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lunedì 19 febbraio 2018

Il morso della reclusa / Fred Vargas

Il morso della reclusa / Fred Vargas; trad. di Margherita Botto. Torino: Einaudi, 2018.

Per me è sempre una festa quando in libreria esce un nuovo libro della Vargas, o meglio un nuovo libro della Vargas con protagonista il commissario Adamsberg. E così, quando dopo qualche anno di silenzio, è arrivato Il morso della reclusa non solo l'ho immediatamente comprato, ma anche quasi immediatamente letto.

Purtroppo, come già avevo avuto modo di osservare dopo l'ultimo romanzo, Tempi glaciali, le vette dei primi romanzi della serie dedicata ad Adamsberg, tra cui i miei preferiti restano Parti in fretta e non tornare e Sotto i venti di Nettuno, sono lontani.

Quello che mi manca particolarmente in questi ultimi romanzi è lo sguardo partecipante nella vita personale di Adamsberg, nella quale sembra che - una volta in qualche modo tornati al loro posto tutti i tasselli, tra cui il figlio Zerk e la donna che ha amato in passato, Camille - non accada più nulla di rilevante, cosa francamente poco credibile, se non addirittura impossibile. Il panorama umano che Vargas mette al centro di questi ultimi romanzi è dunque rappresentato principalmente dai componenti della squadra di Adamsberg, le persone con cui lavora, dal comandante Danglard al tenente Violette Retancourt, dal conterraneo Louis Veyrenc al tenente Froissy, per arrivare a Mordent e infine al gatto Palla che ha ormai preso stabilmente posto sulla fotocopiatrice dell'ufficio (e a cui si va ad aggiungere in questo romanzo una famiglia di merli che si è sistemata nel cortile del commissariato).

Incontrare questi personaggi è per me ogni volta come incontrare vecchi amici, ed è quindi sempre un piacere; però, anche da questo punto di vista devo osservare una certa qual ripetizione - a dire la verità un po' stanca - dei caratteri ormai quasi stereotipati di ognuno di loro. Nel caso specifico in particolare ho trovato molto deludente l'approfondimento del rapporto tra Adamsberg e Danglard che , in questo romanzo, vive un momento di confronto e di svolta, ma senza che sia veramente chiaro al lettore in che termini e per quali motivi veri.

A livello di intreccio narrativo, poi, ho trovato molto riuscito l'inserimento di un caso minore - che si risolve nella prima parte del romanzo, ma che dà movimento alla narrazione -, mentre lo sviluppo del caso principale - gli omicidi di un certo numero di uomini con il veleno del ragno reclusa - mi è sembrato francamente un po' forzato in diversi passaggi. I collegamenti mentali che conducono Adamsberg alla soluzione del caso sono a volte veri e propri "voli pindarici" che - certo - sono tipici del carattere del commissario, ma in questo caso sono particolarmente astrusi e per certi versi poco credibili.

Il fatto è che a Fred Vargas non si perdona niente, perché in passato ci ha abituati talmente bene che ora ci aspettiamo da lei che continui a sorprenderci ed emozionarci, cosa decisamente non facile e non scontata.

Nondimeno, quando chiudiamo l'ultima pagina del libro vorremmo comunque aver letto le pagine precedenti più lentamente per poter rimanere più a lungo in compagnia di Adamsberg e della scrittura della Vargas, che resta per me - comunque sia - una delle più piacevoli in qualunque momento io la affronti.

Voto: 3/5

martedì 21 luglio 2015

Tempi glaciali / Fred Vargas

Tempi glaciali / Fred Vargas; trad. di Margherita Botto. Torino: Einaudi, 2015.

Diciamolo subito: Tempi glaciali è un Vargas minore. Ossia - dal mio modesto punto di vista - non è uno dei suoi romanzi migliori. Mi sono immaginata la povera Fred Vargas pregata in ginocchio dal suo editore per produrre un nuovo lavoro, essendo ormai passati diversi anni dalla Cavalcata dei morti. E Fred - che forse non aveva più molta voglia di seguire le vite di Adamsberg e colleghi - si è seduta a un tavolino, ha richiamato alla mente tutti i personaggi della saga e le loro caratteristiche e ha costruito una storia usando le sue competenze, ma senza lasciarsi veramente coinvolgere. E così è nato Tempi glaciali.

