Dopo lo straordinario successo di Lo chiamavano Jeeg robot che portava l’immaginario dei film dei supereroi nel contesto della periferia romana (e Freaks out, di cui però non posso dire nulla perché non l’ho visto), Gabriele Mainetti torna al cinema con un’altra sfida, quella di portare i film di genere cinesi sul kung fu nel contesto multietnico di piazza Vittorio.
Ne La città proibita la protagonista Mei (Yaxi Liu) cresce in una Cina dove vige ancora la politica del figlio unico ed essendo la seconda nata è costretta a rimanere nascosta, lasciando la visibilità alla sorella Yun. Dopo che Yun, emigrata in Italia, scompare, Mei arriva anche lei a Roma alla sua ricerca e immediatamente si ritrova a fare i conti con i traffici della mafia cinese e le guerre di quest’ultime con la mafia italiana.
Il destino di Yun sembra essere legato a un locale boss cinese, Mr Wang (Chunyu Shanshan) e alle vicende di una trattoria italiana, sommersa tra ristoranti cinesi e fast food indiani, il cui proprietario Alfredo (Luca Zingaretti), sommerso di debiti, è scomparso a sua volta. In questa trattoria lavorano Marcello (Enrico Borello) e Lorena (Sabrina Ferilli), rispettivamente figlio e moglie di Alfredo, aiutati nella ricerca dello stesso da Annibale (Marco Giallini), boss locale incattivito da un contesto che non capisce più.
Non mi spingerò oltre nel racconto della trama, mentre mi soffermerò su questa nuova operazione di contaminazione tra generi, ambientazioni e linguaggi che Gabriele Mainetti ci propone con l’aiuto alla sceneggiatura di Stefano Bises e Davide Serino.
Nel film di Mainetti ci sono tutti gli elementi del film asiatico di arti marziali (e non a caso il film si è avvalso di uno stunt coordinator, Trayan Milenov-Troy, indispensabile in questo tipo di film), ma incastonati in un contesto che più romano non si può. Da questo punto di vista una delle sequenze iniziali - quella in cui Mei affronta il suo primo combattimento in un ristorante cinese e a un certo punto esce per strada andando quasi addosso a un motorino, il cui guidatore dice in romanaccio “Ma li morta**i tua” mentre l’auto subito dietro strombazza - ci fa capire immediatamente la cifra stilistica, giocata sui contrasti e le contaminazioni.
Così, dentro il film di Mainetti – oltre che il cinema wuxia – c’è posto per la commedia romantica, per il noir, per la commedia sociale, per il gusto tarantiniano, nonché per le citazioni di pellicole del passato che hanno avuto come protagonista la città di Roma (su tutti Vacanze romane, e il nome del protagonista rimanda a La dolce vita). Il tutto attraversando in lungo e in largo la città di Roma, in particolare il quartiere Esquilino e Tiburtino, ma anche il centro (nella scena alla Vacanze romane) e infine le estreme propaggini verso il mare, con gli occhi di Paolo Carnera, eccellente direttore della fotografia che ci offre una visione di volta in volta trasognata, fiabesca, cupa, luminosa della città, e ci fa immergere in luoghi che conosciamo benissimo e altri che sembrano appartenere a universi non romani e forse non italiani.
Diciamo che il punto di forza di questo film, ossia il mix di generi e linguaggi, è forse anche il suo principale limite, perché su alcuni fronti riesce perfettamente nell’intento e su altri appare un pochetto forzato. Probabilmente rispetto a Lo chiamavano Jeeg robot – che si era avvalso della collaborazione di Guaglianone e Menotti – ne La città proibita è la narrazione a risultare più debole e meno coesa, e in alcuni passaggi fa fatica a dare continuità e sviluppo coerente ai personaggi e all’azione. Giallini – pur bravissimo – appare ormai un po’ inflazionato, Ferilli fa sempre Ferilli, Enrico Borello è bravo e dolce come il suo personaggio richiede, ma è intorno a Yaxi Liu che tutto ruota, lasciando a lei l’incombenza anche di incarnare anime ed emozioni molto diverse e talvolta inspiegabili dentro un arco narrativo così compresso.
Un’operazione per me comunque riuscita, un cinema italiano che sa guardare oltre i suoi limiti e confini e dunque dal mio punto di vista non solo un film godibilissimo, ma anche una linea da continuare a perseguire per liberarci delle ripetitività della nostra cinematografia. Non so però se La città proibita riuscirà a diventare un piccolo cult com’è stato Lo chiamavano Jeeg robot che certo si avvantaggiava anche della novità e dell’effetto sorpresa, oltre che di una combinazione fortunata e riuscita di tanti fattori diversi.
