lunedì 6 luglio 2009

Di varia umanità

Di varia umanità. Mostra fotografica del corso libero di reportage 2009 / a cura di Alessandro Carpentieri.

Per la seconda volta in questo blog mi trovo a parlare di qualcosa in cui sono direttamente coinvolta, ma lo faccio con grande piacere innanzitutto perché si tratta di qualcosa che ha a che fare con la mia seconda vita, quella che presume di essere creativa, e in secondo luogo perché mi fa piacere pubblicizzare i lavori fotografici dei miei colleghi di corso, tra cui a mio modesto parere ci sono dei veri talenti.

Ma veniamo alle informazioni pratiche.

Da lunedì 13 luglio 2009 (fino al 12 settembre 2009) la sede romana della Rufartgallery ospita la mostra collettiva di fotografia "Di varia umanità".
La mostra propone il lavoro di 9 fotografi in erba, come esito del Corso libero di Reportage tenuto da Alessandro Carpentieri.

Espongono:
ADRIANA AROMOLO - "Fuoristagione";
FRANCESCA CARBONARI - "Quando le femmine colorano la vita";
LUCIANA CASTORINA - "Rione Monti: artigiani e luoghi d’incontri";
ANNALISA FALCONE - "Il colore della notte";
ANNA GALLUZZI - "Luoghi per viaggiatori immobili";
SALVATORE SANTANGELO - "Compresenze";
ELEONORA SATTA - "Essenze";
SARA SERPENTE - "Villa Borghese";
NICOLETTA ZULLINO - "Mattatoio"

L'inaugurazione della mostra è prevista per lunedì 13 Luglio 2009 alle ore 18.00.

Lo spazio expo dell'Accademia RUFA (Rome University of Fine Arts) è in Via Benaco 2, 00199 Roma
Ingresso e orario: dal lunedì al venerdì dalle 09 alle 13; dalle 16 alle 19. Sabato dalle 09 alle 13.

Sito web: http://www.rufartgallery.it/mostre/2009/di-varia-umanita.html

Un luogo incerto / Fred Vargas

Fred Vargas, Un luogo incerto, trad. di Margherita Botto. Torino, Einaudi, 2009.

Sto leggendo i libri della Vargas (per il momento solo quelli che hanno come protagonista il commissario Adamsberg) in ordine sparso, sforzandomi ogni volta che ne leggo uno, di riannodare i fili di quell'orditura di fondo che li caratterizza, avanti e indietro nel tempo.

E così leggo l'ultima avventura del commissario subito dopo aver letto Sotto i venti di Nettuno e ci metto un po' a capire a che punto siamo, però dopo un pò facilmente mi oriento e tutto sommato trovo bello questo percorso alternativo e del tutto personale.

Certamente, il confronto ravvicinato con quelli che considero finora i suoi romanzi più belli, Parti in fretta e non tornare e, appunto, Sotto i venti di Nettuno, non giova alla mia lettura e al mio giudizio su quello che leggo. La prima metà mi intriga abbastanza, ritrovo il mio caro commissario e il suo straordinario approccio alla vita e molti altri dei personaggi che amo.
Ma già lo spazio limitato che hanno il grande Danglard e la mitica Retancourt mi indispone un po'... Poi, pur senza fare nessuna fatica a entrare nella storia, dopo un po' la avverto faticosa e un po' tirata, alcuni passaggi narrativi davvero forzati, e questa ambientazione serba poco consona al nostro Adamsberg.

Certo, è pur sempre la Vargas e la sua scrittura mi piace, così come mi affascina sempre il fatto che le sue storie sono molto ben documentate e a tratti istruttive (in questo caso, vampiri e dintorni)... Trovo alcuni passaggi quasi illuminanti per la filosofia di vita che si portano appresso.

Però... resta un però... non è certamente il suo miglior libro. E d'altra parte per una che scrive i suoi libri nel suo mese di vacanza può essere ancor più vero e accettabile che non tutte le ciambelle riescono col buco.

