micra) e riportiamo la macchina all'Enterprise, dove c'è lo stesso ragazzone che ci aveva accolte all'aeroporto. Grazie a lui scopriamo che non c'è bisogno di tornare a Karlovassi per andare alle Fourni, perché c'è anche un traghetto da Pythagorion, proprio l'indomani mattina alle 8,30, il Dodekanisos Pride (un bel catamarano arancione che gira per tutte le isole di questa parte della Grecia!).

Il giorno dopo, l'arrivo alle Fourni è un po' traumatico perché c'è Nikos degli studios Eftichia ad attenderci, ma non riesco - in nessuna lingua per me possibile - a spiegargli che la prenotazione che noi abbiamo è dal giorno dopo e dunque ci servirebbe un alloggio anche per questa prima sera. La situazione rimane incerta per parecchie ore, durante le quali prendiamo un altro freddo cappuccino e mangiamo una buonissima spanakopita (una pizza rustica con verdura) comprata da uno dei due forni del paese Fourni Korseon.

Finalmente Nikos capisce che non abbiamo una stanza e, allora, considerando che lui è una specie di piccolo boss locale, ci sistema all'Irini studio, sempre da lui gestito, che però è più vecchio e più "sgrauso" dell'altro e ci ricorda molto la casa degli albanesi dove avevamo dormito l'anno scorso alcune sere in Calcidica. Tra l'altro sta in una strada secondaria, all'apparenza tranquillissima, dove invece la gente vive praticamente seduta davanti casa a chiacchierare dalla mattina alla sera, senza darci un attimo di tregua. Per un attimo mi sembra di essere tornata al mio paese di infanzia com'era circa 30 anni fa.

Il pomeriggio finalmente riusciamo ad andare al mare, e cominciamo dalla spiaggia più vicina al paese, quella di Psili Ammos dove si arriva tranquillamente a piedi. La spiaggia è bella, l'acqua pure, e c'è anche poca gente, ma il bar della spiaggia (cosa che tra l'altro scopriremo essere piuttosto rara in queste isole) ha la musica a volume parecchio alto e questo non aiuta certo il relax.

La nostra prima cena alle Fourni è da O Miltos, una psarotaverna (ossia una taverna di pesce sul porto), dove torneremo più volte perché pur essendo piuttosto affollata - in particolare da italiani - fa del pesce alla griglia freschissimo e buonissimo, nonché un'ottima astakomakaronada (una pasta con l'aragosta che scopriamo essere un piatto tipico di qui). Sarà perché la forma dell'isola dall'alto è proprio quella di un'aragosta o di un astice? ;-)

Il giorno dopo ci trasferiamo ad Eftichia Studios dove staremo finalmente ferme per un po' di giorni e dove posso finalmente disfare la valigia (uno dei miei massimi piaceri! ;-) ). A piedi andiamo alla spiaggia di Kampi, che sta a circa 2 km dal paese. Un posto molto bello, dove torneremo almeno un altro paio di volte. Cominciamo a capire che una caratteristica delle spiagge di Fourni è la presenza delle tamerici, che - dove non ci sono - vengono piantate e che rendono del tutto (o quasi) inutile l'ombrellone (per nostra fortuna!).

Prima di sera facciamo una passeggiata e ci fermiamo al tramonto alla microspiaggetta che sta prima di Psili Ammos, dove arrivano un ragazzo e la madre per farsi il bagno (quest'ultima con vestito e ciabatte indosso). Dopo ritiriamo lo scooterino che abbiamo prenotato dalla noleggiatrice molto figlia dei fiori che sta sulla via principale e andiamo verso la taverna di Kamari, Almyra, di cui abbiamo letto nella guida. Questa prima esperienza per le strade (in realtà un'unica strada principale che attraversa l'intera isola) è emozionante: su e giù per le montagne, tornanti, discese e salite, vicinissime al mare o più lontane, al livello del mare oppure a dominare dall'alto le moltissime baie, con lo sguardo che si perde tra le tantissime isole che si susseguono all'orizzonte, attraverso istmi strettissimi che permettono di guardare in ogni dove... Si rimane davvero a bocca aperta e sono questi paesaggi che mi hanno convinta una volta per tutte che la definizione delle Isole Fourni come Ebridi esterne dell'Egeo è perfetta.

La taverna di Kamari ha una location fantastica; in un piccolissimo borgo di pescatori, si affaccia direttamente sulla spiaggia così si cena con i piedi nella sabbia. La cena è buona, soprattutto la patzaria con la skordalia (le rape rosse con la salsa all'aglio, poi puntualmente riprodotta a casa al ritorno), e il luogo consente anche di guardare un cielo pienissimo di stelle, punteggiato in quei giorni anche dalle rapidissime scie delle stelle cadenti.

