mercoledì 9 novembre 2016

I piccoli ruscelli / Rabaté

I piccoli ruscelli / Rabaté. Roma: Lizard Edizioni, 2008.

Non conoscevo minimamente il fumettista francese Pascal Rabaté; poi, leggendo una lista di suggerimenti di lettura di graphic novel, ho trovato questo titolo, I piccoli ruscelli, e mi sono incuriosita.

A lettura terminata, ho scoperto che lo stesso Rabaté ha sceneggiato e diretto un film tratto dal suo albo, che a questo punto mi è anche venuta voglia di vedere.

È la storia di Emile, un settantenne vedovo, che fa la classica vita di un settantenne vedovo: va a pesca con l’amico Edmond, si incontra al bar con gli amici, guarda i quiz a premi in televisione, ogni tanto sta con suo figlio e la sua famiglia. Un giorno però scopre che Edmond ha un segreto: dipinge nudi e, tramite un’agenzia, va a degli appuntamenti con delle donne.

Quando Edmond muore, Emile comincia ad avere degli strani impulsi e ne resta scombussolato. Inizia una profonda riflessione sulla propria vita e sull’insensatezza di una sopravvivenza fatta di negazioni, al punto di decidere di farla finita. Una serie di coincidenze lo porteranno però prima ad incontrare una comunità di hippie e poi a conoscere Lyse, facendogli rimettere in discussione il convincimento che a settantanni la vita non abbia più niente da regalarci.

I piccoli ruscelli è un graphic novel coraggioso, che affronta il tema della vecchiaia facendo piazza pulita dei luoghi comuni e soprattutto mettendo in discussione il nostro perbenismo che vede gli anziani ormai tagliati fuori dalla sfera degli impulsi sessuali e del desiderio di sperimentare, come se tutti noi – arrivati a una certa età – fossimo destinati a un modello di vita che si ripete stancamente.

Com’è tipico del fumetto francese, il tono di Rabaté è ironico e giocoso, in maniera leggera e mai volgare, che a volte vira verso la goliardia e altre volte verso la malinconia.

Il fatto che la morte allunghi la sua ombra sui passi di Emile e dei suoi coetanei è un dato di fatto e compare a più riprese anche nell’albo, ma la vita con le sue mille sorprese si affaccia prepotente sempre, fino all’ultimo respiro, anche quando le convenzioni sociali sembrano imporre una specie di declino programmato. Questo è il messaggio di speranza che Rabaté ci trasmette in ogni pagina di questo fumetto, del quale ho apprezzato anche il tratto grafico e ho goduto delle belle tavole a colori nel grande formato proposto da Lizard edizioni.

Voto: 3,5/5

lunedì 7 novembre 2016

I jeans di Bruce Springsteen e altri sogni americani / Silvia Pareschi

I jeans di Bruce Springsteen e altri sogni americani / Silvia Pareschi. Milano: Giunti, 2016.

Questo libro mi è stato regalato con tanto di dedica della scrittrice, e tutto ciò è successo mentre stavo leggendo Correzioni di Jonathan Franzen che Silvia Pareschi ha tradotto. Ispirandomi a un famoso film e al titolo del blog dell'autrice - che si chiama Nine hours of separation in quanto lei vive per metà dell'anno a San Francisco - dirò che questo è stato possibile perché tra me e lei esiste un solo grado di separazione: un'amicizia comune.

Comunque, veniamo a noi, anzi veniamo al libro di Silvia Pareschi, che è fatto di 10 racconti, uno dei quali è dedicato appunto ai jeans di Bruce Springsteen di cui al titolo; si tratta di racconti che riguardano gli Stati Uniti d'America e in particolare le esperienze dell'autrice a contatto con la cultura americana nel suo primo viaggio come ragazza alla pari e poi nei periodi successivi di vita americana, quando ha iniziato la sua attività di traduttrice. Le città protagoniste sono New York e, soprattutto, San Francisco, dove appunto Silvia vive.

Come tutti i libri di racconti, in questo caso di "racconti di viaggio", il giudizio è sì complessivo, ma anche specifico. A me complessivamente il libro è piaciuto; avevo bisogno di un libro leggero e divertente, dopo aver letto una serie di mattoni magari bellissimi ma indigeribili e in un periodo della mia vita in cui mi serviva un pochino di serenità.

Nello specifico, poi, alcuni racconti li ho trovati gradevoli ma un po' acerbi, altri li ho trovati superbi e trascinanti. In particolare ho trovato esilaranti il racconto in due parti dal titolo "La scelta della religione" e quello dedicato a "Il palazzo del Porno". In entrambi i casi Silvia Pareschi ci offre un punto di vista inedito sull'America e su alcune sue caratteristiche, e lo fa con un approccio divertito, privo di giudizio e serenamente liberatorio, ma con una attenzione alla verità e un atteggiamento da inchiesta giornalistica ammirevoli.

Bello anche il racconto "Katrina" che racconta l'uragano e le sue conseguenze dal punto di vista di una coppia di New Orleans.

