Visualizzazione post con etichetta Alessandro Asso Stefana. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Alessandro Asso Stefana. Mostra tutti i post

lunedì 1 dicembre 2025

Micah P. Hinson. Monk, 19 novembre 2025

Il 31 ottobre scorso è uscito l’ultimo disco di Micah P. Hinson, The tomorrow man, che ho prontamente acquistato su Bandcamp in formato digitale (come faccio sempre) e ascoltato parecchie volte nel corso di queste prime settimane di novembre, al punto da diventare la mia colonna sonora preferita di queste giornate.

Il disco non prende direzioni originali o innovative rispetto a quanto Micah ha prodotto fin qui, ma devo dire che l’insieme delle canzoni del nuovo album è di una qualità media davvero elevata, e ce ne sono almeno 2 o 3 che potrei ascoltare a ripetizione. Tra l’altro, il prosieguo della collaborazione con Alessandro “Asso” Stefana negli arrangiamenti, supportato dalla splendida batteria di Paolo Mongardi, conferisce alle canzoni di Micah uno spessore e una rotondità particolarmente azzeccate.

Arrivo dunque al concerto preparata, e con grandi aspettative, anche perché la location del Monk è la mia preferita per questo tipo di concerti.

Non è previsto alcun opening e intorno alle 21,40 Micah P. Hinson sale sul palco con i suoi due musicisti e di cui si è già parlato: Mongardi che si posiziona alla sua batteria, e Asso Stefana che alterna tastiere, armonica da bocca, basso e steel guitar.

Il concerto parte subito con tre canzoni del nuovo album, Oh sleepyhead, One day I will get my revenge, e Think of me (una delle mie preferite, che Micah canta insieme alla sua nuova compagna, Stasera Micah è elegantissimo, vestito tutto di scuro, con un bel bolo tie al collo, un cappellone con la piuma, sotto il quale si cela la sua ormai stabile acconciatura da nativo americano.

D’altro canto, ormai sempre più convintamente Micah, nato a Memphis e cresciuto in Texas, rivendica le sue origini Chickasaw, un popolo nativo americano, in aperta polemica con la propaganda dell’uomo bianco, negli Stati Uniti e non solo. E del resto, sia la moglie dalla quale ha divorziato qualche anno fa, sia la nuova compagna, hanno entrambe la stessa origine.

Ma nei primi quaranta minuti, forse nella prima ora, del concerto, Micah è incredibilmente silenzioso, totalmente concentrato nel suonare la sua chitarra – imbracciata sempre alla sua maniera, con la cinta corta e quindi molto alta sul petto – e nel cantare le sue canzoni.

Il concerto prosegue con diverse altre canzoni del nuovo album, e di quando in quando nella scaletta fanno capolino canzoni provenienti da altri album, tra cui Beneath the rose. È proprio prima dell’esecuzione di questa canzone – che è una tra le più famose di Micah e risale a circa 25 anni fa – che finalmente il musicista si scioglie e comincia i monologhi a cui ci ha abituati durante i suoi concerti, che mescolano memorie personali, riflessioni politiche e religiose e molto altro.

Mentre si va verso la fine del concerto, Micah regala bellissime esecuzioni, splendidamente accompagnate dai suoi musicisti, di What does it matter now? e Carelessly, due pezzi che arrivano direttamente dal disco precedente.

Con la bellissima Walls si chiude un concerto di un’intensità straordinaria, che io mi sono goduta enormemente, e devo dire che rispetto all’ultimo concerto romano del 2024 ho trovato Micah in splendida forma, sia a livello fisico che a livello musicale ed emotivo. Evidentemente attraversa un buon periodo di vita, e del resto ormai sono stata a talmente tanti concerti di Micah che mi sembra di rincontrare un amico quando ci vado, e come con gli amici sono sempre molto contenta quando lo trovo così bene.

Micah, Asso e Mongardi escono dal palco, per poi rientrare per la reprise (su cui Micah ironizza) e dopo la versione acustica di Oh, sleepyhead, il concerto si chiude con la per me straordinaria I was just standing there e infine People e 500 miles. In questa reprise Micah è ancora più chiacchierino del solito e si lascia andare a mille riflessioni mentre – come sempre – fuma la sua sigaretta con il bocchino.

Personalmente, ho trovato il concerto musicalmente eccellente, Micah ad alti livelli, e la scelta delle canzoni mi ha resa felice: ho potuto ascoltare dal vivo tutto il suo nuovo album, e alcune delle più belle canzoni del suo repertorio recente e meno recente.

