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mercoledì 11 dicembre 2013

Le colpe dei padri / Alessandro Perissinotto


Le colpe dei padri / Alessandro Perissinotto. Milano: Piemme, 2013.

Il romanzo di Perissinotto rappresenta un'esperienza di lettura molto originale.

Innanzitutto, perché è difficilmente classificabile dal punto di vista del genere, a metà strada tra il giallo psicologico, il romanzo a sfondo storico-sociale, l'inchiesta giornalistica.

Un altro aspetto particolare riguarda il ruolo dell'autore all'interno del romanzo. Lo scrittore infatti non è nascosto, ma apertamente presente nel racconto, prima in modo un po' criptico, poi rivelandosi poco a poco come colui che ha raccolto le memorie del protagonista Guido Marchisio e che non si limita a riferirle bensì interviene anche per commentare e fare digressioni di carattere personale.

Fortissimo è infine il legame del romanzo con il contesto geografico nel quale è ambientato, la città di Torino, che si può considerare a buon diritto protagonista essa stessa della vicenda.

Nella doppia identità di Guido Marchisio c'è una riflessione che si muove tra passato e presente e che mette a confronto più generazioni, ma anche due facce della stessa città.

La prima metà del romanzo può essere definita a buon diritto avvincente. L’alone di mistero che circonda Ernesto Bolle, la voce straniante del narratore, l’animo inquieto di Guido Marchisio tengono il lettore attaccato alle pagine.

Quando uno dei nodi principali dell’intreccio si scioglie, la tensione inevitabilmente cala e il tono del romanzo cambia, perché l’attenzione si concentra sul percorso interiore – e in parte anche esteriore – che travolge la vita di Guido Marchisio e che lo costringe a fare inevitabilmente i conti con il suo passato.

Questa seconda parte è, dal mio punto di vista, ma forse anche volutamente, più trascinata, forse a rappresentare anche narrativamente la fase discendente della parabola che – sia nel romanzo sia nella vita di Marchisio – aveva visto la fase ascendente nella iniziale condizione di inconsapevolezza e raggiunge il suo climax quando la figura di Ernesto Bolle si definisce.

Operazione interessante quella di Perissinotto, anche se a mio parere non sempre del tutto sintonizzata sulle corde emotive del lettore.

Voto: 3/5

martedì 22 febbraio 2011

Fuoriclasse

La televisione non è il mio genere. E le fiction che danno sui nostri canali televisivi io di solito le chiamo "scemeggiati". Ma in questo caso farò un'eccezione.

Non perché Fuoriclasse sia meno "scemeggiato" degli altri, non perché io lo trovi meno buonista e meno semplificatorio, non perché pensi che ci troviamo di fronte a un lavoro che ha una dignità cinematografica.

Il fatto è che adoro la Litti, la Lucianina nazionale, l'unica cui ho osato nella mia vita chiedere un autografo (!) e in Fuoriclasse l'ho trovata perfettamente a suo agio, lei che all'inizio della sua vita lavorativa faceva appunto la professoressa.

Sarà anche che Michele (Lorenzo Vavassori), il figlio della professoressa che frequenta la stessa scuola della mamma, mi ha ricordato mio nipote (con i suoi occhiali da bravo ragazzo e la sottile peluria sulle labbra) e quella difficile età in cui si diventa grandi senza esserlo ancora.

Sarà che ho trovato la media degli attori stranamente ben scelta (ci sono nomi di tutto rispetto, da Neri Marcorè a Ninni Bruschetta, da Blas Roca Rey a Roberto Citran), soprattutto molto bravi e veri i ragazzi (Tiburzio, Ciarella, Ermir, Soratte, Frasca).

Sarà che da adolescente ho amato il libro Cuore e questa fiction mi è sembrata la rivisitazione in salsa contemporanea di quel libro.

Sarà che ho una carissima amica che fa la professoressa e che si chiama Isa, proprio come il personaggio interpretato dalla Littizzetto, e mi è sembrato di vedere rappresentate sullo schermo le storie che mi racconta.

Insomma, sarà un mix di fattori, ma Fuoriclasse mi ha tenuta incollata allo schermo televisivo fino all'ultima puntata.

Isa Passamaglia (il cui nome mi ricorda una mia professoressa del liceo non altrettanto divertente) è la professoressa di italiano che tutti avremmo voluto avere, che ci racconta la scuola di oggi in modo sì un po' edulcorato ma per tanti versi universale e sincero. Gli studenti di oggi, ma anche quelli di ieri, credo che possano riconoscere nel fantomatico liceo Caravaggio di Torino - dove si svolge la fiction - pezzi del loro passato e presente scolastico, delle emozioni, delle dinamiche, delle bellezze e delle bruttezze che appartengono a quel mondo.

E tutto quel chiamarsi per cognome suscita una tenerezza cui è difficile rimanere indifferenti. Certo è pur sempre televisione, con tutti i suoi limiti di sceneggiatura e quella inevitabile mancanza di complessità che sembra ormai quasi obbligatorio propinare al grande pubblico.

Ma in questo caso la semplicità non è - come sempre più spesso accade in televisione - banalità e assenza di contenuti, bensì è la capacità di dialogare direttamente e costruttivamente col quotidiano.

Brava - ancora una volta - la piccola, grande Luciana!

