Una giornata particolare / con Giulio Scarpati e Valeria Solarino. Ambra Jovinelli, 7 aprile 2016
Un biglietto comprato talmente tanto tempo fa che quasi mi ero dimenticata di questo appuntamento. E come sempre accade in questi casi, lo spettacolo è in una settimana pienissima di impegni e la stessa sera c’è anche un concerto che avrei voluto seguire.
A suo tempo mi aveva incuriosita questa riproposizione in chiave teatrale del film famosissimo di Ettore Scola, Una giornata particolare, interpretato da una Sofia Loren e un Marcello Mastroianni in stato di grazia. Mi incuriosisce il fatto che all’adattamento teatrale abbia collaborato lo stesso Scola prima di morire, nonché il fatto che a interpretarlo ci siano due attori molto conosciuti e popolari in ambito televisivo e cinematografico come Giulio Scarpati e Valeria Solarino, che però hanno un’attenzione particolare per il linguaggio teatrale.
Non ho visto il film. Ne conosco la storia e alcune scene che sono entrate nell’immaginario collettivo, come quella sulla terrazza dove ci sono le lenzuola stese.
So dunque che la storia si presta perfettamente a un adattamento teatrale ed è quasi strano che non sia nata a teatro. Una giornata particolare rispetta infatti quell’unità di tempo e di luogo che è tipica del teatro. Siamo a Roma, precisamente in un condominio dove vivono sia Antonietta con la sua famiglia numerosa (il marito fascistissimo e i sei figli), sia Gabriele, un ex radiocronista, epurato perché omosessuale. È il 6 maggio 1938, la data della visita di Hitler a Roma e dell’incontro con Mussolini. La città è interamente mobilitata per la grande parata, cui parteciperanno anche il marito e i figli di Antonietta, che si trova dunque sola a casa. All’inseguimento di un pappagallino fuggito dalla gabbia la donna si accorge del suo dirimpettaio e gli chiede aiuto. Da qui l’inizio di un dialogo e poi di un rapporto che si fa via via più intimo, fino a far emergere non solo il dolore e l’inevitabile destino di Gabriele ma anche l’insoddisfazione di Antonietta.
Tutto ciò avviene nella stessa giornata e i due protagonisti si muovono tra i due appartamenti e il terrazzo condominiale.
Questo adattamento teatrale, che dura un’ora e mezza (poco meno del film), mi dicono sia estremamente fedele alla versione cinematografica, e a me che non ho visto l’originale viene a questo punto voglia di fare il confronto, anche per apprezzare le differenze delle interpretazioni.
Non avendo la possibilità di una comparazione con le interpretazioni di Mastroianni e della Loren, i due interpreti non mi sono dispiaciuti. La Solarino mi pare cresca sempre di più a teatro, e in questo ruolo di donna schiva e ignorante che a poco a poco tira fuori la ricchezza e la complessità del suo mondo interiore, nonché l’infelicità della solitudine sembra particolarmente a suo agio. Di Giulio Scarpati, pur bravo, non ho amato la recitazione molto teatrale, che - come spesso accade - mi toglie un po’ di empatia e di partecipazione ai sentimenti dei protagonisti.
Bella anche la scenografia, con i due appartamenti ricostruiti uno sopra l’altro e illuminati, ovvero oscurati, a seconda del momento narrativo, ma nella scena finale trasformati in due lati dello stesso livello del palcoscenico a rappresentare – secondo me – l’avvicinamento di questi due mondi prima totalmente paralleli e ora in qualche modo connessi.
Chi ha visto il film fa notare che la riproposizione teatrale non aggiunge molto e non ha né un legame specifico con il presente, né risponde alla necessità di riportare l’attenzione su un capolavoro dimenticato, visto che Una giornata particolare è ancora ben presente nella memoria di chi c’era quando il film è uscito e anche nell’immaginario di chi è venuto dopo. E probabilmente è vero, però tutto sommato a me che il film non l’ho visto ha fatto venire voglia di vederlo, per contestualizzare le poche scene famose in una narrazione certamente più articolata. E questo è già un senso.
