sabato 18 novembre 2017

Blue my mind. Metti una notte. Borg McEnroe

La domenica finale della Festa del cinema di Roma è sempre dedicata ai film vincitori delle rassegne, ed è un appuntamento che difficilmente perdo, anche se si tratta di una giornata un po' malinconica perché si respira già aria di smobilitazione. Quest'anno poi il cielo è griglio e a metà giornata viene giù il diluvio, quindi l'atmosfera si fa ancora più mesta. Però, proprio per questo, trascorrere una giornata nel confort di una sala cinematografica risulta appropriato.

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Blue my mind

Il primo film che vediamo è il vincitore del Premio TaoDue previsto dalla rassegna Alice nella città. Blue my mind è la storia di Mia (Luna Wedler), un'adolescente che sta vivendo un momento di profondo cambiamento: si è da poco spostata con la sua famiglia alle porte di Zurigo nello stesso momento in cui sta diventando donna.

Mia dovrà fare i conti con un cambiamento del corpo che - nel caso del film di Lisa Brühlmann - è portato alle estreme conseguenze, verso una identità e una natura completamente nuove. In questo momento di transizione la ragazza non si sente capita da nessuno, meno che meno dai suoi genitori, e cerca nella compagnia di un gruppo di coetanei una condizione di anestetizzazione dei pensieri e del dolore, attraverso il sesso, l'alcol e la droga. Sarà però proprio una di queste amiche, la bellissima e selvaggia Gianna (Zoë Pastelle Holthuizen) a comprendere e scoprire il dramma di Mia e ad aiutarla a trovare e ad accettare la sua identità.

Le intenzioni della regista sono decisamente lodevoli e la scelta di raccontare il difficile momento di trasformazione che è l'adolescenza attraverso una storia estrema e sovraccarica è sicuramente interessante e di forte impatto per lo spettatore.

La rappresentazione del disagio adolescenziale che si accumula davanti ai nostri occhi finisce però a tratti per diventare talmente eccessiva da risultare stucchevole e quasi insopportabile, oltre che poco credibile. Alla fine però,  l'amicizia tra Mia e Gianna e il finale della storia sembrano spazzare via con un colpo di spugna tutte le brutture e restituire queste due ragazze alla loro bellezza.

Un film forte, ma decisamente interessante.

Voto: 3/5



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Metti un notte


Questo film lo vedo praticamente per sbaglio. Pensavo infatti di andare a vedere il vincitore di Alice nella città (The best of all worlds) e invece mi trovo di fronte al vincitore di Panorama Italia, scelto dalla Regione Lazio Film Commission, Metti una notte.

Ora, a parte la delusione e lo sconcerto iniziali, il fatto è che questo film diretto e interpretato da Cosimo Messeri (nonché da altri volti noti anche per il pubblico televisivo, da Cristiana Capotondi ad Amanda Lear) mi risulta ancor meno interessante di una fiction TV e, nonostante le presunte citazioni colte, risulta a mio avviso di basso profilo, un po' sconclusionato e a tratti demenziale. Qualche risata la strappa ma non a sufficienza da giustificarne la visione. Insomma, un'esperienza da dimenticare.

Voto: 1,5/5



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Borg McEnroe

L'ultima visione di questa festa del cinema è dedicata al film che ha vinto l'audience award della competizione principale (ricordo che a Roma non c'è una giuria e il vincitore è solo quello selezionato dal pubblico), Borg McEnroe.

Il film di Janus Metz Pedersen racconta la storica rivalità tra Borg (un incredibilmente somigliante Sverrir Gudnason) e McEnroe (Shia LaBeouf), in particolare il torneo di Wimbledon del 1980 in cui i due si trovarono l'uno di fronte all'altro in finale in un'epica partita vinta da Borg al quinto set, dopo parecchi rivolgimenti di fronte.