Ogni racconto però getta luce su qualche dettaglio della vita americana e ovviamente dell'interazione tra la sua autrice e l'America con un linguaggio semplice, ma non banale, e con un approccio totalmente genuino, tanto che sembra quasi, in alcuni momenti, di stare dialogando con la scrittrice.

Ogni tanto avere a che fare con una scrittrice che non se la tira e che non sembra che abbia capito tutto della vita e te lo debba spiegare è non solo profondamente rilassante, ma anche molto salutare per la propria autostima e per l'umore.

Personalmente sono diventata una lettrice anche del suo blog, che - come anche il libro - mi sta  facendo venire voglia di esplorare la costa occidentale degli Stati Uniti da un lato, e dall'altro me la fa guardare senza quel filtro edulcorato o viziato da una lettura ideologica di cui a volte soprattutto la storia e la cultura di San Francisco soffrono.

Voto: 3,5/5

venerdì 4 novembre 2016

Io, Daniel Blake

Così come per Ken Loach fare i film  è ormai una vera e propria missione nei confronti della società, andare a vederli è un dovere morale che abbiamo nei confronti di noi stessi.

Qualcuno dice che Ken Loach fa sempre lo stesso film e probabilmente da certi punti di vista è vero. Ma io sinceramente non conosco nessun altro regista (e sceneggiatore, visto che la coppia Loach-Laverty è più duratura di un matrimonio) che in maniera così esplicita e sfaccettata ci ha raccontato il mondo del nuovo proletariato britannico. Un mondo che è certamente lontano dai lustrini glamour dei film ambientati negli ambienti radical chic londinesi, ma che chi conosce un pochino la Gran Bretagna sa che ne costituisce una parte significativa.

Con Io, Daniel Blake, apprezzabile doppiamente se visto in lingua originale, Ken Loach racconta la storia di un uomo, Daniel Blake appunto (Dave Johns), un vedovo alle soglie dei sessant’anni che ha da poco avuto un infarto e per questo non può tornare a lavorare. Quando però presenta domanda di indennità per la malattia si trova di fronte un meccanismo volutamente ottuso che gliela rifiuta e lo costringe a chiedere il sussidio per la disoccupazione e a cercare lavoro senza poter veramente lavorare. In queste sue peripezie Daniel incontra Kittie (Hayley Squires), una giovane ragazza madre con due figli, che ha dovuto abbandonare Londra per accettare un alloggio più consono per sé e per i suoi figli a Newcastle. Daniel si prende a cuore la situazione di Kittie e l’aiuta come può, ma la vita a poco a poco si fa difficile per entrambi costringendoli a scelte via via più estreme.

Già da metà del film in sala si sente tirare su con il naso, poi verso la fine è evidente che molta parte del pubblico non ha potuto trattenere le lacrime. Ken Loach ha colpito ancora una volta nel segno, dimostrandoci di essere in grado di farci fare quello che vuole con i suoi film, nella gamma che va dal ridere al piangere.

Molte recensioni superficiali di quest’ultimo film del regista britannico parlano di una requisitoria contro la burocrazia pubblica, di cui il protagonista sarebbe una vittima. A me sembra però che queste interpretazioni non solo non colgano nel segno, ma siano in qualche modo il frutto di una lettura parzialmente distorta.

Ken Loach si scaglia sostanzialmente contro una progressiva trasformazione del welfare in una macchina il cui obiettivo non è più quello di riequilibrare il gap sociale ed economico, venendo in aiuto di chi nella vita dovesse trovarsi ad affrontare un momento di difficoltà, bensì quello di limitare al minimo possibile le erogazioni attraverso una gestione quasi interamente esternalizzata e di impronta artatamente manageriale.

È vero, il mondo di Ken Loach è un po’ schematico e dicotomico; i suoi proletari sono tutti talmente generosi e teneri e indifesi e a volte naif che è impossibile non volergli bene (per quanto, come mi fa notare il mio amico M., il personaggio di Daniel Blake è anche rigido e orgoglioso). Mentre evidentemente i cattivi e gli oppressori sono quasi tutti dall’altra parte.

Ma personalmente non solo non gliene faccio una colpa, bensì in qualche modo condivido la necessità di riequilibrare un immaginario collettivo che televisione, giornali e politica tendono a plasmare per far apparire queste parte della società come sordida e pericolosa per la pace e la sicurezza sociale.

La verità è che il regista vorrebbe davvero farci capire che – per la deriva che le scelte politiche ed economiche stanno determinando – al posto di Daniel Blake potrebbe trovarsi chiunque di noi, perché Daniel Blake non è una persona ai margini della società, bensì una persona qualunque, con un lavoro, una casa, delle competenze, cui il welfare non è in grado di restituire niente nel momento in cui ne ha bisogno.

Il grande vecchio Ken non sa davvero più come dircelo, e pur volendo sperare insieme a lui, purtroppo ho la netta sensazione che dal lavaggio del cervello sistematico che ormai da decenni viene scientificamente operato da chi ha responsabilità politiche ed economiche difficilmente si torna indietro.

