Devo ammettere che prima di iniziare la lettura di questo ho mollato l'altro libro di Fred Vargas ultimo uscito Prima di morire addio. In realtà, si trattava di un libro scritto nel 1999 e secondo me tirato fuori da qualche soffitta per sfruttare l'effetto Vargas. Non so, non mi ha preso, né intrigato... Insomma, l'ho rimesso sugli scaffali. Chissà.
Così, per riconciliarmi con la Vargas ho pensato che questa ardita operazione di tradurre in immagini un giallo con Adamsberg protagonista potesse essere una bella occasione. Eh sì, perché I quattro fiumi è un graphic novel, in cui i testi sono della Vargas e i disegni di Edmond Baudoin. Per la prima volta il commissario Adamsberg e il fido Danglard escono dal limbo delle nostre fantasie e trovano un volto.
Come tutto ciò che a lungo si è covato nella nostra mente, il risultato della traduzione in immagini operata da qualcun altro non è necessariamente soddisfacente. Io, per esempio, affezionata come sono al personaggio di Danglard sono rimasta delusa dalla sua rappresentazione di uomo sfatto e "debosciato". È vero che si tratta di una rappresentazione che in parte rispecchia la natura letteraria del personaggio, ma io l'avrei voluto omaggiato di una dignità che la sua cultura e qualità morale gli fanno meritare! E Adamsberg, secondo me, è troppo fashion per essere veramente lui, "lo spalatore delle nuvole" che conosciamo.
Detto questo nei loro occhi e nelle espressioni del loro viso ritroviamo certamente i nostri eroi, perché Baudoin ha un tratto dotato di una straordinaria espressività. Devo dire che non è lo stile che più amo; di solito, preferisco il disegno più nitido e pulito, ma non c'è dubbio che in questo caso un tratto sporco e carico è perfettamente coerente con la storia raccontata e forse aggiunge la giusta dose di mistero a un giallo che dal punto di vista della trama può essere considerato po' debole.
Lo stile della Vargas c'è tutto: le citazioni letterarie, l'attenzione ai personaggi (in questo caso tutti i componenti della famiglia Braban, padre e quattro figli maschi, che sono il vero cuore della storia), la psicologia umana, l'originalità delle idee (in questo caso al centro della storia c'è padre Braban che si è messo in testa di ricostruire la fontana del Bernini, I quattro fiumi, con le lattine della birra, e i suoi figli lo aiutano in questa incredibile impresa). Certo, la scrittura della Vargas - che raggiunge i suoi maggiori picchi quando si fa realmente letteraria - ci perde un po', ma la bellezza dell'esperimento compensa in parte questa perdita.
A questo punto io personalmente aspetto le prossime puntate di questa collaborazione per dare un volto anche a Retancourt, a Camille, al gatto Palla e a tutto il variegato mondo che la Vargas è riuscita a far diventare parte del nostro.
Se volete capire che cos'è un gruppo indie pop negli anni '10 del 2000 andate a vedere un concerto dei Wild nothing, cosa che io ho fatto ieri andando al Circolo degli artisti (devo dire che il Circolo mi era un po' mancato!).
Eh sì, perché indie non è solo una tipologia musicale, cioè un modo di fare musica (sebbene, secondo alcuni, questa etichetta non avrebbe alcun significato realmente unitario), bensì anche un modo di vestire, di stare sul palco, di suonare, di relazionarsi con il pubblico.
I Wild nothing, come moltissimi di questi gruppi indie, sono 4 ragazzi (di età compresa tra i 20 e i 30 anni): 2 chitarre, 1 basso, 1 batteria (una delle due chitarre è a volte sostituita da una tastiera). Il cantante è di solito anche chitarrista e costituisce il cuore musicale del gruppo insieme al polistrumentista silenzioso. In questo caso si tratta rispettivamente di Jack Tatum e di Nathan Goodman. Gli altri due componenti sono Clay Violand al basso e Michael Skattum (alla batteria).
In generale sono tutti molto silenziosi. Si limitano a ringraziare ripetutamente il pubblico, senza intrattenersi in "inutili" conversazioni. Non hanno esattamente le facce allegre, anzi di solito sorridono pochissimo. Del resto, la loro musica tende al malinconico, tranne pochissimi pezzi per i quali si concedono qualche distrazione. In questo caso si senta, ad esempio, Summer holiday oppure Our composition book.