Voto: 2,5/5

sabato 4 luglio 2009

Middlesex / Jeffrey Eugenides

Jeffrey Eugenides, Middlesex, trad. di Katia Bagnoli. Milano, Mondadori, 2004.

Come sempre faccio fatica a entrare nella trama narrativa di un libro articolato come è questo Middlesex. E così più volte, senza successo, avevo cominciato a leggerlo, ma la mia quasi totale incapacità di leggere per puro piacere al di fuori dei periodi di vacanza mi aveva fatto abbandonare l’impresa.
Alla fine, dietro l’insistenza di un amico, mi sono finalmente decisa ad avventurarmi con decisione nella lettura. Il risultato è stato quello classico dello sbocciare dei grandi amori: impossibilità di staccarsi dal flusso degli eventi, riflessioni sul tema e sulla storia anche al di fuori dei momenti di lettura, nottate sveglia per conquistare pagine, e così via…

La storia è piuttosto semplice, sebbene lo svolgimento risulti particolarmente complesso. Protagonista del libro è Calliope, figlia di immigrati greco-turchi negli Stati Uniti di seconda generazione, che alla nascita, per superficialità del medico, non viene riconosciuta come ermafrodito e viene cresciuta fino all’adolescenza come una ragazza. Alla scoperta della verità Calliope decide una vita da uomo, abbandonando la famiglia per ritrovare se stesso.
Il narratore è Cal adulto che, per spiegare la sua incredibile vicenda, racconta la storia di tre generazioni della famiglia Stephanides, dai suoi nonni (fratello e sorella portatori del gene recessivo responsabile della sua condizione), ai suoi genitori e zii, fino a se stesso e suo fratello.

Nello svolgersi delle vicende della famiglia Stephanides vediamo srotolarsi davanti ai nostri occhi pezzi di storia greca (l’incendio della città di Smirne che costringe i nonni ad abbandonare la loro patria, l’occupazione di Cipro da parte dei Turchi) e un’ampia fetta della storia americana (il periodo delle massicce immigrazioni dall’Europa e i problemi dell’inserimento e dell’integrazione, i conflitti razziali, la politica estera americana…). Insomma, per farla breve, si tratta di una straordinaria saga, che sul piano letterario mi ha ricordato altri due libri che ho amato molto, Vita di Melania Mazzucco e Carne e sangue di Michael Cunningham, e sul piano cinematografico mi ha richiamato alla mente – e non so bene perché – Forrest Gump.

La scrittura di Eugenides è affascinante perché non lineare ma giocata su continui flashback tra presente e passato, nonché stimolante sul piano letterario.
I personaggi sono tutti molto forti e si imprimono nella mente con una vividezza straordinaria: dalla nonna Desdemona al padre Milton alla zia Sourmelina per arrivare ovviamente a Callie. E sullo sfondo si staglia questa comunità greca d’America che – come tutte quelle di immigrati – ha i suoi riti, le sue rigidità, le sue specificità e fa i conti continuamente con l’oscillazione tra tradizione e innovazione, tra conservazione e integrazione.

Insomma, non mi meraviglia affatto che questo libro abbia vinto il Premio Pulitzer nel 2003. E a questo punto, dopo una pausa vargasiana, non potrò mancare di lanciarmi nella lettura dell’altro romanzo di Eugenides, Le vergini suicide.
Voto: 4,5/5

mercoledì 10 giugno 2009

Vincere

Marco Bellocchio non è certamente tra i miei registi preferiti. Molti dei suoi ultimi film, che sono andata a vedere per avere la possibilità di ricredermi sul regista piacentino, tra cui La balia, L'ora di religione, Buongiorno, notte, Il regista di matrimoni, mi sono risultati per motivi diversi estranei, alcuni più, altri meno.