Voto: 4/5

martedì 1 novembre 2016

Un weekend tergesteo

Sono a Trieste il giovedì sera in quanto il giorno dopo ho un convegno, e arrivo tardissimo perché il treno si ferma un tempo spropositato a Portogruaro per un accertamento giudiziario sui binari a Latisana.

Ma visto che son giunta fin qui mi sembra un peccato non approfittare del weekend per scoprire questa città di frontiera.

Le previsioni del tempo sono orribili. Sembrerebbe che sabato ci attenda una giornata di temporale e pioggia, con un leggero miglioramento per domenica. Ma io e C. siamo disposte ad affrontare il rischio.

La nostra sistemazione è un bed & breakfast in pieno centro, Lo studio di Joyce, una casa bellissima con le porte vetrate e le stanze molto ampie, che - come ci racconta Andrea, il gestore - era lo studio di notaio di suo padre. Sistemazione davvero ottimale per esplorare in lungo e largo la città.

La sera del venerdì optiamo per una soluzione classica: andiamo da Pepi buffet, una formula molto diffusa a Trieste, in pratica semplici trattorie dove normalmente il piatto principale consiste in un assaggio di carne di maiale in tagli e cotture differenti, accompagnato da patate in tecia e crauti. Praticamente una cena austroungarica che ci lascia molto soddisfatte. Prima di cena ero anche riuscita a fare un salto in un altro posto storico di Trieste, il Caffè San Marco, con la sua atmosfera d'antan e la libreria all'interno.

Dopo cena ci concediamo un dolcino, un bicchiere di vino e un amaro alle erbe (buonissimo!) all'Osteria da Marino, che sta nelle stradine che si sviluppano a poca distanza dalla piazza della Borsa.

Il giorno dopo siamo pronte al diluvio universale e a girare con gli ombrelli portati da casa. Ma - anche se il cielo è coperto - azzardiamo l'uscita senza ombrelli e la nostra scommessa si conferma giusta, perché di lì a poco il cielo si fa azzurro ed esce un sole caldissimo. Dopo una passeggiata lungo il canal grande, ci dirigiamo verso la cattedrale di San Giusto e il castello e ci arriviamo attraverso la scala dei giganti. Il posto è molto bello, anche perché tra i due monumenti ci sono anche i resti del foro romano.

Visitiamo la bella cattedrale con i mosaici absidali e la statua sottomarina di San Giusto (in questo momento esposta perché tra un po' ci sono i festeggiamenti), poi entriamo nel castello e facciamo un giro sulle mura, godendo di una splendida vista sul golfo e sulla città, una città veramente particolarmente per il mix unico tra le tracce molto presenti del suo passato (e in certi casi anche presente) industriale, quelle della sua ascendenza austroungarica, evidente soprattutto nella grande piazza dell'Unità, ma anche quelle di epoca romana e medievale. Città montana e marinaresca al contempo, chiusa e aperta in modo profondamente originale.

Scendendo dalla collina dove sorge il castello, ci inoltriamo nella zona antica e medievale della città, tra le stradine che si snodano intorno a piazza Barbacan e all'arco di Riccardo, una zona della città in rinascita.

Per pranzo torniamo in zona piazza della Borsa e mangiamo un pasto sanissimo e buonissimo da Genuino. Satolle, facciamo una lunghissima passeggiata sul lungomare passando accanto al Salone degli Incanti e arrivando fino ai bagni Ausonia e ai bagni della Lanterna (o Pedocin), dove un muro alto tre metri divide l'area delle donne da quella degli uomini. Bagni di inizio Novecento bellissimi da vedere, dove entriamo a riposare un po' mentre c'è chi prende il sole e chi fa persino il bagno.

A questo punto, dopo un breve passaggio in via della Cavana e un tentativo di comprare l'amaro alla erbe in un'enoteca in via Madonna del mare (che però è chiusa), torniamo al b&b per un riposino. La sera ci concediamo un aperitivo al Bar Bacan nella omonima piazza e poi una ottima cena da Baracca e Burattini, dove mangiamo prosciutto di Praga con senape e rafano, sardoni marinati e la jota (una zuppa di crauti e salsiccia).


La domenica scegliamo la gita fuoriporta. Con la macchina andiamo in Valrosandra dove scorre il fiume Timavo e dove facciamo una piccola passeggiata nel bosco. Poi andiamo a pranzo a Muggia, un bellissimo paesino in stile veneziano con la cattedrale con la facciata stondata e le case colorate, che sta esattamente dall'altra parte del golfo di Trieste (dove ero già stata tempo fa di ritorno da una vacanza in bicicletta). Qui mangiamo una delle migliori grigliate di pesce della nostra vita (forse la migliore!) all'Ittiturismo La Terrazza, gestita dalla cooperativa locale dei pescatori.

Purtroppo è già ora di tornare a casa. Partiamo però  soddisfattissime e con un'idea luminosa (per fortuna!) di questa parte dell'Italia.

domenica 30 ottobre 2016

Kicks. Little wing. Genius. Captain Fantastic.

