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venerdì 22 luglio 2022

Islanda: viaggio alle origini del mondo - Terza parte

Leggi la prima e la seconda puntata del racconto di viaggio e guarda una selezione più ampia di foto sulla mia pagina Behance.
Arrivo a Keflavík con Icelandair
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Informazioni pratiche
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Voli

Abbiamo viaggiato con Icelandair, la compagnia aerea islandese che fa voli diretti tra Milano Malpensa e Reykjavík. All'andata il ritardo in arrivo dell'aereo e il temporale su Malpensa fanno sì che partiamo poco prima dell'una di notte da Malpensa per arrivare a Keflavík, l'aeroporto internazionale d'Islanda alle 3 di notte (il volo dura quattro ore circa e l'Islanda è 2 ore indietro rispetto all'Italia. Al ritorno invece tutto in perfetto orario. Aerei nuovissimi, intrattenimento a bordo, personale gentile, niente da dire. Il prezzo è commisurato, ma dopo che era saltato il viaggio nel 2020 sono stati efficientissimi e corretti con l'emissione dei voucher.

La 'nostra' Jeep Renegade 4x4
All'arrivo dall'aereo assistiamo a un'alba dai colori bellissimi, che si riflettono sulle montagne e sui ghiacciai islandesi, anche se noi vediamo poco perché siamo dal lato dell'aereo sbagliato rispetto alla terraferma.

Alle 3 di notte a Keflavík il sole è già sorto, ma intorno all'aeroporto c'è il deserto e nessun taxi disponibile per portarci nell'albergo a 10 min di strada dove trascorreremo quel poco che ci rimane della notte. Per fortuna dopo un'attesa di una mezz'oretta arriva un taxi da 8 posti che porta noi e una coppia di spagnoli con bambino nello stesso albergo.

Lo spazio esterno della fattoria Vatnsholt
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Auto

Il noleggio dell'auto lo abbiamo fatto con la compagnia locale Geysir, gestita da giovanissimi, che si rivela una scelta azzeccatissima e vincente. Già con tutto il trambusto della pandemia erano stati estremamente disponibili e si confermano tali anche dal vivo: sono giovani, preparati, gentili e molto tranquillizzanti. Ci danno una bellissima Jeep Renegade 4x4 Hybrid praticamente nuova per la quale abbiamo chiesto in dotazione anche il wifi portatile, ipotizzando che non ovunque prenderà Internet (alla fine Internet prende quasi ovunque e S. non ha problemi, ma col mio gestore posso a malapena ricevere telefonate e dunque il wifi portatile mi sarà utilissimo). Il prezzo in questo caso è - direi - commisurato alla durata del viaggio e ai servizi offerti.

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Cibo
Fattoria Vatnsholt
Premessa: l'Islanda è cara, e sul cibo la percezione di quanto sia cara è piuttosto netta. Anche solo fare la spesa al supermercato, persino ai discount (KrónanNettóBónus), risulta caro rispetto ai prezzi cui siamo abituati, e facilmente per una piccola spesa si spendono 60-70 euro, se non di più (siamo andate anche da Hagkaup, un supermercato non discount, ma a parte la varietà dei prodotti, non abbiamo notato differenze molto significative). Quindi bisogna muoversi con cautela nel decidere come organizzarsi per il cibo. Noi a pranzo abbiamo quasi sempre mangiato panini e similari, facendo la spesa ogni paio di giorni, mentre la sera abbiamo alternato ristoranti, street food e cene autocucinate negli ostelli in cui abbiamo dormito.

Djúpivogur
Abbiamo mangiato molto bene nel ristorante della fattoria Vatnsholt. Menzione speciale per il ristorante Suður-Vík (a Vik appunto), dove mangiamo zuppa di pesce, pan fried char e apple crumble, ma vediamo passare piatti altrettanto invitanti. Prezzo accettabile.

Un ottimo pranzo con fish & chips e lobster soup lo abbiamo fatto al baracchino Glacier Goodies, nella zona del centro visite del Vatnajökull.