Il risultato è un romanzo scritto con la consueta maestria dalla scrittrice francese, ma un po' ingessato in una costruzione poco naturalistica. E così è come se, nel corso della lettura, vedessimo sfilare tutti i personaggi che abbiamo imparato ad amare nei romanzi precedenti e per ognuno di loro ci venisse ricordato per cosa li abbiamo amati o - in ogni caso - quali sono le loro specialità. Il tutto però resta slegato dal cuore della storia, quasi giustapposto, non creando quell'empatia profonda a cui la Vargas ci ha abituati.

Il giallo che prova a fare da collante è interessante e si muove tra una vicenda del passato recente (la morte di due persone durante una sfortunata escursione in un'isoletta islandese di un gruppo di turisti francesi) e la lunga coda di un momento storico lontano nel tempo, ma molto importante per i francesi, il periodo post-rivoluzionario, in particolare gli anni di Robespierre (riportati in vita dalle rappresentazioni molto realistiche e filologicamente attente realizzate dalla Società di studi sugli scritti di Robespierre, anch'esse funestate da misteriosi suicidi/omicidi).

Lo spalatore di nuvole Adamsberg - com'è nel suo stile - riuscirà randomicamente a connettere vicende e informazioni apparentemente lontane e prive di collegamenti, che sfuggono al razionale e colto Dangalrd.

Alla fine della lettura il dato più interessante è la full immersion che questo romanzo ci fa fare dentro un momento della storia francese che resta una ferita ancora aperta per questo popolo e dimostra di avere un impatto ancora straordinario sui sentimenti individuali e collettivi.

Ora, però, cara Fred Vargas, lasciami dire una cosa: non sono tra quelli che si aspettano che tu continui a scrivere di Adamsberg per tutta la vita, ma ti prego - se decidi di farlo - fallo solo se vuoi. Non sporcare la purezza e l'intensità del rapporto che in questi anni abbiamo costruito con i tuoi personaggi. Preferiamo perderli di vista piuttosto che sentirli meno veri e meno nostri.

Voto: 3/5

martedì 30 agosto 2011

La cavalcata dei morti / Fred Vargas

La cavalcata dei morti / Fred Vargas; trad. di Margherita Botto. Torino: Einaudi, 2011.

Bentornata, Fred!

Viene proprio voglia di esclamare così durante tutta la lettura de La cavalcata dei morti. Sì, perché devo ammettere che l'ultimo romanzo della Vargas pubblicato da Einaudi, Prima di morire addio, ambientato in Vaticano ed estraneo al mondo di Adamsberg e compagni, l'ho abbandonato dopo una cinquantina di pagine, trovandolo illeggibile e quasi insignificante.

La gioia nel ritrovare la Vargas che amo ai suoi massimi livelli (che per me sono quelli di Parti in fretta e non tornare e Sotto i venti di Nettuno) è stata grande!

La cavalcata dei morti ci offre, infatti, al meglio i due prodotti più tipici della scrittrice francese: un giallo (anzi in questo caso più di uno) ben congegnato, che affonda le radici negli studi sul Medioevo dell'autrice, ma attinge anche alla migliore tradizione giallistica ricordando a tratti certi racconti di Agatha Christie, e l'affresco umano, che qui acquista una dimensione addirittura corale.

Perché non c'è solo Adamsberg con i suoi ragionamenti sconclusionati e le sue connessioni apparentemente senza senso, non c'è solo Danglard con il suo sapere sterminato, la sua dipendenza dall'alcol e il suo attaccamento quasi morboso al commissario.
Ci sono anche tutti i componenti della squadra di Adamsberg che abbiamo imparato a conoscere ed amare in questi anni: Veyrenc con le sue ciocche rosse e i suoi versi improvvisati, il gigante buono Violette Retancourt, e poi Mercadet, Noel, Froissy...

In questo libro facciamo poi la conoscenza di Armel, detto Zerk, il figlio ventottenne che Adamsberg non pensava di avere, e ritroviamo Lucio, lo spagnolo vicino di casa, nonché l'osteopata miracoloso rinchiuso nel carcere di Fleury. E poi ci sono i personaggi di Ordebec, dove si svolge la storia: Lina, Antonin, Martin, Hyppo, Lèone, il conte e tanti altri.
Tutti così caratterizzati, osservati con una tale cura dei particolari, da apparirci vividi come se li avessimo incontrati di persona.

Manca solo Camille, nominata una volta e di sfuggita da Danglard, ormai ricordo doloroso e al contempo evanescente nella mente di Adamsberg.

La storia prende spunto dalla leggenda medievale della Schiera furiosa, un esercito di soldati semi-morti che percorre da secoli gli stessi sentieri del Nord Europa, mostrandosi solo ai prescelti e annunciando la morte di gente che ha nel suo passato azioni malvagie rimaste impunite.

