venerdì 9 giugno 2017

DNA. Il grande libro della vita da Mendel alla genomica. World Press Photo 2017. Palazzo delle esposizioni, 27 maggio 2017

Approfittando della trasferta romana di S., trascorriamo un sabato pomeriggio al Palazzo delle Esposizioni per vedere la mostra sul DNA e quella del World Press Photo 2017. In realtà, è in corso anche la mostra Gli eroi di Georg Baselitz, ma il tempo che abbiamo a disposizione non è sufficiente e in più questi grandi ritratti inquietanti non ci attirano molto.

Siamo invece molto attirate dalla mostra di divulgazione scientifica, anche perché l'ultima che avevamo visto al Palazzo delle Esposizioni, Homo sapiens. La grande storia della diversità umana, ci era piaciuta moltissimo.

La mostra dedicata al DNA si articola in una ricostruzione storica delle origini (le prime sale sono dedicate al vero e proprio padre degli studi sull'ereditarietà, Gregor Mendel) e delle principali tappe e scoperte che hanno caratterizzato la ricerca sul DNA (in particolare quelle di Rosalind Franklin e poi dei premi Nobel Watson e Crick), per poi approfondire i rudimenti scientifici (non sempre semplici neppure quelli) che stanno alla base della genetica, infine i progressi legati allo sviluppo di questi studi, dalla polizia scientifica alla cura delle malattie.

Si tratta inevitabilmente di una mostra in cui c'è moltissimo da leggere e in cui - come spesso accade in questi casi - non sempre è chiarissimo qual è la sequenza giusta di lettura; la lettura è alleggerita però da video semplici e meno semplici che spiegano, con esempi, alcuni concetti scientifici o li riportano alla vita quotidiana e alcune stanze con attività interattive che dovrebbero consentire di comprendere meglio alcuni temi. Molti anche i documenti storici, i macchinari originali, le riproduzioni che è possibile ammirare.

Si esce dalla mostra sentendosi da un lato un po' meno ignoranti - ma pur sempre ignoranti -, dall'altro estasiati dalla straordinaria complessità dei meccanismi che regolano la vita e nello stesso tempo dalle capacità scientifiche crescenti nell'intervenire in questi meccanismi. E ci si chiede di cosa potrà essere capace l'uomo nel futuro e come riuscirà a gestire queste enormi possibilità in maniere che non siano autodistruttive.

Una mostra interessante che merita una visita.

La seconda parte della nostra passeggiata al Palazzo delle Esposizioni è dedicata alla mostra delle fotografie che quest'anno hanno vinto o si sono classificate sul podio nelle diverse categorie previste (sport, reportage, natura, progetti ecc.) per il World Press Photo, il prestigioso premio destinato ai fotografi professionisti in ambito giornalistico.

Tra queste foto ce ne sono alcune che tutti abbiamo avuto modo di vedere durante l'ultimo anno, ad esempio le foto dell'assassino dell'ambasciatore russo in visita ad Ankara, la foto della donna che cammina di fronte alla polizia in assetto antisommossa durante le manifestazioni americane. Molte altre sono meno note o fanno riferimento a realtà, situazioni o episodi che hanno avuto minore visibilità o minore eco mediatica, ma non per questo sono meno interessanti.

Tra le più belle dal punto di vista estetico quelle delle sezioni Sport e Natura, tra le quali la mia preferita per quest'anno è la bellissima foto delle farfalle monarca su un letto di neve a pieno campo. Sarei rimasta ore a guardarla.

Se posso fare un piccolo appunto all'allestimento, le didascalie senza la cui lettura le foto di questa mostra (soprattutto quelle dei progetti di lunga durata, dei reportage e delle foto singole giornalistiche) non sono veramente intellegibili sono veramente piccolissime e non solo costringono tutti ad avvicinarsi troppo facendo scattare gli allarmi, ma creano assembramenti davanti alle foto che non ne consentono una visione rilassata. Per fortuna quando siamo andate noi c'era poca gente e dunque abbiamo potuto godere della visione senza problemi.