Voto: 3,5/5
Visualizzazione post con etichetta Paolo Carnera. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Paolo Carnera. Mostra tutti i post
venerdì 18 aprile 2025
lunedì 18 settembre 2023
Io capitano
Matteo Garrone ha la capacità di fare film tutti molto diversi l'uno dall'altro, mantenendo però una poetica coerente e riconoscibile. Basta guardare la sua filmografia, anche solo quella più recente (Reality, Il racconto dei racconti, Dogman, Pinocchio), per rendersene conto.
Con Io capitano Garrone si misura con qualcosa di più grande di lui e forse di tutti noi: il viaggio di due ragazzi senegalesi da Dakar all'Europa dei loro sogni. Si tratta di Seydou (il bravissimo Seydou Sarr) e Moussa (Moustapha Farr), cugini sedicenni che da mesi lavorano di nascosto dalle rispettive madri per mettere da parte i soldi per partire verso l'Europa, con l'idea di realizzare il sogno di diventare cantanti e firmare gli autografi ai bianchi (della bellissima e non scontata colonna sonora diverse canzoni sono cantate proprio dai protagonisti). E così i due escono dal Senegal e attraverso il Mali e il Niger arrivano in Libia, vivendo situazioni terribili che li separeranno per poi farli ricontrare a Tripoli prima di imbarcarsi per l'Italia.
Garrone sa di avere a che fare con una materia incandescente e difficilissima, che facilmente gli può esplodere tra le mani, così sceglie la strada del romanzo di formazione e di avventura (Seydou è inizialmente un ragazzo timido e insicuro, e non è del tutto convinto di partire, ma alla fine saprà farsi carico dell'amico ferito e della responsabilità di guidare il barchino carico di migranti verso l'Italia). Quello di Garrone è un romanzo di formazione che affonda le sue radici nella letteratura epica e popolare - dall'Odissea allo stesso Pinocchio oggetto del suo precedente film - e in quanto viaggio letterario può concedersi scelte visive e narrative che guardano appunto alla letteratura oltre - e prima ancora - che alla realtà.
Quello che voglio dire è che Io capitano non è un documentario e non vuole essere guardato come tale, pur essendo basato sui racconti di chi quel viaggio l'ha fatto veramente (Kouassi Pli Adama Mamadou, Arnaud Zohin, Amara Fofana, Brhane Tareke e Siaka Doumbia) e pur proponendo alcuni passaggi particolarmente realistici e crudi (penso all'incontro con i predoni nel deserto del Niger, o alle sequenze nelle carceri libiche).
Il regista però non vuole capitalizzare solo sulla sofferenza e sulle emozioni forti, e per questo utilizza il filtro letterario per permetterci di osservare e partecipare in modo non scontato e forse anche più razionale. Quelli che sono dunque citati da alcuni come difetti del film, in particolare la rappresentazione un po' stereotipata del Senegal e della vita da cui i due ragazzi provengono, l'ingenuità che caratterizza loro e molti di quelli che fanno il viaggio con loro, l'estetizzazione delle immagini (la fotografia di Paolo Carnera è davvero strepitosa), la semplificazione di alcuni passaggi, le sequenze oniriche, sono secondo me scelte deliberate e perfettamente coerenti con lo stile letterario e non propriamente documentaristico di questo film. E - sempre a mio avviso - funzionano benissimo e raggiungono perfettamente il loro scopo, cioè quello di farci empatizzare con il giovane Seydou e di farci comprendere i suoi stati d'animo, trasformando il protagonista in un vero e proprio "eroe letterario", ma anche aiutandoci a visualizzare ciò che accade prima di quella barca alla deriva nel Mediterraneo. Certo, se Garrone avesse scelto la via del documentario probabilmente avremmo assistito a una vicenda molto più traumatizzante e tragica, ma il regista decide di coltivare la speranza e inseguire il sogno di Seydou; a conferma di questo e a merito ulteriore del film, il protagonista non parte perché costretto a scappare da casa sua, non è poverissimo, non deve fare i conti con la guerra, però nondimeno ha diritto come tutti a inseguire altrove un miglioramento delle sue condizioni e una vita diversa da quella che lo attende.