Il bilancio di questa seconda giornata di full immersion - dopo la almeno parziale delusione di sabato – è ben più positivo. Del resto, per la domenica alla Festa del cinema avevo preso il biglietto di quello che sarebbe stato il film vincitore della rassegna Alice nella città e quello del vincitore del Premio del pubblico della rassegna maggiore. Inoltre, per andare sul sicuro avevo preso il biglietto di Genius, il film in uscita con Jude Law e Colin Firth. L'unica incognita presa un po' a scatola chiusa era Little wing, sempre della rassegna Alice nella città, ma quando arrivo all'Auditorium scopro che questo film è il vincitore del terzo premio della rassegna, il Taodue. E così mi preparo a una vera giornata di godimento cinematografico puro.

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Kicks

Il film vincitore della rassegna Alice nella città è l'opera prima di Justin Tipping.

Siamo in un quartiere a prevalenza nera a Richmond in California. Il protagonista di questa storia è Brandon, detto dai suoi amici B (Jahking Guillory), un ragazzo di 15 anni, tanti capelli ricci in testa, di statura bassa, con ai piedi le scarpe rotte risalenti alla scuola media.

Brandon, pur avendo due amici che gli vogliono bene, Rico e Albert, si sente più sfigato di qualunque altro ragazzo della sua età e pensa che l'unica soluzione sarebbe essere un'astronauta e vivere nello spazio dove nessuno ti rompe le scatole. Una soluzione più a portata di mano è invece trovare il modo di avere delle scarpe fighe come quelle dei suoi compagni. Un giorno finalmente il suo sogno si avvera e con le Air Jordan (modello n. 1) ai piedi si sente improvvisamente capace di qualunque cosa, e la sua autostima aumenta.

Peccato che dove vive Brandon ci sono gang che non aspettano altro che occasioni per prendersela con chi è più debole. Un giorno la gang di Flaco lo picchia e gli ruba le scarpe. Da questo momento per Brandon l'unico obiettivo sarà recuperare le sue scarpe e per farlo sarà disposto a tutto, anche a sacrificare la sua vita e quella dei suoi amici.

Kicks è un film che-  ancora una volta in questa festa del cinema - racconta una realtà di marginalità, dove non esistono le leggi e le regole normali della convivenza civile, ma solo la legge del più forte, di quello che porta la pistola in tasca e non ha nessun tipo di scrupolo morale né valore etico. Brandon e i suoi amici sono come tutti i quindicenni: parlano di sesso, di donne, di scarpe da ginnastica, si fanno le canne, raccontano le loro vere e meno vere imprese, ma vorrebbero solo essere se stessi ed essere lasciati in pace.

Ma non può essere così per chi come Brandon e come questi ragazzi vive in un posto di “frontiera”, dove il rap è l'espressione del disagio e le gang combattono la guerra della droga e si contendono il controllo del territorio, convivendo con l'uso delle armi fin dall'infanzia. Per Brandon e i suoi amici il recupero delle scarpe sarà una immersione completa in questo mondo folle ed estremo, in cui dovranno farsi le ossa per sopravvivere e da cui usciranno adulti e consapevoli di doversi difendere se necessario. Anche se avrebbero solo voluto fare la loro vita da adolescenti.

Bello. Intenso. Una telecamera accesa ancora una volta su una realtà che non conosciamo. Di cui ci arriva solo l'eco distorta della televisione. Cosicché in questo caso il cinema si fa più vero della cronaca.

Voto: 4/5



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Little wing

Siamo in Finlandia, ad Helsinki. Ma non nei palazzi di design del centro, bensì nelle case popolari della periferia. Qui vive insieme a sua madre Varpu (Linnea Skog), una ragazzina di 11 anni che ama andare a cavallo e vorrebbe conoscere il padre, di cui le rimangono solo delle foto.

Varpu va a scuola tutti i giorni da sola e da sola rientra dalle lezioni di equitazione, perché sua madre lavora come donna delle pulizie e per di più non riesce a prendere la patente. La madre di Varpu è una donna fragile e insicura, che tende alla depressione, e spesso è la figlia a farle da conforto e rifugio emotivo; cerca un uomo, perché si sente molto sola, ma forse non è ancora pronta ad amare perché non si fida di nessuno.

Il mondo di Varpu è quindi un mondo di grande fatica emotiva, che si scioglie solo durante le uscite notturne con gli amici del quartiere che la portano in giro a fare bravate e le insegnano a guidare la macchina, salvo poi rifiutarla quando non sta al gioco. Anche Varpu sente il bisogno di rifugiarsi in qualcosa e crede di poterlo fare nel padre perduto, che va a cercare da sola fuggendo da casa. Quando lo troverà penserà di aver risolto parzialmente i suoi problemi, ma dovrà rendersi conto che suo padre non ci sarà mai per lei, perché ossessionato dalle sue psicosi, e comprenderà che solo accettare se stessa e la verità della sua vita e farne una bandiera le può dare la forza e la fiducia in se stessa per affrontare il mondo.