Componenti essenziali di un gruppo indie sono l'aspetto fisico e l'abbigliamento. Di solito questi musicisti non sono - o non vogliono sembrare - particolarmente belli. Almeno uno di loro porta gli occhialoni scuri (in questo caso il giovane batterista, che è anche l'unico con l'aria meno da bravo ragazzo e con il torso completamente tatuato).
Gli altri tendenzialmente hanno uno stile tra il minimalista e il vintage. Jack Tatum ha delle simil-Converse nere, mezze rotte, un jeans attillato, una rada peluria bionda sul labbro superiore e i capelli ben pettinati. Il bassista ha le scarpe eleganti del nonno che però sembrano stargli troppo strette, una magliettina leggera con un cardigan stile Muji, barba e capelli un po' lunghi con il ciuffo che gli cade davanti agli occhi quando suona.
Il polistrumentista, Nathan Goodman, ha lo scarponcino tipo Timberland, jeans e camicia un po' da forestale, barba, capello folto e aria molto seria e compunta. In generale, non si muovono molto sul palco, non puntano sulla loro fisicità, ma solo sulla musica.
Personalmente li ho trovati tutto sommato meno convincenti dal vivo che ascoltati su CD. Non c'è dubbio che scontano un problema di originalità, nel senso che è molto difficile per queste band acquisire un'identità riconoscibile e autonoma. Probabilmente dal vivo - e nel momento in cui non si punta tutto sulla performance - questo problema è ancora più evidente.
In sostanza, i Wild Nothing non mi sono dispiaciuti senza però entusiasmarmi. Probabilmente la loro componente migliore è quella più anni '80, più ritmica e allegra, ma per il momento resta a mio avviso ancora troppo in secondo piano. Il loro ultimo lavoro Gemini è stato considerato uno dei migliori 10 dischi indie del 2010 - e probabilmente è vero. Piuttosto si deve forse riconoscere qualche difficoltà del genere musicale a trovare nuovi spunti.
Due parole, infine, sul gruppo di apertura, i giovanissimi romani Boxerin Club, musicisti pieni di entusiasmo, ma ancora un po' acerbi sia musicalmente sia nella presenza scenica. Ma avranno tempo di crescere, soprattutto se non si mettono in testa di copiare i grandi, bensì si sforzano di cercano una propria, autonoma, strada musicale.
Ovvero la storia di Facebook, la piattaforma sociale di maggiore successo nella storia (fin qui, visto che i miei nipoti adolescenti già la snobbano un po') di Internet.
La storia in sé dovrebbe essere nota, essendo finita sui giornali di tutti il mondo, ma vale la pena ricordarla. Il giovane Mark Zuckerberg (Jesse Eisenberg, che io mi ricordavo ragazzino timido e un po' imbranato in Roger Dodger), un giovane studente di Harvard, per reazione al fatto di essere stato lasciato dalla sua ragazza, comincia a fare i primi esperimenti di un sito sociale in cui sia possibile mettere - volontariamente ed in maniera esclusiva - contenuti di vario genere e sottoporli al giudizio degli altri. Dal cattivo scherzo di Facemash, che gli costerà la sospensione dall'università, a TheFacebook, impresa nella quale si metterà insieme all'amico Eduardo Saverin (Andrew Garfield).
Il progetto cresce, ed oltre a suscitare le ire dei fratelli Winckelvoss (Armie Hammer e Joshua Pence), che si sentono defraudati di un'idea in cui avevano coinvolto lo stesso Zuckerberg, raggiunge anche Sean Parker (Justin Timberlake), fondatore di Napster, geniaccio informatico anche lui, ma ormai sul lastrico per i guai legali avuti e le cause che ha dovuto affrontare.
Mentre TheFacebook diventa Facebook più o meno come lo conosciamo oggi e raggiunge il milione di iscritti (trasformandosi in un affare di proporzioni impensabili), i rapporti tra i soggetti coinvolti si sfasciano completamente. Ne nasce una causa per milioni di euro, in cui Mark Zuckerberg e il suo avvocato non potranno che patteggiare e chiedere la clausola di riservatezza.
Fin qui la storia. Ora veniamo al film. Non mi aspettavo un capolavoro (e non lo è), ma David Fincher non è certo l'ultimo arrivato e il film è costruito con grande maestria. Si parte dalla fine. Il processo. E, attraverso una serie di flashback, si getta luce sul come e perché si è arrivati a quel momento. Il ritmo è sostenutissimo, a tratti fulminante (mi ha ricordato in certi momenti Fight Club), i dialoghi sono ottimi, alcuni brillanti e quasi esilaranti (vedi ad esempio quello tra il rettore della Harvard University e i fratelli Winckelvoss), la colonna sonora è di grande effetto, la ricostruzione dell'ambiente delle "confraternite" delle università americane è efficace (probabilmente migliore di molti altri film).
