martedì 11 settembre 2012

In mezzo al mare: cinque atti comici / Mattia Torre

In mezzo al mare: cinque atti comici / Mattia Torre. Milano: Baldini Castoldi Dalai editore, 2012.

Mattia Torre è quello del trio Torre-Ciarrapico-Vendruscolo, sceneggiatori - tra le altre cose - della serie Boris e del relativo film.

Ovviamente Torre non è solo questo, ma anche autore teatrale, peraltro vincitore di premi.

Lo dico però semplicemente per inquadrare lo stile che probabilmente chi già lo conosce nella veste di sceneggiatore ritroverà in questi cinque atti comici (che poi sono anche in parte tragici).

Complessivamente ne viene fuori l'immagine agrodolce, il carattere divertente e disperato, la componente indifesa e cinica dell'Italia e degli italiani, ma anche dell'umanità tutta, appesa al significato incomprensibile della propria esistenza.

Il primo atto, In mezzo al mare (da cui prende il titolo il libro), racconta di un giocatore di ping pong che ama Elena, ma è completamente perso nell'insensatezza del mondo circostante, incapace di comprendere anche le cose più semplici, la cui inettitudine è in grado di giustificare la sua pericolosità emotiva.

Gola, il secondo atto (in fondo al post il monologo recitato da Valerio Mastandrea), è un pezzo a dir poco esilarante, in cui ci si fa beffe della vera e propria ossessione degli italiani per il cibo, in cui si spiega come e perché l'atto e il pensiero del mangiare rappresentano una priorità assoluta nella vita di noi tutti,

Colpa di un altro è una brevissima, ma efficace riflessione su quel processo di scaricabarile che costituisce un vero e proprio sport nazionale, quello in cui gli italiani vantano certamente il primato mondiale assoluto.

Con Yes I can viene in qualche modo messo alla berlina il mito della ricchezza e del potere e, soprattutto, l'idea di una società che non ne può fare a meno.

Infine, Il migliore è la storia di un bravo ragazzo, un po' sfigato ma buono, direi buonissimo, operatore di call center, un po' maltrattato dalla vita, con un bel po' di guai fisici e relazionali. Fino a che un giorno, assolto pur essendo colpevole, tira fuori la parte cinica, cattiva e sprezzante di sé, e improvvisamente il successo e la fortuna gli sorridono e la vita gli offre tutto quello che il suo precedente atteggiamento dimesso gli avevano negato.

Il libro si legge in un pomeriggio e lascia dentro una lunga coda di pensieri, in cui allegria e inquietudine si mescolano inscindibilmente. Una scrittura arguta, mai banale, che apre la mente e fa riflettere.

"issimo, issima" - come Mattia Torre ripete come un mantra ne Il migliore.

Voto: 4,5/5



venerdì 7 settembre 2012

La lunga estate calda del commissario Charitos / Petros Markaris

La lunga estate calda del commissario Charitos / Petros Markaris; trad. di Andrea Di Gregorio. Milano: Bompiani, 2012.

Decido di cominciare le mie vacanze nelle isolette della Grecia ionica con la lettura di un romanzo perfettamente in tema con la mia destinazione, ossia uno dei polizieschi di Markaris con protagonista il commissario Kostas Charitos.

Non avevo ancora letto niente di questa serie ma l'ambientazione greca mi incuriosiva già da un po'. E devo dire che le aspettative non sono state deluse.

La lettura del romanzo è risultata gradevole e scorrevole sia per la presenza del commissario Charitos (simpaticissimo!) e del mondo che gli ruota attorno, dalla famiglia (la moglie Adriana, la figlia Caterina e il genero Fanis) ai colleghi di lavoro, sia dal punto di vista della storia raccontata, che di fatto ne contiene due: il sequestro del traghetto El Greco (su cui si trovano anche la figlia e il genero del commissario) da parte di un gruppo di terroristi greci di estrema destra e una serie di omicidi di persone legate al mondo della pubblicità.

Come spesso accade in questa tipologia di romanzi, la storia e i suoi personaggi sono perfettamente inseriti nel loro contesto geografico e culturale, e dunque la lettura getta luce su queste realtà, creando curiosità, permettendoci di osservarle quasi dall'interno e di conoscere vicende storiche, atteggiamenti culturali, idiosincrasie, vizi e virtù nazionali, nonché abitudini di vita e culinarie.