Voto: 4/5

domenica 19 aprile 2009

Tutta colpa di Giuda

Bravo Davide Ferrario che ha trasformato quella che poteva essere l’ennesima storia di denuncia sociale dell’ennesimo lacrimevole e prevedibile film italiano in un’opera rock postmoderna che ci sa sorprendere.
E del resto già con Tutti giù per terra e Dopo mezzanotte Ferrario aveva dimostrato di possedere uno sguardo originale sulla realtà, a partire da un affetto tenero e sconfinato per la sua città, Torino.
La storia è molto semplice. Irena (Kasia Smutniak) è una regista di teatro sperimentale che viene chiamata a mettere in scena una rappresentazione teatrale con i carcerati di una sezione sperimentale del carcere Le Vallette di Torino. Prima le sarà imposto, poi sceglierà di rappresentare la Passione di Cristo, lei non credente e quindi portatrice di una visione critica, originale, molto umana e a tratti dissacrante.
La postmodernità di questo film è nella fusione e nella mescolanza che ne impregnano ogni aspetto: gli attori professionisti si mescolano ai veri detenuti, la rappresentazione teatrale alla realtà, il documentario alla fiction, il balletto al recitato, la telecamera a mano a quella tradizionale, l’immaginazione all’azione, la fotografia al girato, la musica contemporanea e i suoi vari generi a quella classica, l’ironia alla serietà, il rumore al silenzio.
Bello e intenso anche il tema di fondo, quello della libertà e delle sue ambigue relazioni con la sofferenza e la felicità, ma anche quello del senso della religione e della religiosità. La libertà è sinonimo di vita, e dunque l’antitesi dell’indifferenza e dell’assenza di emozioni che solo la morte può giustificare, ma che in alcuni casi viene imposta anche ai vivi, come accade nel carcere.
Interessante il personaggio di Libero (Fabio Troiano), il direttore napoletano del carcere, a tratti disincantato e cinico, a tratti profondo e sensibile. Sono sue – secondo me – alcune delle migliori battute della sceneggiatura di questo film, come quando, parlando dei detenuti, dice che loro sono costretti “a fare il morto” (come si fa per galleggiare in acqua senza nuotare) allo scopo di sopravvivere e la loro sofferenza è proprio in questa insanabile contraddizione.
E quando Irena gli chiede se, quando si parla di passione, lui non pensi più naturalmente all’amore piuttosto che alla sofferenza, risponde: «Beh, in fondo non sono un po’ la stessa cosa?».
Così, nel tono leggero della “commedia musicale”, pur tra qualche ingenuità e qualche personaggio non del tutto riuscito, ne viene fuori un quadro vivace e stimolante in cui si ergono, allo stesso livello, gli attori non professionisti accanto a quelli veri.
Su tutto si staglia l’idea di un carcere che – come dice il direttore e come viene fuori dalla storia – serve molto più a chi sta fuori come simbolo di controllo sociale che a chi sta dentro, alla cui vita viene tolta qualunque parvenza di senso.
Il tutto ci fa pensare a quante forme di carcere viviamo, a quante mancanze di libertà accettiamo, a quante “passioni” incarniamo, costretti continuamente nella nostra vita a scegliere, quasi sempre purtroppo dolorosamente.
Un’ultima annotazione tecnica: peccato per il suono in presa diretta, che a volte, nel voler rispettare i dati di contesto, finisce in molti casi per produrre un audio di qualità scadente e rende alcuni dialoghi quasi incomprensibili.
Notevole la colonna sonora, che probabilmente meriterebbe una recensione a parte.
Voto: 3,5/5

giovedì 26 febbraio 2009

Il Museo Nazionale del Cinema di Torino

Nel weekend torinese la mia prima tappa non poteva che essere il Museo Nazionale del Cinema che da quando ho visto il film Dopo mezzanotte con Giorgio Pasotti e Francesca Inaudi non vedevo l'ora di vedere. Il film, carino e ben fatto, è infatti come un gigantesco spot del Museo ospitato nella Mole Antonelliana, e ce ne fossero di spot di tale qualità...
Il piano di ingresso del Museo è una presentazione interattiva dei segreti dell'ottica che sono alla base della tecnica cinematografica e della storia del cinema dalle origini ai giorni nostri. La rampa elicoidale che di solito ospita manifesti e foto di scena non era accessibile causa allestimento di una mostra su Rodolfo Valentino. Il piano superiore si concentra sui vari soggetti e oggetti del cinema, i produttori, i registi, gli attori, le scenografie, i costumi.
La piazza centrale della mole è invece un'enorme cinema in cui ci si può comodamente sdraiare (letteralmente) in poltrona e sentire dalle casse personalizzate l'audio senza disturbare i vicini. Tutt'intorno ricostruzioni di un laboratorio per la lavorazione dei film e di ambientazioni cinematografiche classiche, la casa americana anni 50, la taverna del vecchio West, la casa dell'orrore, la sala anni 20 e così via...
Tutto questo sviluppato attraverso un approccio innovativo e affascinante in cui il visitatore non è soltanto uno spettatore, ma è protagonista, in quanto coinvolto in una serie di esperienze interattive attraverso le quali tocca con mano le cose e comprende dall'interno i fenomeni. La visita nel museo comunica un grande senso di libertà, non ci si sente di disturbo in un tempio laico, ma parte dello spettacolo. E investiti della massima fiducia in tutto il percorso.

La visita termina degnamente con l'ascesa, mediante l'ascensore di vetro che attraversa tutta la Mole, alla terrazza panoramica che offre una vista mozzafiato sulla bellissima città di Torino e sulle sue splendide colline.
Alcuni manifesti pubblicitari in giro per la città recitano "Torino è sempre + bella" e, tutto sommato, mi pare davvero così...
Voto: 4/5