lunedì 24 ottobre 2016

La mujer del animal

Sicuramente uno dei film più interessanti che ho visto alla Festa del cinema di quest'anno. E pensare che ero stata indecisa fino all'ultimo se comprare il biglietto!

Il tema mi era sembrato troppo duro e non sapevo se avevo voglia di vederlo, ma alla fine mi sono decisa. Non che il film non sia duro, a dire la verità è durissimo, in particolare per la violenza fisica e psicologica che racconta; ma la violenza non è gratuita bensì totalmente funzionale a raccontare in forma quasi documentaristica una realtà ben precisa.

Siamo in una bidonville che si sviluppa sulle pendici di un monte che guarda una grande città colombiana, probabilmente Medellìn. Amparo (Natalia Polo), una ragazza diciottenne fuggita dal collegio dove è rinchiusa, si rifugia a casa di sua sorella, che vive nella baraccopoli insieme a suo marito. Su di lei mette gli occhi un uomo ben noto nel quartiere, Libardo Ramirez (Tito Alexander Gomez), che tutti chiamano "l'animal".

L'animal - con l'aiuto di una donna - droga Amparo e poi la rapisce per stuprarla e per farne la sua donna. Un uomo che nessuno contraddice e a cui nessuno vuole mettersi contro in quanto capace di inaudita violenza insieme ai suoi compari.

Da qui comincia il vero e proprio - lunghissimo - calvario di Amparo, costretta a vivere con un uomo violento da cui ha una figlia e da cui viene poi costretta anche a prendersi cura del figlio che lui ha avuto e ha poi strappato a un'altra donna.

Amparo cerca in tutti i modi di ribellarsi e fuggire, ma la baraccopoli si rivela una vera e propria prigione dove vigono la legge del più forte, la violenza, il terrore, la guerra per bande e un maschilismo feroce, che costringe le donne a una vita di sottomissione agli uomini come compagne o come prostitute o di complicità a causa dell'ignoranza.

E nonostante tutto Amparo mantiene una dignità e un'umanità straorinarie e dimostra un istinto di sopravvivenza non comune in condizioni di vita estreme; cosicché, pur non essendo capace di sottrarsi alle angherie di suo marito e non avendo la forza di ucciderlo, aspetterà con pazienza fino al momento in cui la guerra tra bande rivali non ne determinerà la morte.

La mujer del animal è uno di quei film che io definisco necessari (pur con alcune sue rigidità narrative), perché credo che, pur vivendo in un mondo globalizzato, noi che abbiamo avuto la fortuna di nascere nella parte "migliore" (nel senso di "più facile" ) del mondo non abbiamo la più pallida idea di cosa significhi vivere in contesti di marginalità come quello che Víctor Gaviria racconta in questo film né cosa voglia dire essere donne in una società così violenta e maschilista. Ed è bene che qualcuno ogni tanto ce lo sbatta sotto gli occhi in modo rigoroso e duro per non farcelo dimenticare.

Voto: 4/5

venerdì 21 ottobre 2016

Una

Eccomi al primo appuntamento di quest'anno con la Festa del cinema di Roma, che io cerco di non farmi scappare non potendo ambire - al momento - a frequentare festival più blasonati. Quest'anno - se ce la faccio - dovrei riuscire a vedere parecchi film, soprattutto nell'ultimo fine settimana di programmazione.

Comincio questa avventura con il film Una e inizio da una location periferica rispetto al cuore della festa, che si svolge all'Auditorium. Sono infatti al cinema Farnese in compagnia di F.

Non so quasi nulla del film se non che la protagonista è Rooney Mara (che avevo apprezzato in Carol); d'altra parte la sinossi del film è piuttosto generica e poco esplicativa. Capirò poi che in fondo è perfettamente in linea con il registro scelto dal regista Benedict Andrews.

La prima mezz'ora del film, secondo me, è un vero e proprio saggio di perizia cinematografica, magistrale nel giustapporre brevi sequenze quasi senza parlato che creano un senso di spaesamento e di mancanza di punti di riferimento, e dunque immediatamente una sotterranea angoscia, perché qualche indizio c'è ma il regista non ci fornisce strumenti di comprensione piena e dunque di controllo della situazione.