Non certo un giallo pretenzioso avente l'obiettivo di mettere alla prova l'arguzia e l'ingegno del lettore, ma certamente una lettura non noiosa e perfettamente in linea con l'atmosfera di una vacanza greca e con i sentimenti contrastanti che suscita questo paese, bellissimo ma in qualche modo incapace di scrollarsi di dosso i peccati originali che porta impressi nel proprio DNA.
E chi meglio di noi italiani può capirlo? Del resto, non si dice "una faccia, una razza"? ;-)

A questo proposito, appare sintomatica la riflessione che a più riprese emerge dal romanzo in merito alle Olimpiadi ateniesi del 2004. Da un lato motivo di straordinario orgoglio per l'intera nazione di fronte al mondo in quanto si è dimostrata capace di assolvere in modo egregio a un impegno così importante, dall'altro una specie di sospensione temporale da una quotidianità che al termine delle Olimpiadi è ripresa quasi più grigia e incancrenita di prima. Non a caso i primi due omicidi sono ambientati negli spazi che durante le Olimpiadi ospitarono le gare, impianti costosissimi ora abbandonati e diventati rifugio di diseredati.

Voto: 3,5/5

giovedì 6 settembre 2012

Monsieur Lazhar


Siamo a Montréal, città civile e moderna del Quebec, in cui non manca la neve, ma neppure la ricchezza e la tranquillità.

Siamo in una scuola dove gli insegnanti si fanno dare del tu dagli alunni, l'integrazione è una realtà consolidata, i banchi sono disposti a semicerchio per favorire lo spirito di gruppo, c'è la psicologa per sostenere i turbamenti emotivi dei bambini, il rapporto con i genitori è tenuto in alta considerazione, i programmi ministeriali e le regole di una scuola moderna vengono tutti rispettati.

Insomma siamo nel nostro evoluto mondo occidentale, quello di cui ci facciamo vanto per i risultati di civiltà che abbiamo raggiunto.

In questa scuola una classe deve affrontare la morte tragica della propria insegnante (e non dirò altro per evitare spoilers).

Si tratta della scuola dove arriva Bachir Lazhar (Fellag), un algerino di mezza età che ha alle spalle una dolorosa storia familiare e sta cercando una nuova vita in Canada. Un uomo all'antica in una scuola moderna.
Un uomo per il quale la dignità e il contegno sono solidi principi di vita.

Bachir Lazhar - pur non avendo alcuna esperienza - diventerà insegnante nella classe i cui allievi si trovano ad affrontare il dolore e la violenza di questa tragica morte con i fragili strumenti emotivi di cui sono dotati, per quanto siano svegli e precoci come si addice ai bambini moderni.

Monsieur Lazhar appare decontestualizzato, quasi buffo e maldestro nell'approcciare questi bambini in un modo un po' antico e al contempo tentando - senza troppa convinzione - di allinearsi alle modalità dei suoi colleghi.

Ma, nonostante tutto e forse proprio grazie alla sua anomalia, l'incontro tra Monsieur Lazhar e i bambini della sua classe sarà un incontro speciale, intenso, un rapporto umano complesso e profondo, che come tutti i rapporti umani veri richiede tempo e non è mai concluso.

La presenza di Bachir Lazhar in questo mondo ne fa venire fuori tutte le contraddizioni.

I bambini dimostrano una complessità emotiva elevata, una sorprendente capacità di affrontare e interpretare gli eventi, una necessità forte di guardare in faccia la realtà e darne una spiegazione. In questo processo hanno bisogno di essere accompagnati dagli adulti, adulti solidi, che svolgano appieno il loro ruolo, che non deleghino all'esterno la gestione dell'aspetto emotivo per occuparsi solo di quello pratico, che sappiano definire ruoli e confini ma al contempo far percepire la loro vicinanza .

Gli adulti - genitori e insegnanti - risultano invece spaventati o assenti, rimuovono il dolore o lo enfatizzano, più preoccupati del rispetto delle regole e della necessità di tracciare dei confini che della propria responsabilità nello svolgere fino in fondo la loro parte.

I bambini hanno le potenzialità (forse in qualche modo intrinseche alla natura umana) per affrontare grossi traumi, sono "crisalidi nel loro fragile bozzolo" come nella favola che Bachir racconta loro per salutarli, gli adulti di questo mondo civilizzato ed evoluto appaiono invece disorientati e cercano scorciatoie al peso delle responsabilità, alla necessità del dolore, finendo imbrigliati nella maglie strette della forma.

