Hypericon / Manuele Fior. Roma: Coconino Press, 2022.
Siamo negli anni Novanta. Teresa ha studiato archeologia ed è stata selezionata per un’importante posizione a Berlino, dove dovrà occuparsi dell’allestimento di una mostra sulla tomba di Tutankhamon. Per questo sta leggendo il libro nel quale l’archeologo Howard Carter racconta modi e tempi della emozionante scoperta della tomba, avvenuta nei primi anni Venti, dopo essere rimasta inviolata per millenni, e che nascondeva un tesoro straordinario.
Teresa è una ragazza che sa quello che vuole, è molto organizzata e nella vita procede come un treno verso i suoi obiettivi. L’arrivo a Berlino e l’incontro casuale con Ruben, un giovane che vive in una casa occupata e va in giro con un cappotto dell’armata russa, mentre il padre lo controlla da lontano e lo mantiene, saranno per Teresa l’occasione per ripensare al proprio percorso e fare i conti con una parte di sé.
Teresa e Ruben non potrebbero essere più diversi: tanto lei è responsabile, lineare, razionale e orientata al risultato, quanto lui è leggero, infantile, non focalizzato, istintivo. Il loro incontro è un colpo di fulmine, da cui inizia una storia d’amore non certo facile, minata dalle profonde differenze tra i due, e anche dall'insonnia cronica di Teresa che la rende spesso intrattabile.
Parallelamente alla storia tra Teresa e Ruben si sviluppa anche quella del ritrovamento della tomba, e le due storie confluiranno nell'allestimento della mostra e nel suo successo.
Manuele Fior, con la sua ormai quasi scontata ma non per questo meno ammirevole perizia, rievoca – quasi fosse un sogno - una stagione della vita, che è quella dei sogni e delle opportunità ma anche quella della definitiva perdita dell’innocenza e del passaggio all'età adulta, e che proprio per questo si tinge di una inevitabile malinconia. Un’età della vita che si rispecchia anche nella Berlino dell’epoca, città in pieno fermento e aperta a mille possibilità.
In un attimo siamo poi all'11 settembre 2001, a quel momento che con l’attentato alle torri gemelle segna la fine di un’epoca e un passaggio decisivo nei destini collettivi, nonché in quelli individuali di Teresa e Ruben.
Il titolo Hypericon fa riferimento ai fiori gialli che accomunano la storia di Teresa e Ruben e quella della tomba di Tutankhamon. È l’iperico che Ruben consiglia a Teresa per combattere la sua insonnia, nonostante quest’ultima non creda nei rimedi omeopatici, e sono i fiori di iperico quelli scolpiti sul sarcofago del re egizio, in quanto capaci di scacciare i demoni e condurre il defunto nell'aldilà senza ostacoli.
I graphic novel di Manuele Fior si leggono sempre con grande interesse e inevitabilmente si viene catturati dai suoi meravigliosi disegni e dalla sua perizia narrativa. Resta che – rispetto ad altre opere dell’autore – qui siamo dalle parti di quelle che, nella sua produzione, sono le piccole storie, vicende in parte autobiografiche, spesso piuttosto minimali, da cui Fior non vuole tirar fuori grandi universi concettuali ed epopee. E però, nel loro essere piccole, queste storie catturano, e in modi più o meno silenziosi toccano il cuore, riuscendo comunque a sollevarsi parecchio al di sopra rispetto a tutte quelle narrazioni a fumetti di tipo autobiografico-ombelicale di cui è piena la produzione italiana e non solo.
Voto: 3,5/5
mercoledì 4 settembre 2024
lunedì 2 settembre 2024
V13. Cronaca giudiziaria / Emmanuel Carrère
V13. Cronaca giudiziaria / Emmanuel Carrère; postfazione di Grégoire Leménager; trad. di Francesco Bergamasco. Milano: Adelphi, 2023.
V13 è il primo libro di Emmanuel Carrère che leggo. Ne ho alcuni altri, ma non mi ero mai decisa, anche perché ne ho sempre sentito parlare in maniera ambivalente. Molti mi dicevano delle sue grandi qualità sul piano della scrittura, ma qualcuno lamentava il suo narcisismo, molto evidente quando parla di storie che lo riguardano in prima persona. Ebbene, penso che cominciare con V13 sia stata una scelta azzeccata, sebbene sostanzialmente fortuita.
Come dice il sottotitolo, V13 è una cronaca giudiziaria, quella del processo per gli attentati terroristici compiuti a Parigi venerdì 13 novembre 2015, per l'esattezza quello in parte fallito allo Stade de France, le uccisioni ai tavolini dei due ristoranti Le Carillon, in Rue Alibert, e Le Petit Cambodge, in Rue Bichat, e la strage al Bataclan dove era in corso il concerto degli Eagles of Death Metal. Per quasi un anno Emmanuel Carrère ha seguito il processo per conto del giornale L’Obs insieme ad altri giornalisti della stessa testata. I resoconti sono stati pubblicati settimanalmente sul giornale, poi Carrère li ha riordinati, parzialmente risistemati e organizzati nelle tre parti, Le vittime, Gli imputati, La corte, che compongono questo libro, pubblicato in Italia da Adelphi.
Quello di Carrère è al contempo un racconto fedele e attento delle fasi del processo, con un'attenzione non solo e non tanto ai fatti che emergono, ma anche alla ratio delle procedure, nonché un'occasione di conoscenza dei suoi protagonisti, vittime, familiari delle vittime, imputati, avvocati, giudici.
Se l'ondata emotiva è attesa e inevitabile quando si parla delle vittime e dei familiari delle vittime, e l'empatia per il loro dolore e l'orrore per quanto subito sono massime e immediate, colpisce ancora di più la capacità di Carrère di raccontare gli imputati, tra l'altro tutti pesci piccoli, a parte Salah Abdeslam che faceva parte del commando suicida e che non è chiaro perché non sia morto insieme agli altri. È evidente che in questo caso i sentimenti suscitati sono molto più ambivalenti, e l'empatia non solo non è scontata ma può risultare persino inopportuna; Carrère però non si sottrae al tentativo di comprendere, e anche in questo caso - sebbene sia necessario un salto razionale, nonché culturale - riusciamo se non a entrare nella testa di alcuni degli imputati, almeno a cogliere alcune storture e anomalie del procedimento, nonché a evitare l'approccio "noi/loro" che non è certamente la strada giusta da percorrere.