Credo davvero che il filo conduttore del festival di quest'anno (o almeno di quanto ho visto io) sia la marginalità: bambini, ragazzi, quasi adulti che vivono in parti diverse del mondo, ma alle periferie delle loro società. Quei luoghi dove tutte le regole del gioco sono capovolte e tutto quanto è per noi scontato è il risultato di una faticosa conquista quotidiana. Bambini e ragazzi costretti a crescere troppo in fretta, con reti affettive fragili, con mezzi materiali limitati, ma con una straordinaria capacità di sopravvivenza e di costruzione della propria identità e umanità in condizioni limite.

Film apparentemente disperati, e invece dotati di una carica di speranza nella convinzione che non esiste un determinismo dell'esistenza tale per cui non ci sia una possibilità di scegliere di essere diversi da quello che il destino sembrerebbe averci riservato.

Voto: 3,5/5



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Genius


Ed eccomi, dopo Florence Foster Jenkins, al secondo filmone del festival, quello con gli attori famosi e grandi mezzi per raccontare le storie.

In questo caso si racconta la storia di Tom Wolfe (Jude Law), uno scrittore che dopo aver ricevuto innumerevoli rifiuti, suscita l'attenzione di Maxwell Perkins (Colin Firth), un editor della casa editrice Scribner's Son, che vede nel profluvio di parole di Wolfe una genialità di scrittura destinata a conquistare il pubblico.

Maxwell e Tom diventano amici, o forse ancora meglio si instaura tra di loro un rapporto padre-figlio, in cui Maxwell è il padre che tira fuori le migliori qualità del figlio scapestrato ma geniale. Intorno a loro, la compagna di Wolfe, che ha lasciato la sua famiglia per lui, e la famiglia di Maxwell non capiscono fino in fondo questa amicizia, e a tratti ne sono gelosi per l'esclusività e la passione per la scrittura che la caratterizza.

Il film di Michael Grandage è un classico prodotto della migliore industria cinematografica americana, che ci porta totalmente all'interno della New York della fine degli anni Venti, e si arricchisce delle sempre magistrali interpretazioni di Jude Law e Colin Firth, in due ruoli che sono perfettamente congeniali a entrambi.

Genius è dunque un film gradevolissimo, e non si può dire che si tratti esclusivamente di un biopic, dal momento che il regista non si sottrae all'approfondimento psicologico dei personaggi e del loro percorso, in particolare del percorso di Wolfe verso la consapevolezza dell'importanza delle relazioni umane.

Ciò detto Genius resta, secondo me, un prodotto convenzionale che non aggiunge molto alla cinematografia americana, se non l'occasione forse di farci riscoprire uno scrittore parzialmente dimenticato, fors'anche perché appartenuto all'epoca degli Scott Fitzgerald e degli Hemingway, anch'essi autori scoperti e portati al successo anche grazie alle capacità e alla dedizione di Perkins.

Ci sarebbe da chiedersi se il genius del titolo sia Wolfe oppure l'oscuro editor che ha fatto, grazie al suo lavoro, la storia della letteratura americana.

Voto: 3/5



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Captain Fantastic

Il fatto che Captain Fantastic abbia vinto il Premio del pubblico alla festa del cinema di Roma conferma che la parte più viva della rassegna romana è Alice nella città, visto che questo film di fatto era un prestito di Alice alla selezione principale. Del resto, avevo avuto questa sensazione anche lo scorso anno, e quest'anno ne ho semplicemente avuto conferma.

Captain Fantastic è la storia decisamente' surreale di una famiglia formata da un padre (Viggo Mortensen) e 6 figli, di età comprese tra i 6 e i 18 anni, 3 maschi e 3 femmine. Questa famiglia vive sulle montagne, tra le foreste, avendo scelto uno stile di vita il più possibile vicino alla natura e oppositivo dei meccanismi opprimenti del capitalismo e del consumismo. I nostri sette protagonisti vanno a caccia per procurarsi il cibo, fanno addestramento fisico ogni giorno, dedicano una parte del loro tempo allo studio, alla lettura e alla musica, e il rapporto tra il padre e i figli è improntato alla massima sincerità, anche di fronte alle questioni più delicate.

Quando la madre – ricoverata in ospedale – si suicida, Ben e i suoi figli si mettono in viaggio con il loro pulman "Steve" per andare ai funerali e tentare di far rispettare la volontà della donna di essere cremata senza alcun tipo di cerimonia religiosa. Questo viaggio sarà l'occasione per l'intera famiglia per confrontarsi con il mondo che sta fuori dalle loro montagne e anche per affrontare i nodi emotivi dei figli in relazione alla morte della madre, al rapporto con il padre e al proprio futuro.

Il modello educativo che Ben e sua moglie hanno perseguito mostra i suoi punti di forza rispetto a una società imbambolata, obesa e ignorante, ma anche i suoi punti di debolezza, perché come dice Bo, il figlio maggiore, loro sanno tutto quello che è scritto nei libri, ma niente di quello che succede nella realtà rispetto alla quale si dimostrano totalmente disadattati.
Arriverà dunque per Ben e i suoi figli la resa dei conti rispetto a se stessi e alla loro utopia.