Monsieur Lazhar nella sua naiveté scompagina le carte: i bambini si riappropriano così della loro vera dimensione, quella di bambini ma senza quella patina edulcorata  e zuccherosa né quella pretesa di maturità che la nostra società gli impone. Il modo in cui i bambini sono raccontati in questo film mi ha ricordato il libro Sabotaggio d'amore, per il disvelamento a volte destabilizzante del loro mondo niente affatto ingenuo, che certo va aiutato ma in alcuni casi anche lasciato comporsi nella sua dimensione adulta.

Qualcuno una volta mi ha detto che i bambini non sono così e che io parlo da non genitore.

Ma chissà, forse il sano distacco di chi non è "aggravato" dal ruolo di padre o di madre (e dalle sue complessità) può aiutare a guardare con occhi più sereni e forse più realistici tematiche certamente controverse come quelle affrontate nel film: la famiglia, il ruolo della scuola, la dinamica insegnante-allievi, il rapporto tra insegnamento ed educazione, l'approccio dei bambini alla violenza e alla morte.

Mi ha sorpreso scoprire sui titoli di coda che si tratta dell'adattamento di un'opera teatrale. Doppio plauso dunque al regista e sceneggiatore Philippe Falardeau (la cui biografia è tra l'altro interessantissima!) per il perfetto adattamento cinematografico.

Ah, dimenticavo. Andatelo a vedere in lingua originale se potete.

Voto: 4,5/5

giovedì 30 agosto 2012

Villetta con piscina / Herman Koch

Villetta con piscina / Herman Koch; trad. di Giorgio Testa. Vicenza: Neri Pozza, 2011.

M., il mio amico olandese, voleva farmi leggere il successo internazionale del suo connazionale, Herman Koch, intitolato La cena, ma la libreria sotto casa aveva soltanto l'altro romanzo di Koch, Villetta con piscina, quello di cui tutti parlano per differenza con La cena...

Dopo averlo iniziato mesi fa senza riuscire ad andare avanti causa stanchezza da lavoro, finalmente - nella mia prima settimana di vacanza - riesco a dare il via vero alla lettura. E così nel giro di pochi giorni finisco il libro.

Che dire? Innanzitutto non leggete i risvolti di copertina dell'edizione di Neri Pozza perché - come si dice nel caso dei film - contiene una specie di spoilers (cioè rovina la sorpresa perché parla di avvenimenti che arrivano molto avanti nella lettura). Aggiungerò però che l'aspetto più interessante del libro non è l'intreccio giallo e il possibile svelamento del modo in cui si sono svolti i fatti, bensì la vita interiore del protagonista.

Il romanzo è narrato in prima persona da Marc Schlosser, un medico di famiglia, che ha una bella moglie e due figlie, una adolescente e una quasi adolescente. Il cuore del romanzo è la vacanza estiva della famiglia, che viene raccontata come una specie di lungo flashback che illumina i primi capitoli del libro.

Marc è un cinico e le prime cinquanta pagine del romanzo sono straordinarie nel gettare luce sui suoi pensieri politicamente del tutto scorretti. Marc non può risultarci simpatico e a più riprese nel corso della lettura il suo comportamento ci apparirà meschino e ripugnante, soprattutto per il compiacimento che lo caratterizza e per il modo sprezzante con cui si autogiustifica.

Eppure il gioco dello scrittore si realizza non nella demonizzazione del protagonista, che in qualche modo è vittima e a tratti ci suscita anche compassione, bensì nel rivelarci poco a poco che Marc non è un eccezione, altro da noi, deprecabile perché in qualche modo diverso dal nostro modo di pensare.

Marc siamo tutti noi. Qualunque lettore finirà infatti per riconoscersi in alcune forme del suo cinismo, in alcuni modi in cui Marc guarda al mondo e agli altri. E così emerge la distanza tra il nostro comportamento esteriore, dettato dalle regole e dalle necessità della convivenza civile, e il nostro mondo interiore che rivela la nostra natura originariamente belluina. Natura che Koch fa emergere anche attraverso una descrizione a volte macabra, altre volte disgustosa della corporeità e di tutte le sue manifestazioni più genuinamente fisiche.

