giovedì 13 novembre 2014

Il delta del Po in bicicletta

Per combattere l'astinenza da bicicletta, io, C., S. e A. abbiamo organizzato un tranquillo weekend pedalante. Abbiamo cominciato a parlarne subito dopo il ritorno dalle vacanze estive e C. ha fatto un lavoro sopraffino, ai livelli di un'agenzia di viaggio. Alla fine sapevamo tutto sulle differenze tra il delta ferrarese e quello rodigino.

In conclusione abbiamo optato per quest'ultimo, attirate dall'idea di territori più selvaggi e in qualche modo anche più depressi.

Dormiamo a Ca' Mello (che tutti qui pronunciano Cammello) a Corte Papadopoli, un agriturismo e fattoria didattica a gestione totalmente familiare dove gli animali la fanno da padroni. Tra gli altri due cani pestiferi, ma simpatici, che non ci lasceranno in pace per tutto il weekend.

Cominciamo subito con una buona cena, in particolare uno squisito coniglio al forno da leccarsi i baffi.

Il mattino seguente arriva a prenderci il nostro noleggiatore per poterci consegnare le nostre biciclette (che abbiamo visto già il giorno prima). Ha un garage pieno di biciclette, ma quelle che ci propone sembrano messe insieme chiedendo agli amici, biciclette di quelle con cui le signore del luogo vanno a fare la spesa.

Comunque non ci preoccupiamo, considerando che il percorso è tutto in piano e non dovrebbero esserci particolari problemi.

Dopo una bella alba vista dalla finestra dell'agriturismo, il nostro giro inizia con la visita al Museo di Ca' Vendramin, un'antica idrovora (ora appunto trasformata in museo), dove ci facciamo un'idea del territorio, della sua storia e della infinita lotta tra l'uomo e il Po nel tentativo da un lato di contenere gli effetti devastanti delle alluvioni, dall'altro di sfruttare il fiume in funzione della produzione dell'energia elettrica e dell'agricoltura.

Dopo la visita inizia il nostro giro secondo il percorso dell'anello della Donzella. Qui capisco che in questa zona, dopo Taglio di Po, il fiume prende tanti nomi e ognuno ha il suo Po (il Po di Venezia, il Po di Gnocca, il Po di Maistra e così via). Per qualche chilometro affianchiamo con le bici sull'argine il Po di Donzella fino a raggiungere la Sacca di Scardovari, una laguna affascinante e desolata dove starei ore a fare fotografie. Ci fermiamo a mangiare una fritturina di pesce da Marina 70 e riprendiamo il percorso.

Sto facendo una fatica mostruosa e mi chiedo perché sono così fuori forma, considerato che proprio quest'anno sto facendo un sacco di attività fisica. In realtà mi rendo conto solo a un certo punto che il problema è la mia bicicletta che fin dalla partenza risulta un po' frenata. Le diamo un'aggiustatina e C. si offre di fare a cambio con me. Riprendiamo il percorso e io finalmente mi sento me stessa! Peccato che mentre stiamo risalendo l'anello dall'altro lato (all'altezza di Scardovari) foro. Ruota a terra e telefonata a Vittorio, il noleggiatore che porta una nuova camera d'aria e un nuovo copertone (era saltata la pezza di una precedente foratura).

Eccoci di nuovo in marcia, ma a questo punto decidiamo di tagliare per la campagna perché si sta facendo tardi. Comincia a salire l'umidità dalla terra mentre si allungano le ombre del tramonto. I paesaggi prendono un'atmosfera quasi magica.

Alla fine facciamo in tutto 60 chilometri. La sera saremo rifocillate da gnocchi col ragu e brasato con polenta!

Il giorno dopo (domenica) ci muoviamo molto prima la mattina (anche perché in serata abbiamo i treni per tornare a casa). Questa volta facciamo il giro a nord del Po di Venezia. Il nostro tour inizia in una nebbia fittissima che rende i paesaggi surreali e bellissimi. Tutto è ovattato e dai contorni sfumati, poi man mano la nebbia si alza e viene fuori una bella giornata di sole.