Nella terza parte, quella dedicata alle varie figure del processo, giudici, avvocati, pubblici ministeri ecc., Carrère fa un'operazione se vogliamo persino più ardita. Oltre a mostrarci le capacità e la bravura di alcuni di loro, ci aiuta a comprendere i meccanismi processuali e dunque il senso del lavoro di tutti coloro che sono coinvolti nel dibattimento, anche di quelli che difendono gli imputati, persino quelli apparentemente più indifendibili, nel presupposto che un processo - soprattutto uno di questa portata - ha anche un valore politico ed esemplare, e dunque la sentenza non è il risultato di un'operazione matematica, perché su di essa agiscono molti fattori sottili e immateriali.
Se dunque - come mi dicono - il difetto principale di Carrère è quello di rubare la scena agli altri personaggi delle sue storie con il suo essere ingombrante, in questo caso non si può dire altrettanto. Carrère quasi scompare a tutto vantaggio dei protagonisti della storia, soprattutto alcuni che nella sua esperienza sono risultati particolarmente determinanti, ad esempio tra i familiari delle vittime Georges Salines e Nadia Mondeguer, tra gli avvocati Negar Haeri e Xavier Nogueras.
V13 è una lettura al contempo devastante ed entusiasmante, per la maniera straordinaria in cui ci accompagna nei meandri della giustizia e delle sue imperfezioni (dovute al fatto che la passione riesce sempre a intrufolarsi nelle maglie del diritto), nonché nei misteri della mente umana, capace di profondissimi abissi e altissime vette, entrambi difficili da comprendere.
Voto: 4/5
V13 è il primo libro di Emmanuel Carrère che leggo. Ne ho alcuni altri, ma non mi ero mai decisa, anche perché ne ho sempre sentito parlare in maniera ambivalente. Molti mi dicevano delle sue grandi qualità sul piano della scrittura, ma qualcuno lamentava il suo narcisismo, molto evidente quando parla di storie che lo riguardano in prima persona. Ebbene, penso che cominciare con V13 sia stata una scelta azzeccata, sebbene sostanzialmente fortuita.
Come dice il sottotitolo, V13 è una cronaca giudiziaria, quella del processo per gli attentati terroristici compiuti a Parigi venerdì 13 novembre 2015, per l'esattezza quello in parte fallito allo Stade de France, le uccisioni ai tavolini dei due ristoranti Le Carillon, in Rue Alibert, e Le Petit Cambodge, in Rue Bichat, e la strage al Bataclan dove era in corso il concerto degli Eagles of Death Metal. Per quasi un anno Emmanuel Carrère ha seguito il processo per conto del giornale L’Obs insieme ad altri giornalisti della stessa testata. I resoconti sono stati pubblicati settimanalmente sul giornale, poi Carrère li ha riordinati, parzialmente risistemati e organizzati nelle tre parti, Le vittime, Gli imputati, La corte, che compongono questo libro, pubblicato in Italia da Adelphi.
Quello di Carrère è al contempo un racconto fedele e attento delle fasi del processo, con un'attenzione non solo e non tanto ai fatti che emergono, ma anche alla ratio delle procedure, nonché un'occasione di conoscenza dei suoi protagonisti, vittime, familiari delle vittime, imputati, avvocati, giudici.
Se l'ondata emotiva è attesa e inevitabile quando si parla delle vittime e dei familiari delle vittime, e l'empatia per il loro dolore e l'orrore per quanto subito sono massime e immediate, colpisce ancora di più la capacità di Carrère di raccontare gli imputati, tra l'altro tutti pesci piccoli, a parte Salah Abdeslam che faceva parte del commando suicida e che non è chiaro perché non sia morto insieme agli altri. È evidente che in questo caso i sentimenti suscitati sono molto più ambivalenti, e l'empatia non solo non è scontata ma può risultare persino inopportuna; Carrère però non si sottrae al tentativo di comprendere, e anche in questo caso - sebbene sia necessario un salto razionale, nonché culturale - riusciamo se non a entrare nella testa di alcuni degli imputati, almeno a cogliere alcune storture e anomalie del procedimento, nonché a evitare l'approccio "noi/loro" che non è certamente la strada giusta da percorrere.
Nella terza parte, quella dedicata alle varie figure del processo, giudici, avvocati, pubblici ministeri ecc., Carrère fa un'operazione se vogliamo persino più ardita. Oltre a mostrarci le capacità e la bravura di alcuni di loro, ci aiuta a comprendere i meccanismi processuali e dunque il senso del lavoro di tutti coloro che sono coinvolti nel dibattimento, anche di quelli che difendono gli imputati, persino quelli apparentemente più indifendibili, nel presupposto che un processo - soprattutto uno di questa portata - ha anche un valore politico ed esemplare, e dunque la sentenza non è il risultato di un'operazione matematica, perché su di essa agiscono molti fattori sottili e immateriali.
Se dunque - come mi dicono - il difetto principale di Carrère è quello di rubare la scena agli altri personaggi delle sue storie con il suo essere ingombrante, in questo caso non si può dire altrettanto. Carrère quasi scompare a tutto vantaggio dei protagonisti della storia, soprattutto alcuni che nella sua esperienza sono risultati particolarmente determinanti, ad esempio tra i familiari delle vittime Georges Salines e Nadia Mondeguer, tra gli avvocati Negar Haeri e Xavier Nogueras.
V13 è una lettura al contempo devastante ed entusiasmante, per la maniera straordinaria in cui ci accompagna nei meandri della giustizia e delle sue imperfezioni (dovute al fatto che la passione riesce sempre a intrufolarsi nelle maglie del diritto), nonché nei misteri della mente umana, capace di profondissimi abissi e altissime vette, entrambi difficili da comprendere.