Il lieto fine è come quello delle fiabe, in cui la storia finisce quando il protagonista ha superato lo scoglio narrativo che il suo creatore ha scelto, ma della vita che lo aspetta e delle ulteriori e inevitabili sofferenze future non sappiamo nulla. Solo che in questo caso quello che attende Seydou e Moussa, una volta arrivati vivi in Italia dopo mille sofferenze e peripezie, è sotto i nostri occhi e nelle nostre orecchie praticamente tutti i giorni, e non è certo una strada in discesa.
Voto: 3,5/5
Con Io capitano Garrone si misura con qualcosa di più grande di lui e forse di tutti noi: il viaggio di due ragazzi senegalesi da Dakar all'Europa dei loro sogni. Si tratta di Seydou (il bravissimo Seydou Sarr) e Moussa (Moustapha Farr), cugini sedicenni che da mesi lavorano di nascosto dalle rispettive madri per mettere da parte i soldi per partire verso l'Europa, con l'idea di realizzare il sogno di diventare cantanti e firmare gli autografi ai bianchi (della bellissima e non scontata colonna sonora diverse canzoni sono cantate proprio dai protagonisti). E così i due escono dal Senegal e attraverso il Mali e il Niger arrivano in Libia, vivendo situazioni terribili che li separeranno per poi farli ricontrare a Tripoli prima di imbarcarsi per l'Italia.
Garrone sa di avere a che fare con una materia incandescente e difficilissima, che facilmente gli può esplodere tra le mani, così sceglie la strada del romanzo di formazione e di avventura (Seydou è inizialmente un ragazzo timido e insicuro, e non è del tutto convinto di partire, ma alla fine saprà farsi carico dell'amico ferito e della responsabilità di guidare il barchino carico di migranti verso l'Italia). Quello di Garrone è un romanzo di formazione che affonda le sue radici nella letteratura epica e popolare - dall'Odissea allo stesso Pinocchio oggetto del suo precedente film - e in quanto viaggio letterario può concedersi scelte visive e narrative che guardano appunto alla letteratura oltre - e prima ancora - che alla realtà.
Quello che voglio dire è che Io capitano non è un documentario e non vuole essere guardato come tale, pur essendo basato sui racconti di chi quel viaggio l'ha fatto veramente (Kouassi Pli Adama Mamadou, Arnaud Zohin, Amara Fofana, Brhane Tareke e Siaka Doumbia) e pur proponendo alcuni passaggi particolarmente realistici e crudi (penso all'incontro con i predoni nel deserto del Niger, o alle sequenze nelle carceri libiche).
Il regista però non vuole capitalizzare solo sulla sofferenza e sulle emozioni forti, e per questo utilizza il filtro letterario per permetterci di osservare e partecipare in modo non scontato e forse anche più razionale. Quelli che sono dunque citati da alcuni come difetti del film, in particolare la rappresentazione un po' stereotipata del Senegal e della vita da cui i due ragazzi provengono, l'ingenuità che caratterizza loro e molti di quelli che fanno il viaggio con loro, l'estetizzazione delle immagini (la fotografia di Paolo Carnera è davvero strepitosa), la semplificazione di alcuni passaggi, le sequenze oniriche, sono secondo me scelte deliberate e perfettamente coerenti con lo stile letterario e non propriamente documentaristico di questo film. E - sempre a mio avviso - funzionano benissimo e raggiungono perfettamente il loro scopo, cioè quello di farci empatizzare con il giovane Seydou e di farci comprendere i suoi stati d'animo, trasformando il protagonista in un vero e proprio "eroe letterario", ma anche aiutandoci a visualizzare ciò che accade prima di quella barca alla deriva nel Mediterraneo. Certo, se Garrone avesse scelto la via del documentario probabilmente avremmo assistito a una vicenda molto più traumatizzante e tragica, ma il regista decide di coltivare la speranza e inseguire il sogno di Seydou; a conferma di questo e a merito ulteriore del film, il protagonista non parte perché costretto a scappare da casa sua, non è poverissimo, non deve fare i conti con la guerra, però nondimeno ha diritto come tutti a inseguire altrove un miglioramento delle sue condizioni e una vita diversa da quella che lo attende.
Il lieto fine è come quello delle fiabe, in cui la storia finisce quando il protagonista ha superato lo scoglio narrativo che il suo creatore ha scelto, ma della vita che lo aspetta e delle ulteriori e inevitabili sofferenze future non sappiamo nulla. Solo che in questo caso quello che attende Seydou e Moussa, una volta arrivati vivi in Italia dopo mille sofferenze e peripezie, è sotto i nostri occhi e nelle nostre orecchie praticamente tutti i giorni, e non è certo una strada in discesa.
Voto: 3,5/5
Iscriviti a:
Post (Atom)