Voto: 4/5

giovedì 14 novembre 2024

Micah P. Hinson (+ Krano). Festival Sabir, Città dell'altra economia, 13 ottobre 2024

Ormai sono una habitué dei concerti di Micah P. Hinson al punto tale che conosco i volti delle persone che, come me, non si perdono nemmeno uno degli appuntamenti con il musicista texano.

Questa volta l'occasione di ascoltarlo dal vivo è offerta dal Festival Sabir, il festival diffuso delle culture mediterranee si è svolto dal 10 al 13 ottobre alla città dell'altra economia di Roma.

L'ingresso è gratuito e il festival è all'aperto. Io arrivo come sempre molto presto per potermi sistemare molto davanti, sotto il palco. Quando arrivo vedo che Micah P. Hinson è già in giro e chiacchiera con alcune persone non lontano dal palco. Intorno alle 21,15 inizia l'opening che è affidato a Krano, un ragazzone che con la sua chitarra - con l'aggiunta talvolta dell'armonica da bocca - comincia a intonare canzoni intimiste in un dialetto che faccio fatica a comprendere. Guardando su Internet, scopro che Krano è il progetto musicale di Marco Spigariol, che dal 2012 - dopo alcune esperienze musicali, anche internazionali - si è ritirato nel suo paese di origine, a Valdobbiadene, e ha cominciato a comporre canzoni nel dialetto locale.

Devo dire che il suo mini-concerto non mi conquista pienamente, ma apprezzo alcune canzoni e soprattutto l'atteggiamento umile e tenero che Krano ha sul palco e con il pubblico.

Dopo un rapido cambio, sale sul palco Alessandro "Asso" Stefana, il musicista italiano che da qualche tempo accompagna Micah nei suoi tour, e comincia a provare e ad accordare tutti gli strumenti. Tutto è pronto.

Intorno alle 22, sale sul palco Micah accompagnato da Stefana e da Paolo Mongardi, il batterista, ricostruendo la formazione che ho già avuto modo di ascoltare al Monk nel marzo del 2023 e che mi aveva regalato un bellissimo concerto.

Come allora Stefana cura gli arrangiamenti e funge da polistrumentista, suonando il basso, la chitarra, la tastiera, l'armonica da bocca e la steel guitar, mentre Micah alterna chitarra elettrica e acustica. Mongardi mette la ciliegina sulla torta con il suo modo mirabile di suonare la batteria, producendo sonorità, ritmi e arrangiamenti molto diversi.

Micah ci saluta in spagnolo e ci dice che da qualche tempo vive a Madrid, anche se ci ricorda - come sempre - di venire dal Texas. Ormai il suo look con capigliatura da nativo americano, abbigliamento da cowboy e cappellone con la piuma si è quasi standardizzato, almeno per chi - come me - lo conosce da tempo.

Anche il suo modo di stare sul palco è per me ormai talmente riconoscibile, nell'alternanza di canzoni suonate rabbiosamente, altre invece dolorosamente, mentre tra una canzone e l'altra Micah ci racconta delle cose (di carattere personale, ma anche tante di tipo politico) e non nasconde in alcun modo la sua personalità decisamente originale e a suo modo eccentrica.

Chi conosce la sua storia personale sa che Micah è quasi un sopravvissuto: mentre parla di quello che gli è accaduto, dice anche di quando era sposato, e io ricordo il concerto al Monk in cui c'era la moglie con il figlio. Insomma, ogni volta con Micah è come ritrovare un vecchio amico la cui vita ha sempre avuto dei percorsi strani e imprevedibili, ma a cui non puoi che volere bene per la naiveté e la sincerità che lo caratterizzano.

E poi ascoltarlo suonare e cantare è sempre uno straordinario viaggio emotivo che non può lasciare indifferenti, e che - devo dire - gli arrangiamenti di Stefana hanno ulteriormente impreziosito e accentuato.

Non ho tenuto traccia puntuale della scaletta, ma direi che a naso ha strutturato il concerto come fa di solito negli ultimi tempi: canzoni dell'ultimo album (tra cui alcune delle mie preferite, Carelessly, What does it matter now, Me & you che si alternano a suoi grandi classici (stasera Beneath the rose è la seconda canzone in scaletta) e a cover più o meno famose (tra cui Please daddy, don't get drunk this Christmas), alcune delle quali sono anche entrate nei suoi album.
In questo caso ci delizia anche - nel bis inevitabile - con una vera e propria canzone country che non gli avevo mai sentito suonare e di cui purtroppo non ho colto né il titolo né l'autore, ma solo il commento di Micah che ci dice che il country è il male, perché lì in qualche modo si annida il peggio del genere umano, ma che qualcosa della tradizione del country si può ancora recuperare.