Questa è l'occasione per il regista per raccontare uno sport che proprio in quegli anni diventava popolare e dunque cominciava ad attirare gli sponsor e a caratterizzarsi per le pressioni pubblicitarie, e che è tra i più difficili dal punto di vista psicologico in quanto mette il giocatore di fronte ai suoi pensieri in una battaglia psicologica con se stesso, con l'avversario e con il pubblico.

Il film è anche l'occasione per raccontare due personaggi che sono stati tramandati alla storia come opposti nei loro caratteri (il freddo e controllato Borg e l'incontinente McEnroe), ma i cui personaggi pubblici si scopre essere il risultato di un percorso di vita non necessariamente dissimile. Borg viene da una famiglia di ceto sociale basso e rappresenta un outsider nel mondo del tennis, inizialmente non voluto dalle federazioni preposte, anche per il suo carattere iracondo e poco conforme all'immagine da gentlemen che i tennisti hanno. McEnroe viene da una buona famiglia ed è un ragazzo modello, ma con un padre che pretende da lui sempre di più di quello che può dare.

Borg - anche grazie all'aiuto del suo allenatore (che gli fa anche da padre) - impara a controllare la rabbia come una pentola a pressione che esplode attraverso i suoi colpi; McEnroe riversa sul campo la rabbia della costante necessità di ottenere la stima e l'attenzione degli altri, e attraverso questa rabbia trova forza e concentrazione.

I due saranno destinati a diventare amici, sebbene sui campi da tennis la loro leggendaria rivalità sia durata poco visto il ritiro precoce di Borg dal tennis a 26 anni.

Il film è appassionante anche per chi non conosce e non ama questo sport; per me che in quegli anni e - soprattutto qualche anno dopo - ho seguito tantissimo questo sport il film è stato godimento puro e mi ha fatto davvero tornare indietro nel tempo.

Un appunto al film di Metz Pedersen: anche se il titolo attribuisce lo stesso peso ai due protagonisti è abbastanza evidente che la narrazione privilegia e approfondisce di più la figura di Borg, lasciando maggiormente in secondo piano e meno dipanato il personaggio di McEnroe. Non so se si tratti di una scelta voluta, o di un disequilibrio che nasce da una carenza del film.

Il risultato comunque è assolutamente godibile.

Voto: 3,5/5





giovedì 16 novembre 2017

Micah P. Hinson (+ Old Fashioned Lover Boy). Monk, 12 novembre 2017

In questa grigissima e ormai fredda domenica di novembre io e M. andiamo a cercare un po' di calore nella sala concerti del Monk dove è in programmazione il live di Micah P. Hinson (ormai un habitué del luogo, visto che ci era già stato due volte, aprile 2016 e aprile 2017), finalizzato alla presentazione del nuovo album The holy stranger che io ancora non ho avuto modo di ascoltare.

In realtà, quando arriviamo è appena salito sul palco l'artista che aprirà la serata. Scopro più tardi che il suo nome d'arte è Old Fashioned Lover Boy, al secolo Alessandro Panzeri, un ragazzo napoletano trapiantato a Milano, innamorato della musica folk americana che ha attualmente all'attivo due dischi, quello di esordio The iceberg theory e l'ultimo, Our life will be made of simple things.

Lì sul palco c'è lui e la sua chitarra acustica elettrificata, e all'inizio non mi aspetto granché; e invece questo ragazzo così umile nel porsi di fronte al pubblico tira fuori una grinta, una voce e delle sonorità interessanti, che lo rendono credibile anche nella scelta di cantare in inglese ispirandosi a una tradizione musicale lontana dalla nostra.

Insomma Old Fashioned Lover Boy è una bella sorpresa che mi ha decisamente incuriosita.

A seguire sale sul palco Micah P. Hinson, che - come sempre fa - prima si presenta, dice da dove viene e ci spiega perché è qui (in questo caso per presentare il suo ultimo disco uscito a settembre). Questa volta - a differenza che ad aprile scorso - Micah è solo sul palco, con la sua storica chitarra acustica (quella dove sopra c'è scritto This machine kills fascists), il microfono old fashioned, il sintetizzatore e l'amplificatore.