Prima pedaliamo lungo l'argine verso Pila; sulla strada ci fermiamo in uno sperduto bar rodigino di provincia che è occasione di uno studio antropologico interessante. Poi a Pila vediamo la centrale Enel sull'altro lato del fiume. Fatto il giro di Pila ci spostiamo verso nord fino a raggiungere la spiaggia di Boccasette.

Oggi quella che sta avendo difficoltà è A., la cui bicicletta - ci accorgiamo - ha la forcella storta cosicché la ruota davanti e quella di dietro non sono in linea. Ogni tot di chilometri dobbiamo fermarci a darle una raddrizzata per consentire alla poverina di pedalare decentemente. Il tempo è molto bello e nonostante tutto ci godiamo anche questa giornata, durante la quale alla fine pedaliamo ancora per circa 60 chilometri.

All'arrivo al garage di Vittorio gliene diciamo quattro sulle biciclette che ci ha noleggiato, ma riusciamo a chiudere la conversazione civilmente. Recuperiamo le nostre borse in agriturismo e anche questo brevissimo weekend ciclistico purtroppo è ormai terminato.

Eccomi sul treno per Roma, ma con addosso ancora la sensazione di aver fatto un vero e proprio viaggio nel tempo.

martedì 11 novembre 2014

Il giovane favoloso

"Non toccatemi Leopardi": diciamo che questa è stata un po' la prima cosa che mi è venuta in mente quando ho visto il film di Martone. E non perché il film non sia attento e rispettoso della vicenda biografica e ideale dell'autore. Anzi, l'operazione di Mario Martone è ammirevole nel proporre un ritratto di Leopardi che è in qualche modo fedele ai tempi e alla lettera e nello stesso tempo moderno, quasi post-moderno (come ha fatto notare qualcuno).

Il fatto è che Leopardi appartiene solidamente a un'età della mia vita che oggi certo considero lontana, ma che ha avuto un peso specifico grande nella mia esistenza. Ed in quella fase le poesie di Giacomo Leopardi, soprattutto alcune (L'infinito, Il canto di un pastore errante dell'Asia, La ginestra), hanno rappresentato per me qualcosa di più di un compito scolastico, bensì l'espressione di una sensibilità che percepivo in qualche modo vicina.

Ecco perché nella mia testa Leopardi ha assunto forme e significati tutti miei, che evidentemente non sempre si sono sposati perfettamente con il Leopardi portato sul grande schermo da Martone e che certamente porta con sé anche un po' del vissuto e della poetica dello stesso Martone (non è senza significato che il titolo del film derivi da una definizione di Leopardi data da Anna Maria Ortese).

Elio Germano è grandioso nel dare forma e voce a questo personaggio straordinario, e devo dire che la sua "recitazione" di alcuni canti, in cui il vissuto quotidiano è trasfigurato dallo stato emotivo e dalla sensibilità estremizzata di Giacomo, è tra le cose più belle e toccanti del film.

Bella la scansione strutturale e cronologica del film nei tre momenti della vita del poeta, legati ad altrettanti luoghi: l'odiata Recanati, la bella Firenze, la vitale e tenebrosa Napoli. Interessante anche il tentativo di ricostruire i rapporti chiave della sua esistenza, quella con i fratelli, Carlo e Paolina, con i genitori, con il letterato Pietro Giordani, con Fanny Targioni Tozzetti, con Antonio Ranieri.

Ma la mia percezione di Leopardi e quella di Martone si incontrano soprattutto nella visione di un Leopardi modernissimo, e che questa modernità di spirito e di analisi dell'essenza dell'umanità ha reso infelice e grande al contempo. Per questo ho trovato oltremodo belle le sequenze sottolineate dall'ordito musicale di Sascha Ring, in arte Apparat (in particolare il pezzo Lighton), per l'effetto spiazzante e straniante che produce, collocando la sofferenza interiore di Leopardi al di fuori del tempo; bellissima anche la scena in cui il giovane Leopardi è rimproverato da suo padre e suo zio per il tentativo di fuga, e in cui esplode - ma solo nel desiderio irrealizzato - la rabbia di Giacomo, perfettamente connaturata al personaggio, ma del tutto impensabile per i tempi e il contesto.