Insomma, si arriva in fondo al film soddisfatti, perché ci hanno raccontato una storia interessante. E anche bene.
Non mi ha invece del tutto convinto la "morale". Cioè l'interpretazione che il regista e lo sceneggiatore hanno voluto dare di questa vicenda. Mark Zuckerberg è un nerd di intelligenza superiore, afflitto dal problema di non essere accettato, di essere in qualche modo diverso dagli altri, da quella massa che da un lato disprezza, ma allo stesso tempo agogna. Scaricato dalla ragazza, vestito in pigiama e ciabatte, completamente immerso nei suoi codici, non cattivo, ma relazionalmente inabile. Si entusiasma per Sean Parker, che persegue solo i propri interessi e la vendetta personale, nel suo universo fatto di donne, droga e feste, non riconosce l'amicizia di Eduardo, dandole un calcio per invidia, si ritrova miliardario e solo. Come le dice la giovane avvocatessa, "non sei una cattiva persona, ma ti sforzi con tutto te stesso di essere stronzo".
Ne consegue - tra le le righe - un'interpretazione altrettanto morale dello strumento Facebook, nuovo spazio sociale per disadattati e gente che non è in grado di relazionarsi nella vita reale, espressione di una società superficiale, in cui l'amicizia come eravamo abituati a intenderla perde valore. O forse, al contrario, il film ci vuole suggerisce i rischi di una vita trasferita sulla rete, senza avere solide basi nella realtà. Ma in fondo è una facile morale che può essere applicata a qualunque strumento. Si potrebbe dire lo stesso per la televisione, il cellulare, i videogame, la musica, Internet in molte delle sue manifestazioni e qualunque altra cosa venga utilizzata come un sostitutivo della costruzione di un pensiero autonomo. Non è un problema dei mezzi che usiamo, ma sempre di persone e di consapevolezza.
In ogni caso, a me ha fatto impressione vedere raccontata sul grande schermo la "banalità delle origini", cioè come quello che è un fenomeno mondiale (su cui si fanno studi sociologici, si passa parte del nostro tempo ecc.) nasce in fondo solo per dare un seguito ai contatti più superficiali e magari trasformarli in occasioni di "rimorchio".
Bene che Fincher si sia mantenuto abbastanza in equilibrio su questa linea sottile, senza spaccare il mondo in buoni e cattivi. Tutti in fondo ci vengono presentati come persone dotate di una sufficiente complessità per non diventare solo macchiette, sebbene non immuni da tratti un po' stereotipati.
Un po' come tutti gli apologhi, alla fine, - uscendo dalla sala - ognuno rimarrà delle proprie convinzioni, o forse si rafforzerà nelle stesse, per effetto della rilettura selettiva che di fronte a film e fenomeni di questo tipo è praticamente inevitabile. La domanda poi tipicamente italiana se una cosa del genere sarebbe potuta nascere in Italia mi pare un po' oziosa e un po' banale messa in questi termini. Dunque, scusatemi, ma ho deciso di tacerne.
Diciamo che questo potevo anche risparmiarmelo! ;-)
Ho deciso comunque di scriverne una breve recensione, perché è stato il mio primo film della stagione cinematografica autunno-inverno romana, dopo il rientro da Bruxelles. Quindi, vi beccate questa mia recensione controvoglia (devo pure dire che oggi il mio umore non è dei migliori, dopo la "lavata" che mi sono presa in motorino e il cellulare impazzito per l'acqua).
Dunque, la storia non è certamente originale. Michael (Sam Worthington) e Joanna (Keira Knightley) sono sposati da tre anni e stanno insieme dai tempi del college. Si amano e il loro matrimonio sostanzialmente funziona, fino a quando lui parte per un viaggio di lavoro cui partecipa la sua nuova collega di lavoro, Laura (Eva Mendes), e lei riceve la visita di Alex (Guillame Canet), l'uomo con cui ha avuto una storia nel breve periodo durante il quale si era lasciata con Michael, prima del matrimonio.