Una sosta postprandiale l'abbiamo fatta nel bel paesino di Djúpivogur per prendere un caffè al bistro con le vetrate che danno sul porto, il Við Voginn, dove lavora uno staff internazionale (francese, italiano ecc). Tutto buono e posto molto simpatico e accogliente.

Akureyri affacciata sul suo fiordo
Ad Akureyri, abbiamo mangiato da Bautinn. Parcheggiamo vicino la chiesa, scendiamo per la via delle gallerie d'arte e Bautinn è lì: gamberoni fritti con salsa orientale, due zuppe cremose di pesce e un piatto di costolette di agnello alla griglia. Buono ma un po' caro (e con una cameriera non proprio simpaticissima).

Un'altra sosta dolce la facciamo nel bar che sta alla fine della passeggiata Arnarstapi-Hellnar, il Fjöruhúsið café, che all'interno sembra una baita di montagna e ha una bella terrazza sul mare, sempre affollata di gente: noi prendiamo due caffè e una skyr cake (una specie di cheesecake realizzata con il formaggio simil yoghurt tipo dell'Islanda che si chiama appunto skyr).

A Grundarfjörður facciamo cena con i buonissimi hot dog (ne ha tanti tipi diversi) al camioncino di Mæstro (ne mangiamo due a testa), che è parcheggiato al centro del paese.

Grundarfjörður
A Reykjavik ci concediamo il lusso di una vera cena al Fiskmarkadurinn, un quotato ristorante di pesce. Prendiamo delle capesante con aceto di champagne, poi un mix di nigiri e un tris di pesci cucinati in maniere diverse. Tutto molto raffinato e ottimo. Prendiamo anche un mix di dessert (sorbetti, dolce al cioccolato, due dolci al cucchiaio uno al cioccolato bianco e uno alla crema + frutta). Il servizio non è impeccabile ma il cibo è davvero notevole.

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Alloggi
Anche sugli alloggi l'Islanda non è certo un paese alla portata di tutti i portafogli. Come con il cibo noi alterniamo ostelli con bagni in comune (per tutti gli ostelli si veda qui) ad alloggi un po' più privati: nel complesso però le scelte si rivelano tutte piuttosto fortunate.

La vista dalla stanza comune di Vatnsholt
Siamo in ostello a Vík í Mýrdal (un edificio piccolo, ma carino, in una bellissima posizione; stanza piccolissima, ma ottima colazione), a Höfn (edificio nuovissimo nella zona periferica del paese; stanca carina e bagni confortevoli e adeguati), a Seyðisfjörður, nello specifico all'Hafaldan Old Hospital (vecchio ospedale trasformato in ostello; cucina comune molto bella), e infine a Reykhólar (ostello situato in un contesto davvero molto bello, ma c'è tanta gente e parecchio casino; qui comunque abbiamo la possibilità di fare il bagno nella piscina di acque termali presente in giardino). 

Sudur-Bár guesthouse
A Selfoss siamo in uno dei piccoli cottages (con bagno privato) della fattoria Vatnsholt. Piccolo ma molto grazioso e con una bellissima vista dalla finestra. Molto bella e raffinata la cabina che prendiamo in affitto da Deborah ad Akureyri e che si trova nel giardino della sua bellissima casa, situata sulla sponda opposta del fiordo rispetto al centro della città (la seconda più grande dell'Islanda dopo la capitale). Quindi abbiamo di fronte a noi il fiordo, la città e le montagne imbiancate. Spettacolare. Anche la cabina è bellissima e curata in tutti i dettagli. Ha una doccia esterna che lì per lì ci spaventa ma poi si rivela una figata, avendo la possibilità di fare la doccia riparati ma in mezzo alla natura.

A Grundarfjörður siamo al Sudur-Bár, una guesthouse che sta alla fine del fiordo proprio di fronte al sole che tramonta (più o meno). Stanza bella e grande, sala per la colazione magnifica, tutta a vetri, bel giardino, peccato per i gestori un po' freddini.