All'inizio Micah ha molta voglia di parlare: fa lunghe pause tra una canzone e l'altra, racconta la storia dei testi delle sue canzoni, nonché aneddoti recenti e passati, ci parla della sua famiglia e di suo figlio, dell'incidente che ha avuto in Spagna che gli ha lasciato strascichi importanti a livello neurologico, e problemi di equilibrio e di mobilità. Nonostante un'ironia che fa sorridere il pubblico, dalle sue parole trasuda tutta la sofferenza della sua storia.

Poi man mano che il concerto va avanti la musica prende il sopravvento, Micah si fa sempre più concentrato sulla sua chitarra e più musicista a tuttotondo, capace di conquistare il pubblico con il suo modo particolarissimo di suonare la chitarra e la sua voce inconfondibile. Alla fine il pubblico gli chiederà di tornare sul palco per un breve bis che ritarderà un pochino il sonno di tutti ma ci regalerà un po' della magia che - quando vuole - Micah è in grado di far esplodere intorno a sé.

Micah P. Hinson è un personaggio imprevedibile, difficile da categorizzare, le sue performance non sono mai standardizzate, ma variano al variare dei suoi umori e del suo stato d'animo. Ma questa in fondo è una caratteristica tipica dei grandi talenti.

Voto: 3,5/5

martedì 14 novembre 2017

Porcupine Lake. Saturday Church

I miei personali day#2 e day#3 della Festa del Cinema di Roma sono stati dedicati a due film della rassegna Alice nella città, il festival parallelo che ha per protagonista bambini e ragazzi e che gli scorsi anni mi ha sempre dato grandi soddisfazioni.

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Porcupine Lake

Il film della regista Ingrid Veninger racconta la storia di un'estate della pre-adolescenza di Bea (Charlotte Salisbury) e Kate (Lucinda Armstrong Hall), secondo uno dei topoi più classici dei romanzi di formazione.

Bea vive con la madre a Toronto, mentre suo padre gestisce un piccolo ristorante in un paesino di campagna affacciato su un lago dove le due si trasferiscono per l'estate. La madre di Bea è molto ansiosa, a livelli direi  patologici, il padre - apparentemente più rilassato - soffre invece un po' della sindrome di Peter Pan e ama bere. Tra i due le cose non funzionano più già da un po' e questa estate è l'occasione per verificare se c'è ancora spazio per un rapporto.

Bea è una ragazzina bella, ma molto impacciata e piena di paure, com'è inevitabile che sia dal momento che sua madre la tiene sotto una campana di vetro. Quando incontra Kate ne viene letteralmente travolta.

Kate viene da una famiglia disastrata: un padre che non c'è, una madre assente, un fratello violento, una sorella con una figlia piccolissima, un fratello più piccolo. In casa di Kate bisogna imparare a sopravvivere e Kate lo ha imparato benissimo. La sua storia e il suo carattere curioso hanno fatto sì che Kate comprenda della vita molto di più di quello che alla sua età ci si aspetterebbe.

Per Bea Kate è una rivelazione continua, e una sfida a superare i propri limiti e le proprie paure. Kate la trascina in avventure pericolose con una semplicità e un'incoscienza disarmanti e le dimostra un affetto - una sorta di amore preadolescenziale, in cui la malizia comincia ad affacciarsi ma non del tutto - che la conquista. L'incontro con Kate e le vicende che le accadono intorno daranno una definitiva accelerata alla vita di Bea e alla sua comprensione del mondo.

Il mondo di Bea è un mondo contratto, in cui la tensione si taglia col coltello ma non si scioglie mai. Quello di Kate è un mondo in cui qualunque briglia è stata sciolta, in maniera financo eccessiva e pericolosa. Il film riflette quest'alternanza di stati d'animo che trovano rari momenti di equilibrio quando Bea e Kate sono sole nel loro mondo, un mondo dove fanno capolino una tenerezza e una delicatezza a tratti sorprendenti.