Ma come sempre accade nei romanzi di Adamsberg, leggenda e superstizione sono lo strumento che gli uomini utilizzano per coprire le loro atrocità.

Bello aspettare ogni istante libero per immergersi nella storia, bella anche quella specie di nostalgia che ci coglie quando - letta l'ultima riga - sappiamo di stare di nuovo abbandonando il mondo di Adamsberg.

La sensazione che quel mondo in nostra assenza vada avanti comunque, dotato di una vita indipendente, e che a noi lettori venga offerto di tanto in tanto l'opportunità di osservarlo da una finestra, ma solo per il tempo della lettura di un romanzo, resta forte. E in qualche modo ci rassicura.

Perché sappiamo che prima o poi i nostri cammini si incroceranno di nuovo.

Voto: 4,5/5

giovedì 25 novembre 2010

I quattro fiumi / Fred Vargas e Baudoin

I quattro fiumi / Fred Vargas e Baudoin; trad. di Margherita Botto. Torino: Einaudi, 2010.

Devo ammettere che prima di iniziare la lettura di questo ho mollato l'altro libro di Fred Vargas ultimo uscito Prima di morire addio. In realtà, si trattava di un libro scritto nel 1999 e secondo me tirato fuori da qualche soffitta per sfruttare l'effetto Vargas. Non so, non mi ha preso, né intrigato... Insomma, l'ho rimesso sugli scaffali. Chissà.

Così, per riconciliarmi con la Vargas ho pensato che questa ardita operazione di tradurre in immagini un giallo con Adamsberg protagonista potesse essere una bella occasione.
Eh sì, perché I quattro fiumi è un graphic novel, in cui i testi sono della Vargas e i disegni di Edmond Baudoin. Per la prima volta il commissario Adamsberg e il fido Danglard escono dal limbo delle nostre fantasie e trovano un volto.

Come tutto ciò che a lungo si è covato nella nostra mente, il risultato della traduzione in immagini operata da qualcun altro non è necessariamente soddisfacente. Io, per esempio, affezionata come sono al personaggio di Danglard sono rimasta delusa dalla sua rappresentazione di uomo sfatto e "debosciato". È vero che si tratta di una rappresentazione che in parte rispecchia la natura letteraria del personaggio, ma io l'avrei voluto omaggiato di una dignità che la sua cultura e qualità morale gli fanno meritare! E Adamsberg, secondo me, è troppo fashion per essere veramente lui, "lo spalatore delle nuvole" che conosciamo.

Detto questo nei loro occhi e nelle espressioni del loro viso ritroviamo certamente i nostri eroi, perché Baudoin ha un tratto dotato di una straordinaria espressività. Devo dire che non è lo stile che più amo; di solito, preferisco il disegno più nitido e pulito, ma non c'è dubbio che in questo caso un tratto sporco e carico è perfettamente coerente con la storia raccontata e forse aggiunge la giusta dose di mistero a un giallo che dal punto di vista della trama può essere considerato po' debole.

Lo stile della Vargas c'è tutto: le citazioni letterarie, l'attenzione ai personaggi (in questo caso tutti i componenti della famiglia Braban, padre e quattro figli maschi, che sono il vero cuore della storia), la psicologia umana, l'originalità delle idee (in questo caso al centro della storia c'è padre Braban che si è messo in testa di ricostruire la fontana del Bernini, I quattro fiumi, con le lattine della birra, e i suoi figli lo aiutano in questa incredibile impresa).
Certo, la scrittura della Vargas - che raggiunge i suoi maggiori picchi quando si fa realmente letteraria - ci perde un po', ma la bellezza dell'esperimento compensa in parte questa perdita.

A questo punto io personalmente aspetto le prossime puntate di questa collaborazione per dare un volto anche a Retancourt, a Camille, al gatto Palla e a tutto il variegato mondo che la Vargas è riuscita a far diventare parte del nostro.

Voto: 3,5

lunedì 19 aprile 2010

L'uomo a rovescio / Fred Vargas

L'uomo a rovescio / Fred Vargas; trad. di Yasmina Melaouah. Torino, Einaudi, 2006.

Io e gli aerei evidentemente non abbiamo un buon rapporto. Dopo essere atterrata a Londra qualche anno fa nel pieno dell'uragano Kyrill, parto per il weekend per Madrid e, a causa dell'eruzione di un impronunciabile vulcano islandese che sputa le sue ceneri nere in mezza Europa, scoppia la più grossa crisi del traffico aereo di sempre. Migliaia e migliana di voli cancellati, centinaia di migliaia di passeggeri bloccati negli aeroporti. Impossibile prevedere come e dove si sposterà la nube di cenere. E io devo ripartire.