Tutti e due dovranno fare i conti con la tentazione e l'attrazione rappresentata da ciò che non si conosce o ciò cui si è rinunciato, rispetto alla pacata felicità del quotidiano. Il tutto condito da dialoghi tra il cinico e l'adolescenziale, che più di una volta strappano la risata. Per tacere della stereotipicità dei personaggi, Keira Knightley nel ruolo della donna fragile e troppo cerebrale (incline alle involuzioni mentali), Eva Mendes in quello della tentatrice dalle forme generose (esplicita e provocatrice), i due uomini, l'uno sentimentale e incerto, l'altro infine vinto dall'istinto.
Insomma, non metto in dubbio che il tema sia interessante e in qualche modo universale, né che il mistero dell'amore, la difficile dinamica di passione e sentimento, la convivenza col dubbio, la difficoltà delle scelte siano situazioni che continuamente si affacciano alla vita di noi tutti. In fondo, fa parte di una forma di convenienza sociale pensare che un rapporto di coppia sia qualcosa di semplice, che una volta costruito viva di vita propria e che si possa fare a meno di rifondarlo giorno per giorno; d'altra parte, a volte penso che la cerebralità sia un danno della società contemporanea, poiché introduce un eccesso di meta-riflessione in cui tavolta rimaniamo intrappolati.
Mi comincio a chiedere se siamo davvero più felici delle generazioni precedenti, certamente meno abituate a farsi domande sul proprio benessere psicologico e la propria felicità in quanto più assorbiti da problemi concreti. O forse si tratta in qualche modo di una condanna alla consapevolezza con cui imparare a convivere. Ma, alla fine, anche il fatto di domandarselo dimostra che è un meccanismo dal qualche non riusciamo veramente a liberarci...
In ogni caso, assistere sul grande schermo a questo melodramma imperfetto, un po' banale e un po' sclerotizzato, e che non aggiunge niente a quanto già detto in modi certamente più profondi, è davvero troppo.
Il prossimo film va assolutamente scelto con maggiore accuratezza. :-)
Come dice la canzone di Jaune Toujours, Ici Bxl, (che sta alla città di Bruxelles come Empire state of mind di Jay-Z sta a New York), Bruxelles non è certo Parigi, non è New York, eppure non le manca una certa vitalità e fascino (vedi anche la prima puntata!).
Di guide gastronomiche, culturali e artistico-architettoniche della città in rete ce n'è quante ne volete. La mia sarà una guida sui generis, più che altro una guida del cuore e della memoria...
A me di questa città mancheranno (in ordine sparso):
- le gaufres e i camioncini che tutti i giorni si fermano agli angoli delle strade per venderle (in particolare quello di Avenue de la Toison d'Or, pochi metri da casa mia, con il suo irresistibile profumo di pasta lievitata zuccherata);
- la vista della città all'imbrunire dalle grandi finestre del mio appartamento (con l'imponente chiesa del Sablon, la torre della cattedrale, i palazzi illuminati, l'Atomium e lo stadio sullo sfondo) ;
- i grandi murales a fumetti dipinti su pezzi di pareti di case aggettanti sulla strada;
- Dille & Kamille e il tempo infinito passato a studiare tutti i piccoli oggetti per la cucina (per non parlare delle buonissime marmellate che mi sono perfino portata in Italia);
- i burri salati, con le loro mille marche e varianti che riempiono un'intera ala del frigorifero del supermercato;
- il quartiere africano di Matongé e la zona di Saint Boniface con i loro negozietti che vendono le stoffe colorate e i prodotti più improbabili e i tantissimi ristoranti etnici;
- le frites (in cartoccio) con la salsa che volete voi (io preferisco il ketchup), in particolare quelle di place Flagey, nonostante il tipo lentissimo che gestisce il baracchino e la fila ovviamente interminabile;
- i pub, come il Delirium tremens, che hanno sulla carta centinaia di birre (bionde, bianche, scure, d'abbazia, artigianali), con i loro interni fumosi e semibui, con le pareti decorate di vassoi e lampade con i marchi delle birre;
- la sala da the di Rue de Rollebeek, dove il timer ricorda quando l'infusione è perfetta e gli scones con la salsa alla vaniglia sono divini;
- la boulangerie Paul che sarà pure estremamente industriale e commerciale (c'è persino all'aeroporto di Charleroi), ma per chi viene da posti che non siano la Francia o il Belgio resta il paradiso delle brioches, dei croissants, dei pains au chocolat, delle quiches alle verdure, del pane ai cereali...;