Via via che la trama del film si dipana quello che sappiamo è che Una (Rooney Mara), una giovane donna che ancora vive a casa con la madre, certamente ha qualcosa di irrisolto che si porta dentro. Ma mano capiamo che le brevi sequenze che intervallano il presente si riferiscono a un momento passato della sua vita, quando aveva 13 anni. La seguiamo mentre - senza dire nulla alla madre e trovando una scusa con il lavoro - si dirige alla sede di un'azienda dove cerca Ray, che - scoprirà presto - ora si fa chiamare Peter (Ben Mendelsohn). Ray è un amico di suo padre, dunque molto più grande di lei, ed è l'uomo con cui a 13 anni aveva avuto uno storia d'amore giunta fino al punto della fuga da casa. La vicenda era poi finita in tribunale e Ray era stato condannato a 4 anni di carcere, dopo i quali si era rifatto una vita con un altro nome.

Di cosa parla questo film? Di pedofilia? In realtà il termine non viene mai - e credo volutamente - utilizzato. Entrambi i protagonisti di questa storia, Ray e Una, sembrano trasmetterci l'idea che la loro storia di allora era stata il frutto di un vero innamoramento e trasporto reciproco, e che in qualche modo solo le circostanze e una serie di coincidenze più o meno sfortunate non ne avevano consentito il coronamento.

Una, la protagonista, accusa Ray non di averla violata, bensì di averla abbandonata, di aver tradito il suo amore, e tutte le sue recriminazioni sulla manipolazione dell'uomo rispetto a una ragazzina di 13 anni appaiono più come una elaborazione sociale e intellettuale che come l'espressione di un sentimento proprio.

Certamente la vicenda ha cambiato la vita di entrambi i protagonisti e la violenza dei suoi esiti sia rispetto alla vita di Una che a quella di Ray ha in qualche modo soffocato i sentimenti e in parte li ha trasformati in risentimento reciproco.

È vero però che il film non è costruito in maniera così lineare come il mio racconto sembra far pensare fin qui; molte cose di quanto è accaduto nel passato non vengono dette e lasciate nell'ambiguità, alcune situazioni del presente non vengono sciolte (per esempio i rapporto tra Ray e la sua attuale moglie, e la figlia di costei), e la ricostruzione di quanto accaduto dopo la fuga dei due è affidata ai racconti dei protagonisti, cosicché la spiegazione dell'abbandono da parte di Ray, oltre che in parte poco convincente, risulta inverificabile.

Ray è dunque uno a cui piacciono le ragazzine e che cerca situazioni come quella che a suo tempo si era creata con Una, oppure è un uomo maturo, ma in fondo un po' adolescenziale che si è innamorato veramente di una ragazzina? E Una è stata una vittima della manipolazione di quest'uomo, oppure soggetto attivo e almeno in parte consapevole delle scelte che ha fatto?

È possibile e accettabile - anche nell'ipotesi migliore di un innamoramento reciproco - un rapporto di questo tipo, in cui uno dei due soggetti forse non ha l'esperienza, gli strumenti e la maturità per difendersi dalle conseguenze emotive di un tale rapporto? La possibilità e la accettabilità sociale di questi rapporti è un dato culturale, e dunque cambia nel tempo e a seconda dei gruppi umani, o è qualcosa che sta scritta nella nostra fisiologia? Il film con il suo impianto in cui la suspence la fa da padrona lascia aperti tutti questi interrogativi al dibattito e alla riflessione fuori dalla sala.

Voto: 3,5/5


mercoledì 19 ottobre 2016

Laish. Unplugged in Monti, Blackmarket, 12 ottobre 2016

Un paio di anni fa Daniel Green aveva portato il suo progetto musicale, Laish, ad Unplugged in Monti in versione solista per presentare il suo lavoro Obituaries, un album che avevo ascoltato e amato molto. Purtroppo quella sera non ero veramente riuscita a godermi il suo concerto, perché ero arrivata tardi e davanti a me, nella piccola saletta del Blackmarket, c'era una muraglia umana che mi consentiva solo di sentirne la voce.

E così, questa volta, visto che Daniel Green torna in full band per presentare il nuovo album, Pendulum swing, decido che non posso perderlo e mi prenoto quasi immediatamente, trascinando anche F.
Mentre sto parcheggiando il motorino al mio solito posto vedo Green che scende giù per via Panisperna e gli faccio un sorriso, ma lui ovviamente mi guarda stranito. Poi lo rincontro faccia a faccia nella zona bar del Blackmarket e forse capisce perché gli avevo sorriso.