Captain Fantastic è un film in cui si ride moltissimo, ma si riflette anche moltissimo. Strizzando l'occhio al mondo di Wes Anderson da una parte e alla sgangherata e tenerissima famiglia di Little Miss Sunshine dall'altra, il regista Matt Ross riesce in una operazione che nei suoi tratti parzialmente surreali e favolistici ci fa riflettere sul fatto che la follia di una scelta radicale come quella di questa famiglia sui generis non è in fondo molto diversa dalla follia collettiva delle presunte famiglie normali. E che evidentemente c'è molto da rivedere nei nostri modelli educativi e di vita, senza il bisogno di dover scalare una parete rocciosa sotto l'acqua, o di dover squartare un animale cacciato, o di dover sostituire i festeggiamenti del Natale con quelli del compleanno di Noam Chomsky. C'è della genialità in questo film.

Voto: 4/5

venerdì 28 ottobre 2016

I am not a serial killer. La última tarde. La tortue rouge. Swiss army man

Considerando che quest'anno, nell'ultimo weekend di programmazione della festa del cinema, ho fatto una vera e propria abbuffata di film, mi sono detta che non avrei potuto dedicare un post a ognuno, a meno di non pubblicarne almeno 3-4 al giorno ovvero dover smaltire i post relativi per settimane e settimane. Così ho deciso di fare un post cumulativo per ciascuna delle due giornate del weekend in cui ho visto più film.

Una parola prima di entrare nel merito dei singoli film. Fino a questo momento la programmazione del festival di quest'anno non mi ha entusiasmato. Non ho ancora visto un film che mi abbia davvero conquistata (pur avendo molto apprezzato molto La mujer del animal), e in generale vedo che anche il pubblico in sala è piuttosto tiepido. Rispetto all'edizione dello scorso anno paradossalmente questa - almeno fino al sabato e per i film che ho visto io - mi pare meno riuscita. Ciò detto, anche i film che mi sono piaciuti di meno qualche spunto interessante me l'hanno offerto comunque.

I am not a serial killer

I am not a serial killer è la storia di John (Max Records), um diciassettenne che vive con la madre a Clayton, un anonimo paesino americano. John va a scuola e aiuta sua madre nella gestione dell'azienda familiare di pompe funebri. La tranquilla vita del paese viene sconvolta da una serie di efferati omicidi che fanno pensare a un serial killer.

Il fatto è che John è un ragazzo sociopatico e il suo profilo psicologico è compatibile con quello che di solito è attribuito ai serial killer. John è consapevole di questo, e perciò esercita un ferreo controllo su se stesso per evitare l'emergere delle sue pulsioni. Di fronte al caso del serial killer, il ragazzo dimostra un'attrazione morbosa che lo porterà presto a scoprire chi è l'autore degli omicidi e ad aprire un vero e proprio confronto prima a distanza e poi da vicino con l'uomo.

Fin qui il film di Billy O' Brien, pur con il suo gusto un po' splatter per organi, sangue e carni recise, risulta piuttosto interessante e tine inchiodati alla sedia. Peccato dunque che a un certo punto la chiave di volta della storia arrivi in una maniera che sta a metà strada tra il prevedibile e il nonsenso.

Il film è un curioso mix di thriller psicologico (secondo me la parte migliore), horror, splatter e fantascienza, il tutto all'interno del filone della cinematografia che vede protagonisti adolescenti disturbati (scopro dopo che è tratto da un romanzo di successo!).

Il pubblico in sala, in buona parte composto di adolescenti, perché il film fa parte della rassegna Alice nella città, si divide a metà tra chi ha gradito ed è quasi entusiasta della svolta B-movie del film e chi invece ne esce disturbato e tutto sommato deluso.

Voto: 2,5/5




La última tarde

Dopo La mujer del animal, ancora un film sudamericano, La última tarde del peruviano Joel Calero. Siamo in Perù, precisamente a Lima. Laura (Katerina D'Onofrio) e Ramon (Lucho Caceres) si incontrano nello studio di un giudice per firmare le carte del loro divorzio. I due non si vedono da diciannove anni, ma per motivi burocratici Laura ha chiesto a Ramon di chiudere la pratica.

I due devono però aspettare il giudice cinque ore, cosicché cominciano a passeggiare per le strade di Lima e a chiacchierare, raccontandosi reciprocamente cosa è successo in questi diciannove anni e anche tornando al passato e al momento in cui si sono lasciati.

Diciannove anni prima, i due militavano in un gruppo terrorista di estrema sinistra, ma a un certo punto Laura era scappata dal loro nascondiglio facendo perdere le sue tracce, mentre Ramon e i suoi compagni erano poi stati scoperti.

La lunga passeggiata è l'occasione di dare e ricevere le risposte a interrogativi ancora in piedi e di sciogliere i nodi del passato, in maniera non sempre pacifica. L'incontro è anche l'occasione per sottoporre ad analisi le scelte politiche del passato, facendo emergere la diversità delle visioni del mondo di Laura, di estrazione borghese, e di Ramon, ancora legato agli ideali del popolo e della rivoluzione.