- le cioccolaterie, quelle artigianali su tutte, sebbene anche Leonidas e Neuhaus si difendano bene;
- i supermercati con le affettatrici automatiche per il pane e i grandi spremiagrumi per portarsi a casa solo il succo di arancia, piuttosto che pesanti buste di arance, ma anche con intere pareti di cioccolata e decine di varianti delle buonissime barrette Galler, con la vasta scelta di birre (ho amato la Ciney), ma anche di vini, i tanti tipi di zucchero (ho adorato la cassonade brune);
- i negozi di fumetti (in Italia praticamente inesistenti) che, oltre a vendere tutto l'immaginabile in termini di albi, hanno anche delle bellissime stampe di tavole e disegni da incorniciare;
- il parchetto di palazzo Egmont, incastonato tra la circonvallazione e il quartiere del Sablon, oasi verde e scorciatoia da casa mia per il centro, nonché tutti gli altri immensi parchi della città;
- il grande spiazzo davanti alla sede centrale della Ing Direct, dove ogni tardo pomeriggio ragazzi di ogni età si esibiscono con i loro skateboard e le loro biciclette snodate;
- le gallerie antiquarie e d'arte e i mercatini brocante (di antiquatariato) e vide grenier (delle pulci) de Les Marolles;
- il quartiere di Saint Gilles, con il suo clima giovane senza essere fighetto, la sua maison du peuple al centro della piazza principale, i suoi locali dove c'è quasi sempre un concerto;
- la zona di Saint Gery con il suo mercato coperto trasformato in spazio espositivo e pub e la straordinaria concentrazione di caffè, birrerie e tavolini all'aperto;
- il buonissimo ristorante thailandese Khun May di Rue du Commerce, purtroppo scoperto troppo tardi;
- le numerose possibilità di ascoltare buona musica (dalle rassegne gratuite nei pub come Stoemp!, all'ottima programmazione di posti come il Botanique e l'Ancienne Belgique);
- la pizza de La brace, dove saranno pure antipatici, come dicono alcuni, ma si mangia la pizza più buona di Bruxelles, che potrebbe fare concorrenza anche a molte pizze italiane;
- il cinema Vendome con la sua aria antica e la buona programmazione;
- la zona di Sainte Catherine con i suoi ristoranti di pesce e la sua atmosfera tra il decadente e il multietnico;
- l'ascensore Poelaert (struttura che si staglia sullo sfondo di un'immensa terrazza panoramica all'ombra dell'orribile Palazzo di Giustizia) che funziona giorno e notte per collegare Louise a Rue Haute (tra Sablon e Marolles);
- la possibilità di arrivare, comodamente seduti in treno, in un'ora e mezzo a Parigi e in due ore a Londra ;
- la Galleria della Regina e il bistrot da pranzo veloce che si trova subito dopo l'angolo su Rue d'Arenberg;
- il baretto ricavato nello "scatinato" del cinema Nova, che non sai mai se troverai aperto;
- le buonissime pitte greche ripiene di Le Perroquet (nella zona alta del Sablon);
- le centinaia di folding bikes (Brompton, Dahon ecc.) che, nonostante le avvertenze di pericolosità dei bruxellesi, continuano a sfrecciare per tutta la città e a invadere la critical mass di Porte de Namur (ma state attenti che non ve la rubino, come è successo a me);
- scoprire che Bruxelles non è affatto piatta, come tutti credono, bensì tutta salite e discese...;
- l'ibridazione architettonica, culturale, linguistica che non sempre produce bellezza, ma certamente suscita interesse;
- le gallerie commerciali (di ottocentesca memoria), che puoi usare per passeggiare e guardare vetrine, come scorciatoia o come luogo per ripararti dal freddo;
- il ristorante (nonché associazione culturale belgo-africana) l'Horloge du Sud, dove la somma di belgi e africani produce un servizio lentissimo, ma l'atmosfera è rilassante, divertente e si mangia bene senza spendere troppo (e spesso ascoltando buona musica);
- le kickers, perché in Italia si trovano solo quelle da bambini, mentre l'atelier di Bruxelles fa delle collezioni di scarpe da adulti molto molto belle.
Bene, direi che è abbastanza, altrimenti cominciate a chiedervi perché non sono rimasta là. Ma, come probabilmente sapete per esperienza, per ciò che ci piace di solito c'è almeno altrettanto che non ci piace. Del resto, le esperienze, i posti, i viaggi, le persone vanno presi un po' come la vita, con i suoi alti e bassi e il suo mix irripetibile di sensazioni che sta a ciascuno interpretare e accomodare rispetto a se stessi.
Quindi, eccomi Italia, eccomi Roma, eccomi Puglia.