Da un Leopardi che dice che "Chi dubita sa e sa più che si possa" abbiamo moltissimo da imparare. E certamente questo film consente in qualche modo di mettersi all'ascolto di un uomo che parla e scrive con parole antiche e forse un po' ostiche, ma dice cose modernissime e che ancora oggi a distanza di quasi due secoli sa toccare il cuore.

Voto: 3,5/5

domenica 9 novembre 2014

Boyhood

Boyhood racconta la storia di Mason (Ellar Coltrane) dal 2002 (quando ha sei anni) al 2013 (quando ne ha 18) e lo fa utilizzando lo stesso gruppo di attori per dodici anni, supportato da poche riprese con cui la macchina da presa diventa testimone vera del tempo che passa, per il giovane protagonista, che da bambino diventa quasi adulto, e per i genitori (i bravissimi Patricia Arquette e Ethan Hawke) che invecchiano e si imbolsiscono.

In Boyhood non si vuole comunicare nessuna verità universale, non ci sono morali, non ci sono neppure eventi eclatanti. Quelle di Mason sono un'infanzia e un'adolescenza come quelle di molti altri ragazzi americani (e non solo) tra il 2002 e il 2013. Il rapporto con i genitori divorziati, in particolare con una madre forte e determinata che però spesso si accompagna agli uomini sbagliati, e un padre che sembra non voler crescere mai; i numerosi traslochi, le nuove amicizie, la necessità di adattarsi a situazioni diverse; il confronto con la sorella più grande (Lorelei Linklater, la figlia del regista); i giochi, i successi, gli insuccessi, i primi amori, le piccole passioni, l'apatia, le delusioni, la preoccupazione del futuro; i compleanni, le feste, i fine settimana dai nonni.

La vita scorre sullo schermo, punteggiata da una sceneggiatura ridondante ed essenziale al contempo.

Due passaggi di questa sceneggiatura mi hanno colpita in modo particolare.

In una conversazione tra Mason e la sua ragazza del liceo, Sheena, quest'ultima fa riferimento al detto "Cogli l'attimo" e commenta che ha invece la sensazione che nella vita sia l'attimo a cogliere noi.

La madre di Mason - quando quest'ultimo, che è il suo figlio più piccolo, sta per lasciare casa per andare al college - ha una crisi di pianto e dice che - guardando indietro ai tanti obiettivi che ha inseguito e ai tanti sacrifici che ha fatto per realizzarli - si sarebbe aspettata altro, e invece in fondo nella vita non c'è molto più di questo.


E tutto questo mentre sullo sfondo passa la storia americana di quegli anni (il post 11 settembre, la guerra in Iraq, le elezioni presidenziali in cui si contrapposero McCain e Obama) e il mondo cambia (i videogiochi diventano sempre più sofisticati, compaiono i primi cellulari, poi è la volta degli smartphone, quindi la pervasività dei social networks); a supporto del tutto scorre la colonna sonora di quegli anni (a partire da Yellow dei Coldplay con cui si apre il film e che non avrei mai detto che fosse dei primi anni Duemila! Come passa il tempo!). E il bello è che tutto questo non è ricostruito attraverso la memoria e riprodotto sullo schermo a posteriori, bensì è perfettamente contemporaneo al girato, cosicché il punto di discrimine tra il documentario e la ricostruzione cinematografica è imprevedibile.

Quello di Richard Linklater è un esperimento cinematografico originale e coraggioso, che in qualche modo indaga il confine tra realtà e finzione e lo assottiglia ancora di più, rendendolo permeabile e facendo transitare pezzi dell'uno nell'altra (ad esempio, la compilation The black Beatles che il padre regala a Mason è effettivamente un regalo che Ethan Hawke aveva preparato per la figlia).

A mio modesto modo di vedere, l'orizzonte futuro del cinema si sostanzierà di rapporti sempre più originali tra il cinema di finzione e il documentario.

Di fronte a questo spazio fluido che Linklater ci mette davanti ognuno può trovare il proprio posto, agganciare i propri ricordi, cogliere i propri significati, soffermarsi su quello cui è sensibile, con il risultato che anche agli occhi degli spettatori si produce un mosaico scomposto e sfaccettato. Esattamente come la vita.