Voto: 3/5
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martedì 12 aprile 2016
sabato 9 maggio 2015
Mi chiamo Maya
Come sanno tutti quelli che leggono il mio blog, tendo ad essere piuttosto cauta nei giudizi e difficilmente grido al capolavoro, né mi piace stroncare quello che vedo o leggo. Il mio amico M. mi prende ormai in giro perché sostiene che l’80% dei miei post portano il voto 3 e ogni volta si lamenta perché secondo lui dovrei esprimermi in termini più netti. Forse ha ragione lui, ma io sono fatta così, soprattutto nella manifestazione pubblica delle mie opinioni e dei miei giudizi. E poi il voto – che pure è un modo sintetico efficacissimo per esprimere il proprio giudizio – mi mette sempre in difficoltà e dunque è giusto che chi non si prende anche la briga di leggere quello che scrivo non sia aiutato nella scelta dai voti che metto. In un post di qualche tempo fa, Il perché di tutto sommato avevo anche spiegato che le stroncature di solito nel mio blog non ci sono perché le cose che non mi piacciono spesso ne restano fuori. Insomma tutta questa lunga premessa per dire che il voto che ho messo a questo film è uno dei più bassi che incontrerete nel mio blog. E vi assicuro che mi è costato tantissimo scriverlo lì in fondo a questa pagina; e anzi – vi dirò – che se dovessi mettere un voto per tutto ciò che si è mosso intorno a questo film gli darei anche 4.
Provo a spiegarmi. Non credo che avrei deciso di andare a vedere Mi chiamo Maya se non me l’avesse consigliato S., consiglio tra l’altro non dovuto a una visione in anteprima dello stesso ma all’affetto verso un amico coinvolto nella sua realizzazione. E vabbè, mi dico, sosteniamo questo povero cinema italiano e i giovani (e nemmeno più tanto giovani) che faticosamente tentano di trovare una strada in questo mondo ultracompetitivo. Leggo la trama e – nonostante le recensioni non proprio entusiasmanti – trovo che possa essere interessante. Convinco L. a venire con me a vederlo e lei a sua volta convince S. Alla fine saremo solo in tre nell’enorme Sala 1 del Cinema Quattro Fontane (probabilmente – me lo auguro – un po’ più di gente arriverà per lo spettacolo successivo, a cui saranno presenti anche il regista e il cast).
Devo dire che la situazione appare ridicola fin dal principio e man mano che il tempo passa diventa sempre più divertente. Sembra di stare in un salotto di casa enorme col maxischermo, cosicché a poco a poco le inibizioni calano e tutt’e tre cominciamo a commentare ad alta voce come in una serata tra amiche un po’ sceme…
Ma insomma, veniamo al film, ché non gli voglio fare troppo torto…
Mi chiamo Maya racconta la storia di Niki (Matilda Lutz), una ragazza sedicenne, che ha una sorella più piccola, Alice (Melissa Monti), con cui condivide (pur non essendo figlia dello stesso padre) una madre piena di vitalità e di energia. Questa però muore all’improvviso in un incidente stradale, cosicché le due ragazze vengono affidate ai servizi sociali, in particolare alla giovane assistente sociale Cecilia (una improbabile, ma sempre bellissima Valeria Solarino, con gonnellone, mocassini e occhialoni).
Niki e Alice scappano e inizia così una specie di viaggio picaresco attraverso una Roma un po’ suburbana ed estrema. Prima il contatto con una compagna di scuola, vera borgatara che balla sul cubo in discoteca con la parrucca azzurra e va in giro con Niki, Alice e le sue amiche con la grande limousine rosa, regalo che qualcuno ha fatto a una sua amica. Poi l’incontro con un’annoiata ragazza di buona famiglia, generosa e viziata, che organizza feste per sballarsi a casa sua mentre i genitori sono via per lavoro. Poi la conoscenza di Marc (Giovanni Anzaldo), un giovane gentile che fa l’artista di strada, ma si guadagna da vivere lavorando come cameriere (al quale Niki si presenta come Maya e con il quale finisce a letto), infine l’avventura - che si conclude con bacio lesbo e vomito da eccesso di alcol (che avevate capito, eh?) - nei bassifondi romani con una giovane dark depressa che fa piercing e tatuaggi. La fuga di Niki - che poi è principalmente una fuga da se stessa - continuerà fino all’incontro e al riconoscimento della vera eredità della madre nella propria vita, e dunque con l’accettazione del proprio destino.