Si ri-volta pagina, pronti a vivere tutto intensamente come sempre, senza dimenticare nulla di quello che si è vissuto.
È tempo di bilanci... Di ritorni, di partenze, di arrivi, di separazioni, di ricongiungimenti, di sentimenti che si aggrovigliano lì da qualche parte in fondo all'anima, di paure che scavano profondità inaccessibili, di già vissuto e di completamente nuovo, di energie positive e di scoraggiamento, di stanchezza e di forza.
Come sempre quando la mia strada si sofferma per un tempo più o meno lungo in un luogo, quello che mi porto via sono innanzitutto le emozioni che le persone mi hanno regalato e quelle sensazioni che per sempre rimarranno legate a quel luogo. A queste persone dedico la prima parte del post bruxellese. Così, pur nella certezza che la mia memoria le conserverà come tutte le cose più preziose, sento il bisogno di vedere queste sensazioni tradotte in scrittura. Per condividere quello che è stato solo mio, ma anche per lasciare una piccola eredità di esperienza della città a vantaggio di coloro che restano e di quelli che vi arriveranno.
Innanzitutto grazie a chi ha condiviso con me questo pezzetto di vita. Non dimenticherò le cene per sperimentare posti nuovi, le ricerche dei concerti su Agenda.be, le lunghe chiacchierate, il senso di intimità arrivato così facilmente, l'abbraccio commosso di martedì pomeriggio, la certezza di aver aggiunto un'altra tesserina al puzzle della propria vita.
Non dimenticherò i caffè presi insieme a casa il sabato mattina, la serata al "barco" a ballare la salsa, le confidenze e i racconti, i trasporti di tutto quello che non stava in valigia, la telefonata di saluto alle cinque del mattino.
Non dimenticherò le colazioni della domenica al Sablon, le passeggiate in Rue du Midi esplorando i numerosi second hand bookstores, i giri al mercato delle pulci di Les Marolles, i pranzi con gli altri colleghi durante i quali parliamo solo tra di noi, gli umori altalenanti, quell' "I'll miss you" sulla porta dell'ascensore in chiusura.
Non dimenticherò la sorpresa e la bellezza di scoprire che, nonostante le differenze linguistiche e culturali, i momenti difficili, la brevità e finitezza del tempo a disposizione, l'amicizia e la sintonia arrivano inaspettate e sempre intense.
Parte del merito è di questa città strana, in apparenza ostile e non certo attraente, ma ricca di quella ricchezza speciale che solo le cose piccole e invisibili possono dare. Ma... di questo vi parlerò nel prossimo post, offrendovi la mia personale guida alla città, alle cose che mi mancheranno e che non potete assolutamente perdere.
Non posso negare di provare un certo imbarazzo nell'accingermi a scrivere una nota su Memorie di Adriano e non me ne vogliate se non ne sarò all'altezza. Durante la lettura - e tanto più al termine di essa - non ho potuto fare a meno di associare a questo romanzo l'aggettivo "imponente". Imponente è il personaggio storico, l'imperatore Adriano; imponente la sua rappresentazione umana nella ricostruzione letteraria; imponente il periodo storico e la civiltà protagonisti del romanzo; imponente soprattutto la scrittura della Yourcenar che sembra calarsi perfettamente, da un punto di vista stilistico, nell'epoca e nel punto di vista dell'imperatore letterato.
L'idea di strutturare il romanzo in forma di lunga lettera indirizzata a Marc'Aurelio (il giovane che Adriano farà adottare da Antonino, suo successore, per farne il futuro erede dell'impero) è assolutamente perfetta, tanto più che questa lettera si configura come una sorta di bilancio dell'esistenza e di memoria di vita da lasciare a colui che Adriano considera il reale continuatore della sua opera.
Non proporrò citazioni di questo romanzo per due motivi fondamentali: innanzitutto, ce ne sarebbero troppe e probabilmente molte di esse risulterebbero abusate (visto che si tratta di uno dei libri tra i più citati); in secondo luogo, in molti casi non sono le singole frasi ad essere realmente significative, quanto l'insieme della riflessione, all'interno della quale le frasi si colorano del valore aggiunto del contesto.
Mi riferisco, in particolare, alle riflessioni sulle leggi e sulla loro necessità ma anche tendenziale inadeguatezza rispetto all'evolversi imprevedibile della società, a quelle sulle religioni, le loro radici profondamente umane e la loro incidenza sugli equilibri sociali, a quelle sulle guerre come necessità umana di rottura degli equilibri, a quelle sulle lingue e sulla loro diversa capacità di raccontare aspetti diversi del reale e dell'umano, a quelle sul dolore, la morte, la malattia, l'amore, la bellezza, l'orgoglio, la rabbia e la loro incidenza sul senso dell'esistenza umana.