Voto: 3,5/5


mercoledì 5 novembre 2014

La scena /Cristina Comencini. Teatro Ambra Jovinelli, 23 ottobre-2 novembre 2014

Sabato pomeriggio a teatro. All’Ambra Jovinelli è in programmazione La scena, un’opera teatrale di Cristina Comencini con Angela Finocchiaro, Maria Amelia Monti e Stefano Annoni.

Cristina Comencini ha fatto almeno due cose che mi sono piaciute parecchio, il film La bestia nel cuore e il testo teatrale (poi diventato anche film) Due partite. Di lei mi piace la semplicità con cui affronta temi anche complessi, senza mai rinunciare all’ironia anche di fronte al dramma. Apprezzo inoltre la sua capacità di indagare il cuore femminile e di saper sempre scegliere dei cast di attrici di grande sensibilità, capaci di esprimere appieno il multiforme cuore femminile.

Per tutti questi motivi sono andata a vedere incuriosita questo nuovo lavoro, che ruota intorno a due amiche, Maria e Lucia, due donne di mezza età, profondamente diverse e al contempo complementari. Maria, interpretata da Maria Amelia Monti, è separata e ha due figli; nonostante le numerose delusioni amorose non rinuncia a vivere la vita facendosi guidare dall’istinto e dalla passione. Lucia, interpretata da Angela Finocchiaro, è un’attrice di teatro, molto razionale, financo rigida, sentimentalmente sola in quanto scottata dalle esperienze precedenti e incapace di lasciarsi veramente andare.

Una domenica mattina Lucia piomba a casa di Maria per farle ascoltare una scena che dovrà recitare a teatro, ma in casa le due donne non sono da sole. C’è anche Luca (Stefano Annoni), un giovane di 26 anni che la sera prima Maria ha rimorchiato a una festa.

La presenza di Luca sarà l’occasione per le due donne prima per scambiarsi i ruoli, permettendo a ciascuna di raccontare l’altra nel momento in cui la impersona, poi per confrontarsi nei loro modi opposti di interfacciarsi alla vita con questo ragazzo che, da spaurito e disorientato, si fa via via sempre più sicuro di sé nel mettere a nudo le idiosincrasie delle due donne.

In sostanza l’opera della Comencini porta sul palco in forma di commedia divertente, ma non per questo stupida, l’eterna lotta tra uomini e donne, l’infinito tentativo dei due sessi di capirsi senza riuscirci, e soprattutto lo sfaccettato e inafferrabile punto di vista femminile.

La prima parte della pièce teatrale – quella nella quale in scena ci sono soltanto le due donne – è davvero di alto livello: frizzante, spiritosa, profonda. La seconda parte, cui l’arrivo in scena di Luca sembra conferire nuova verve, tende a banalizzarsi quando dalla consapevolezza della complessità e della confusione passa a tentare di dare delle risposte, a proporre delle interpretazioni e fors’anche delle soluzioni, che ovviamente finiscono per apparire in qualche modo semplicistiche.

D., l’unico uomo e l’unico veramente giovane del gruppo con cui sono andata a vedere lo spettacolo, non è d’accordo con me e trova che invece – dopo una prima parte molto autoreferenzialmente femminile – la seconda parte si movimenta e si arricchisce di punti di vista, raccontando la realtà delle cose. Cosa che ho trovato interessante e mi ha fatto ulteriormente apprezzare le capacità di Cristina Comencini di parlare a pubblici diversi.

In definitiva, una bella sorpresa e un’esperienza teatrale positiva, cosa che negli ultimi anni a teatro accade sempre più di rado.

Voto: 3/5

lunedì 3 novembre 2014

La prochaine fois je viserai le coeur

Eccomi all'ultimo appuntamento di quest’anno con il Festival internazionale del film di Roma. Un festival sinceramente un po’ sottotono non solo – e non tanto – per la qualità dei film presentati, quanto per il clima complessivo che si respira. Però a me piace sempre poter fare queste abbuffate di film dalle quali esco stanca ma soddisfatta…

Per questa ultima giornata innanzitutto decido che non posso far chiudere il Festival senza assaggiare i supplì dello stand di Supplizio del patron Arcangelo Dandini. E vengo premiata non solo da un supplì e una crema fritta buonissimi (da leccarsi i baffi), ma dalla presenza dello stesso Dandini che mi porta persino dei tovagliolini lì dove mi sono seduta a mangiare.