Voto: 4/5
venerdì 30 agosto 2024
Da Innsbruck a Salisburgo in bicicletta
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Innsbruck - Lungo il fiume Inn |
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Innsbruck - Ingresso alla città vecchia |
In realtà, le previsioni pre-partenza parlano di una settimana di pioggia praticamente ininterrotta, il che non ci fa ben sperare per l'andamento del viaggio. Ma le date sono state decise molto tempo fa quindi si parte e si vedrà.
Il viaggio di quest'anno si articola in cinque tappe:
- Innsbruck - Strass im-Zillertal (45 km)
- Strass in-Zillertal - Zell am Ziller (23 km), poi transfer a Krimml
- Krimml - Kaprun (con visita a Zell am See) (86 km)
- Kaprun - St Martin bei Lofer (60 km)
- St Martin bei Lofer - Salisburgo (56 km)
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Strass im-Zillertal |
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Il percorso e i punti di interesse
Quando abbiamo scelto questo viaggio in bicicletta temevo un pochino un percorso tutto lungo fiume, che dopo oltre vent'anni di viaggi in bici so per esperienza che non è tra i più entusiasmanti. Devo dire però che dopo le prime due tappe aventi effettivamente questa caratteristica - che per due giorni è anche gradevole - a partire da Krimml il percorso diventa molto più vario e mosso: vallate verdissime, freschi boschetti, laghi, campagne, paesaggi alpini e piccoli paesi.
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Lungo la prima tappa del percorso |
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Le cascate di Krimml |
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Zell am See |
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Innsbruck - Facciata del museo |
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Salisburgo - Vista dalla torre della fortezza |
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Salisburgo - La fortezza |
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Il cibo e gli alloggi
Nei miei post di viaggio non può mancare qualche parola sul cibo e sugli alloggi. Premesso che la cucina austriaca non è certamente una cucina leggera e nemmeno particolarmente varia, va detto che nel complesso abbiamo mangiato piuttosto bene.
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Bad Reichenhall |
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Le verdi vallate lungo il percorso |
Sul vino, pur essendoci una buona produzione e disponibilità, non li ho visti molto preparati, soprattutto nei ristoranti, dove un cameriere ha il coraggio di dirci che non esiste il vino frizzante!!
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I boschi lungo il percorso |
Solo a Salisburgo abbiamo potuto scegliere e abbiamo testato due ristorante fuori dai giri turistici, che ci sono entrambi piaciuti moltissimo e dove eravamo circondati prevalentemente da locali: il Fuxn (che a me ha un po' ricordato il Monk di Roma), ottima birra artigianale e ottimi piatti un po' meno prevedibili della media, e Urbankeller, un ristorante che è anche luogo da aperitivi per i salisburghesi prima degli spettacoli al Kleines Theater che è lì attaccato (qui c'è un fraintendimento tra S. e il cameriere in merito al piatto ordinato, che produce un po' di teatrino, ma alla fine io mi gusto il mio buonissimo gulash e l'ottima birra!).
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Incontri lungo la strada |
Bello anche il Panorama Hotel Burgeck a Krimml, gestito da un gruppo di donne e ragazze molto brave: panorama sulla valle e sulla cascata davvero eccezionale, e ottimo cibo.
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Maria Alm - La chiesetta |
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Alcune considerazioni finali
Quest'anno abbiamo utilizzato Cyclando come agenzia cui appoggiarci per il viaggio e in Austria il gestore di riferimento è stato - come accennato - Eurobike. Il costo del viaggio non è stato basso, ma devo dire che dal punto di vista organizzativo tutto è andato splendidamente, e la comodità di viaggiare in treno dall'Italia senza lo sbattimento degli aerei e degli aeroporti è stata impagabile.
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Salisburgo - Concierge dell 'Hotel Sacher alla fermata |
Ma a me la vacanza in bicicletta piace anche per questo motivo, perché non c'è l'ansia di dover vedere tutto, e ci si può anche godere lo stare in luoghi dove non si sarebbe andati appositamente in un viaggio di tipo diverso, ma che si rivelano piacevoli e interessanti proprio per il loro essere fuori dalle maggiori rotte turistiche.
Come sempre ci accade in questi viaggi, non incontriamo italiani durante il percorso nemmeno a pagarli, tranne quando mettiamo piede nelle città principali, dove improvvisamente ci sentiamo circondati e sentiamo parlare la nostra lingua ovunque. Salisburgo in particolare era strapiena di gente e di turisti di ogni provenienza, cosa che sinceramente mi ha fatto parecchio impressione, perché mi pare che il fenomeno dell'iperturismo ormai non risparmi davvero nessuno.
Per una selezione più ampia di foto del viaggio in Austria si veda qui sul mio profilo Behance.
mercoledì 28 agosto 2024
La casa delle magnolie / Flavia Biondi
La casa delle magnolie / Flavia Biondi. Milano: Bao Publishing, 2023.
Flavia Biondi è un'autrice che seguo sempre con una certa attenzione, e - pur non avendo letto tutti i suoi lavori - mi sento di poter dire che i suoi racconti a fumetti hanno il dono della profondità e della delicatezza nello stesso tempo, caratteristica secondo me rara in qualunque mezzo di espressione creativa.
Avevo già osservato questa caratteristica in due precedenti graphic novel, L'importante è finire e La generazione, che avevo sentito entrambi molto miei per diversi motivi; ora torno a sperimentare la medesima sensazione con la lettura de La casa delle magnolie.
Al centro di questo lavoro c'è appunto una grande casa di campagna circondata dalle magnolie, nella zona di Montalcino in Toscana. Questa casa è il teatro di una storia familiare e soprattutto della storia personale di Amelia, una giovane donna che, dopo aver girato il mondo come assistente di volo, ritorna alle sue origini, dopo la morte della nonna e la vendita della casa di lei. Sarà per Amelia l'occasione di fare i conti con il suo passato, di rivitalizzare la memoria della nonna con cui è cresciuta e capirla più profondamente e di riconciliarsi con la sorella, da cui si è allontanata da tempo.