Questa volta devo ammettere invece che il film mi ha conquistato da diversi punti di vista.
Innanzitutto, la componente puramente cinematografica: bellissima la fotografia (la narrazione è impreziosita da alcune immagini veramente notevoli per composizione e colori); molto efficace l'integrazione tra filmati di repertorio e girato filmico; molto bravi gli attori, Filippo Timi (Mussolini padre e Mussolini figlio), capace di riprodurre i tratti quasi caricaturali del Mussolini vero e di fare il verso a sé stesso nell'interpretare il figlio rinnegato che imita il padre, e Giovanna Mezzogiorno (Ida Dalser), che sarà anche antipatica a qualcuno, ma a me sembra una delle migliori attrici italiane in circolazione.

Forse si poteva tagliare qualche lungaggine, soprattutto nella seconda parte, ma tutto sommato l'equilibrio di insieme tiene.
Il fatto per me più sorprendente è che, in questo film, alcune delle caratteristiche tipiche del cinema di Bellocchio (il tono epico-teatrale, il parziale non detto e il senso di incompiutezza, la cupezza dell'insieme, l'anticlericalismo senza mezzi termini, la rappresentazione della donna, una certa dimensione politica) che solitamente trovo eccessive e a tratti insopportabili, qui contribuiscono a dare spessore al film.

Bello ed equilibrato anche l'intreccio della vicenda privata (la storia tra Ida Dalser e Benito Mussolini) e di quella pubblica (il percorso politico e l'ascesa al potere di Mussolini). Così, da un lato vediamo una donna certamente fragile da un punto di vista psicologico che si lega quasi patologicamente a un uomo autocentrato incapace di amarla veramente in un climax di dipendenza che la porta quasi alla follia, dall'altro l'infatuazione collettiva di una nazione per un uomo capace di muoversi nel panorama politico di quegli anni con la stessa destrezza di un attore su un palcoscenico.

Il pensiero del regista e sceneggiatore è chiaro e il montaggio lo rende ancora più chiaro. Ma la mia sensazione è stata quella di una grande naturalezza, come se alle sole immagini fosse lasciato il pesante carico di esprimerlo.
Peccato che a Cannes sia stato snobbato... Ma le logiche dei festival - si sa - a volte sono difficili da comprendere razionalmente.
Voto: 3,5/5

giovedì 4 giugno 2009

Millennium: Uomini che odiano le donne. Il film

Intanto, bentrovati! Nell'ultimo mese l'inizio della stagione estiva che - in Italia - coincide con un ridimensionamento quantitativo e un abbassamento della qualità dell'offerta cinematografica non mi ha offerto molti stimoli... ed è per questo che il blog langue da un po'!

L'uscita in Italia, il 29 maggio, del film tratto dal primo volume della Trilogia Millennium di Stieg Larsson non poteva però trattenermi sul divano di casa o sul prato di villa Ada e così eccomi di nuovo al cinema.
Alla fine del film sapevo di dover fare i conti con quell'insoddisfazione inevitabile di chi ha molto amato un libro e ne coglie l'immancabile "banalità" quando la storia viene trasportata sullo schermo e tradotta in immagini.

Eppure, ci sono molte cose apprezzabili in questo film: prima di tutto gli attori, queste facce per noi sconosciute (anche se Michael Nyqvist è famosissimo in patria) che si calano nei personaggi con grande naturalezza ed efficacia, in secondo luogo la capacità di sintetizzare con buoni risultati una storia piuttosto articolata, in terzo luogo le ambientazioni.
Certo, nel film mancano molti degli assi relazionali centrali del libro: il rapporto tra Mikael e Erika, quello tra Lisbeth e Dragan Armanskij, le dinamiche interne della redazione di Millennium. E soprattutto l'approfondimento psicologico dei personaggi e l'originalità assoluta di un personaggio come Lisbeth, che è certamente il punto di forza della Trilogia, sono inevitabilmente un po' sfocati e trasformano uno studio di anime in un bel giallo, ma poco più.