Entro dunque al cinema di umore ottimo e pronta a questo noir francese che ho scelto soprattutto perché trovo che il protagonista, Guillaume Canet, sia bravissimo come attore (e anche come regista).

Quello di Cèdric Anger è un anomalo film francese, fors'anche perché si tratta di una storia vera che alla fine degli anni Settanta ha sconvolto un piccolo paese di provincia dell’Oise e ha avuto parecchia risonanza sulla stampa francese. Comunque, dimenticate i film francesi in cui si parla troppo e non succede nulla, quelli con protagonisti uomini e donne di mezza età che però sono ancora rimasti adolescenti; dimenticate gli amori un po’ sfortunati e lamentosi, i sentimenti inespressi e il male di vivere.

Qui siamo di fronte a un noir poliziesco classico la cui storia potrebbe stare bene in un romanzo di Fred Vargas.

Franck è un gendarme timido, che vive da solo in una casa buia e che si trova a indagare insieme alla sua pattuglia sugli omicidi insensati di ragazze che stanno angosciando l’Oise. In realtà Franck è l’autore di questi crimini (e non vi rivelo niente, perché la verità è già nota fin dal primo istante): uccide giovani donne dalle quali – come dice L. che è con me all'anteprima – si sente sfidato. In realtà Franck ha seri problemi nelle relazioni con l’altro sesso e anche la giovane Sophie (Ana Girardot) che si innamora di lui e gli si avvicina finirà per comprenderne il tormento patologico.

Franck si sottopone a prove di forza assurde: fa il bagno in una vasca riempita di acqua gelida, dorme in una tenda all’aperto, si autoflagella e usa filo spinato per farsi del male. È un folle calcolatore, maniaco della pulizia personale, la cui personalità è totalmente sdoppiata.

Il film ne segue con occhio esterno ed obiettivo la parabola, non dimenticando una forma di pietas per un uomo disturbato e infelice, ma anche non tacendo la brutalità che a volte si nasconde dietro l’apparente normalità e che proprio per questo facciamo fatica a riconoscere anche di fronte all’evidenza.

Un bel film. Avvincente e sincero, che in fondo ci fa sentire la Francia e i francesi per una volta più simili a noi.

Voto: 3,5/5

mercoledì 29 ottobre 2014

Gone girl - L'amore bugiardo

David Fincher è uno che ha idee e intuizioni, come ha già dimostrato in molti dei suoi film precedenti tra cui i miei preferiti restano Seven, Fight club e The social network. Ma ha anche molto mestiere e dunque è capace di trasformare le idee in puro spettacolo cinematografico, capace di avvincere lo spettatore (anche quando la visione - come nel mio caso - avviene alle 22,15 dopo una lunga giornata di lavoro e il film dura 2 ore e un quarto).

Nel caso di Gone girl (per il quale il regista ha riadattato per il grande schermo il romanzo di Gillian Flynn) di idee dentro ce ne sono molte, nonché di spunti cui il regista non vuole rinunciare. E probabilmente - alla fine - è proprio questo il limite del nuovo lavoro di Fincher.

Gone girl è principalmente la storia di due persone, quella di Nick (Ben Affleck) ed Amy (Rosamund Pike), che si sono innamorati, sposati e poi trasferiti da New York al Missouri per stare vicini alla madre morente di lui. Il racconto inizia quando Amy scompare nel giorno dell'anniversario del loro matrimonio. Quando si capisce che la sparizione è l'esito di un evento traumatico i sospetti cominciano a concentrarsi sul marito Nick, man mano che viene fuori l'immagine di un matrimonio ormai all'ultimo stadio. Ma non tutto è come appare.

Nel film di Fincher c'è sicuramente un'amara riflessione sul matrimonio e su certe sue inevitabili conseguenze. C'è anche una "straordinaria" protagonista femminile che è il vero motore dell'intero ordito narrativo, "the amazing Amy" (e chi vedrà il film capirà il riferimento), una donna brillante, simpatica e intelligente, capace di manipolare le persone e confezionare verità e soprattutto percezioni della verità.