Cos’è che non va in questo film?
L’idea di raccontare la vita degli adolescenti nelle grandi metropoli è interessante (e il film comincia con una scritta in sovraimpressione che ci ricorda che esso è stato realizzato a partire dai risultati di una ricerca sociologica in questo senso), la regia di Tommaso Agnese (anche co-sceneggiatore) è attenta e dimostra mestiere, la fotografia è a tratti molto bella e riesce a offrire anche scorci inediti di una delle città tra le più rappresentate sul grande schermo.
Non reggono però l’impianto narrativo, troppo meccanico e con passaggi troppo bruschi tra i mondi così diversi attraversati da Niki, la sceneggiatura, semplicistica e a tratti decisamente poco realistica (con qualche punta quasi esilarante!), la recitazione, che appare in alcuni momenti piuttosto amatoriale, i simboli utilizzati per rappresentare il percorso psicologico di Niki, davvero troppo banali (il mare e il cavallo: c'è persino una scena che ricorda quella di una famosa pubblicità di un famoso bagnoschiuma). E – quando il film finisce – non capiamo cosa ci ha trasmesso questa storia e Niki resta un personaggio poco conoscibile esattamente come all’inizio della visione.
Insomma, pur apprezzando le intenzioni, faccio fatica a dire che Mi chiamo Maya sia un film riuscito. La serata però – e nonostante tutto – lo è stata sicuramente.
Voto: 1,5/5
domenica 26 febbraio 2012
Signorina Giulia
La scenografia di Signorina Giulia (in scena fino ad oggi al Teatro Eliseo di Roma) è l’interno di un palazzo, con in primo piano gli spazi della servitù e in secondo piano gli ambienti più signorili. Il piano del pavimento è inclinato verso la platea, quasi a far scivolare gli attori verso il basso, e su questo pavimento si aprono finestre e porte che ci aspetteremmo sulle mura. Le mura verticali sono invece inesistenti o parzialmente diroccate. Sulla scena di Signorina Giulia, quindi, la normale sistemazione degli spazi risulta sovvertita e gli attori non si muovono mai in orizzontale, ma sempre in verticale per salire delle scalette e uscire o per scendere attraverso le porte/botole sul pavimento negli spazi sottostanti.
Sì, perché il tema di questo dramma di August Strindberg è il rapporto tra le classi sociali in una società in cui i confini tra il mondo dei nobili e quelli della servitù appaiono invalicabili. Il fatto è che la signorina Giulia (Valeria Solarino) è una giovane donna irrequieta e un po’ borderline e, pur essendo figlia del conte padrone di casa, è a disagio nel suo ruolo e negli schemi che questa società le impone. Così la sera della festa di mezza estate, flirta con il guardacaccia, Giovanni (Valter Malosti), e si confronta con la cuoca del palazzo, Cristina (Federica Fracassi), fidanzata di Giovanni.
Il sovvertimento dell’ordine “naturale” delle cose determinato da questa folle incursione di Giulia in un mondo che la attira ma che non le appartiene produrrà conseguenze prevedibili e complesse allo stesso tempo, fino alla tragica conclusione.
Dentro questo drammone di Strinberg domina certamente il tema dei rapporti di classe e della artificialità dei loro confini: è vero che Giulia e Giovanni parlano due lingue diverse, ma in certi momenti i registri linguistici si mescolano, si confondono e quasi si scambiano. È vero che Giulia e Giovanni hanno bisogni diversi, la prima segnata dal rapporto malsano tra i suoi genitori e attraversata da una modernissima insoddisfazione, il secondo completamente immerso nella materialità delle esigenze corporali, dal miraggio del denaro e della ricchezza al servilismo interiore; però, nell’incontro tra questi due mondi accade a volte che non si capisca chi è il nobile e chi il servo, chi ha più il senso del mondo e della realtà e chi vive in una dimensione parallela.
Si riconoscono però qua e là molte altre tematiche, diverse, ma in qualche modo connesse alla precedente, come ad esempio il rapporto uomo/donna e il crescente desiderio di emancipazione della donna (che è evidente in Giulia, ma che in misura minore è anche della serva Cristina) e il rapporto con la sessualità, che è strumento di potere nella relazione tra i sessi e non necessariamente in un’unica direzione.