La vista dall'ostello di Reykhólar
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Acquisti e souvenirs
Il souvenir che non potete non portarvi via dall'Islanda è un lopapeysa, il tipico maglione di lana islandese che non è solo per i turisti, ma che gli islandesi per primi indossano con nonchalance. Non costano poco, ma se vi piace il genere ce ne sono davvero di tanti tipi, modelli, colori, pur essendo riconoscibili come appartenenti al medesimo genere. Noi alla fine ne porteremo in Italia 5-6, alcuni per noi, altri da regalare. Si trovano un po' dappertutto, ma noi consigliamo di visitare una delle tante wool factories dell'Islanda: noi siamo state alla Kidka wool factory vicino Hvammstangi e da Alafoss, all'ingresso di Reykjavík. In entrambi i casi facciamo il pieno anche di cappelli, sciarpe, guantini, e chi più ne ha più ne metta.

Reykjavík vista dal Perlan
Un altro souvenir di cui facciamo incetta è la cioccolata: già nei primissimi giorni ci innamoriamo delle Omnom, cioccolate prodotte da una piccola azienda alle porte di Reykjavík. Ce ne sono di tutti i tipi e gusti e hanno delle confezioni meravigliose! Io le avrei comprate veramente tutte! Si trovano un po' ovunque, anche nei negozietti e nei supermercati. Nei supermercati non ci siamo fatte mancare l'acquisto di liquirizie di ogni genere, in particolare quelle salate che qui vanno per la maggiore.

Infine, compriamo varie confezioni di sale artico islandese, sia quello puro, sia quello aromatizzato, che solo da tempi relativamente recenti ha ricominciato a essere prodotto in Islanda. Anche per il sale compratelo tranquillamente nei supermercati, perché si trovano le stesse marche che trovate nei negozi di souvenir.

Il lago craterico di Kerið
Su magliette, magneti, tazze ecc. non vi dico nulla perché li trovate ovunque, ma vi avviso: come un po' ovunque (ma in Islanda di più) negozi di souvenir con oggetti belli non ce ne sono tantissimi, quindi, mi raccomando, se ne identificate uno carino non ve lo lasciate scappare.

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Le impressioni complessive

Una precisazione: penso sia chiaro a tutti che non si va in Islanda per la cultura e l'arte, e nemmeno per le città, ma per i paesaggi e per l'incontro con una natura un po' primordiale che ci aiuta a ricordarci chi siamo, da dove veniamo e anche dove andiamo, perché - come dice Parisi - a essere a rischio non è la terra che ha visto ben di peggio, ma la specie umana quando la terra tornerà a essere invivibile com'è stata in tante fasi della sua lunghissima storia e come un pochino si vede in alcune zone di quest'isola.

Fjaðrárgljúfur
Proprio perché l'isola ha una natura così dirompente e anche perché negli anni il livello di turismo è cresciuto esponenzialmente, fino a diventare una delle principali voci di bilancio dell'Islanda, gli islandesi hanno scelto per le loro attrazioni principali una strategia molto americana, ossia quella di addomesticare la visita e i visitatori con ampi parcheggi, sentieri guidati, segnaletica precisa ecc. All'inizio questa cosa lascia un po' interdetti perché ci si immagina l'Islanda selvaggia e un viaggio avventuroso, ma in realtà - a parte che per pochissimi posti - non è così (a meno che non vi avventuriate in trekking estremi o in giri nell'interno che comunque non vi consiglio se non siete molto esperti e attrezzati). Superato questo shock iniziale e soprattutto allontanandosi ogni tanto dalle attrazioni più note per sperimentare percorsi alternativi - senza essere imprudenti - si riesce però certamente a godere di un rapporto meno asettico con la bellezza di questi paesaggi.

Nella zona di Möðrudalur
Seconda precisazione: noi abbiamo fatto questo giro tra fine maggio e inizio giugno. Nelle zone molto turistiche c'era già un numero di turisti ragguardevole (provenienti da tutto il mondo), sebbene non tali da rendere la visita spiacevole. In altre zone ci siamo trovate invece con poche altre persone o quasi da sole. Vedendo però le dimensioni dei parcheggi ci siamo chieste cosa deve essere qui a luglio e agosto. Immagino che in questi periodi la situazione dei turisti possa diventare a tratti poco sopportabile.
Ciò premesso, l'Islanda è magnifica (certo viverci credo sia ben altra cosa!), un paradiso per i fotografi e non solo, anche se devo ammettere che le foto non rendono abbastanza la vastità dei paesaggi e l'impressione dal vivo: bisognerebbe avere un drone (e infatti molti turisti lo usano, anche se qui in molte zone ne è giustamente vietato l'uso) e inserire nelle immagini le persone per dare l'idea di quanto sono piccole rispetto al paesaggio.  