In generale, ho trovato Noomi Rapace molto brava e convincente nel ruolo di Lisbeth Salander, ma Lisbeth è Lisbeth... e nel film l'ho trovata fin troppo allineata, fin troppo comprensibile, fin troppo trasparente!
Il suo essere borderline è trasmesso nel film da sguardi, abbigliamento e aspetto esteriore, mentre nel libro plasma le pagine e ci cattura nel profondo.
Insomma, aspettiamo il secondo capitolo della saga, quello dedicato quasi integralmente a Lisbeth, e vediamo se il regista a cui è stato affidato (Daniel Alfredson) sarà più o meno bravo di Niels Arden Oplev. E magari speriamo di vedere in Italia lo sceneggiato svedese dedicato alla Trilogia...
Insomma, andate a vedere il film, ma - soprattutto se avete letto il libro - non vi aspettate troppo! E, se non l'avete letto, forse è il momento di farlo...
Voto: 3/5

domenica 19 aprile 2009

Tutta colpa di Giuda

Bravo Davide Ferrario che ha trasformato quella che poteva essere l’ennesima storia di denuncia sociale dell’ennesimo lacrimevole e prevedibile film italiano in un’opera rock postmoderna che ci sa sorprendere.
E del resto già con Tutti giù per terra e Dopo mezzanotte Ferrario aveva dimostrato di possedere uno sguardo originale sulla realtà, a partire da un affetto tenero e sconfinato per la sua città, Torino.
La storia è molto semplice. Irena (Kasia Smutniak) è una regista di teatro sperimentale che viene chiamata a mettere in scena una rappresentazione teatrale con i carcerati di una sezione sperimentale del carcere Le Vallette di Torino. Prima le sarà imposto, poi sceglierà di rappresentare la Passione di Cristo, lei non credente e quindi portatrice di una visione critica, originale, molto umana e a tratti dissacrante.
La postmodernità di questo film è nella fusione e nella mescolanza che ne impregnano ogni aspetto: gli attori professionisti si mescolano ai veri detenuti, la rappresentazione teatrale alla realtà, il documentario alla fiction, il balletto al recitato, la telecamera a mano a quella tradizionale, l’immaginazione all’azione, la fotografia al girato, la musica contemporanea e i suoi vari generi a quella classica, l’ironia alla serietà, il rumore al silenzio.
Bello e intenso anche il tema di fondo, quello della libertà e delle sue ambigue relazioni con la sofferenza e la felicità, ma anche quello del senso della religione e della religiosità. La libertà è sinonimo di vita, e dunque l’antitesi dell’indifferenza e dell’assenza di emozioni che solo la morte può giustificare, ma che in alcuni casi viene imposta anche ai vivi, come accade nel carcere.
Interessante il personaggio di Libero (Fabio Troiano), il direttore napoletano del carcere, a tratti disincantato e cinico, a tratti profondo e sensibile. Sono sue – secondo me – alcune delle migliori battute della sceneggiatura di questo film, come quando, parlando dei detenuti, dice che loro sono costretti “a fare il morto” (come si fa per galleggiare in acqua senza nuotare) allo scopo di sopravvivere e la loro sofferenza è proprio in questa insanabile contraddizione.
E quando Irena gli chiede se, quando si parla di passione, lui non pensi più naturalmente all’amore piuttosto che alla sofferenza, risponde: «Beh, in fondo non sono un po’ la stessa cosa?».
Così, nel tono leggero della “commedia musicale”, pur tra qualche ingenuità e qualche personaggio non del tutto riuscito, ne viene fuori un quadro vivace e stimolante in cui si ergono, allo stesso livello, gli attori non professionisti accanto a quelli veri.
Su tutto si staglia l’idea di un carcere che – come dice il direttore e come viene fuori dalla storia – serve molto più a chi sta fuori come simbolo di controllo sociale che a chi sta dentro, alla cui vita viene tolta qualunque parvenza di senso.
Il tutto ci fa pensare a quante forme di carcere viviamo, a quante mancanze di libertà accettiamo, a quante “passioni” incarniamo, costretti continuamente nella nostra vita a scegliere, quasi sempre purtroppo dolorosamente.
Un’ultima annotazione tecnica: peccato per il suono in presa diretta, che a volte, nel voler rispettare i dati di contesto, finisce in molti casi per produrre un audio di qualità scadente e rende alcuni dialoghi quasi incomprensibili.
Notevole la colonna sonora, che probabilmente meriterebbe una recensione a parte.
Voto: 3,5/5