Voto: 3,5/5

mercoledì 7 giugno 2017

Tutto quello che vuoi

Alessandro (Andrea Carpenzano) è un giovanotto di ventidue anni senza arte né parte. Trascorre le sue giornate insieme agli amici di sempre, non studia, non lavora, ha un pessimo rapporto con il padre e ogni tanto si caccia in brutte situazioni.

Fino a quando accetta controvoglia la proposta del padre di fare da accompagnatore a Giorgio (Giuliano Montaldo), un anziano signore, poeta dimenticato, ora malato di Alzheimer.

L'incontro di Alessandro con Giorgio è impacciato all'inizio: due mondi lontanissimi e che apparentemente non hanno nulla in comune. A poco a poco però nelle reminiscenze del passato di Giorgio, di cui lui in parte ha lasciato il segno con scritte e disegni graffiti sui muri di una stanza della casa, qualcosa risuona nel presente di Alessandro, in parte per motivi opportunistici in parte perché tocca alcune sue corde sensibili.

Come si può immaginare, quello tra Alessandro e Giorgio sarà un incontro determinante per entrambi e destinato a cambiare la vita di tutti e due; a Giorgio per fare i conti con il passato, ad Alessandro per farli con il presente.

Qualcuno uscendo dalla sala ha detto "carino, ma buonista", e non si può negare che un po' sia vero. Però Francesco Bruni - come già avevamo avuto modo di apprezzare in Scialla! - ha un tocco delicato e una capacità sincera di far dialogare le generazioni sullo schermo e di dare una patina emotivamente vera e sincera a storie che realistiche veramente non lo sono.

Tutto quello che vuoi è uno di quei film che certamente non rimarranno impressi nella memoria a lungo, ma che fanno un po' sorridere e un po' commuovere, e ci fanno un po' anche riconciliare con le cose brutte della vita e del mondo. E questo in fondo è il loro merito principale.

E dopo un'intera giornata passata ad ARF!, il festival del fumetto al MACRO Testaccio, in fondo questo è il massimo che si può desiderare da una serata al cinema.

Voto: 3/5

lunedì 5 giugno 2017

Jesca Hoop. Blackmarket, Unplugged in Monti, 25 maggio 2017

Ed eccoci a uno degli ultimi appuntamenti prima della pausa estiva con la rassegna di Unplugged in Monti, nella storica saletta da 50 posti del Blackmarket.

Ospite di questa serata è la californiana Jesca Hoop, che - come lei stessa ci dice nel corso del concerto - vive ormai da tempo a Manchester ed è la prima volta che viene in Italia (ed è rimasta scioccata dal traffico romano!).

Jesca ha in uscita un nuovo album da cantautrice solista, dopo il buon successo del lavoro pubblicato lo scorso anno con Sam Beam, più noto col nome d'arte di Iron & Wine.

La Hoop arriva sul palco quasi direttamente dal set di Star wars ;-) Ha infatti un'acconciatura incredibile e un vestito che la candiderebbero certamente al nuovo ruolo di principessa Leila! È accompagnata da un'altra musicista, molto silenziosa, che si occupa del controcanto, della seconda chitarra e delle percussioni.

Il concerto inizia un po' in sordina, ma Jesca Hoop rivela presto il suo carattere socievole e la sua voglia di interagire con il pubblico, in buona parte formato di stranieri e che non si fa pregare di certo.

Dopo le prime canzoni, a poco a poco il pubblico si scalda e all'esecuzione del primo singolo del nuovo album, Memories are now, l'atmosfera è già elettrica e gli spettatori hanno ormai empatizzato con questa buffa cantante che chiacchiera un sacco (e lo ammette) e che stasera ogni tanto perde la voce o sbaglia un'intonazione e si scusa, ma tanto ormai ha conquistato tutti.

Il finale è un crescendo, cosicché non ci sarà nemmeno da chiedere il bis, perché Jesca ci offrirà un altro paio di canzoni, di cui l'ultima cantata senza alcun accompagnamento di strumento musicale.

Musica folk solida quella della Hoop, voce interessante e avvolgente (quando è al meglio), arrangiamenti ritmati e coinvolgenti. Niente di stratosfericamente originale, niente per cui strapparsi i capelli, ma - come sempre accade al Blackmarket - un bell'incontro con un'artista brava e appassionata, ma anche umile e simpatica.