lunedì 1 novembre 2010

Bruxelles, ma belle! (Seconda parte - i luoghi e le cose)

Come dice la canzone di Jaune Toujours, Ici Bxl, (che sta alla città di Bruxelles come Empire state of mind di Jay-Z sta a New York), Bruxelles non è certo Parigi, non è New York, eppure non le manca una certa vitalità e fascino (vedi anche la prima puntata!).

Di guide gastronomiche, culturali e artistico-architettoniche della città in rete ce n'è quante ne volete. La mia sarà una guida sui generis, più che altro una guida del cuore e della memoria...

A me di questa città mancheranno (in ordine sparso):

- le gaufres e i camioncini che tutti i giorni si fermano agli angoli delle strade per venderle (in particolare quello di Avenue de la Toison d'Or, pochi metri da casa mia, con il suo irresistibile profumo di pasta lievitata zuccherata);

- la vista della città all'imbrunire dalle grandi finestre del mio appartamento (con l'imponente chiesa del Sablon, la torre della cattedrale, i palazzi illuminati, l'Atomium e lo stadio sullo sfondo) ;

- i grandi murales a fumetti dipinti su pezzi di pareti di case aggettanti sulla strada;

- Dille & Kamille e il tempo infinito passato a studiare tutti i piccoli oggetti per la cucina (per non parlare delle buonissime marmellate che mi sono perfino portata in Italia);

- i burri salati, con le loro mille marche e varianti che riempiono un'intera ala del frigorifero del supermercato;

- le brasseries di cucina belga, da Fin de Siècle a Les brassins, da Ploegmans a Belgo Belge, con le loro carbonnades, gli stoemps, le frites, i tiramisu agli speculoos ecc.;

- il quartiere africano di Matongé e la zona di Saint Boniface con i loro negozietti che vendono le stoffe colorate e i prodotti più improbabili e i tantissimi ristoranti etnici;

- le frites (in cartoccio) con la salsa che volete voi (io preferisco il ketchup), in particolare quelle di place Flagey, nonostante il tipo lentissimo che gestisce il baracchino e la fila ovviamente interminabile;

- i pub, come il Delirium tremens, che hanno sulla carta centinaia di birre (bionde, bianche, scure, d'abbazia, artigianali), con i loro interni fumosi e semibui, con le pareti decorate di vassoi e lampade con i marchi delle birre;

- la sala da the di Rue de Rollebeek, dove il timer ricorda quando l'infusione è perfetta e gli scones con la salsa alla vaniglia sono divini;

- la boulangerie Paul che sarà pure estremamente industriale e commerciale (c'è persino all'aeroporto di Charleroi), ma per chi viene da posti che non siano la Francia o il Belgio resta il paradiso delle brioches, dei croissants, dei pains au chocolat, delle quiches alle verdure, del pane ai cereali...;

- le cioccolaterie, quelle artigianali su tutte, sebbene anche Leonidas e Neuhaus si difendano bene;

- i supermercati con le affettatrici automatiche per il pane e i grandi spremiagrumi per portarsi a casa solo il succo di arancia, piuttosto che pesanti buste di arance, ma anche con intere pareti di cioccolata e decine di varianti delle buonissime barrette Galler, con la vasta scelta di birre (ho amato la Ciney), ma anche di vini, i tanti tipi di zucchero (ho adorato la cassonade brune);

- i negozi di fumetti (in Italia praticamente inesistenti) che, oltre a vendere tutto l'immaginabile in termini di albi, hanno anche delle bellissime stampe di tavole e disegni da incorniciare;

- il parchetto di palazzo Egmont, incastonato tra la circonvallazione e il quartiere del Sablon, oasi verde e scorciatoia da casa mia per il centro, nonché tutti gli altri immensi parchi della città;