Il giorno dopo - entusiaste del fatto che abbiamo il motorino - ci lanciamo nell'esplorazione della parte meridionale dell'isola, anche se oggi il cielo è coperto (l'unica giornata di cielo coperto dell'intera vacanza!). Prima tappa la spiaggia di Elidaki, dove ci sono un po' di greci che campeggiano e un ambiente di naturisti, del quale approfittiamo per fare un bagno senza costrizioni! ;-)

La spiaggia di Petrokopio la vediamo solo dall'alto e decidiamo di tornarci nei giorni successivi, cosicché procediamo ancora verso il sud dell'isola fino a dove la strada principale finisce, esattamente al centro tra due baie, la Vlychada Bay e la Agios Ioannis Bay, ma nessuna delle due è la nostra prescelta. Torniamo un po' indietro e prendiamo la deviazione per Agios Ioannis Teristis che ci porta a un paesino minuscolo con le case arroccate e un piccolo monastero, e una scalinata infinita ci porta al molo. Da qui io a nuoto e C. lungo il costone della montagna raggiungiamo la spiaggetta deserta che è poco più in là, dove arriva prima di noi un gruppetto di ragazzini del luogo e poi i loro genitori con la barchetta a fare il bagno tutti insieme, mentre sulle montagne si sente lo scampanellio delle capre. Un posto da romanzo marinaro dell'Ottocento. Bellissimo.

L'ultima tappa per la giornata di oggi è Vitsilia, una bella spiaggia di ghiaia dove ci sono famiglie greche che pescano e fanno picnic, e dove il cane di una di queste mi adotta, riportandomi la ciabatta che gli ha lanciato il padrone! ;-) (secondo la nostra noleggiatrice di scooter Vitsilia è il posto migliore dove andare a vedere l'alba, ma chi è che ce la fa ad alzarsi a quell'ora?).

Questa giornata è stata anche caratterizzata dall'incontro con intere mandrie di caprette che abbiamo più volte dovuto affiancare o attraversare e che io non smettevo un attimo di fotografare, mentre C. continua a dire che c'era un odore pazzesco di formaggio di capra e che dunque il formaggio allora sa proprio di capra (!).

Sulla strada del ritorno vediamo il nostro primo tramonto dall'alto e poi - una volta in paese - scegliamo di cenare da Kali Kardia, che diventerà praticamente la nostra taverna del cuore e dove mangeremo un sacco di cose buonissime: il kontosouvli, una specie di porchetta, una moussaka strepitosa, dei gemista (pomodori ripieni) saporitissimi, verdure a volontà di vario genere, una crema di fave eccellente, il tutto gestito dai fratelli Yannis e Mikali e dalle loro famiglie.

(Per continuare con il racconto vai qui)

giovedì 3 settembre 2015

Minions

Vabbè… Come si sa, io adoro questi ovetti Kinder con la salopette, parecchio buffi e stupidi. E dunque sarei disponibile a "sciropparmeli" in qualunque salsa e a difenderli contro chiunque.

Però l'etica del recensore mi impone un pochino di onestà intellettuale e dunque mi spinge a riconoscere e ammettere che il primo film interamente dedicato ai Minions è abbastanza inconsistente sul piano narrativo e non esilarante quanto avrebbe potuto. Come dice mio nipote F., "simpatico, ma non avvincente".

Il fatto è che le parti salienti della storia e le gag più divertenti ci erano già state mostrate da mesi dai numerosi trailer e teaser fatti circolare, e dunque l'effetto sorpresa è stato ridotto quasi a zero.

Nel film si racconta la storia dei Minions dai primordi e tutti i loro tentativi di trovare un vero cattivo da "adottare" come padrone, tentativi spesso fallimentari a causa dell'imbranataggine di questi stupidissimi e tenerissimi esserini gialli.

L'aspetto più originale del film è l'ambientazione di parte della storia nel 1968, prima in America e poi a Londra, dove Kevin, Stuart e Bob hanno la missione di rubare la corona della regina per conquistare la cattivissima Scarlet. L'interferenza dei Minions con icone e miti degli anni Sessanta è molto divertente, così come la reinterpretazione in chiave Minions della musica di quegli anni (oltre che le numerose autocitazioni e citazioni cinematografiche altre).

Per il resto non si può dire che il film brilli per originalità e abbia particolari guizzi. È indubbio che i Minions funzionano molto meglio come comprimari e per vari motivi il loro modo di essere viene esaltato dalla presenza di protagonisti veri come Gru e le sue bambine bellissime. Qui qualcosa di simile riesce sono nell'interazione con la regina Elisabetta (nientepopodimeno!), mentre gli altri comprimari (la stessa Scarlet e il marito Herb) sono un po' debolucci.