Dal mio punto di vista, però, il cuore del film sta nella contrapposizione e nel confronto tra la realtà e la sua rappresentazione. L'estremizzazione del personaggio di Amy (decisamente sopra le righe e verso la fine del film non del tutto realistico) serve a rendere palese che la narrazione di sé è un'arma potentissima che può addomesticare la realtà agli occhi del mondo esterno. Fincher sembra volerci comunicare che la possibilità di ricostruire la realtà come ci piacerebbe - cosa che l'uomo ha sempre fatto attraverso la parola scritta e orale (e che nel film è in qualche modo rappresentata dai racconti per bambini scritti dalla madre di Amy ispirandosi alla figlia) - è stata potentemente amplificata dai media, quelli tradizionali ovviamente (la televisione, la radio ecc.), ma ancora di più quelli di nuova generazione che la rete ci mette a disposizione. Un uso sapiente e spietato di questi strumenti è in grado di manipolare le coscienze, di suscitare reazioni, di produrre convincimenti in buona parte determinati da suggestioni emotive.

Nessuno può sottrarsi alla spettacolarizzazione delle esistenze e alla loro riscrittura ad uso e consumo di un pubblico che è affamato di storie. Non a caso - e sempre più spesso - non è alla nostra coscienza e al nostro privato che dobbiamo rendere conto, bensì a un intorno sempre più ampio, a quei veri e propri fan e seguaci delle nostre vite cui noi stessi ci siamo volontariamente dati in pasto.

Il confine tra i personaggi pubblici e le persone "comuni" si fa sempre più labile, così come il confine tra la sfera pubblica e quella privata. La costruzione della propria immagine pubblica - molto spesso a scapito della verità - è ormai uno sport mondiale.

Mi è tornato in mente l'esperimento di una ragazza che quest'estate ha costruito attraverso Facebook una finta vacanza in Thailandia, Cambogia e Laos, ma in realtà non si è mai mossa da casa, ingannando praticamente tutti.

C'è molto da riflettere.

Voto: 4/5

lunedì 27 ottobre 2014

I milionari

Alessandro Piva mi ha conquistata fin dai tempi de LaCapaGira. Sarà perché è un mio conterraneo (di adozione), sarà perché LaCapaGira è un bel film, sarà perché ho avuto modo di conoscerlo anni fa quando abbiamo girato un piccolo documentario sulla biblioteca e lui ci ha fatto da regista. Sta di fatto che il mio sguardo nei suoi confronti è molto benevolo.

E devo dire che lo aspettavo con un nuovo lavoro, visto che dopo LaCapaGira e Mio cognato, ha avuto un lungo periodo di assenza dal grande schermo e il suo ritorno con Henry l'avevo perso.

Così mi sono fiondata al Festival del film di Roma a vedere il suo nuovo lavoro cinematografico, la cui sceneggiatura è tratta dal libro omonimo, ispirato alla storia del boss di camorra Paolo Di Lauro.

Ne I milionari Piva racconta trent'anni della malavita napoletana attraverso l'angolo di visuale di Marcello Cavani (Francesco Scianna), la cui famiglia - dopo la morte improvvisa del padre e grazie all'intraprendenza del fratello Antonio - per evitare di perdere la casa ipotecata entra nel giro di un boss locale della camorra.

Antonio sembra nato per fare la vita da camorrista. Marcello, detto Alendelòn, ci si adatta malvolentieri, ma considera la camorra la strada più veloce per raggiungere i propri obiettivi, ossia quello di conquistare Rosaria (Valentina Lodovini), l'amore della sua vita, e poi di offrire alla sua famiglia e a se stesso una vita borghese e agiata.

Marcello finirà così per trovarsi invischiato sempre più a doppio filo nel meccanismo stritolante della malavita che lo porterà più volte in carcere e lo vedrà perdere i suoi fratelli per un regolamento di conti.

Nel film di Piva non c'è un approccio particolarmente innovativo e certamente il regista non esce dai binari del genere, che tra l'altro negli ultimi tempi è diventato particolarmente di moda. Però la bravura di Scianna e il marchio inconfondibile del regista - rappresentato da alcuni inserti ironici ed elementi un po' macchiettistici - conferiscono al prodotto una leggerezza e gradevolezza di insieme che si fanno apprezzare.