- il grande spiazzo davanti alla sede centrale della Ing Direct, dove ogni tardo pomeriggio ragazzi di ogni età si esibiscono con i loro skateboard e le loro biciclette snodate;

- le gallerie antiquarie e d'arte e i mercatini brocante (di antiquatariato) e vide grenier (delle pulci) de Les Marolles;

- l'enorme mercato della domenica mattina intorno alla Gare du Midi, con i suoi banchi che rappresentano praticamente ogni paese del mondo e dove è possibile trovare di tutto;

- il quartiere di Saint Gilles, con il suo clima giovane senza essere fighetto, la sua maison du peuple al centro della piazza principale, i suoi locali dove c'è quasi sempre un concerto;

- la zona di Saint Gery con il suo mercato coperto trasformato in spazio espositivo e pub e la straordinaria concentrazione di caffè, birrerie e tavolini all'aperto;

- il buonissimo ristorante thailandese Khun May di Rue du Commerce, purtroppo scoperto troppo tardi;

- le numerose possibilità di ascoltare buona musica (dalle rassegne gratuite nei pub come Stoemp!, all'ottima programmazione di posti come il Botanique e l'Ancienne Belgique);

- il b&b dei miei amici Dominique e Armel, persone dotate di un'umanità e generosità squisita;

- la pizza de La brace, dove saranno pure antipatici, come dicono alcuni, ma si mangia la pizza più buona di Bruxelles, che potrebbe fare concorrenza anche a molte pizze italiane;

- la Maison des crepes di Rue du Midi, dove per un attimo ci si sente in Bretagna davanti a una galette de sarrasin innaffiata da buon sidro;

- il cinema Vendome con la sua aria antica e la buona programmazione;

- la zona di Sainte Catherine con i suoi ristoranti di pesce e la sua atmosfera tra il decadente e il multietnico;

- l'ascensore Poelaert (struttura che si staglia sullo sfondo di un'immensa terrazza panoramica all'ombra dell'orribile Palazzo di Giustizia) che funziona giorno e notte per collegare Louise a Rue Haute (tra Sablon e Marolles);

- la possibilità di arrivare, comodamente seduti in treno, in un'ora e mezzo a Parigi e in due ore a Londra ;

- la Galleria della Regina e il bistrot da pranzo veloce che si trova subito dopo l'angolo su Rue d'Arenberg;

- il baretto ricavato nello "scatinato" del cinema Nova, che non sai mai se troverai aperto;

- le buonissime pitte greche ripiene di Le Perroquet (nella zona alta del Sablon);

- il Bozar e le sue mostre;

- il museo Magritte e il suo cane impagliato;

- gli speculoos, la crema spalmabile agli speculoos, il gelato agli speculoos, che o li odi o li ami;

- le centinaia di folding bikes (Brompton, Dahon ecc.) che, nonostante le avvertenze di pericolosità dei bruxellesi, continuano a sfrecciare per tutta la città e a invadere la critical mass di Porte de Namur (ma state attenti che non ve la rubino, come è successo a me);

- scoprire che Bruxelles non è affatto piatta, come tutti credono, bensì tutta salite e discese...;

- l'ibridazione architettonica, culturale, linguistica che non sempre produce bellezza, ma certamente suscita interesse;

- le gallerie commerciali (di ottocentesca memoria), che puoi usare per passeggiare e guardare vetrine, come scorciatoia o come luogo per ripararti dal freddo;

- il ristorante (nonché associazione culturale belgo-africana) l'Horloge du Sud, dove la somma di belgi e africani produce un servizio lentissimo, ma l'atmosfera è rilassante, divertente e si mangia bene senza spendere troppo (e spesso ascoltando buona musica);

- le kickers, perché in Italia si trovano solo quelle da bambini, mentre l'atelier di Bruxelles fa delle collezioni di scarpe da adulti molto molto belle.


Bene, direi che è abbastanza, altrimenti cominciate a chiedervi perché non sono rimasta là. Ma, come probabilmente sapete per esperienza, per ciò che ci piace di solito c'è almeno altrettanto che non ci piace.
Del resto, le esperienze, i posti, i viaggi, le persone vanno presi un po' come la vita, con i suoi alti e bassi e il suo mix irripetibile di sensazioni che sta a ciascuno interpretare e accomodare rispetto a se stessi.