Voto: 3,5/5



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Saturday church 

Il film di Damon Cardasis è delicato come una carezza sul volto e leggero come una brezza di vento primaverile. A fronte delle numerose occasioni in cui il tema dell'omosessualità e dei transgender diventa oggetto di conflitti urlati ovvero di vicende cupe e tragiche, Saturday church riesce a raccontare la storia di Ulysses (Luka Kain) con una grazia squisita.

Ulysses è un adolescente efebico molto bello: vive con sua madre, con suo fratello minore e - da quando suo padre è morto in una delle guerre dell'America contemporanea - con la zia che si occupa di loro quando la madre lavora. Si tratta di un ragazzo responsabile, ma molto taciturno, che vive con fatica la sua identità sessuale e il desiderio di indossare abiti femminili. Questa sua tendenza è fortemente osteggiata in famiglia e lo rende oggetto di scherno a scuola. Un giorno Ulysses comincia a frequentare la comunità transgender che ruota intorno al Saturday Church Program e finalmente si sente a casa. Questo inevitabilmente aprirà presto un conflitto con la famiglia e la necessità di un confronto dagli esiti non scontati.

La storia di Ulysses ci viene raccontata innanzitutto attraverso la bravura del suo straordinario protagonista, in secondo luogo attraverso i balletti e le canzoni che inframmezzano la narrazione conferendole un tocco di levità nei momenti emotivamente più intensi.

Il risultato è un film equilibrato, forse un po' troppo semplice per certi versi, ma sicuramente apprezzabile per lo sforzo di affrontare un tema delicato con altrettanta delicatezza.

Voto: 4/5

domenica 12 novembre 2017

In blue. Scotty and the secret history of Hollywood. One of these days

Day #1 per me alla Festa del cinema di Roma per quest'anno. La mia scelta ogni anno di più in queste circostanze si orienta verso film non italiani e con attori e registi un po' meno noti, in pratica quel tipo di film che difficilmente vedremo uscire nelle nostre sale.

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In blue

Il primo film che vado a vedere - iniziando dalla più periferica delle sedi del Festival, il Cinema Europa - è In blue, del regista olandese Jaap van Heusden.

Il film racconta la storia di Lin (la bravissima Maria Kraakman), una hostess che vive in una casa bellissima, ma molto fredda, e la compagnia solo di un cane. Un giorno durante una sosta a Bucarest incontra in modo un po' rocambolesco Nicu (Bogdan Iancu), un quindicenne rumeno che vive nei sotterranei della città, ha una sorellina in un istituto, e sopravvive prostituendosi e rubando.

Tra questi due mondi che non hanno praticamente nulla in comune si crea un contatto: per Lin Nicu è il figlio che ha perso molti anni prima e che probabilmente ha messo in crisi il rapporto con il suo compagno; per Nicu Lin è una potenziale occasione per scappare via dalla sua situazione, ma anche una donna che le offre calore umano e un affetto la cui natura lui talvolta confonde o male interpreta.

Lin e Nicu sono ognuno per l'altro/a la proiezione di un vissuto e di un mondo interiore, che a ciascuno è in buona parte reciprocamente ignoto e tale rimarrà, per paura, per carattere, per difficoltà di comunicazione.

Il titolo del film In blue è un riferimento al colore della divisa di Lin, ma anche allo stato d'animo di entrambi i protagonisti, alla loro malinconia che ha origini diverse, forse anche livelli diversi, ma sicuramente la medesima intensità. Blue è anche un colore freddo, come appare Bucarest nel film (quasi sempre coperta di ghiaccio e neve), ma anche la casa di Lin e il mondo (indipendente e composto) dal quale proviene.

Un film forse non perfettamente riuscito, a tratti più vero del vero, a tratti poco credibile, ma nel complesso molto interessante.