E - seppure in modo se vogliamo tangente - anche il racconto delle sorti di una città, nei suoi esterni non convenzionali e negli interni delle case di questi uomini troppo ricchi, ma anche troppo ignoranti, è un valore da non trascurare.

Insomma, I milionari non cambierà la storia del cinema, ma per quanto mi riguarda si può considerare promosso.

Voto: 3/5

sabato 25 ottobre 2014

Dolares de arena

Cose che succedono soltanto a Roma.

La proiezione del film Dolares de arena, in concorso al Festival internazionale del film di Roma, è prevista per le 19,30 in sala Petrassi. La sala si va riempiendo lentamente e alla 19,30 ancora arrivano persone alla spicciolata. Intanto il tempo passa e - come spesso accade in questi casi - il pubblico rumoreggia per incitare l'inizio del film. Ma sono le 20 e ancora non accade nulla. Un messaggio in altoparlante si scusa per il ritardo. La gente comincia a innervosirsi, qualcuno si alza in piedi e suggerisce di chiedere il rimborso del biglietto, qualcun altro propone di uscire in massa dalla sala. Una delle persone addette alla sala discute con un signore seduto accanto a me e dice: "Stiamo aspettando la delegazione del film. Voi non sapete cosa è successo!". Al che un po' di gente comincia a chiedere: "Ma cosa è successo?". E l'omino: "C'è la partita della Roma!".

La vicenda diventa quasi surreale...

Alla fine la delegazione - che ho immaginato bloccata nel traffico romano a causa della partita - arriva più o meno alle 20,20. Il pubblico fischia e fa "buuu" mentre attori e registi vengono presentati. E io penso che 'sti poveracci non stanno capendo in che mondo si ritrovano, costretti a subire la rabbia - anche giusta - delle persone per un'organizzazione che certamente non eccelle.

Insomma, mi viene da pensare, noi italiani (e i romani in particolare) non ce la possiamo fare.

Fine della storiella. Passiamo al film.

Il film è interessante. Siamo ai Caraibi. Cieli drammatici e spettacolari, mare onnipresente e dai mille umori, foreste verdissime, piccoli paesi in cui la povertà e l'assenza di prospettive sembra affogata in nottate di balli e canti caraibici, alberghi extralusso per ricchi occidentali che cercano ai Caraibi una seconda possibilità di vita dopo la pensione.

Questa è la storia di Noeli (Yanet Mojica), giovanissima dominicana che vive facendo da accompagnatrice a questi ricchi occidentali e finge che il suo ragazzo sia in realtà suo fratello. In particolare la ragazza frequenta da circa tre anni Anne, una donna anziana (Geraldine Chaplin), che è innamorata di lei e vorrebbe portarla con sé in Europa.

I registi, Laura Amelia Guzman Conde e Israel Cardenas, sembrano portare sullo schermo l'irriducibilità di questi due mondi e la loro sostanziale incomunicabilità, che solo in particolari circostanze viene superata dall'umana e universale propensione ad affezionarsi a chi in qualche modo si prende cura di noi. Perché in fondo Noeli si prende cura di Anne almeno tanto quanto (seppure in modo diverso) Anne si prende cura di Noeli.

Di Anne non sappiamo molto e tante cose restano senza risposta: il perché suo figlio non le voglia parlare, il motivo per cui ha deciso di lasciare la Francia, i rapporti con gli occidentali che frequenta sull'isola. Sappiamo solo che Anne crede veramente - o forse vuole credere - nell'amore di Noeli e a questa giovane donna si aggrappa per trovare ancora una gioia forse perduta da tempo.

Noeli è anch'esso un personaggio sfuggente. Evidentemente mossa prima di tutto dai bisogni materiali che prendono il sopravvento sui sentimenti di affetto e di lealtà verso il mondo circostante. Anche lei però un personaggio dolente, divisa tra un fidanzato che accetta che lei si prostituisca e che - pur forse amandola - la sfrutta e una donna che sembra disposta a darle qualunque cosa in cambio del suo amore.

Anne e Noeli rappresentano due mondi che non si incontreranno mai, ciascuno costretto a fare i conti con i propri limiti, quello occidentale con la sua ricchezza decadente e triste, quello caraibico con i suoi suoni e i suoi colori che nascondono l'assenza della speranza.

Voto: 3/5