In questo percorso di consapevolezza e di riappacificazione con sé stessa e con le proprie radici, Amelia incontra per caso Ada, una giovane arrivata a Montalcino per una supplenza a scuola, che a sua volta porta su di sé - sotto forma di un pesante disturbo ossessivo-compulsivo - i segni di un passato sofferto.
Tanto Amelia è un uragano travolgente e imprevedibile, quanto Ada è schiva e riservata, ma le due ragazze si incontreranno nel comune bisogno di ritrovare la fiducia in sé stesse e negli altri.
Come dicevo in apertura, La casa delle magnolie è una storia delicata, piena di affetto per i suoi personaggi, nessuno dei quali è oggetto di giudizio, ma solo di comprensione, quella di cui tutti abbiamo bisogno, soprattutto in alcuni momenti della nostra vita.
I disegni - come sempre nei graphic novel di Flavia Biondi - sono belli, dettagliati e realistici, ma che a volte sanno attingere anche ad alcuni stili tipici dei manga; la sceneggiatura è costruita con sapienza e profondità, e per questo l'insieme è capace di parlare a tutti, pur partendo da una storia apparentemente piccola. Alcuni passaggi colpiscono profondamente - penso ad esempio a quando si parla del rancore come di una scala a pioli - e in generale si apprezza l'umanità fragile dei personaggi, in cui non si può non identificarsi almeno in parte.
Alla fine Flavia Biondi mi commuove sempre un po', e non so se perché molti suoi temi sono anche i miei (in particolare il rapporto con le origini e le dinamiche familiari) o semplicemente perché è brava a far arrivare i sentimenti che scorrono attraverso le sue storie.
Voto: 4/5
Flavia Biondi è un'autrice che seguo sempre con una certa attenzione, e - pur non avendo letto tutti i suoi lavori - mi sento di poter dire che i suoi racconti a fumetti hanno il dono della profondità e della delicatezza nello stesso tempo, caratteristica secondo me rara in qualunque mezzo di espressione creativa.
Avevo già osservato questa caratteristica in due precedenti graphic novel, L'importante è finire e La generazione, che avevo sentito entrambi molto miei per diversi motivi; ora torno a sperimentare la medesima sensazione con la lettura de La casa delle magnolie.
Al centro di questo lavoro c'è appunto una grande casa di campagna circondata dalle magnolie, nella zona di Montalcino in Toscana. Questa casa è il teatro di una storia familiare e soprattutto della storia personale di Amelia, una giovane donna che, dopo aver girato il mondo come assistente di volo, ritorna alle sue origini, dopo la morte della nonna e la vendita della casa di lei. Sarà per Amelia l'occasione di fare i conti con il suo passato, di rivitalizzare la memoria della nonna con cui è cresciuta e capirla più profondamente e di riconciliarsi con la sorella, da cui si è allontanata da tempo.
In questo percorso di consapevolezza e di riappacificazione con sé stessa e con le proprie radici, Amelia incontra per caso Ada, una giovane arrivata a Montalcino per una supplenza a scuola, che a sua volta porta su di sé - sotto forma di un pesante disturbo ossessivo-compulsivo - i segni di un passato sofferto.
Tanto Amelia è un uragano travolgente e imprevedibile, quanto Ada è schiva e riservata, ma le due ragazze si incontreranno nel comune bisogno di ritrovare la fiducia in sé stesse e negli altri.
Come dicevo in apertura, La casa delle magnolie è una storia delicata, piena di affetto per i suoi personaggi, nessuno dei quali è oggetto di giudizio, ma solo di comprensione, quella di cui tutti abbiamo bisogno, soprattutto in alcuni momenti della nostra vita.
I disegni - come sempre nei graphic novel di Flavia Biondi - sono belli, dettagliati e realistici, ma che a volte sanno attingere anche ad alcuni stili tipici dei manga; la sceneggiatura è costruita con sapienza e profondità, e per questo l'insieme è capace di parlare a tutti, pur partendo da una storia apparentemente piccola. Alcuni passaggi colpiscono profondamente - penso ad esempio a quando si parla del rancore come di una scala a pioli - e in generale si apprezza l'umanità fragile dei personaggi, in cui non si può non identificarsi almeno in parte.
Alla fine Flavia Biondi mi commuove sempre un po', e non so se perché molti suoi temi sono anche i miei (in particolare il rapporto con le origini e le dinamiche familiari) o semplicemente perché è brava a far arrivare i sentimenti che scorrono attraverso le sue storie.
Voto: 4/5
venerdì 9 agosto 2024
Rotting in the sun
Rotting in the sun, il film del regista cileno Sebastián Silva, è il mio ultimo film al cinema prima della pausa estiva. Lo avevo in lista da quando ne aveva parlato Matteo Bordone nel suo podcast incuriosendomi, ma la sua disponibilità in quel momento era solo sulle piattaforme.
Grazie al mitico cinema Troisi che inserisce il film nella sua programmazione estiva riesco finalmente ad andare a vederlo, e pure in lingua originale.
Siamo in Messico, e Sebastián Silva porta sullo schermo sé stesso rappresentato - decisamente sopra le righe - come un giovane regista gay in crisi, che annega la depressione nelle droghe e sembra non avere più alcun interesse per il sesso. Durante una breve vacanza in una spiaggia gay - che gli amici gli hanno consigliato per staccare un po' - Seb incontra Jordan Firstman, anche lui nei panni di sé stesso, un influencer gay che è una vera star di Instagram e che gli propone di fare un film insieme.
Dopo le iniziali titubanze, Seb decide di accettare la proposta e invita Jordan nello studio in cui vive, all'interno della palazzina che Mateo e sua moglie stanno ristrutturando per farne un residence per turisti e dove la signora Vero si occupa di fare le pulizie.
Seb e Jordan non si incontreranno mai perché nel frattempo succede l'imprevedibile e la commedia - che già nella prima parte ha un andamento grottesco e sopra le righe - vira verso il crime, mantenendo comunque un approccio scanzonato e ca**one, che è evidentemente una precisa scelta registica.