Voto: 3/5

giovedì 1 giugno 2017

Coming out

Siamo a Berlino nel 1989, non molto prima della caduta del muro. Philippe Klarmann (Matthias Freihof) è un giovane insegnante di liceo e, proprio nella scuola in cui lavora, incontra e si innamora di Tanja (Dagmar Manzel) con cui si sposa e va presto a vivere.

L'incontro con Achim, un amico di infanzia, riporta però a galla i dubbi mai risolti sulla sua identità sessuale, spingendo Philippe in un locale gay della Berlino underground. Qui Philippe si ubriaca di alcol e di un mondo che sente come attraente e minaccioso al contempo. L'incontro con Matthias (Dirk Kummer) metterà Philippe di fronte alla verità del suo essere e dei suoi bisogni, ma la paura e la mancanza di coraggio nell'ammettere questa verità di fronte al mondo lo porteranno non solo ad allontanarsi da Tanja ma anche a perdere l'amore di Matthias, ma forse alla fine a trovare se stesso.

Unico film a tematica omosessuale della DDR, vincitore dell'Orso d'argento a Berlino, profondamente moderno per approccio e contenuti, Coming out è un film coraggioso e dirompente, non a caso proiettato a Berlino subito dopo la caduta del muro.

Vederlo oggi, nell'ambito della rassegna "C'era una volta il muro" a Palazzo delle Esposizioni, a quasi trent'anni di distanza dalla sua uscita, non solo getta luce sulla realtà degli ambienti gay underground della Germania Est di quegli anni, ma offre una riflessione interessante ancora oggi nella misura in cui ci mostra come il cammino per liberarsi dai gioghi e per conquistare il diritto a essere se stessi inizia da lontano e certamente non è ancora terminato.

Voto: 3,5/5


lunedì 29 maggio 2017

Orecchie

Il film di Alessandro Aronadio è secondo me uno di quei film di nicchia destinati a diventare un piccolo cult.

Orecchie racconta una giornata della vita del protagonista (un bravissimo Daniele Parisi, che a tratti mi ha ricordato Mastandrea), dal momento in cui si sveglia, con un fastidioso fischio all'orecchio, a casa della sua fidanzata Alice (Silvia D'Amico) fino alla partecipazione al funerale del presunto amico Luigi.

Nel mezzo una serie di incontri ai limiti del surreale: le due suore che gli suonano il campanello per parlargli della Bibbia, la vicina di casa che gli vuole mostrare le foto del defunto marito, la receptionist del Pronto soccorso che non smette un attimo di chattare al cellulare, il ragazzino rapper a cui dà lezioni private, i due folli medici che lo visitano, il colloquio di lavoro con la direttrice di un giornale, l'incontro con la madre e il suo nuovo compagno performer, la visita a casa di un suo vecchio professore e di sua moglie, infine la chiacchierata con il prete che celebrerà il funerale di Luigi. Tra questi personaggi molti volti noti del cinema tra cui Pamela Villoresi, Massimo Wertmuller, Milena Vukotich, Piera degli Esposti, Ivan Franek, Rocco Papaleo.

Il tutto in un bianco e nero bello e poetico che, attraverso le lunghe passeggiate del protagonista, ci fa riscoprire non solo la Roma del centro e i suoi vicoli, ma anche le periferie, i palazzi e la street art.

E poi prestate attenzione a quello che accade sullo schermo, dove il formato del girato inizia dal verticale, poi diventa quadrato (difficilissimo e bellissimo) e finisce gradualmente in un più tradizionale 4:3, senza che questo provochi nello spettatore il minimo senso di straniamento e di discontinuità grazie al sapiente uso della composizione dell'immagine, sempre studiata in relazione al formato.

