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lunedì 11 ottobre 2021

Un autre monde

Con questo film Stéphane Brizé porta a compimento la sua trilogia dedicata ai meccanismi perversi del turbocapitalismo finanziario. Purtroppo non ho visto i primi due, La legge del mercato e In guerra (che conto di recuperare prossimamente), ma la visione di Un autre monde è stata sufficiente a farmi apprezzare stile e poetica del regista francese.

Protagonista del film è Philippe Lemesle (un poderoso Vincent Lindon), dirigente di una delle filiali francesi di una multinazionale americana che produce elettrodomestici. Mentre l'azienda gli chiede di prevedere l'ennesimo piano di tagli al personale e ai costi, Philippe deve fare i conti con il divorzio dalla moglie (Sandrine Kiberlain) e il tracollo nervoso di suo figlio, che frequenta l'ultimo anno di una business school.

L'insieme di queste vicende costringe il protagonista a interrogarsi sul proprio lavoro e su quanto in là è disposto a spingersi. 

La forza del film di Brizé consiste nella scelta del punto di vista. In questo caso infatti il protagonista non è un precario o un operaio o altre figure assimilabili, cioè coloro che normalmente sono considerati gli anelli più deboli della catena e che non a caso sono normalmente prescelti nei drammi sociali di registi quali Ken Loach, bensì un quadro, un dirigente ben pagato e apparentemente in una situazione di forza.

Scopo del regista è portare all'evidenza il fatto che in un sistema turbocapitalistico nessuno - a qualunque livello del sistema si collochi - è realmente libero e tutti sono intrappolati e resi fragili da un meccanismo di ricatti, in cui l'unico vero "padrone" sono i mercati finanziari e le esigenze degli azionisti. È chiaro altresì che, all'interno di questo meccanismo che ingabbia tutti, non tutti sono uguali, perché c'è chi asseconda il sistema senza porsi domande preservando solo sé stesso, e chi non può fare a meno di interrogarsi e di fare i conti con la propria coscienza. Philippe è uno di questi: di fronte al fallimento della sua vita personale, non può non chiedersi che ruolo ha il lavoro, così come non può far finta di non rendersi conto della disumanità e della insensatezza di alcune scelte aziendali. Proverà a suo modo a individuare una strada che sia gradita ai vertici aziendali e che preservi il lavoro dei lavoratori della filiale, ma finirà per scontrarsi contro un Leviatano che fa molta più paura di quello hobbesiano.

Sono anni ormai che sono convinta che qualunque discorso su un futuro più equo, ecologico e sostenibile non abbia senso senza considerare il ruolo pervasivo che i mercati finanziari hanno nell'economia contemporanea. Un'economia fondata non sul lavoro, ma sulla scommessa, crea storture infinite e inquina i nostri modi di vivere e di convivere. Ci si potrebbe augurare che questa bomba a orologeria esploda e collassi su sé stessa come un buco nero, ma in realtà già sappiamo per esperienza che i mercati finanziari hanno la straordinaria capacità di scaricare i costi dei fallimenti su alcune parti della società e di rinascere dalle proprie ceneri ancora più aggressivi e deregolamentati. Riguardo al perché non si muova un dito per mettere delle regole a questo sistema credo che ognuno possa provare a dare una risposta. Brizé non si spinge così in là e si "limita" a denunciare lo stato delle cose, che ovviamente non è affatto scontato né secondario, visto che questo dibattito è colpevolmente - e forse anche comprensibilmente se si pensa alle risposte di cui sopra - assente dal nostro vivere sociale.

Da questo punto di vista continuo a essere piacevolmente sorpresa dal fatto che i registi francesi sono forse ormai tra i pochi capaci di guardare al di là del proprio ombelico e di affrontare temi di respiro molto più ampio, dalla politica all'economia, dall'ambiente alle dinamiche sociali, e di farlo in maniera lucida e diretta.

Un film da vedere.

Voto: 4/5


lunedì 14 dicembre 2009

Welcome

Calais, luogo dove gli immigrati provenienti da ogni parte del mondo si riversano al porto con la speranza di trovare un modo di attraversare la Manica e raggiungere il suolo inglese. Tra masse di gente disperata e bloccata per mesi in questa terra di nessuno c'è Bilal (Firat Ayverdi), un diciassettenne curdo che vuole raggiungere la sua fidanzata che abita a Londra con la famiglia. Frequentando la piscina locale dove spera di allenarsi per attraversare la Manica a nuoto, Bilal incontra Simon (Vincent Lindon), che diventerà per lui quasi un padre in un rapporto dagli esiti non del tutto scontati.

Il regista, Philippe Lioret, sceglie il piano dei sentimenti per raccontare il tema dell'immigrazione in termini meno stereotipati di quanto la stampa di solito non faccia. E in parte ci riesce, trasmettendoci la complessità della questione, i cui protagonisti hanno ciascuno proprie colpe e responsabilità, ma sono al contempo vittime di un sistema che ha raggiunto un insuperabile cortocirtuito.

Peccato che il film non riesca a mantenersi in quel difficilissimo equilibrio capace di descrivere le persone per quello che sono: anime fragili, difettose, capaci di grandi slanci e, al contempo, di terribili meschinità.
Peccato che a un certo punto del film si cominci a delineare una chiara linea di demarcazione tra i buoni e i cattivi e che i personaggi principali ne escano un po' troppo santificati come in una bella favola. Ma forse il regista non aveva intenzione di realizzare un film intimo, bensì un racconto dotato di una morale più o meno evidente.

Personalmente, avrei preferito che il regista continuasse a scavare nelle pieghe dell'animo umano e a scovarne i motivi non sempre edificanti che a volte ci spingono anche a fare gesti di generosità. E infatti, dal mio punto di vista, trovo che la cosa più interessante del film sia il delicato triangolo di sentimenti che si crea tra Vincent, sua moglie (da cui si è appena separato ma ancora ama) e Bilal.

Quando però la storia prende la china del melò e chiama alla lacrima, pur restando efficace e realizzando perfettamente il suo scopo, a mio avviso risulta più debole.
Sinceramente, mi lasciano un po' perplessa alcune critiche entusiastiche che ho letto in giro; ne capisco e condivido la motivazione ideale, ma la valutazione del piano cinematografico non può essere solo di questo tipo.
Certo il tocco del regista è delicato, la recitazione di Vincent Lindon è straordinaria, e forse lo stesso film fatto in Italia non avrebbe avuto lo stesso appeal e la stessa sensibilità di fondo, ma a me che tendenzialmente apprezzo il cinema francese per la sua discrezione e il suo minimalismo questo film è sembrato in qualche modo eccessivo.

In ogni caso, andatelo a vedere, perché è pur sempre una eccellente occasione per riflettere sullo svuotamento di significato che il concetto di accoglienza (Welcome!) sta subendo in tutto questo nostro "povero" mondo occidentale.

Voto: 3/5