All'inizio del concerto, Daniel Green – accompagnato da altri due musicisti, uno alla batteria e l'altro alle tastiere, mentre lui imbraccia la chitarra - chiede chi c'era al suo concerto nello stesso luogo due anni fa e io e pochi altri prontamente alziamo la mano. Ci dice che la persona che oggi abbiamo di fronte è molto diversa da quella di due anni fa, e poi comincia a suonare, presentandoci molte delle canzoni del suo ultimo album, canzoni che vanno dal malinconico allo scherzoso, e che sempre sono impreziosite dalla sua voce inconfondibile.

Stasera Daniel è molto scherzoso (lui dirà a un certo punto silly), non smette di riempire i silenzi tra una canzone e l'altra, mentre accorda la chitarra, con battute e scambi scherzosi con il pubblico. A un certo punto ci coinvolge nell'esecuzione di una sua canzone in cui noi siamo chiamati a fare il verso degli uccellini che – ci spiega – aveva deciso di mantenere nella registrazione originale del disco.

Il pubblico segue partecipe e silenzioso, in uno stato d'animo che complessivamente appare di serenità e grazia.

Verso la fine del concerto Daniel decide di offrirci anche una versione realmente unplugged di una sua canzone; peccato che il brusio che arriva dal bar, considerato che questa volta siamo sedute un po' più indietro nella saletta, ci distragga e non ci consenta di apprezzare al meglio l'esecuzione.

Il concerto è finito, ma quando Daniel lascia vuoto il palco – accucciandosi davanti visto che non esiste un backstage – il pubblico gli fa capire che lo ascolterebbe ancora un po'. E così ci regala un'ultima canzone e ci fa andare via con il cuore davvero contento.

I Laish non rappresentano un elemento di rottura né di originalità nel panorama dell'indie-pop-folk, ma la combinazione tra le melodie molto ben strutturate e l'inconfodibile voce di Daniel Green conferiscono a questa musica una gradevolezza e in fondo anche una identità assolutamente riconoscibile.

Così all'uscita non mi faccio ripetere due volte l'invito all'acquisto del CD, che Daniel mi firma e che porto a casa contenta anche del fatto che la materialità del supporto – come spesso mi accade ultimamente – favorirà ascolti maggiori rispetto ai suoi fratelli puramente digitali.

Una bella serata che arriva in un periodo per me faticoso, ma segna una giornata in cui forse qualcosa si è sciolto dentro di me e che mi fa guardare con maggiore fiducia ai giorni a venire.

Voto: 3,5/5

domenica 16 ottobre 2016

Quando hai 17 anni

Damien (Kacey Mottet Klein) ha 17 anni e frequenta il liceo del suo paese che si trova in una valle incuneata in mezzo alle alte montagne dei Pirenei. Sua madre è medico, mentre suo padre è un militare che trascorre molti periodi in missione all'estero.

Thomas (Corentin Fila) frequenta la stessa classe di Damien e vive in una fattoria sulle montagne insieme alla famiglia che lo ha adottato.

Damien e Thomas non sono indifferenti l'uno all'altro, ma all'inizio questa attenzione reciproca si manifesta in modo molto conflittuale e i due ragazzi si azzuffano più volte, fino a quando il preside della scuola chiede l'intervento dei genitori. La madre di Damien, Marianne (Sandrine Kiberlain) - dopo aver visitato la madre di Thomas che, dopo una serie di aborti, è adesso incinta - si prende a cuore le sorti del ragazzo e decide di ospitarlo in casa sua per un po'.

La vicinanza forzata tra Damien e Thomas, nonché il ruolo di tramite svolto da Marianne, sarà decisiva per far comprendere ai due ragazzi la natura dei propri sentimenti reciproci e per metterli di fronte alla propria identità in quel momento delicato che è il passaggio alla vita adulta. Durante i tre trimestri in cui si svolge questa storia, Damien e Thomas - mentre scoprono se stessi - scoprono anche di essere parte del grande mistero della vita, che è fatto del trascorrere delle stagioni in una natura molto presente com'è quella del luogo nel quale vivono e del ciclo di nascita e morte di cui sono spettatori e cui partecipano.