Ed è forse lo scarto tra queste due dimensioni, che entrambe ci appartengono e che in qualche modo si allontanano sempre di più nel corso della vita e nel procedere della cosiddetta "evoluzione sociale", a determinare la ferocia sotterranea del mondo contemporaneo, quello che Koch tratteggia così spaventosamente bene.

Ho già messo in valigia La cena che a questo punto non può mancare nella mia seconda tranche di vacanze! ;-) (e nel tempo trascorso tra scrittura di questo post e sua pubblicazione l'ho terminato e spero di pubblicarne presto la recensione!)

Voto: 3,5/5

venerdì 10 agosto 2012

Carne / Marcello Fois; con Daniele Serra

Carne / Marcello Fois; con Daniele Serra. Parma: Guanda, 2012.

Sono andata a comprare questo graphic novel (tratto da un racconto di Marcello Fois e illustrato da Daniele Serra) alla Feltrinelli, anche se su Internet avrei risparmiato qualche euro, perché ho sentito dire che pure la Feltrinelli è in crisi e rischia di tagliare un po' di sedi. E mi è venuta un po' di tristezza per la sorte delle librerie, e tanto più per quella delle biblioteche :-(

E diciamo che solo per questo non mi pento dell'acquisto!

Per il resto la lettura di Carne mi ha lasciato un po' di amaro in bocca. Si tratta di un frammento di vita del commissario Carnevali, affettuosamente chiamato Carne dal collega Vitali (a sua volta chiamato Vita). Carnevali è un uomo ruvido che porta addosso i segni della propria personale discesa all'inferno. Il disegno molto sporco di Daniele Serra rende bene i tratti umani del protagonista e l'atmosfera melmosa nella quale si svolge la sua vita.

Questa volta per Carnevali le cose vanno peggio del solito. Allontanatosi dalla sorveglianza di un testimone per andare con una prostituta trova il suo testimone morto. Dovrà così a fronteggiare le ambiguità di Vitali (cui lo lega un rapporto di amore/odio) e la riprovazione del suo capo, nonché la telefonata della ex moglie che attende i soldi che gli spettano e l'incontro con la collega che spaccia droga per rifarsi le tette.

Quello di Carnevali è un mondo in cui non c'è un filo di grazia né alcuna leggerezza dei sentimenti. Tutto risulta appesantito e sembra impossibile sfuggire a una sensazione di contaminazione durante la lettura. Anche lo scioglimento nell'abbraccio e nelle lacrime finali non riesce a togliere quel senso di grevità che resta appiccicato addosso come il caldo umido di questa estate.

Diciamo che è capitato in un momento in cui avevo voglia di leggerezza e invece mi sono sentita schiacciata, quasi oppressa. Mi direte che i graphic novel quasi mai sono allegri, che la vena deprimente è particolarmente presente nelle corde dei fumettisti. E però, se talvolta il tratto disegnato o una qualche sotterranea ironia o autoironia consentono la catarsi finale, qui invece non c'è via di scampo.

Non certo un libro da portare in vacanza.

Voto: 2,5/5

martedì 7 agosto 2012

Le strade di sabbia / Paco Roca

Le strade di sabbia / Paco Roca. Cisterna di Latina: Tunuè, 2009.

Ho comprato Le strade di sabbia lo stesso giorno in cui sono andata a vedere la versione cinematografica di Rughe, che avevo letto e che è considerato il capolavoro del talento spagnolo del fumetto, Paco Roca.

Lo stile pulito di Paco Roca mi affascina molto. Le sue tavole sono nitide ed estremamente descrittive anche lì dove rappresentano l'indescrivibile. E in qualche modo questa caratteristica viene portata alla sua massima espressione in Le strade di sabbia.

In questo albo infatti Paco Roca racconta una specie di storia impossibile; il protagonista, in ritardo per un appuntamento con la sua fidanzata, decide di prendere la scorciatoia attraverso il quartiere antico della città, ma si troverà in una sorta di labirinto dal quale risulterà impossibile uscire.

In questo mondo del tutto autoreferenziale incontrerà una serie di buffi personaggi, ciascuno paralizzato dalle proprie idiosincrasie: la ragazza che non parla e trasforma tutti i suoi pensieri in lettere che consegna agli altri, il vecchietto che vuole partire ma controlla all'infinito le cose che deve portare con sé, la receptionist che battibecca sistematicamente con l'operaio che deve sistemare la caldaia (e che è più o meno segretamente innamorato di lei), il cartografo che realizza mappe 1:1, l'uomo che vive nella bara in attesa della morte, l'immortale che si circonda di propri ritratti ma non può guardarsi nello specchio.

