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venerdì 9 marzo 2018

Elena (+Isabella) / con Elisabetta Pozzi. Off/Off theatre, 3 marzo 2018

È proprio lei: quella Elena, la donna più bella del mondo, contesa tra Menelao, suo marito, e Paride, causa della guerra di Troia cantata da Omero, donna consegnata al mito da numerosi poeti e letterati.

Però - mentre in sottofondo si sentono le sue parole - da dietro una tenda compare una donna avanti negli anni, con un vestito sdrucito, i capelli scompigliati, l'aria sfatta, la sigaretta in una mano e il bicchiere di whisky nell'altra.

Una specie di diva da cafè chantant ormai decaduta. Sola nella sua casa, circondata soltanto dalle sue dispettose ancelle, Elena parla a un interlocutore invisibile, forse lo spirito di un suo vecchio amante.

Il suo eloquio è denso, potente, nutrito dell'epicità che appartiene alla sua vita. Ma la forma di questo eloquio confligge con una realtà in cui dei fasti del passato non è rimasto quasi nulla.

Questa donna assurta a mito si confronta con il tempo che passa e che livella tutto, con la morte che cancella grandezze e miserie, e così non importa che tu sia stata una delle donne più belle del mondo, cantata da tutti i poeti, ti ritrovi comunque vecchia, dolente, sola e circondata dai fantasmi del passato.

Elena va così struggentemente alla ricerca - come dice Elisabetta Pozzi in una bella intervista su questo spettacolo - di quello che rimane, e forse ciò che rimane sono piccole cose, dettagli insignificanti, cose che niente hanno a che fare con la bellezza, la gloria, le imprese.

Quella di Ghiannis Ritsos, poeta greco che - colpevolmente e come sempre a causa della mia ignoranza - non conoscevo, è una riflessione sulla caducità di tutte le cose, sull'essenza di quello che siamo e sul senso delle nostre vite che, per quanto grandiose, sono piccole e insignificanti di fronte all'eternità.

Eppure questa donna ne viene comunque fuori in tutta la sua grandezza dando un senso anche alla decadenza. E alla sua grandezza contribuisce l'interpretazione - come sempre immensa, piena di sfumature, di colori, di variazioni - di Elisabetta Pozzi, un'attrice che ho ammirato più volte e ogni volta mi sorprende per la sua semplicità e al contempo straordinarietà.

Bello l'allestimento del regista Andrea Chiodi, che - anche grazie alle musiche di Daniele D'Angelo - contribuisce a creare uno strano senso di spaesamento tra un'ambientazione "moderna" e un testo "antico", che però si fondono magicamente nella persona e nella voce di Elisabetta Pozzi.

Allo spettacolo fa seguito la proiezione del corto del regista mantovano Claudio Pelizzer, Isabella, dedicato all'incontro - storicamente non confermato - tra Isabella d'Este (la stessa e sempre intensa Elisabetta Pozzi), la marchesa di Mantova, ma soprattutto donna di cultura e mecenate di primo piano del Rinascimento italiano, e Isabella Boschetti, amante del figlio di Isabella e futuro duca di Mantova, Federico II Gonzaga.

Anche qui in qualche modo si parla di una donna che vede finire il suo tempo e che è costretta a cedere il passo a un futuro cui vorrebbe consegnare i valori per cui ha vissuto, primo fra tutti la bellezza, ma rispetto al quale sa di non avere nessuna possibilità effettiva di controllo.

Un intenso ritratto di un momento cruciale della vita di questa donna, che assurge a simbolo di un mondo e acquista caratteri di universalità.

Voto: 4/5

lunedì 24 ottobre 2011

Cassandra

Seguo Elisabetta Pozzi dal momento in cui più di 10 anni fa ho avuto occasione di vederle interpretare una straordinaria regina Elisabetta nell’opera teatrale Maria Stuarda, tratta da un testo di Dacia Maraini.
Da allora non ho perso occasione di andare ad ascoltarla a teatro o in qualunque altra circostanza mi sia stata data la possibilità di vederla recitare.

Nel tempo ho anche imparato ad apprezzarla come persona, per la modestia e per l’intelligenza, che – pur non conoscendola di persona – vengono fuori dal suo modo di essere in scena e fuori della scena.