Il film di André Téchiné (magnificamente supportato alla sceneggiatura da Celine Sciamma) racconta un'età complessa e intraducibile, un'età in cui la fisicità è preponderante e sovrabbondante e ancora fa fatica a tradursi in parole e in una comunicazione intellegibile. E infatti Quando hai 17 anni è un film in cui le parole restano sullo sfondo, in cui tutto è molto fisico e fatto di interazione tra corpi e di interazione dei corpi con natura ed altri esseri viventi.

L'evoluzione della dinamica tra Damien e Thomas è resa con un grande realismo, fatto di comprensione e rispetto per un'età che spesso gli adulti guardano con sospetto e non comprendono. In questo senso, il film di Téchiné è anche un film di adulti più o meno presenti nelle vite di questi due ragazzi, a volte determinanti, come nel caso della madre di Damien, una specie di filtro assorbente e di cuscinetto emotivo. Almeno fino a quando il suo equilibrio non viene rovesciato dalla morte del marito, che coincide poi anche con il momento in cui i due ragazzi sono ormai pronti a fare le proprie scelte.

In definitiva un film che personalmente non ho trovato emotivamente molto trascinante, forse volutamente ingessato, quasi sincopato nel ritmo, un po' come si è a 17 anni, ragazzoni impacciati e irrisolti; d'altra parte si tratta di un film profondamente sincero e soprattutto rispettoso della complessità dell'adolescenza al di fuori e al di là degli stereotipi.

Voto: 3,5/5

martedì 11 ottobre 2016

The girl who saved my life

Secondo e ultimo appuntamento al Palazzo delle Esposizioni per la rassegna di documentari selezionati dalla rivista L'internazionale, dedicata a temi di attualità e ai diritti umani.

In questo caso il documentario è quello realizzato da Hogir Hirori, un curdo iracheno che vive in Svezia dove ha una moglie e un figlio. Mentre sua moglie sta aspettando il suo primo figlio, Hogir - che alla fine degli anni Novanta è scappato dal Kurdistan iracheno e ha fatto il viaggio della speranza di tanti profughi attraverso la Turchia, l'Albania, l'Italia, l'Austria e la Germania arrivando alfine fortunosamente in Svezia - decide di tornare nel suo paese per documentare la situazione a più di 15 anni di distanza e senza che la guerra e il dramma dei profughi di fatto siano mai finiti.

Durante questo suo primo viaggio Hogir incontra molti profughi curdi, soprattutto Yazidi abitanti delle montagne dello Sinjar, che le forze dell'IS hanno parzialmente sterminato, costretto alla conversione, oppure hanno spinto ad imbracciare le armi o alla fuga. Le distese infinite di campi profughi e le storie terribili di tante famiglie smembrate, disperse, con componenti uccisi o venduti o catturati dall'IS sono un pugno allo stomaco, uno schiaffo in faccia a noi occidentali tutte le volte che ci rifiutiamo di affrontare questi enormi drammi umanitari determinati da guerre di cui siamo parte in causa.

In particolare, durante il suo primo viaggio, Hogir incontra Souad, una ragazzina di 11 anni che sta distesa sotto una cisterna rossa, malata, abbandonata, incapace di mangiare. Per occuparsi di lei Hogir decide di rinunciare a salire sull'elicottero curdo che ogni giorno porta da mangiare a chi - circondato dalle forze dell'IS - è rimasto intrappolato e senza cibo sulle montagne dello Sinjar e porta via non più di 25 persone alla volta. Purtroppo l'elicottero su cui Hogir sarebbe dovuto salire si schianta sulle montagne e Hogir si rende conto che la piccola Souad gli ha salvato la vita.

Da questo momento in poi per Hogir diventa prioritario ritrovarla, e per questo ritorna in Kurdistan una seconda volta; durante questo secondo viaggio va alla ricerca di Souad, nonché di coloro che ha incontrato durante il primo viaggio e che gli hanno raccontato le loro storie, oltre a documentare l'evoluzione della situazione della regione dove da un lato i combattenti curdi sono riusciti a liberare alcune zone e dall'altro l'IS in ritirata ha lasciato solo macerie e distruzione. Riuscirà a ritrovare quasi tutti e a fare un piccolo regalo a ognuno: ad una donna fa incontrare i figli che non vede da 2 anni, ad un'altra donna con la figlia dà la possibilità di raggiungere la tomba del marito sulle montagne ecc. Ma non si dà pace finché non ritrova Souad e non riesce a portarla a Erbil per una diagnosi della sua malattia.

Hogir tornerà un'ultima volta in Kurdistan con la moglie e il figlio per incontrare ancora una volta Souad e la sua famiglia.