Quindi, eccomi Italia, eccomi Roma, eccomi Puglia.

Si ri-volta pagina, pronti a vivere tutto intensamente come sempre, senza dimenticare nulla di quello che si è vissuto.

domenica 20 settembre 2009

Il ristorante Pasha (Conversano)

Che bello - per una volta - poter parlare bene di qualcosa che ha a che fare con le proprie radici... Eh sì, perché quest'estate ho deciso di approfittare della presenza della mia amica Agnese (appassionata di cucina) per sperimentare quello che è ormai considerato il migliore ristorante non solo di Conversano (il mio paese di origine), ma di tutta la Puglia! E così volentieri ospito la recensione che Agnese ha scritto per il mio blog.

«Al ristorante Pasha, con sottostante bar, si accede salendo alcuni gradini di un palazzo storico della Piazza Castello di Conversano (BA); l’ambiente è elegante senza essere formale, con un’atmosfera molto calda, parquet a terra e note di colore alle pareti, un salottino per i distillati e un tavolino da due su un terrazzino sul quale si sta letteralmente sospesi sulla piazza.

La prenotazione, nella quale avevamo dato preferenza al terrazzino salvo pioggia, è stata “dirottata” sulla salottino, soluzione che poi si è rivelata ottimale: privacy (saletta solo per noi) e vista sul castello garantite!
Due persone al servizio, il professionale e sorridente patron Antonello Magistà e un giovanissimo ma impeccabile cameriere. Abbiamo optato per i due menù presenti in carta ai quali si può affiancare anche i rispettivi percorsi enologici.

Menù Tradizione e semplicità (Terrina calda di melanzana e mozzarella di bufala pugliese con passatina di pomodoro al basilico, Minestra sciuscetta di uovo, piselli e tartufo nero irpino, Tagliolini all’uovo con ragù bianco di capretto, verdurine novelle e caciocavallo podolico, Cartoccio di agnello al forno con patate e lampascioni, Vellutata di mandorle con granita di caffè e crumble alle nocciole) e Menù Mamma Maria (Carpaccio di baccalà, burrata, piselli novelli e pomodoro fresco all'arancia, Fagiolini occhipinti e favette al profumo di mentuccia, Gnocchetti di pane alle olive con scorfano, pomodorini, piselli e peperoncino, Trasparenza di mare servita con cous-cous di verdure, Cialda di pistacchi con ricotta e visciole).
Oltre al menù Taralli e piccoli panini caldi fatti in casa, appetizer offerto dalla casa (piccola frisella con stracciatella, pomodoro secco e basilico) e predessert (mousse di caffè).

Oltre alle belle e anche divertenti presentazioni dei piatti (la sciuscetta stava in un barattolo di vetro con il tappo a molla che una volta aperto esalava tutto il profumo preservato al suo interno), e alle eccellenti materie prime (tutte del territorio e stagionali), il livello dei piatti era alto con alcuni assolutamente esaltanti e altri meno felici. Tra gli esaltanti da citare nuovamente la sciuscetta con il tartufo buonissimo ed equilibrato che si sovrapponeva senza cancellarli ai sapori delle uova e dei piselli. Ma anche il cartoccio di agnello carne tenerissima e squisita con l’amaro dei lampascioni a smorzare la grassa dolcezza della carne. Da citare anche il carpaccio di baccalà e la terrina di melanzana (una sorta di fagottino ripieno).

Tra i dolci molto buona la semplicissima cialda, merito della squisita ricotta, ma meno convincente la vellutata di mandorle con sapori poco distinti e quindi non ben apprezzabili.
Perdonate la mancanza della lista dei vini degustati (bei bicchieri colmi) ma… non si può avere tutto dalla vita, no?!!
In conclusione: se volete coccolarvi e viziarvi vivendo un’esperienza gastronomica molto interessante e siete in giro tra Bari e Brindisi, prenotate un bel tavolo e salite dal mare verso il castello di Conversano. Il Pasha è sicuramente l’ideale per una cena a due! Un legame, di qualsiasi tipo, si consolida condividendo il cibo.»