Il film - certamente girato con mezzi piuttosto limitati - si svolge quasi interamente nella palazzina di Mateo dove vive Seb, salvo poche scene esterne, tra cui la divertente e 'sconcia' scena sulla spiaggia gay.
Diciamo che Silva e Firstman vivono questo film come un vero e proprio divertissement, che non ha paura di essere politicamente scorretto da ogni punto di vista (le droghe sono onnipresenti, ma anche membri maschili e scene di sesso sono mostrate a più riprese e con grande leggerezza e divertimento). Chi dunque non tollera questo tipo di commedia queer un po' sboccata e un po' sopra le righe farà bene a tenersi lontano da questo film, ma chi invece riuscirà ad entrare in sintonia con lo stile matto e scanzonato di questi due (regista e influencer) che - con grandissima autoironia, prendono in giro sé stessi e il proprio lavoro, nonché alcune caratteristiche del mondo gay e della contemporaneità in generale (vedi l'onnipresenza e il ruolo dei social), in un trionfo dell'eccesso e del sopra le righe - troverà in questo film una occasione di divertimento, arrivando anche ad apprezzarne la fattura tecnica che certamente ha nel montaggio fulminante uno dei suoi punti di forza.
Voto: 3,5/5
Grazie al mitico cinema Troisi che inserisce il film nella sua programmazione estiva riesco finalmente ad andare a vederlo, e pure in lingua originale.
Siamo in Messico, e Sebastián Silva porta sullo schermo sé stesso rappresentato - decisamente sopra le righe - come un giovane regista gay in crisi, che annega la depressione nelle droghe e sembra non avere più alcun interesse per il sesso. Durante una breve vacanza in una spiaggia gay - che gli amici gli hanno consigliato per staccare un po' - Seb incontra Jordan Firstman, anche lui nei panni di sé stesso, un influencer gay che è una vera star di Instagram e che gli propone di fare un film insieme.
Dopo le iniziali titubanze, Seb decide di accettare la proposta e invita Jordan nello studio in cui vive, all'interno della palazzina che Mateo e sua moglie stanno ristrutturando per farne un residence per turisti e dove la signora Vero si occupa di fare le pulizie.
Seb e Jordan non si incontreranno mai perché nel frattempo succede l'imprevedibile e la commedia - che già nella prima parte ha un andamento grottesco e sopra le righe - vira verso il crime, mantenendo comunque un approccio scanzonato e ca**one, che è evidentemente una precisa scelta registica.
Il film - certamente girato con mezzi piuttosto limitati - si svolge quasi interamente nella palazzina di Mateo dove vive Seb, salvo poche scene esterne, tra cui la divertente e 'sconcia' scena sulla spiaggia gay.
Diciamo che Silva e Firstman vivono questo film come un vero e proprio divertissement, che non ha paura di essere politicamente scorretto da ogni punto di vista (le droghe sono onnipresenti, ma anche membri maschili e scene di sesso sono mostrate a più riprese e con grande leggerezza e divertimento). Chi dunque non tollera questo tipo di commedia queer un po' sboccata e un po' sopra le righe farà bene a tenersi lontano da questo film, ma chi invece riuscirà ad entrare in sintonia con lo stile matto e scanzonato di questi due (regista e influencer) che - con grandissima autoironia, prendono in giro sé stessi e il proprio lavoro, nonché alcune caratteristiche del mondo gay e della contemporaneità in generale (vedi l'onnipresenza e il ruolo dei social), in un trionfo dell'eccesso e del sopra le righe - troverà in questo film una occasione di divertimento, arrivando anche ad apprezzarne la fattura tecnica che certamente ha nel montaggio fulminante uno dei suoi punti di forza.
Voto: 3,5/5
mercoledì 7 agosto 2024
Malinverno / Domenico Dara
Malinverno / Domenico Dara. Milano: Feltrinelli, 2020.
Era un po' che la mia amica I. mi sponsorizzava questo libro di Domenico Dara, e qualche tempo fa in occasione del mio compleanno me ne ha fatto dono, cosicché alla prima occasione buona ho deciso di prenderlo in mano e iniziarne la lettura.
La storia è quella di Astolfo Malinverno, bibliotecario della cittadina di Timpamara, zoppo dalla nascita, innamorato della letteratura, cui il sindaco del paese decide a un certo punto di affidare anche l'incarico di guardiano del cimitero.
Inizialmente perplesso, Malinverno scoprirà molti punti di connessione tra il ruolo di guardiano dei libri e quello di guardiano dei morti, e soprattutto svilupperà un interesse particolare per una tomba senza nome con la fotografia di una donna molto bella cui Astolfo attribuisce il nome di Emma, come la protagonista del romanzo di Flaubert.
Intorno a Malinverno ruota tutta la composita e originale comunità di Timpamara al centro della quale si colloca la cartiera dove arrivano vagoni di libri destinati al macero da cui il bibliotecario salva le cose più significative e gli abitanti diventano custodi e donatori di pagine. Alcuni esponenti di questa comunità sono assidui frequentatori del cimitero, per i motivi più diversi: chi perché è stato considerato morto ed è "tornato in vita", chi perché ha perso troppo presto l'amore della sua vita, chi perché ha l'hobby di registrare le presunte voci dei morti.
Tra tutti questi frequentatori del cimitero un giorno Malinverno si trova di fronte alla donna senza nome in carne e ossa. Inizia così da un lato il tentativo di ricostruire la storia di questa donna misteriosa e sfuggente da parte di Astolfo, dall'altro il suo inevitabile processo di innamoramento.
Alla fine della storia tutti i pezzi del puzzle torneranno al loro posto e la vita di Malinverso sarà cambiata per sempre.
Il libro di Domenico Dara è una strana, quasi gotica, storia d'amore, che non è però solo l'amore di un uomo per una donna, ma anche quello per i libri e la letteratura, e attraverso di essi per la memoria collettiva.