3/5



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Scotty and the secret history of Hollywood

Il documentario di Matt Tyrnauer racconta attraverso una lunga intervista il personaggio di Scotty Bowers, ora novantunenne, che ha pubblicato un po' di anni fa un libro dal titolo Full service che ha destato molto scalpore.

Il libro racconta di come Scotty, tornato dalla seconda guerra mondiale, iniziò a lavorare in un distributore di benzina. Lì fu notato da un produttore di Hollywood e cominciò a frequentare sul piano sessuale diversi protagonisti della Hollywood del tempo. Successivamente radunò - sempre presso il distributore - un gruppo di amici (quasi tutti reduci come lui) a disposizione per i medesimi servigi. A quel tempo Hollywood era un ambiente caratterizzato da un lato da una grande libertà di costumi sessuali dall'altro da un'immagine esterna assolutamente impeccabile e allineata.

Scotty rappresentò dunque per molti attori e attrici, nonché altri personaggi famosi più o meno legati al mondo del cinema l'occasione di poter vivere la propria vita e le proprie fantasie sessuali potendo contare sulla sua assoluta discrezione. Alcuni nomi sono noti (si pensi a Cary Grant e Rock Hudson), altri meno (ad esempio, Spencer Tracy e Katherine Hepburn).

L'aspetto più sorprendente del film - oltre alla possibilità di togliere il velo all'immagine pubblica di molti questi personaggi - è comprendere la figura di Scotty stesso, che guardata dall'esterno si potrebbe leggere come quella di un adulto traumatizzato dagli abusi subiti da bambino e di uno sfruttatore della prostituzione. Paradossalmente però l'immagine che ne viene fuori è un'altra: un uomo che ha scelto fin da bambino la massima libertà sessuale e che ha offerto ad altri la possibilità di fare lo stesso; un uomo traumatizzato certamente (come emerge dal suo disturbo di accumulazione compulsiva) ma primariamente dall'esperienza della guerra.

Una figura naif e per certi versi quasi innocente, molto rispettata e amata dalla gente di Hollywood per la coerenza e l'onestà che ha usato come criteri di azione durante tutta la vita. Un vero benefattore e amico per alcuni.

Un bel documentario che il pubblico del festival romano ha decisamente apprezzato.

3,5/5



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One of these days

Sarà che ero arrivata con aspettative troppo alte, ma questo promettente film di Nadim Tabet non mi ha convinta. Sostenuto da una colonna sonora in cui la canzone che dà il titolo al film (ma non è quella dei Pink Floyd) la fa da padrona, il film racconta una giornata nella vita di un gruppo di giovani libanesi che vivono a Beirut. Mentre nel loro paese si susseguono attentati terroristici e si moltiplicano i checkpoint, Yasmina fugge dal centro di riabilitazione dove l'hanno mandata i suoi genitori e raggiunge i suoi amici: la sua migliore amica, che è ossessionata dal fatto che tutte le sue amiche non sono più vergini e lei sì, il fratello di quest'ultima, che soffre per una storia d'amore finita male, l'ex fidanzato di Yasmina, Rami, cantante di una band musicale locale, che nel frattempo ha una storia con Amira.

Le premesse per un film coinvolgente ci sarebbero tutte, e a tratti il film riesce ad essere quello che forse dovrebbe essere: divertente ed emotivamente intenso. Per la maggior parte del tempo però le vite di questi giovani procedono confuse e tutto sommato senza un senso e una direzione, e il rapporto tra il loro disorientamento e quello del loro paese resta superficiale. Gli adulti sono praticamente assenti - e forse volutamente - da questo film; quello che ne viene fuori è il ritratto di una generazione che non ha potuto sperimentare la vera leggerezza della giovinezza e che dunque si porta dietro come un macigno una malinconia e un'insoddisfazione profonde e apparentemente senza soluzione.

2,5/5