Parallelamente a questo ampliamento degli orizzonti di visione si compie il percorso del protagonista, un antieroe, insegnante supplente mite e un po' sfigato e forse anche un po' depresso e al contempo narcisista, certamente deluso dalla vita e dalle persone che sono - entrambe - molto lontane da quello a cui aspirerebbe e su cui non vuole scendere a compromessi. Un percorso volutamente sopra le righe alla scoperta della follia del mondo e della sua incomprensibilità per tornare infine a se stessi e comprendere che la radice della propria insoddisfazione sta nell'incapacità di accettare e un po' anche di rassegnarsi, nel rifiuto di condividere una superficialità che talvolta è anche leggerezza, nel cinismo che impedisce di fare delle scelte e anche di rischiare, con l'esito di ritrovarsi soli in questa che è l'unica vita che ci è stata data.

Un film, quello di Aronadio, tutto giocato su una cifra ironica che diventa a tratti esilarante, a volte amara, e che ricorda a livello di sensazione il cinema di Ciprì e Maresco. Una commedia in fondo a lieto fine, ma il cui messaggio non riesce a essere del tutto confortante.

Un invito a riflettere su noi stessi quando ci muoviamo sul fragile crinale che sta tra l'esercizio dello spirito critico e l'essere disadattati, tra una felicità superficiale e una tristezza profonda, tra la difesa della nostra identità e l'incapacità di esprimere e condividere le nostre emozioni.

Come non riconoscersi nel disagio esistenziale, nel male di vivere, nel senso di inadeguatezza e al contempo di superiorità del personaggio interpretato da Daniele Parisi?

Voto: 4/5

giovedì 25 maggio 2017

Frida Kahlo: il ritratto di una donna. Teatro Quirino, 20 maggio 2017

Mi faccio tentare da un’offerta per lo spettacolo su Frida Kahlo in programmazione al Quirino, un teatro che a dire la verità frequento pochissimo.

Non sono un’appassionata di Frida e anzi – se devo essere sincera - faccio un po’ fatica a comprendere la vera e propria ossessione collettiva che si è sviluppata intorno a questo personaggio e che ha fatto sì che a lei siano state dedicate iniziative di ogni genere, tra cui mostre, fumetti, film, spettacoli. È evidente che si tratta di un personaggio estremo per la vita – sfortunata e piena di coraggio – che ha avuto e dunque proprio per questo iconico, capace di suscitare emozioni e di affascinare. Ma io personalmente non riesco né a comprendere né a empatizzare con la mitologia che è stata costruita intorno a Frida, né ne capisco pienamente il ruolo rispetto all’immaginario femminile.

Detto ciò, proprio quello che non capisco e non comprendo è ciò a cui – quando mi capita l’occasione – rivolgo la mia attenzione. E così è stato in questo caso.

Lo spettacolo interpretato da Alessia Navarro nei panni di Frida racconta un suo punto di vista su questo personaggio sfaccettato, facendo emergere in particolare alcuni temi, tra cui il rapporto con la madre e quello con Diego Rivera. La scelta è quella di prendere spunto da alcuni quadri di Frida proiettati sullo sfondo e parzialmente ricostruiti in scena, dove alla rappresentazione si affianca un’interpretazione non necessariamente strettamente fedele alla biografia della protagonista. Queste scene sono inframmezzate da momenti danzati da una ballerina che rappresenta una sorta di alter ego di Frida e proiezioni sul sipario abbassato con scene ispirate all’immaginario pittorico di Frida e in generale evocative.

Il risultato è fortemente enfatico da ogni punto di vista (la recitazione, le musiche, le immagini), e le diverse parti dello spettacolo fanno fatica ad amalgamarsi in modo armonioso. Alcune cose sono molto belle (per esempio alcuni dei balletti), in altri momenti però lo spettacolo scade nel didascalico e a tratti nel grottesco.

A me – ma anche alle tre persone che erano con me a vederlo – lo spettacolo non ha aggiunto molto sulla figura di Frida e, anzi, se da un lato l’ha caricata di una sovrastruttura un po’ stucchevole dall’altro in fondo l’ha semplificata quasi eccessivamente.

Insomma, non posso dire di essere uscita decisa ad approfondire la complessità di questa donna e ad aderire alla mitologia dilagante. Anzi, a dire la verità l’ultimo monologo sull’amore di Frida per Diego mi ha un pochino raggelato e un pochino anche infastidito. Ma forse sono io…

Voto: 2/5