Quello di Paco Roca è un progetto ambizioso e certamente molto accattivante. Una riflessione che vorrebbe essere molto articolata sulla vita umana e sulla relatività del tempo, piena zeppa di citazioni colte di vario genere.

Alcuni passaggi sono particolarmente intriganti, misteriosi al punto giusto per suscitare pensieri e aprire la mente verso considerazioni più ampie.

Quello di Paco Roca resta però anche un progetto incompiuto, forse proprio perché troppo ambizioso. Bisogna dare merito a Roca di non aver avuto paura di osare, e questa è la forza dei grandi. Bisogna anche dargli merito di aver voluto cambiare completamente registro rispetto al suo grande successo, per non rimanere intrappolato in quello.

Mi sa che questo ragazzo riserverà in futuro moltissime sorprese.

Voto: 3/5

giovedì 2 agosto 2012

The amazing spiderman

In una caldissima sera d'estate non ho saputo resistere alla tentazione di andare a vedere l'ennesima trasposizione cinematografica di Spiderman in una sala cinematografica dove c'è stato bisogno del maglioncino per non morire congelati dall'aria condizionata.


Devo ammettere di non poter vantare una conoscenza filologica del fumetto della Marvel, dunque il mio giudizio non riguarderà minimamente la correttezza della lettura cinematografica rispetto al fumetto nei caratteri dei personaggi e nella storia, ma solo la resa cinematografica.

Le origini del personaggio dovrebbero essere ormai note a tutti: Peter Parker viene affidato da bambino agli zii mentre i genitori sono costretti alla fuga per motivi inizialmente non chiari. Il giovane Peter (Andrew Garfield) trascorre una vita normale, tra il bullismo dei suoi compagni di scuola, l'innamoramento segreto per la compagna di scuola Gwen Stacy (Emma Stone) e l'affetto dei suoi zii. Tutto fino a quando durante una visita al laboratorio della Oscorp viene punto da un ragno e acquista quelle capacità e quei poteri che ne faranno l'uomo ragno.

La morte dello zio e la scoperta dei segreti che avevano portato alla fuga dei genitori lo convincono ad accettare la responsabilità che la nuova condizione gli offre, fino a trovarsi di fronte al lucertolone Lizard, risultato di esperimenti genetici condotti su se stesso dallo scienziato Connors (Rhys Ifans), che aveva lavorato insieme al padre di Peter.

Insomma, tutto torna...

Però, per quanto mi riguarda il confronto con la serie cinematografica precedente, quella per la regia di Sam Raimi, è inevitabile. E il risultato di questo confronto mi vede molto favorevole al nuovo protagonista: Andrew Garfield ha la faccia più scanzonata, simpatica ed espressiva rispetto a Tobey Maguire, che ogni tanto fa proprio pesce lesso.

Invece voto decisamente Kirsten Dunst rispetto a Emma Stone nei panni dell'innamorata di Spiderman, quest'ultima troppo ragazzona americana un po' effetto silicone per poter essere davvero credibile.

Sul piano della resa complessiva ho preferito di gran lunga il primo film della serie di Raimi, capace di costruire delle atmosfere più coinvolgenti e credibili (nonostante si tratti di un fumetto) e di giocare ironicamente con le semplificazioni che un personaggio di questo genere implica.

Certo, sono passati ormai dieci anni dal primo film di Raimi e dunque sul piano tecnologico e della qualità cinematografica il salto si vede (anche se io ho scelto il tradizionale 2D), però questo non è sufficiente al film di Marc Webb per oscurare o far dimenticare la trilogia realizzata da Sam Raimi.

Capisco però che il mio può essere considerato un giudizio un po' da quarantenne nostalgica, sempre più affascinata dal vintage in ogni ambito. Anche al cinema.

Voto: 3/5

lunedì 30 luglio 2012

Anna Calvi al Circolo degli Artisti

Compro due biglietti per il concerto di Anna Calvi al Roma Vintage perché sono curiosa di ascoltare dal vivo questa cantante per la quale le lodi si sprecano e perché sono ormai alcuni anni che si tiene la manifestazione Roma Vintage ma io non sono mai riuscita ad andarci.