Attraverso Laura e Ramon un'intera nazione si mette di fronte alla propria storia, e forse non solo una nazione, visto che la parabola raccontata dal regista appartiene a molti paesi, così come la disillusione che ne è seguita.

Opera minimalista, sorretta da ottimi dialoghi (in gran parte estremamente naturali) e da due attori molto in parte; solo parzialmente rovinata da un finale che io personalmente ho trovato un po' deludente.

Voto: 3,5/5




La tortue rouge

Il regista Michael Dudok de Wit ci propone un'opera di animazione che è certamente debitrice sia dal punto di vista dei disegni che dell'impianto complessivo alla grande scuola giapponese dello studio Ghibli, che tra l'altro è anche tra i produttori del film.

La tortue rouge è la storia di un uomo che naufraga su un'isola deserta, lotta per sopravvivere e più volte tenta di fuggire con una zattera di fortuna che però gli viene distruttura da una grande tartaruga rossa.

Quando la tartaruga rossa giunge sulla spiaggia l'uomo prima tenta di ucciderla poi di salvarla, fino a quando la tartaruga si trasforma in una giovane donna, di cui l'uomo si innamora. Da qui in poi l'uomo non tenterà più di scappare ma vivrà tutta la sua vita sull'isola con la compagna e con il figlio avuto da lei, e che - una volta adulto - partirà alla scoperta del mondo.

Il film di De Wit è un film praticamente muto e con dei disegni di paesaggi bellissimi che sembrano veri e propri quadri: la spiaggia, i cieli, il mare, il bosco di canne ecc. E da questo punto di vista è godibilissimo.

La storia, chiaramente di impianto favolistico, è certamente una riflessione metaforica sulla vita umana, ma a mio avviso non risulta veramente incisiva e pregnante, e dunque scivola addosso in maniera piuttosto superficiale.

Voto: 3/5




Swiss army man

Paul Dano e Daniel Radcliffe sono i protagonisti di questo film folle e surreale dei Daniels (la coppia Dan Kwan e Daniel Scheinert), che è praticamente impossibile da raccontare. Hank (Paul Dano) è naufragato su un'isola e sta per farla finita, impiccandosi, quando sulla spiaggia il mare porta un cadavere (Daniel Radcliffe). In maniera del tutto surreale Hank riesce a interagire con il cadavere, il cui nome è Mannie,e che diventa il suo migliore amico in un assurdo viaggio nella foresta per raggiungere la civiltà.

Oltre questo è impossibile dire alcunché, e forse non è neanche il caso perché il nonsense di questo film va oltre qualunque cosa possiate immaginare. Ma - come auspicano i due presentatori prima del film - se riuscite a disattivare i controlli razionali e fate pace con il senso del ridicolo di cui è intrisa ogni singola scena, potrete apprezzare l'anima tenera, malinconica, triste, gioiosa di questo film.

Alla fine della visione non sono sicura che ci fosse davvero qualcosa da capire. Forse era troppo intelligente perché potessi capirlo, o troppo stupido, ma nei film di questo tipo in fondo non importa, perché gli estremi si incontrano e creano qualcosa di paradossale e certamente originale.

Come sempre mi accade in questi casi, faccio fatica a dire che mi sia piaciuto, ma sono comunque contenta che la festa del cinema (e nello specifico in questo caso la rassegna Alice nella città) mi porti anche a vedere cose che magari nella stagione cinematografica ordinaria non avrei mai scelto di vedere. Ogni tanto bisogna anche essere pronti a lasciarsi sorprendere battendo strade non usuali. E certamente Swiss army man per me è davvero una strada del tutto nuova.

Voto: 3/5

mercoledì 26 ottobre 2016

Florence Foster Jenkins

Florence Foster Jenkins è sicuramente tra i film più gettonati della Festa del cinema di quest'anno, anche grazie ai blasonati protagonisti, Meryl Streep (presente anche alla kermesse romana) e Hugh Grant, e all'altrettanto famoso regista Stephen Frears. Per quanto mi riguarda, si tratta praticamente di uno dei pochissimi film con grandi nomi che vedo, perché - mi dico - questi film li potrò sempre recuperare al cinema, mentre gli altri certamente non ci arriveranno mai.

Comunque per vedere il film sono alla Mazda Hall (la tensostruttura che viene allestita appositamente per la festa) insieme a G. e C., che hanno scelto questo come loro film del festival. G. mi dice di aver anche guardato online alcuni video della vera Florence Foster Jenkins, mentre io arrivo in sala che nemmeno so che il film è ispirato a una storia vera.

Questo però rende per me il tutto molto più divertente e accattivante. Siamo a New York nel 1944, la guerra non è ancora finita. Florence Foster Jenkins (Meryl Streep) è un'amante della musica, animatrice del Caffè Verdi da lei fondato, nonché mecenate di molti artisti e musicisti dell'epoca, tra cui Arturo Toscanini.

La donna è affiancata in tutto dal suo secondo marito (Hugh Grant), dopo che il primo le aveva lasciato in eredità solo la sifilide.