martedì 14 aprile 2009

Sotto i venti di Nettuno / Fred Vargas

Fred Vargas, Sotto i venti di Nettuno. 2° ed. Torino, Einaudi, 2008

Ho amato questo romanzo della Vargas quasi quanto il mio preferito Parti in fretta e non tornare.
Mi è piaciuta innanzitutto l'ambientazione, a cavallo tra la Francia e il Canada, e il confronto tra l'atteggiamento mentale e culturale dei francesi di Francia e i quebecchesi di lingua francese, con tutte le difficoltà che il traduttore della Vargas deve aver incontrato per rendere in italiano le differenze linguistiche tra questi due gruppi e il portato culturale che queste differenze comportano.
Ho amato i personaggi, la grandezza del tenente Violette Retancourt, la bontà dell'agente quebecchese Sanscartier, e su tutti il confronto a distanza tra il fedele vice Adrien Danglard e il suo commissario Jean-Baptiste Adamsberg.
Due personaggi che nella loro diversità fanno scintille, ma rappresentano, al contempo, le due facce, inscindibili, della stessa medaglia: il logico e colto Danglard e lo “spalatore di nuvole” Adamsberg.
Ma soprattutto mi ha toccato profondamente questo caso che vede Adamsberg a confronto principalmente con se stesso, con i suoi fantasmi, con i suoi demoni interiori, con i suoi pregiudizi e le sue paure.
Di solito il commissario è un personaggio che sento distante da me per la sua tendenza ad affidarsi non alla logica, ma all'intuizione, alla divagazione mentale, ai collegamenti arditi, alla meditazione apparentemente priva di senso, all'ozio creativo. Adamsberg è l'uomo dei tempi lunghi, delle lunghe pause, dei distacchi e dell'indifferenza, dell'almeno appartente assenza di emozioni.
E invece per una volta il nostro commissario si ritrova in balia dei suoi pensieri ossessivi, incapace di comprendere e accettare le verità più semplici, in preda a reazioni istintive e incontrollate, affondato in una melma immobile che si nasconde sotto la superficie tranquilla delle acque del lago.
E questo Adamsberg vulnerabile, senza pelle, capace di ammettere almeno la possibilità dell'errore, inconsapevolmente geloso della donna che lui stesso ha lasciato, lo sento così vicino e profondamente affine a me, in particolare in questa fase della mia vita in cui certe volte ho la sensazione che tutto irrimediabilmente mi sfugga di mano.
La Vargas dissemina il romanzo di metafore e riflessioni davvero illuminanti che io, come il confuso Adamsberg, cerco di afferrare e di non farmi scivolare tra le dita.
E così non posso non apprezzare dialoghi come questo:
«- Perché cerca quel passaggio se è stato lei stesso a chiuderlo?
- Non lo so. Forse perché da lì viene l'aria, e senza aria si rischia l'asfissia o l'esplosione.»
E quanto è bella la metafora del giaccone reversibile che è davvero come la vita: «Dal lato nero sei ben riparato, e la neve e l'acqua ti colano addosso senza che te ne accorgi. E dal lato azzurro ti vedono bene sulla neve ma non è impermeabile. Ti puoi bagnare. Allora a seconda dell'umore, certo momento lo metti in un senso, certo momento lo metti in un altro.»
Come Adamsberg, trovo difficile in questo momento fare i conti con i miei pensieri e ho bisogno di trovare dei punti di riferimento stabili che mi permettano di sorreggermi:
«Uno crede che i propri pensieri sbiadiscano e invece sono piantati lì, in piena fronte, in tre fori allineati.»
«Penso che anche se uno è perso deve trovarsi un posto suo. Io ho scelto questa pietra.»
Perché i gialli della Vargas sono così: con la scusa di un caso di polizia sono lezioni di vita, viaggi interiori e occasioni di riflessione cui non è possibile sottrarsi.
Voto: 4/5