Sì, peccato però che da lunedì a Roma piove e martedì mattina, 24 luglio, il cielo non prometta certo bel tempo. Vado così a guardare il sito di Roma Vintage e scopro che il concerto è spostato al Circolo degli Artisti. Intendiamoci, è una location che io adoro, ma la piccola sala che ospita i concerti durante l'inverno può anche essere vagamente piacevole quando fuori ci sono 4-5 gradi, ma non quando fuori ce ne sono 30 e dentro sono stipate centinaia e centinaia di persone.

Trascino V. nella bolgia infernale del Circolo e - dopo una sambuca e un amaro - riusciamo a piazzarci in buona posizione, diciamo in seconda fila. Sono le 22 circa, ma di Anna Calvi nessuna traccia mentre la temperatura sale. Ci annunciano che c'è il concerto di apertura di Vera, la cantante dei Nidi d'Arac che sta tentando la carriera da solista. Ammirevole il coraggio e la forza di volontà, ma allo stato attuale ci sono ampi margini di miglioramento, almeno dal vivo.

A questo punto, mentre qualunque parte del corpo gronda sudore, siamo pronti all'ingresso della star, ma niente. Sono le 23. Comincio ad innervosirmi e a pensare a quello che scriverò nel mio post, che non sarà certo simpatico nei confronti della Calvi.

Quando dopo le 23 Anna Calvi sale sul palco con dei pantaloni neri dalla foggia estremamente originale, una camicia rosso fuoco, un rossetto se possibile ancora più rosso e la capigliatura bionda e boccolosa, penso che abbiamo dovuto aspettare che la cantante sistemasse i boccoli uno ad uno. Insomma, ho la sensazione che mi stia già antipatica.

Ma nel momento in cui imbraccia la sua chitarra e tira fuori le prime note e la potenza della sua voce sono costretta a ricredermi. Anzi devo riconoscere che Anna Calvi è una di quelle cantanti per le quali il live garantisce ancora uno straordinario valore aggiunto, che l'ascolto della musica registrata non rende appieno.

Anna, accompagnata da Mally Harpaz alla chitarra, armonium e percussioni e da Daniel Maiden alla batteria, crea un'atmosfera che è a metà strada - come dice V. - tra un film di David Linch e uno di Tim Burton. Anna con la sua camicetta rossa con i fiocchi è una giovane fanciulla indifesa (in realtà ha 30 anni, anche se in questi momenti sembra molto più giovane) e dalla voce esile quando si rivolge al pubblico per chiedere in un italiano stentato "Come stai?" o quando le scappa da ridere perché tutti cantano con lei il ritornello di Suzanne and I, un po' una piccola Cappuccetto rosso che si è persa nel bosco, ma quando canta Desire, The devil, I'll be your man, Morning light, si trasforma, sembra più alta sulle sue scarpe nere col tacco altissimo, il suo viso si contorce in un orgasmo quasi doloroso che è infine liberatorio, e la sua chitarra suonata in modo estremamente potente ed erotico ci trascina nel suo mondo tragico e carico di passione.

Persino la cover di Surrender acquista qualcosa di inquietante nella sua dolcezza e non può sottrarsi a quei cambi di ritmo e di tono che ad Anna Calvi sembrano piacere moltissimo. La chiusura delle sue canzoni è spiazzante, castrante, lascia assetati e satolli al contempo.

Quando saluta tutti ed esce dal palco, il pubblico - com'è ormai quasi abitudine - ne chiede il rientro ed Anna - con il suo gruppo - ci regala altre due canzoni straordinarie in un crescendo potente che finisce con un assolo virtuosistico alla chitarra sulle note di Jezebel e per un attimo mi sembra quasi di vederle spuntare dei canini troppo lunghi dalla grande bocca e accendersi una fiammella negli occhi. Ma il silenzio che segue riporta la piccola Cappuccetto Rosso in sé e il tutto si chiude con Anna che saluta con dolcezza il pubblico romano.

Qualcuno dice "la cosa migliore accaduta al rock dopo Patti Smith", qualcun altro che è la nuova P J Harvey: ovviamente toccherà aspettarla al varco del secondo album, dopo il successo straordinario ottenuto con il primo.

Certamente Anna Calvi è il migliore risultato musicale in epoca Twilight ;-)

Certo, dentro la sua musica c'è tanta tradizione musicale che io - ignorante come sono - non sono in grado di riconoscere e ricostruire. Sono però sicuramente in grado di apprezzarne la qualità e l'eccezionalità. Musicisti così non nascono tutti i giorni.