Il documentario di Hogir Hirori è un piccolo gioiello che tutti in Europa - e non solo - dovrebbero vedere, per capire l'enormità di quello che accade in questa parte del mondo non così lontana da noi, per comprendere il dramma senza fine dei popoli in guerra. Il regista riesce a raccontare questo mondo senza pigiare eccessivamente sul tasto della retorica e del melodramma, ma mantenendosi in equilibrio tra il bisogno di documentare con un approccio quasi giornalistico e la necessità altrettanto forte di raccontare le storie delle persone e di dare una dimensione umana a questa immane tragedia, di cui non sappiamo nulla o forse non vogliamo sapere nulla.

Voto: 4/5

domenica 9 ottobre 2016

Future baby

Nell’ambito della rassegna “Internazionale a Roma”, una serie di documentari su attualità e diritti umani selezionati da Internazionale e proiettati al Palazzo delle Esposizioni, vado a vedere con A. Future baby, il documentario dell’austriaca Maria Arlamovsky dedicato al tema della riproduzione umana e delle tecnologie che la stanno progressivamente trasformando.

La regista si confronta con pazienti, medici, sociologi, bioetici, donatori e donne che hanno accettato di portare in grembo per nove mesi il figlio di qualcun altro. La sua indagine attraversa diversi paesi, in particolare in Europa e in America settentrionale, e si confronta con tanti punti di vista differenti su come si sta evolvendo la tecnologia della riproduzione: dalla FIVET al cosiddetto utero in affitto, con tutte le varianti che questo comporta in riferimento alla provenienza di ovuli e spermatozoi, che possono essere prelevati dalla coppia oppure provenire da donazioni.

Questo viaggio arriva anche a gettare uno sguardo sul futuro, in particolare alle prospettive legate alla possibilità di realizzare l’intero processo della riproduzione all’esterno del corpo umano, attraverso l’utero artificiale, con tutti gli interrogativi che si porta dietro.

Lo sguardo della regista - che pure cerca di mantenersi equidistante da tutte le posizioni e di documentarle tutte – soffre inevitabilmente di un bias legato innanzitutto al fatto di confrontarsi quasi esclusivamente con il mondo occidentale e con le società avanzate, in secondo luogo al fatto che non approfondisce a sufficienza il significato e le motivazioni di quel bisogno di maternità e paternità che spinge tante coppie e tante persone a ricorrere a queste tecniche, anziché prendere in considerazione per esempio l’adozione ovvero rinunciare alla genitorialità.

Il documentario fa certamente il suo lavoro nell’offrire strumenti di conoscenza di un mondo complesso e che può risultare in qualche modo incomprensibile a chi non ne è coinvolto in prima persona o molto da vicino, e si mette con onestà di fronte alle due facce della medaglia: da un lato una tecnologia medica che evolve rapidamente e che rende possibili cose prima impensabili, dall’altro gli interrogativi etici che inevitabilmente l’umanità è chiamata a porsi di fronte a queste prospettive.

Non si esce dal cinema avendo opinioni più chiare o posizioni più convinte su questi temi, o almeno a me non è successo così. Semmai si ha la sensazione che il progresso della tecnologia medica è inarrestabile e ha certamente delle ricadute positive e importanti per la vita umana, e proprio per questo – come afferma uno dei medici intervistati – non ha senso negare questo progresso, mentre invece è fondamentale cominciare a porsi delle domande, a sviscerare le implicazioni, a definire i confini per noi accettabili, pur sapendo che lì dove una tecnologia esiste ci sarà sempre una persona che vorrà utilizzarla (per ragioni etiche o no) e un luogo dove sarà consentito farlo.

La storia dell’umanità procede così. E – sia chiaro – non è detto che proceda sempre verso il meglio, visto che l’uomo nel tempo ha dimostrato anche di essere in grado di creare tecnologie che mettono a rischio la stessa sopravvivenza dell’umanità. Ma proprio per questo – come società e come individui – siamo chiamati a interrogarci e a riflettere su tutte le possibilità che la medicina – in questo caso – offre e a cercare di volta in volta un equilibrio e/o un compromesso accettabile fra l’universo di ciò che è possibile e l’universo di ciò che è giusto e accettabile. Confine mobile, difficilissimo, soggettivo, ma di fronte al quale non possiamo tirarci indietro.

Voto: 3/5