Il romanzo è intriso di richiami letterari, e del resto Timpamara e i suoi abitanti sono nel loro complesso un mondo un po' immaginario e fiabesco, ma molto reale nei sentimenti che animano le persone.
Non esattamente il genere di romanzo che preferisco, ma capisco l'interesse e l'entusiasmo ch'esso ha generato in molte persone.
Voto: 3/5
Era un po' che la mia amica I. mi sponsorizzava questo libro di Domenico Dara, e qualche tempo fa in occasione del mio compleanno me ne ha fatto dono, cosicché alla prima occasione buona ho deciso di prenderlo in mano e iniziarne la lettura.
La storia è quella di Astolfo Malinverno, bibliotecario della cittadina di Timpamara, zoppo dalla nascita, innamorato della letteratura, cui il sindaco del paese decide a un certo punto di affidare anche l'incarico di guardiano del cimitero.
Inizialmente perplesso, Malinverno scoprirà molti punti di connessione tra il ruolo di guardiano dei libri e quello di guardiano dei morti, e soprattutto svilupperà un interesse particolare per una tomba senza nome con la fotografia di una donna molto bella cui Astolfo attribuisce il nome di Emma, come la protagonista del romanzo di Flaubert.
Intorno a Malinverno ruota tutta la composita e originale comunità di Timpamara al centro della quale si colloca la cartiera dove arrivano vagoni di libri destinati al macero da cui il bibliotecario salva le cose più significative e gli abitanti diventano custodi e donatori di pagine. Alcuni esponenti di questa comunità sono assidui frequentatori del cimitero, per i motivi più diversi: chi perché è stato considerato morto ed è "tornato in vita", chi perché ha perso troppo presto l'amore della sua vita, chi perché ha l'hobby di registrare le presunte voci dei morti.
Tra tutti questi frequentatori del cimitero un giorno Malinverno si trova di fronte alla donna senza nome in carne e ossa. Inizia così da un lato il tentativo di ricostruire la storia di questa donna misteriosa e sfuggente da parte di Astolfo, dall'altro il suo inevitabile processo di innamoramento.
Alla fine della storia tutti i pezzi del puzzle torneranno al loro posto e la vita di Malinverso sarà cambiata per sempre.
Il libro di Domenico Dara è una strana, quasi gotica, storia d'amore, che non è però solo l'amore di un uomo per una donna, ma anche quello per i libri e la letteratura, e attraverso di essi per la memoria collettiva.
Il romanzo è intriso di richiami letterari, e del resto Timpamara e i suoi abitanti sono nel loro complesso un mondo un po' immaginario e fiabesco, ma molto reale nei sentimenti che animano le persone.
Non esattamente il genere di romanzo che preferisco, ma capisco l'interesse e l'entusiasmo ch'esso ha generato in molte persone.
Voto: 3/5
lunedì 5 agosto 2024
Il mistero scorre sul fiume
In questa caldissima estate romana, in cui le vacanze sono vicine ma non sono ancora arrivate, io e F. cerchiamo un po’ di refrigerio al cinema andando a vedere questo noir/poliziesco cinese, Il mistero scorre sul fiume, il cui titolo italiano non può non far tornare in mente La morte corre sul fiume di Charles Laughton, anche se la suggestione riguarda solo il pubblico italiano (visto che stiamo parlando di titoli tradotti).
Il film del regista cinese Wei Shujun è tratto dal racconto Errore in riva al fiume dello scrittore Yu Hua, contenuto nella raccolta Torture. Come spesso mi accade con il cinema, oltre a godere dello spettacolo, vedere un film è anche un’occasione di scoperta transmediale, che mi fa scoprire e avvicinare ad autori che non conoscevo e che a questo punto vorrei approfondire.
Siamo nel 1995 nella Cina rurale, in un piccolissimo paese lungo il fiume. Una donna anziana viene uccisa con una roncola mentre si trova vicino al fiume che scorre vicino al paese. Da qui prendono l’avvio le indagini della polizia locale, e in particolare del capitano Ma Zhe (Yilong Zhu), la cui moglie – scopriremo più avanti – aspetta un figlio.
Il capo di Ma Zhe – un militare pelato che trascorre le sue giornate giocando a ping pong, curando i bonsai e svolgendo altre amene attività – preme fin dal principio perché il caso venga risolto nel più breve tempo possibile, perché le gerarchie militari e le autorità politiche vogliono vantare successi rapidi e non tollerano il dubbio.
Il capitano Ma Zhe è però un uomo attraversato da vari tormenti interiori, e indagare su questo caso – che via via si allargherà con altri omicidi che si verificano sempre nella zona del fiume e più o meno con la stessa dinamica – lo condurrà a poco a poco negli abissi della propria coscienza producendo in lui uno stato di alterazione percettiva in cui il confine tra reale e immaginato si fa sempre più labile.
Il pazzo – ossia l’uomo sospettato degli omicidi – diventa per Ma Zhe un vero e proprio pensiero ossessivo assumendo significati via via più personali e diventando fonte di crescente turbamento, mentre le indagini portano via via alla luce realtà sommerse della piccola comunità rurale.
Il film di Wei Shujun è costruito come un noir classico, e certamente flirta con alcuni importanti modelli della cinematografia occidentale, e però resta un prodotto profondamente cinese nelle sue atmosfere ambientali e sociali.
Soprattutto, nonostante la tensione palpabile e il senso di angoscia che accompagna la storia e in particolare la parabola di Ma Zhe, il film è attraversato da una straordinaria ironia, che passa anche attraverso la riflessione su narrazione e metanarrazione, grazie, tra le altre cose, all’espediente – quasi in apertura – di far trasferire parte degli uffici della polizia locale sul palco di un cinema dismesso e la scrivania di Ma Zhe nella saletta del proiezionista. Per non parlare del fatto che il film si apre con una sequenza nella quale un bambino sta giocando con una pistola-giocattolo a fare il poliziotto alla ricerca di un criminale nelle stanze abbandonate di un palazzo in rovina, e che tutta l’indagine sarà costellata di velleitarismo, approssimazione ed errori grossolani, e si concluderà di fatto senza una verità.