Alla monodimensionalità di un personaggio come Giovanni (greve in maniera quasi fastidiosa) si contrappongono le sfumature, ben più articolate e sottili, delle due donne in scena, Giulia e Cristina. Giulia è un personaggio attualissimo nella sua follia che potremmo definire quasi postmoderna, Cristina è un personaggio più caratterizzato storicamente (sebbene l'antirealismo del suo accento veneto tolga qualunque naturalismo) ma altrettanto sfaccettato e imprevedibile.
Il testo di Strindberg ha dunque delle potenzialità straordinarie e pur agganciato a un’epoca storica con problematiche molto diverse da quelle del presente è certamente capace di parlare anche all’oggi.
Il fatto è che la regia di Malosti non riesce davvero ad osare, restando un po’ sospesa in una specie di terra di nessuno.
La sua Signorina Giulia non è una ricostruzione filologica dello spirito originario dell’opera; anzi, piuttosto ambisce a una sua modernizzazione, come dimostrano le scelte musicali e l’adattamento – a volte anacronistico – dei testi.
D’altro canto, Malosti non se la sente di portare questa scelta alle estreme conseguenze, trasformando Signorina Giulia in un testo veramente moderno e dunque lontano dall'origine, e così il risultato è un ibrido che in qualche modo risulta poco convincente.
Personalmente, ho trovato molto fastidiosi i costumi (un po’ didascalici se non eccessivi nell’esprimere il modo di essere momenti dei personaggi, in particolare il completo di pelle nera di Giovanni), poco tollerabili le musiche e il sonoro (in particolare i rumori amplificati e le voci fuori campo), un po’ troppo sopra le righe alcune parti di dialogo, che sfociano talvolta in una comicità non so quanto volontaria.
Il risultato non mi ha convinta. Sono uscita dallo spettacolo con un senso di insoddisfazione spiacevole, come di fronte a un’occasione mancata, alla possibilità non sfruttata veramente a fondo per capire Strindberg e il suo mondo e forse anche per riflettere sul mondo di oggi.
Voto: 2,5/5
martedì 20 ottobre 2009
Viola di mare
Comincerò da quello che mi è piaciuto per non fare troppo torto a un film che è apprezzabile per il coraggio di raccontare una storia scomoda e per le lodevoli intenzioni. Certamente mi è piaciuta la storia raccontata, quella di Angela e Sara nella Favignana della metà dell'Ottocento, una storia incredibile, eppure assolutamente plausibile per chi conosce i meccanismi di ipocrisia e di apparenza che caratterizzano le società più chiuse e retrograde. È infatti proprio in questi contesti che le vicende umane più controverse trovano una loro più o meno assurda composizione che consenta una superficiale pace alla coscienza dei singoli. E per aver riportato in superficie questa storia bisogna rendere merito a Giacomo Pilati e al suo libro Minchia di re, cui il film è liberamente ispirato.Gli attori sono bravi (anche se le bambine della prima parte del film sono "da dimenticare"), le due protagoniste (Valeria Solarino e Isabella Ragonese) ce la mettono sicuramente tutta e riescono a tratti a coinvolgere e a dare spessore al racconto, ma nondimeno la sensazione di avere a che fare con un prodotto cinematografico un po' ingessato e a tratti anacronistico difficilmente ci abbandona.
Capisco che probabilmente era nelle intenzioni della regista (Donatella Maiorca) conferire modernità a questa storia, grazie alla colonna sonora (di Gianna Nannini), ad alcune scene e al modo di essere delle due attrici, ma alla fine tutto questo produce un inevitabile effetto straniante che personalmente non ho molto gradito...
Ho poi trovato poco convincente la sceneggiatura (a tratti i dialoghi sono davvero poco credibili, e del resto anche il libro mi aveva in parte fatto la stessa impressione di parziale superficialità) e il montaggio (in alcuni casi piuttosto ingenuo dal mio punto di vista).
In definitiva, mi sarei aspettata un film più emozionante, ma non nel senso moderno di questo termine, bensì come conseguenza di un'operazione un po' più profonda e raffinata.
In definitiva, mi è sembrata un'occasione in parte mancata dal punto di vista cinematografico o forse ci ero andata con troppe aspettative!
Voto: 2,5/5
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