Durante la lettura non si può fare a meno di credere all'illusione che tutto quanto è scritto in quelle pagine sia realmente passato per la testa dell'imperatore. E così, di volta in volta, ci si sente sudditi di quest'uomo che suscita, al tempo stesso, ammirazione, compassione e deprecazione di un orgoglio, un'ambizione e un egocentrismo smisurati (ma in fondo commisurati alla sua statura politica e umana), ma ci si sente anche imperatori, nel partecipare dei successi, dei dubbi, delle paure e degli atti di lungimiranza e coraggio dell'uomo e dell'imperatore.
Io sono stata letteralmente catturata nel mondo di Adriano e non ho potuto fare a meno di versare qualche lacrimuccia dopo aver letto le ultime righe, sia per la tristezza di veder morire un uomo di tale complessa bellezza, sia per il dispiacere di aver terminato la lettura di un libro che si vorrebbe portare con sé più a lungo.
Curiosando su Internet, vedo che di fronte a Memorie di Adriano il mondo dei lettori è letteralmente spaccato a metà tra coloro che lo hanno amato alla follia e coloro che lo hanno abbandonato anzitempo o ne hanno detestato lo stile o il protagonista. Inutile dire che io appartengo al primo di questi due gruppi. Inutile dire che questa spaccatura, a mio parere, è propria dei capolavori, che non possono lasciare indifferenti e impongono una presa di posizione, uno schieramento, una vera e propria scelta di campo, di fronte alla loro ingombrante presenza.
È per questo che io sto con Adriano ;-), con la sua forza e la sua fragilità (che sono quelle di ogni essere umano, ma al contempo uniche e per questo affascinanti), con il suo eloquio antico, ma anche profondamente intriso di modernità.
Leggo nei Taccuini di appunti che questo è stato per la Yourcenar il romanzo di una vita, forse il romanzo della vita. A volte penso che certi scrittori - e più in generale certi esseri umani - nascano per compiere una missione, per lasciare un'eredità, per adempiere un destino. Ebbene, secondo me, Marguerite Yourcenar è nata per regalarci le Memorie di Adriano.
Voto: 5/5
P.S. Qui a Bruxelles c'è un parco intitolato a Marguerite Yourcenar, nata in questa città... Non potevo scegliere momento migliore per leggere il suo capolavoro.
Arrivo da un'intensa due giorni londinese, con base nell'East End. La scusa (ma neanche tanto!) era quella di andare a verificare - a distanza di 4-5 anni di distanza dalla mia prima visita - lo stato di salute delle biblioteche pubbliche che sono state realizzate in questa zona della città e che si chiamano Idea Stores. Ma di questo parlerò in altra sede...
L'East End è probabilmente una delle zone meno turistiche di Londra, area da sempre ad alto tasso di immigrazione (prima gli Irlandesi, poi gli Ebrei, oggi soprattutto Bengalesi), zona prevalentemente popolare e operaia, con una densità urbana decisamente più elevata rispetto agli standard della città.
Oggi, l'East End è una chiara esemplificazione dei processi di trasformazione e di rinnovamento continuo che le città metropolitane stanno vivendo, per effetto principalmente dei movimenti dei gruppi sociali. Qui, infatti, da un po' di anni a questa parte hanno cominciato a spostarsi molti giovani in cerca di un'area della città meno cara e di un'atmosfera più veracemente londinese, nonché affascinati dal clima multietnico e dalla voglia di riscatto che sembra attraversare questi quartieri.
Sono nati così piccoli negozietti alternativi, sale da te, rivenditori di prodotti biologici; i pub tradizionali sono stati rilevati da giovani pieni di idee, le strade si sono popolate anche di sera, lo squallore ha cominciato a trasformarsi in accogliente semplicità. Tutt'intorno continuano a vivere e a prosperare le contraddizioni di questa città (che sono anche la sua ricchezza): case popolari insieme a bellissime case vittoriane e georgiane, sottopassi squallidi insieme a parchi verdissimi, atmosfera da casbah insieme a rarefatti conciliaboli di giovani su biciclette di design.
Il Broadway Market (al confine tra le zone di Hackney e Whitechapel) è la sintesi del rinnovamento di quest'area, perché in esso trovano posto i cibi e i dolci tradizionali fatti come una volta, le verdure biologiche, i cibi del mondo, i prodotti ecologici. Non più di una cinquantina di bancarelle che sembrano però essere state scelte con estrema cura e rispondere tutte alla stessa "filosofia".