Quindi evviva le gag dei Minions, ma solo nei corti o nei film i cui protagonisti veri sono altri ! ;-)

Voto: 2,5/5 (3 per l'affetto)

martedì 1 settembre 2015

Atti osceni in luogo privato / Marco Missiroli

Atti osceni in luogo privato / Marco Missiroli. Milano: Giangiacomo Feltrinelli editore, 2015.

Deve essere un periodo in cui mi commuovo facilmente oppure sto leggendo storie belle che riescono a superare il filtro autoconservativo che a volte metto tra me e le emozioni.

Comunque, la sostanza è che il libro di Missiroli mi è piaciuto e mi ha anche in qualche modo commosso.

La copertina e il titolo (direi entrambi azzeccatissimi) mi avevano incuriosito già da tempo, ed è solo leggendo il libro che trovano un significato pieno e non morboso, come potrebbe apparire a prima vista.

Atti osceni in luogo privato è un classico romanzo di formazione, diciamo così alla Giovane Holden. Protagonista è Libero, un italo-francese, che ci racconta in prima persona la sua storia da quando aveva 12 anni e scoprì per la prima volta il sesso attraverso l'autoerotismo e il tradimento della madre con il migliore amico del padre, fino all'età adulta.

Le tappe della vita di Libero, o le Grand Libero come lo chiama l'amica Marie, sono scandite innanzitutto dai luoghi (Parigi e Milano in particolare, raccontate con una straordinaria capacità di rappresentarle come riflesso dell'animo del protagonista), in secondo luogo dalle esperienze sentimentali e sessuali (in particolare, le storie chiave nel suo percorso verso l'età adulta, Lunette e Anna), in terzo luogo dalle amicizie (Marie, la bibliotecaria del IV arrondissement, un punto di riferimento stabile nonché un'ispirazione costante per Libero, ma anche gli amici dei Deux Magots e quelli dell'Osteria di Giorgio sui Navigli, gli amici di infanzia, Lorenzo e Mario, e gli amici parigini, in particolare Antoine), infine dai libri, quelli che Marie gli consiglia di leggere, quelli che gli ricordano suo padre, quelli che scopre nel corso della vita.

"Credevo nelle piccole svolte, nei miracoli sulla 34esima strada, nei gol dei portieri e negli eventi timidi che cambiano la sorte." (p. 121).

E in questa cavalcata nel tempo, scandita dalle letture (mi è anche venuta voglia di leggere alcuni dei libri che fanno da puntello ad alcuni momenti della crescita del nostro protagonista) e da una ricerca sessuale che diventa anche ricerca del sé, Libero passa da quella fame tipicamente giovanile che ti fa mordere la vita a quella difficile arte del contenimento che la maturità porta con sé, ma il cui segreto consiste nel non perdere vitalità e possibilità di liberazione dei propri desideri e del proprio potenziale interiore.

"- Ma tu aggiri sempre il dolore così, Libero?
Per aggirarlo usavo il sesso, il cinema, il cibo. A volte la letteratura. E lei come l'aggirava? Con il sesso, con il nuoto, e con l'insegnamento." (p. 217)

"Capii negli anni che la sua [n.d.r. quella di Anna] inquietudine scaturiva da una netta separazione dell'imbarazzo: tanto ne mancava nell'eros quanto era accentuato in altri territori." (p. 219)

Devo ammettere che sono rimasta un po' delusa dalla parabola di questa vita. Non che gli ultimi due capitoli dedicati rispettivamente alla “adultità” e alla “nascita” siano meno credibili o meno emozionanti del resto, ma rispetto al panorama di complessità sentimentale, che è anche complessità dei desideri del corpo e del proprio mondo interiore, che caratterizza i capitoli precedenti, mi è sembrato che la composizione finale in un quadretto quasi senza sbavature risulti un po' consolatorio e banalizzi ovvero semplifichi una ricerca che secondo me inevitabilmente continua per tutta l'esistenza. Arrivata all'ultima pagina a me è venuto spontaneo chiedermi cosa accadrà al nostro Libero e mi sono augurata che la frase a lui scritta dalla bibliotecaria Marie continui a essere vera nella sua vita, anche dopo il matrimonio e i figli: "L'osceno è il tumulto privato che ognuno ha, e che i liberi vivono. Si chiama esistere, e a volte diventa sentimento" (p. 157).

Voto: 4/5

P.S. E ho anche scoperto un nuovo e bellissimo modo di collocare i libri sugli scaffali delle proprie private librerie: “...ogni libro andava vicino a quello che me l'aveva ispirato”.