Trovo di sorprendente sensibilità la sua capacità nel tempo di scegliere testi e personaggi che ne rispecchiano il trascorrere delle età della vita e il percorso emotivo che caratterizzano queste diverse fasi dell'esistenza. Ad esempio, oggi non la vedrei più nei panni dell’Elisabetta di Maria Stuarda, mentre l’ho trovata perfetta l’anno scorso in quelli della protagonista dell’adattamento teatrale di Tutto su mia madre, così come è certamente a suo agio nelle vesti sdrucite di Cassandra (in scena al Teatro Vascello dal 19 al 23 ottobre).

Sono dunque passati i tempi dei personaggi potenti e volitivi, vincenti e assertivi, quelli che si sposano perfettamente con le ampie prospettive di un’età adulta che si porta dietro tutto lo slancio della gioventù; al contrario, questa nuova fase della vita e della carriera artistica di Elisabetta trova voce in personaggi più dolenti e destinati a fare i conti con la sconfitta e il dolore.

La Cassandra interpretata da Elisabetta Pozzi porta su di sé i segni degli errori del popolo troiano e, attraverso di esso, quelli dell’umanità intera accecata dal mito di un progresso senza fine e senza battute d’arresto, dall’utopia della sconfitta del male in ogni sua forma, dal senso di invincibilità contro tutti i profeti di sventure, dall'inseguimento di un futuro inghiottito a ritmi sempre più frenetici.

La preveggenza di Cassandra non è altro che la capacità di leggere i segni del presente, una specie di sensibilità acuita ed esasperata che rende inevitabilmente questa donna sola e sempre in bilico sul baratro della follia.

Questa Cassandra, o del tempo divorato è un progetto ambizioso ma forse non perfettamente riuscito.

Ambizioso perché tenta di amalgamare testi antichi (Eschilo, Seneca, Euripide) e moderni (Christa Wolf, Jean Baudrillard, nonché testi di Massimo Fini), linguaggi e registri differenti (la parola, la musica, la danza). La recitazione intensa di Elisabetta si intreccia con il tessuto musicale curato da Daniele D'Angelo e il tessuto corporeo rappresentato dal movimento in scena di tre corpi, quelli del mimo giapponese Hal Yamanouchi e di Carlotta Bruni e Rosa Merlino, sulle coreografie di Aurelio Gatti.

La scena è del tutto spoglia; solo un giaciglio inclinato e scivoloso, coperto da un lungo drappo. Ma Elisabetta/Cassandra ci aiuta a immaginare le rovine di Troia, i morti troiani, il dolore delle donne, il senso di disperazione e il ritorno di Agamennone vittorioso a Micene. Elisabetta/Cassandra parla con inesistenti personaggi in scena infondendogli vita.

Questo spettacolo è stato finora rappresentato in ambientazioni suggestive e coerenti con il testo, teatri romani e aree archeologiche presenti in varie parti del nostro paese. Il Teatro Vascello, pur riproducendo la forma del teatro classico (area di scena in basso e pubblico tutt'intorno su gradinate ascendenti), offre invece uno spazio nero, plasmato dalle luci e dai movimenti in scena di Cassandra e dei tre ballerini, e anche per questo il compito di Elisabetta risulta ancora più arduo e la sfida ancora più interessante.

Dico che Cassandra è in parte un progetto incompiuto perché il linguaggio della tragedia greca ha una forza di per se stesso e nel suo essere antico trasmette una potenza che la recitazione di Elisabetta accompagna ed esalta, mentre i testi contemporanei che, nella prima parte squarciano il linguaggio aulico dell'antichità sorprendendo piacevolmente l'uditorio, nella seconda parte - lasciati soli - non reggono il confronto, si trasformano in astratto contenuto didascalico che richiede il necessario sostegno di un climax recitativo e musicale.

Nelle mani di un'altra attrice questa Cassandra sarebbe forse diventata puramente strumentale ad una riflessione senza sfaccettature sul presente; grazie ad Elisabetta Pozzi invece acquista spessore umano, identità, individualità, ambiguità, insomma quella complessità che è la forza dei personaggi delle tragedie greche e che può diventare la forza di un teatro contemporaneo capace di parlare alle nostre menti e ai nostri cuori senza cedere al richiamo della semplificazione.

Voto: 3,5/5