Fin qui tutto piuttosto interessante, ma normale. Florence Foster Jenkins è però una donna veramente singolare e il regista ce la fa scoprire poco a poco.

Prima di tutto scopriamo che suo marito (un aspirante attore che però a un certo punto ha abbandonato la carriera fors'anche perché non possedeva sufficiente talento), pur stando accanto a Florence con grande amorevolezza in ogni sua necessità, ha anche un'altra compagna da cui torna la sera dopo che Florence è andata a dormire.

In secondo luogo, ben presto scopriamo che Florence non solo ama sostenere la musica, ma anche esserne protagonista; per questo sceglie insieme al marito un pianista che la accompagni durante le sue lezioni di canto, Cosme McMoon (il personaggio più adorabile dell'intero film interpretato da Simon Helberg). Solo che quando cominciano le lezioni di canto risulta evidente a tutti che Florence non sa cantare, anzi è stonata come una campagna.

Il mondo intorno a lei però - in parte per il carisma della donna, in parte per il suo carattere suscettibile, in parte per i suoi soldi da cui dipende la vita di molti - si comporta come se Florence fosse una cantante dotata e le regge il gioco fino a quando la donna decide di incidere un disco e di cantare alla Carnegie Hall.

Quando le sue performance diventano di dominio pubblico accade l'inaspettato, ossia che la gente la adora per il suo coraggio e per il suo cuore, e Florence viene difesa fin sul letto di morte dalle critiche negative grazie anche all'attenzione amorevole del marito.

Il film di Frears è un film divertente e molto ben realizzato, che ci fa conoscere uno dei tanti personaggi minori della storia americana che però vale la pena di riscoprire.

Quella di Florence Foster Jenkins è una storia di devozione, passione e amore, che diverte e intenerisce al contempo, conquistando il pubblico dal primo all'ultimo minuto.

Le ricostruzione della New York degli anni Quaranta, in particolare gli sguardi dall'alto sulle strade newyorkesi con il loro via vai sono una delle cose più belle viste al cinema negli ultimi anni.

Del resto Frears è sempre Frears.


Voto: 3,5/5

lunedì 24 ottobre 2016

La mujer del animal

Sicuramente uno dei film più interessanti che ho visto alla Festa del cinema di quest'anno. E pensare che ero stata indecisa fino all'ultimo se comprare il biglietto!

Il tema mi era sembrato troppo duro e non sapevo se avevo voglia di vederlo, ma alla fine mi sono decisa. Non che il film non sia duro, a dire la verità è durissimo, in particolare per la violenza fisica e psicologica che racconta; ma la violenza non è gratuita bensì totalmente funzionale a raccontare in forma quasi documentaristica una realtà ben precisa.

Siamo in una bidonville che si sviluppa sulle pendici di un monte che guarda una grande città colombiana, probabilmente Medellìn. Amparo (Natalia Polo), una ragazza diciottenne fuggita dal collegio dove è rinchiusa, si rifugia a casa di sua sorella, che vive nella baraccopoli insieme a suo marito. Su di lei mette gli occhi un uomo ben noto nel quartiere, Libardo Ramirez (Tito Alexander Gomez), che tutti chiamano "l'animal".

L'animal - con l'aiuto di una donna - droga Amparo e poi la rapisce per stuprarla e per farne la sua donna. Un uomo che nessuno contraddice e a cui nessuno vuole mettersi contro in quanto capace di inaudita violenza insieme ai suoi compari.

Da qui comincia il vero e proprio - lunghissimo - calvario di Amparo, costretta a vivere con un uomo violento da cui ha una figlia e da cui viene poi costretta anche a prendersi cura del figlio che lui ha avuto e ha poi strappato a un'altra donna.

Amparo cerca in tutti i modi di ribellarsi e fuggire, ma la baraccopoli si rivela una vera e propria prigione dove vigono la legge del più forte, la violenza, il terrore, la guerra per bande e un maschilismo feroce, che costringe le donne a una vita di sottomissione agli uomini come compagne o come prostitute o di complicità a causa dell'ignoranza.

E nonostante tutto Amparo mantiene una dignità e un'umanità straorinarie e dimostra un istinto di sopravvivenza non comune in condizioni di vita estreme; cosicché, pur non essendo capace di sottrarsi alle angherie di suo marito e non avendo la forza di ucciderlo, aspetterà con pazienza fino al momento in cui la guerra tra bande rivali non ne determinerà la morte.

La mujer del animal è uno di quei film che io definisco necessari (pur con alcune sue rigidità narrative), perché credo che, pur vivendo in un mondo globalizzato, noi che abbiamo avuto la fortuna di nascere nella parte "migliore" (nel senso di "più facile" ) del mondo non abbiamo la più pallida idea di cosa significhi vivere in contesti di marginalità come quello che Víctor Gaviria racconta in questo film né cosa voglia dire essere donne in una società così violenta e maschilista. Ed è bene che qualcuno ogni tanto ce lo sbatta sotto gli occhi in modo rigoroso e duro per non farcelo dimenticare.

Voto: 4/5