No, non è un'opzione. Devo ripartire. C'è qualcuno che mi aspetta da qualche parte, oltre il Mediterraneo occidentale. E io non riesco a pensare che possa esistere qualcosa indipendentemente da quell'incontro.
Così, attesa dopo attesa, paura dopo paura, ansia dopo ansia, cerco di distrarmi leggendo L'uomo a rovescio, la tessera mancante nel mio personale itinerario di lettura attraverso la saga del commissario Adamsberg.

Scopro così che anche il libro che sto leggendo parla di un incontro possibile, ma per niente scontato, quello tra un albero e il vento che gli passa tra i rami, a volte senza fermarsi.

Devo aspettare metà libro perché questo incontro si compia, ma Adamsberg e Camille sono come l'albero e il vento e si scambiano continuamente i ruoli. Si cercano, si aspettano, si sfuggono, si perdono, si ritrovano, perché Camille è "la naturale inclinazione" (p. 263) di Adamsberg e Adamsberg lo è di Camille. Ed è "come se una parte di sé, infinitesimale ma decisiva, l'aspettasse costantemente sull'orlo dei suoi occhi" (p. 218).

Insomma, Camille e Adamsberg sono tenuti insieme - oppure separati - da quella cosa che si chiama "Destino. [...] Eventualità, incontri. Caso, circostanza che fa trovare, fortuitamente o no, una persona o una cosa" (p. 328). Quella parola che in Spagna usano per indicare il concetto che noi chiamiamo "destinazione" e che, in questo momento, il capitano del mio aereo (partito!) sta ricordando.

Destino, destinazione, caso, caos. Le sento vicine queste parole e tutte inestricabilmente collegate alla mia vita in questo momento.

E così, ancora una volta, del presunto lupo mannaro che sgozza pecore e uomini nel Mercantour mi interessa il giusto, ma Vargas di nuovo mi cattura con quella sottotrama emotiva e verbale che rende i suoi libri del tutto speciali per me.

Certo, non c'è il mio amato Danglard, ma sono indimenticabili i personaggi di Salomon e il Guarda. E Salomon sembra parlare proprio a me quando dice a Camille: "L'esitazione è il lusso dei saggi". E lei risponde: "La saggezza mi annoia". Cosicché riprende: " Allora non pensarci su. Agisci. L'audacia è il lusso delle menti libere" (p. 192).

Ed eccola la mia destinazione. Nemmeno la più grande crisi aerea di sempre riuscirà a tenermi lontana dal mio destino.

P.S. Questo post è dedicato al mio destino e al momento in cui l'incontrerò faccia a faccia. Perché provo "diffidenza nei confronti di quell'aggeggio [il telefono], inadatto a comunicare qualunque situazione un po' delicata. Il telefono era pensato per la conversazione all'ingrosso e al mezzo grosso, di sicuro non per il dettaglio" (p. 202).

Voto: 4/5

giovedì 24 dicembre 2009

L'uomo dei cerchi azzurri / Fred Vargas

L'uomo dei cerchi azzurri / Fred Vargas; trad. di Yasmina Melaouah. Torino, Einaudi, 2007.

Sto leggendo la saga del commissario Jean-Baptiste Adamsberg in ordine sparso, cosicché mi trovo ne L'uomo dei cerchi azzurri di fronte all'arrivo del commissionario al 5e arrondissement di Parigi, all'incontro con quello che diventerà il fedele Danglard, al delinearsi della contrapposizione caratteriale dei due, ai primordi della storia con Camille. E il tutto funziona come uno straordinario flashback, in cui la conoscenza degli sviluppi futuri illumina e colora di significati inediti ciò che viene cronologicamente prima.

Il giallo di questo libro è - come sempre accade per la Vargas - quasi un pretesto per raccontare la psicologia umana. In questo caso, devo dire che anche la costruzione narrativa è piuttosto affascinante e per niente scontata, forse addirittura troppo arzigogolata rispetto agli standard della scrittrice francese.

Come al solito (si vedano le altre mie recensioni ai suoi libri), però, personalmente vengo conquistata da altro e il numero delle orecchie che ho fatto a questo libro la dice lunga sull'empatia che mi ha suscitato. Mai come in questo libro - forse proprio perché siamo agli inizi della vicenda di Adamsberg - viene fuori la qualità del suo personaggio svagato e profondo, il cui approccio apparentemente inerte e certamente irrazionale mette in crisi l'illuminismo di Danglard, e anche il mio. Ma al contempo Adamsberg esercita un'attrazione senza precedenti per la sua originalità da un lato, e per l'universalità dei suoi sentimenti dall'altro.