Il rischio è che possa risultare difficile conservare quell'equilibrio prezioso che attualmente l'East End sembra vivere (gente giovane e carina, ma non troppo fighetta e trendy; negozi, caffè e pub certamente di gusto, ma non invadenti e dissonanti; prezzi in aumento ma ancora molto competitivi rispetto al resto della città) e che dunque l'East End diventi la nuova frontiera della Londra alla moda, snaturandone l'anima più vera, togliendo autenticità alle sue manifestazioni, introducendo artificiosità nelle dinamiche. Ho purtroppo paura che tutto ciò accadrà, perché è nelle cose. Bene esserci stati prima.
Certo, però, non si può mica andare a Londra senza una puntatina nel centro e soprattutto senza andare a vedere un musical! E quindi, alla modica cifra di quasi 100 euro (!), andiamo a vedere la versione londinese (dopo, per me, quella newyorkese) di Mamma mia! al Prince of Wales Theatre vicino a Leicester Square. Lo spettacolo è perfettamente in linea con le aspettative, ma certo - dopo aver visto la performance newyorkese - capisco che questi musical possono raggiungere livelli di standardizzazione veramente elevati.
Cosicché non è davvero più la bravura e la simpatia dell'attore, bensì la rigidità dei ruoli che impone esattamente certi tipi di gestualità e di espressioni. Insomma, mi diverto di meno della prima volta. In questo caso, il maggior divertimento diventa il pubblico, visto che come è accaduto a suo tempo per il Rocky Horror Picture Show, anche per Mamma mia! (a distanza di oltre 10 anni dalla sua prima programmazione) la gente comincia a partecipare, cantando ad alta voce e riproducendo le coreografie del palco. Forse sarebbe ora di organizzare delle performance che prevedano esplicitamente il diretto coinvolgimento del pubblico, per offrire a tutti coloro che ormai conoscono a memoria il musical la possibilità di divertirsi per davvero.
Dal mondo dei musical passiamo a un altro mondo tipicamente londinese, quello dei musei pubblici gratuiti (!). Attraversiamo il Tamigi per raggiungere la Southbank (altra zona in piena rinascita) e visitare la Tate Modern, edificio di archeologia industriale (con un'altissima ciminiera) ristrutturato per ospitare una importante collezione di arte contemporanea e mostre temporanee (in questo periodo, quella su Gauguin).
Ci sorprende vedere che i piani sono organizzati per temi (non per periodi, per tipologia di opere, per autori o per correnti), che ciascuna opera è brevemente ed efficacemente descritta, che di tanto in tanto vengono forniti brevi approfondimenti di contesto, gradevolissimi da leggere, che ad ogni piano ci sono aree per far giocare i bambini sul tema dell'arte, zone per riposare e consultare cataloghi a stampa delle opere degli autori in mostra, sediolini liberamente utilizzabili per rendere la visita più efficace e meno stancante.
La breve escursione londinese finisce in un pub dove il menu è equamente diviso tra piatti orientali e britannici e noi prendiamo un buonissimo fish and chips e un altrettanto ottimo riso e pollo al curry piccante, innaffiati entrambi dall'immancabile birra.
Che dire? A me pare che, nonostante tutto, la buona, vecchia, cara Inghilterra abbia ancora qualcosa da insegnarci in termini di civiltà.
Capisco che bisognerebbe viverci per giudicare appieno. Ma, che ne so, io di solito annuso l'aria, mi guardo intorno, verifico possibili sintonie. E in questo caso - sarà anche che c'era un bellissimo sole (o sarà forse che affacciandomi dalla finestra della camera d'albergo vedevo un gazometro che mi ricordava tanto la mia vita romana) -, ma alla fine ne ho riportato indietro un feeling positivo e una gran voglia di ritornarci. Che non è poco.
Bibliotecaria di professione, mescolo la passione per le biblioteche con mille altri interessi (cinema, musica, teatro, fotografia, letteratura, viaggi), cui cerco di dare spazio e sfogo in questo blog.
Per il nome di questo blog devo ringraziare le suggestioni del grande maestro Zygmunt Bauman e, in particolare, il suo libro "Homo consumens. Lo sciame inquieto dei consumatori e la miseria degli esclusi", sebbene a me lo sciame inquieto suggerisce anche qualcos'altro di più personale.