Un concerto che nei contenuti non è stato molto diverso da quello dello scorso anno, e forse per questo sono rimasta meno colpita, o forse perché il tipo di concerto era più adatto a una location intima come quella del Monk, ma Micah P. Hinson accompagnato dai due musicisti italiani resta uno spettacolo da non perdere.

Voto: 3,5/5

mercoledì 22 marzo 2023

Micah P. Hinson. Monk, 7 marzo 2023

È la sesta volta che vado a un concerto di Micah P. Hinson, e di queste almeno tre al Monk, luogo di Roma che amo molto.

Rispetto alle altre volte arrivo molto più preparata: l'ultimo disco, I lie to you, mi è piaciuto già al primo ascolto, e da quel momento l'ho ascoltato innumerevoli volte fino a imparare a memoria alcune delle canzoni. Lo stile è quello a cui Micah ci ha abituati, ma a questo giro gli arrangiamenti sono davvero spettacolari e dentro c'è molta Italia. Il disco è nato infatti in Irpinia, in seguito alla partecipazione di Micah al festival musicale organizzato da Vinicio Capossela, lo Sponz Fest, e gli arrangiamenti sono di Alessandro "Asso" Stefana (il chitarrista di Capossela). È proprio quest'ultimo che - insieme al bravo batterista Paolo Mongardi - accompagna Micah nel suo tour.

A questo giro, il chitarrista americano, originario di Memphis e poi cresciuto in Texas - come del resto lui stesso tiene tutte le volte a sottolineare -, si presenta sul palco con una specie di tuta da meccanico e una acconciatura da nativo americano (di cui rivendica le ascendenze). Dopo un po' di canzoni, Micah indossa un cappello con una piuma che completa questo quadro un po' eccentrico.

La formula adottata per il concerto è quella di cantare gruppi di 2-3 canzoni dal nuovo album, alternate a vecchi successi e cover. La maggior parte delle canzoni sono accompagnate dai due musicisti: Stefana in particolare svolge il ruolo di polistrumentista suonando il basso, la chitarra, la tastiera, l'armonica da bocca e la steel guitar. Su alcune canzoni Micah P. Hinson resta da solo sul palco con la sua chitarra acustica (ci dice che quella con la scritta "This machine kills fascists" si è purtroppo rotta e l'ha dovuta buttar via) e la sua voce, che sembra provenire dalle profondità della terra.

L'ultimo album viene eseguito interamente. Il pubblico si scalda sull'esecuzione della cover di John Denver Please daddy, don't get drunk for Christmas, su cui poi Micah commenta che è curioso come questa canzone coinvolga il pubblico in un clima quasi festoso, sebbene abbia un contenuto non certo allegro. Del resto - aggiunge - ciò è proprio del potere di manipolazione della musica, che può orientare le nostre reazioni e sentimenti in un senso o nell'altro nonostante i testi e i messaggi da essi veicolati.

Io apprezzo particolarmente l'esecuzione di Carelessly e What does it matter now (una delle mie canzoni preferite dell'album), nonché quella di On the way home (to Abilene), che proviene da un album precedente. Gli arrangiamenti sono a tratti davvero entusiasmanti e ci si incanta non solo ad ascoltare Micah che canta, ma anche a guardare e ascoltare i tre musicisti nelle loro esecuzioni.

Tra una canzone e l'altra - come è tipico dei suoi concerti - Micah chiacchiera con il pubblico, passando da temi molto gravi ad altri decisamente più scherzosi e leggeri, con questo dimostrando di non essere solo il poeta maledetto del folk americano (con le sue stramberie e i suoi tic).

Al termine del concerto è rimasta fuori una canzone per me centrale dell'album, forse la più bella, You and me, ma sono sicura che Micah ce la regalerà nel dovuto e richiestissimo bis. E infatti eccolo di nuovo sul palco a cantare questo struggente pezzo e poi di nuovo con i musicisti a trascinarci nella cover di una scatenata ballata country, con cui Micah certifica la sua ascendenza musicale e si colloca idealmente in continuità con i grandi nomi del genere "americana".

Ascoltando Micah si sente tutta la polvere e la solitudine delle grandi lande americane, con i loro paesini opprimenti e privi di prospettive, dove il sogno americano si infrange contro forme di devastazione umana e familiare più o meno gravi. Non ho potuto fare a meno di collegare il concerto cui ho assistito alla lettura attualmente in corso del libro Il caos da cui veniamo di Tiffany McDaniel, che proprio di questa provincia americana desolata e di persone spezzate ci racconta con grande profondità.

I concerti di Micah P. Hinson non andrebbero mai persi.

Voto: 4,5/5