E così quando il commissario vien fuori con frasi come: "A volte prego che le persone mi stupiscano, e invece già dall'inizio comincio a scorgere la fine. (p. 20)" e l'autrice aggiunge che "[...] a Adamsberg le certezze che gli altri gli mettevano addosso, lo uccidevano. Gli facevano venire una voglia insopprimibile di deludere (p. 68), non riesco a non provare un'istintiva sintonia con il suo personaggio.

Tant'è che Danglard "avrebbe voluto rubare questo ad Adamsberg: l'imprecisione, l'approssimazione, e gli scorci in cui il suo sguardo pareva ora agonizzare, ora ardere, facendo venire voglia di allontanarsi da lui o di avvicinarsi. Pensava che con lo sguardo di Adamsberg avrebbe potuto vedere le cose oscillare e perdere i loro contorni ragionevoli, come fanno gli alberi d'estate nelle vibrazioni del calore. E allora il mondo gli sarebbe parso meno implacabile, e lui avrebbe smesso di volerlo capire fino ai suoi confini più remoti, e fino ai punti che non si potevano neppure vedere nel cielo. E sarebbe stato meno stanco" (p. 116). Ed io pure.

Poi scopri che anche Adamsberg non è immune dal faticoso confronto con se stesso. "[...] aveva sentito che lui non si osservava, ma si «percepiva», [...] tanto da averne talora «male di consapevolezza». Sapeva che questa percezione dell'esistenza prendeva talvolta sentieri speleologici, dove gli stivali si incollavano nel fango, dove non si trovava alcuna risposta, e che ci voleva del coraggio fisico per non cacciar via tutto molto lontano. Ma quando accadeva, lui non cacciava via niente, perché allora aveva la certezza che un simile gesto lo avrebbe condannato a non essere più nulla." (p 124).

"Danglard pensò che Adamsberg aveva una maniera diversa della sua di rovinarsi la vita. Gli pareva che nonostante il suo atteggiamento indolente, Adamsberg trovasse efficacemente il modo di non darsi mai pare." (p. 196).

Si capisce così anche il suo rapporto con Camille, l'unica donna che nonostante il suo scarso interesse per il sentimento dell'amore gli sia rimasta incollata sulla pelle. Forse perché è l'unica capace di dirgli frasi come questa: «Ti amo. Lasciami andare, adesso.» (p. 234).

Chiamarli gialli è un po' un insulto.

Voto: 4/5

lunedì 6 luglio 2009

Un luogo incerto / Fred Vargas

Fred Vargas, Un luogo incerto, trad. di Margherita Botto. Torino, Einaudi, 2009.

Sto leggendo i libri della Vargas (per il momento solo quelli che hanno come protagonista il commissario Adamsberg) in ordine sparso, sforzandomi ogni volta che ne leggo uno, di riannodare i fili di quell'orditura di fondo che li caratterizza, avanti e indietro nel tempo.

E così leggo l'ultima avventura del commissario subito dopo aver letto Sotto i venti di Nettuno e ci metto un po' a capire a che punto siamo, però dopo un pò facilmente mi oriento e tutto sommato trovo bello questo percorso alternativo e del tutto personale.

Certamente, il confronto ravvicinato con quelli che considero finora i suoi romanzi più belli, Parti in fretta e non tornare e, appunto, Sotto i venti di Nettuno, non giova alla mia lettura e al mio giudizio su quello che leggo. La prima metà mi intriga abbastanza, ritrovo il mio caro commissario e il suo straordinario approccio alla vita e molti altri dei personaggi che amo.
Ma già lo spazio limitato che hanno il grande Danglard e la mitica Retancourt mi indispone un po'... Poi, pur senza fare nessuna fatica a entrare nella storia, dopo un po' la avverto faticosa e un po' tirata, alcuni passaggi narrativi davvero forzati, e questa ambientazione serba poco consona al nostro Adamsberg.

Certo, è pur sempre la Vargas e la sua scrittura mi piace, così come mi affascina sempre il fatto che le sue storie sono molto ben documentate e a tratti istruttive (in questo caso, vampiri e dintorni)... Trovo alcuni passaggi quasi illuminanti per la filosofia di vita che si portano appresso.

Però... resta un però... non è certamente il suo miglior libro. E d'altra parte per una che scrive i suoi libri nel suo mese di vacanza può essere ancor più vero e accettabile che non tutte le ciambelle riescono col buco.

Voto: 2,5/5