Mentre dunque Ma Zhe sprofonda in forme di vera e propria allucinazione, e il suo universo onirico ricostruisce gli eventi degli omicidi ancora irrisolti, tutti diventiamo spettatori di una specie di messa in scena il cui vero obiettivo non è la ricerca della verità ma la costruzione di una storia plausibile e possibilmente rasserenante per la comunità e soprattutto per l’establishment politico.
Le atmosfere sono cupe e piovose, grigie, gli interni squallidi, tutto è livido, ma anche grottesco in un mix di generi che, pur nella specificità culturale, non ci risulta estraneo ed evoca uno strano sentimento di riconoscimento ed insieme di estraneità.
Mi sono chiesta come abbia fatto questo film – in buona parte critico verso la burocrazia militare – non solo ad arrivare a Cannes senza censure ma a circolare con grande successo nel paese d’origine. Ma – si sa – per noi la Cina rimarrà sempre un posto oscuro e di cui difficilmente potremo arrivare a comprendere i complessi e talvolta perversi meccanismi interni.
Voto: 3,5/5
Il film del regista cinese Wei Shujun è tratto dal racconto Errore in riva al fiume dello scrittore Yu Hua, contenuto nella raccolta Torture. Come spesso mi accade con il cinema, oltre a godere dello spettacolo, vedere un film è anche un’occasione di scoperta transmediale, che mi fa scoprire e avvicinare ad autori che non conoscevo e che a questo punto vorrei approfondire.
Siamo nel 1995 nella Cina rurale, in un piccolissimo paese lungo il fiume. Una donna anziana viene uccisa con una roncola mentre si trova vicino al fiume che scorre vicino al paese. Da qui prendono l’avvio le indagini della polizia locale, e in particolare del capitano Ma Zhe (Yilong Zhu), la cui moglie – scopriremo più avanti – aspetta un figlio.
Il capo di Ma Zhe – un militare pelato che trascorre le sue giornate giocando a ping pong, curando i bonsai e svolgendo altre amene attività – preme fin dal principio perché il caso venga risolto nel più breve tempo possibile, perché le gerarchie militari e le autorità politiche vogliono vantare successi rapidi e non tollerano il dubbio.
Il capitano Ma Zhe è però un uomo attraversato da vari tormenti interiori, e indagare su questo caso – che via via si allargherà con altri omicidi che si verificano sempre nella zona del fiume e più o meno con la stessa dinamica – lo condurrà a poco a poco negli abissi della propria coscienza producendo in lui uno stato di alterazione percettiva in cui il confine tra reale e immaginato si fa sempre più labile.
Il pazzo – ossia l’uomo sospettato degli omicidi – diventa per Ma Zhe un vero e proprio pensiero ossessivo assumendo significati via via più personali e diventando fonte di crescente turbamento, mentre le indagini portano via via alla luce realtà sommerse della piccola comunità rurale.
Il film di Wei Shujun è costruito come un noir classico, e certamente flirta con alcuni importanti modelli della cinematografia occidentale, e però resta un prodotto profondamente cinese nelle sue atmosfere ambientali e sociali.
Soprattutto, nonostante la tensione palpabile e il senso di angoscia che accompagna la storia e in particolare la parabola di Ma Zhe, il film è attraversato da una straordinaria ironia, che passa anche attraverso la riflessione su narrazione e metanarrazione, grazie, tra le altre cose, all’espediente – quasi in apertura – di far trasferire parte degli uffici della polizia locale sul palco di un cinema dismesso e la scrivania di Ma Zhe nella saletta del proiezionista. Per non parlare del fatto che il film si apre con una sequenza nella quale un bambino sta giocando con una pistola-giocattolo a fare il poliziotto alla ricerca di un criminale nelle stanze abbandonate di un palazzo in rovina, e che tutta l’indagine sarà costellata di velleitarismo, approssimazione ed errori grossolani, e si concluderà di fatto senza una verità.
Mentre dunque Ma Zhe sprofonda in forme di vera e propria allucinazione, e il suo universo onirico ricostruisce gli eventi degli omicidi ancora irrisolti, tutti diventiamo spettatori di una specie di messa in scena il cui vero obiettivo non è la ricerca della verità ma la costruzione di una storia plausibile e possibilmente rasserenante per la comunità e soprattutto per l’establishment politico.
Le atmosfere sono cupe e piovose, grigie, gli interni squallidi, tutto è livido, ma anche grottesco in un mix di generi che, pur nella specificità culturale, non ci risulta estraneo ed evoca uno strano sentimento di riconoscimento ed insieme di estraneità.
Mi sono chiesta come abbia fatto questo film – in buona parte critico verso la burocrazia militare – non solo ad arrivare a Cannes senza censure ma a circolare con grande successo nel paese d’origine. Ma – si sa – per noi la Cina rimarrà sempre un posto oscuro e di cui difficilmente potremo arrivare a comprendere i complessi e talvolta perversi meccanismi interni.
Voto: 3,5/5
venerdì 2 agosto 2024
Palestina / Joe Sacco
Palestina / Joe Sacco. Special edition. Milano: Mondadori, 2018.
Sollecitata dalla guerra in corso e consapevole della mia ignoranza e anche della incandescenza della materia, mi sono finalmente decisa a tirare giù dallo scaffale e a leggere Palestina, che è ormai un classico di graphic journalism (anche se forse Joe Sacco non sarebbe d'accordo con questa definizione).
Lo leggo nella versione Special edition, edizione cartonata che contiene - oltre all'introduzione di Edward Said - alcuni approfondimenti scritti dallo stesso Sacco su come è nato questo lavoro e anche sulle scelte fatte in termini di costruzione del racconto a partire dal diario che l'autore ha tenuto durante la sua permanenza in Palestina, durata due mesi tra la fine del 1991 e l'inizio del 1992, ai tempi della prima Intifada.
Joe Sacco è americano, e ci spiega che il motivo per cui ha deciso di andare in Palestina è stato la sua crescente insoddisfazione nei confronti dell'informazione molto parziale fornita dei media americani sulla vicenda israelo-palestinese.