lunedì 6 aprile 2009

Louise-Michel

La storia di questo film è piuttosto semplice da raccontare. In una cittadina della Piccardia, una regione della Francia settentrionale molto vicina al Belgio, una fabbrica viene chiusa all'improvviso lasciando tutte le dipendenti in mezzo a una strada. Una gruppo decide di utilizzare i soldi dell'indennizzo per assoldare un killer professionista allo scopo di uccidere il manager che le ha fatte licenziare. Si incarica di trovare il killer Louise (Yolande Moreau), un donnone dai modi piuttosto brutali, che per una serie di circostanze finisce per rivolgersi al più improbabile degli assassini, Michel (Bouli Lanners).
Ma non vi aspettate un film realistico, nè una tipica commedia francese di denuncia sociale, nè un drammatico film di attualità.
Louise-Michel è un film che viaggia sui binari del surreale e del grottesco, la cui cinica ironia ha una chiara ascendenza nordica, rimescolata - come giustamente ha osservato il mio amico M. - in chiave almodovariana.
In questo film tutto è realizzato per spiazzare, dall'antefatto iniziale privo di un reale collegamento narrativo con il resto del film, alla scelta di temi tutti politicamente scorretti: la confusione di genere e lo scambio dei ruoli sessuali, malati terminali al servizio delle peggiori efferatezze, lo sfruttamento degli immigrati, la ridicolizzazione delle mode biologiche, le ipotesi di complotto e le teorie cospirative in bocca a un pazzo, la perdita di senso della morte, la parodia della guerra.
Il cattivo gusto impera sovrano, ma su tutto questo si riesce a ridere di gusto quasi dall'inizio alla fine del film.
I due protagonisti sono due ridicoli antieroi da tutti i punti di vista. Louise - come qualcuno ha ben detto - è la personificazione di Fiona, l'orchessa compagna di Shrek, brutta, greve e cinica come forse non si era mai visto al cinema. Michel è patetico e vigliacco nella maniera peggiore che si possa immaginare. Eppure entrambi i personaggi ci catturano e finiscono per ispirarci tenerezza e per farci sentire dalla loro parte.
E in questo delirante collage di cinico, surreale, grottesco e politicamente scorretto passano tante verità che un cinema più didascalico non sarebbe mai in grado di veicolare.
Una menzione particolare alle musica e soprattutto alla fotografia. Era davvero molto tempo che non vedevo così tante straordinarie inquadrature in un unico film che pure non dispone di paesaggi mozzafiato e di attori di belle fattezze, a dimostrazione che la fotografia può rendere soggettivamente poetico anche il più prosaico dei mondi.
E se a fine film vi chiederete chi è la Louise Michel di cui vi viene mostrata la foto sbiadita alla fine del film la risposta la trovate qui.
Infine, se lo andate a vedere, abbiate pazienza e aspettate fino all'ultimo dei titoli di coda, perché il film vi riserverà una piccola sorpresa.
Non posso dirvi altro perché il film contiene molto di inspiegabile e inspiegato e molto che trova spiegazione ma che, proprio per questo, non sarebbe giusto rivelarvi.
Voto: 4/5