Durante la visita in Palestina, Joe Sacco incontra moltissime persone, palestinesi e non, e in alcune fasi del viaggio è accompagnato per un tratto da alcune di queste persone, che lo ospitano ovvero lo accompagnano nelle sue esplorazioni.
Ne viene fuori un racconto della situazione palestinese che è parecchio agghiacciante, e sebbene - come lo stesso Sacco chiarisce nell'introduzione - il punto di vista è quasi esclusivamente quello palestinese, perché era proprio di quel punto di vista, carente negli Stati Uniti, che Sacco andava alla ricerca, l'autore riesce a garantire un approccio non buonista né privo di senso critico rispetto alla situazione, ma assolutamente sincero nel mostrare un popolo che vive da decenni in condizioni precarie e indecenti.
Utilizzando un tratto di tipo cartoonistico, Sacco crea nel lettore una forma di straniamento, che nasce dal contrasto che si produce tra un disegno che ha elementi talvolta caricaturali ovvero con venature satiriche (più che altro nel disegno delle persone, mentre i luoghi sono disegnati con una precisione documentaristica) e un racconto fatto di una sequenza infinita di orrori e tragedie (individuali e collettive). Nel mezzo un protagonista, lo stesso Sacco, con cui l'autore è davvero impietoso nel metterne in evidenza forme di codardia e di insofferenza, quasi facesse di tutto per rendercelo in qualche modo antipatico e così consentirgli di dire cose e fare commenti che non sempre sono politicamente corretti e che non nascondono alcun aspetto della realtà che racconta (quelli tragici, quelli quasi ridicoli - si veda la storia del tè offerto in ogni casa -, fino a quelli insopportabili). Questa scelta - o comunque questo approccio - costruisce un racconto davvero stratificato e non scontato, che rende appieno la complessità della situazione e suggerisce - più o meno consciamente - l'impossibilità di una soluzione, e soprattutto l'impossibilità di una soluzione pacifica o diplomatica.
Quello che abbiamo sotto gli occhi da diversi mesi è la conseguenza e la dimostrazione di quanto vediamo e leggiamo nel libro di Sacco e ha radici che ovviamente risalgono molto più indietro nel tempo.
Leggendo questo fumetto nomi di luoghi che sentiamo quotidianamente nei telegiornali acquistano concretezza e i disegni di Sacco ci consentono un vero e proprio bagno di realtà, quello in un territorio in cui le condizioni di vita delle persone - ben prima della attuale guerra - erano ben sotto il livello dell'accettabile.
Voto: 4/5
Sollecitata dalla guerra in corso e consapevole della mia ignoranza e anche della incandescenza della materia, mi sono finalmente decisa a tirare giù dallo scaffale e a leggere Palestina, che è ormai un classico di graphic journalism (anche se forse Joe Sacco non sarebbe d'accordo con questa definizione).
Lo leggo nella versione Special edition, edizione cartonata che contiene - oltre all'introduzione di Edward Said - alcuni approfondimenti scritti dallo stesso Sacco su come è nato questo lavoro e anche sulle scelte fatte in termini di costruzione del racconto a partire dal diario che l'autore ha tenuto durante la sua permanenza in Palestina, durata due mesi tra la fine del 1991 e l'inizio del 1992, ai tempi della prima Intifada.
Joe Sacco è americano, e ci spiega che il motivo per cui ha deciso di andare in Palestina è stato la sua crescente insoddisfazione nei confronti dell'informazione molto parziale fornita dei media americani sulla vicenda israelo-palestinese.
Durante la visita in Palestina, Joe Sacco incontra moltissime persone, palestinesi e non, e in alcune fasi del viaggio è accompagnato per un tratto da alcune di queste persone, che lo ospitano ovvero lo accompagnano nelle sue esplorazioni.
Ne viene fuori un racconto della situazione palestinese che è parecchio agghiacciante, e sebbene - come lo stesso Sacco chiarisce nell'introduzione - il punto di vista è quasi esclusivamente quello palestinese, perché era proprio di quel punto di vista, carente negli Stati Uniti, che Sacco andava alla ricerca, l'autore riesce a garantire un approccio non buonista né privo di senso critico rispetto alla situazione, ma assolutamente sincero nel mostrare un popolo che vive da decenni in condizioni precarie e indecenti.
Utilizzando un tratto di tipo cartoonistico, Sacco crea nel lettore una forma di straniamento, che nasce dal contrasto che si produce tra un disegno che ha elementi talvolta caricaturali ovvero con venature satiriche (più che altro nel disegno delle persone, mentre i luoghi sono disegnati con una precisione documentaristica) e un racconto fatto di una sequenza infinita di orrori e tragedie (individuali e collettive). Nel mezzo un protagonista, lo stesso Sacco, con cui l'autore è davvero impietoso nel metterne in evidenza forme di codardia e di insofferenza, quasi facesse di tutto per rendercelo in qualche modo antipatico e così consentirgli di dire cose e fare commenti che non sempre sono politicamente corretti e che non nascondono alcun aspetto della realtà che racconta (quelli tragici, quelli quasi ridicoli - si veda la storia del tè offerto in ogni casa -, fino a quelli insopportabili). Questa scelta - o comunque questo approccio - costruisce un racconto davvero stratificato e non scontato, che rende appieno la complessità della situazione e suggerisce - più o meno consciamente - l'impossibilità di una soluzione, e soprattutto l'impossibilità di una soluzione pacifica o diplomatica.
Quello che abbiamo sotto gli occhi da diversi mesi è la conseguenza e la dimostrazione di quanto vediamo e leggiamo nel libro di Sacco e ha radici che ovviamente risalgono molto più indietro nel tempo.
Leggendo questo fumetto nomi di luoghi che sentiamo quotidianamente nei telegiornali acquistano concretezza e i disegni di Sacco ci consentono un vero e proprio bagno di realtà, quello in un territorio in cui le condizioni di vita delle persone - ben prima della attuale guerra - erano ben sotto il livello dell'accettabile.
Voto: 4/5
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