giovedì 23 ottobre 2014

Henri Cartier Bresson, Roma, Museo dell'Ara Pacis, 26 settembre 2014 - 25 gennaio 2015

Devo confessarlo: non avevo mai visto una mostra dedicata interamente ad Henri Cartier Bresson. Ovviamente, conoscevo il grande fotografo francese, ma la mia conoscenza della sua fotografia era sostanzialmente riferita all'aspetto più noto, quello che l'ha reso un fotografo famoso in tutto il mondo, ossia la capacità di cogliere l'attimo, quello che lui chiamava "il momento decisivo".

Ma - mea culpa - non avevo idea della vastità, varietà e complessità della sua produzione fotografica, e non solo fotografica, visto che la mostra fa emergere anche la sua vena di pittore e disegnatore e le sue esperienze nel mondo del cinema, in particolare accanto a Jean Renoir.

Del resto, un fotografo che con le sue fotografie ha attraversato quasi sessant'anni della storia culturale, politica e sociale del mondo sarebbe del tutto riduttivo associarlo a quelle dieci foto che tutti conosciamo, e che - tra l'altro - si illuminano, grazie a questa grande retrospettiva (oltre 400 foto), di nuovi significati e valori.

Così veniamo a sapere che il primo Cartier Bresson è molto influenzato dalla corrente del surrealismo e dai lavori di Atget, e lavora moltissimo sulla composizione e sulla modalità di ripresa fotografica. Solo successivamente sviluppa la sua poetica relativa alla dinamicità dell'immagine fotografica e alla ricerca da parte del fotografo della casualità come risultato della perseveranza e dell'accumulo di esperienze. Verranno poi l'impegno politico e sociale, il lavoro di reportage per le grandi riviste, la partecipazione alla nascita della Magnum, gli studi antropologici e l'intimismo dell'ultimo periodo.

La cosa straordinaria che una retrospettiva di queste dimensioni consente è quella di seguire il processo di arricchimento dell'universo artistico e visivo del fotografo, che evolve e in parte rinnega il passato, ma si porta dietro la vastità e la complessità del bagaglio costruito.

È dunque sorprendente riconoscere, nella sua vastissima produzione, la ricorrenza di alcuni elementi, sia dal punto di vista dei soggetti, sia dal punto di vista della composizione e delle inquadrature. L'occhio di un fotografo di questa qualità si arricchisce nel tempo diventando sempre più denso e moltiplicando le possibilità.

Persino le sue fotografie a colori (presentate come slide show su uno schermo), che Bresson dice di aver fatto solo per motivi commerciali e contrattuali in quanto non amava il colore, acquistano significato e valore all'interno di una mostra così ampia.

Il dato negativo della mostra è la location e la sua gestione. Gli spazi espositivi dell'Ara Pacis sono infatti piuttosto labirintici e in alcuni passaggi stretti e inadatti soprattutto ai flussi di gente che una mostra del genere richiama. A questo proposito, personalmente credo non sia pensabile che si possa fare entrare contemporaneamente tutta la gente che acquista il biglietto. Forse una scansione degli ingressi consentirebbe allo spettatore una visione più rilassata e in alcuni casi semplicemente possibile.

Voto: 4/5

martedì 21 ottobre 2014

Woodpigeon + Stanley Brinks & Freschard, Black Market, Unplugged in Monti, 1 ottobre 2014

Ed eccoci alla ripresa della stagione dei concerti dal vivo al Black Market di via Panisperna, con la rassegna Unplugged in Monti.

Come si sa, si tratta di una delle mie location preferite sia per la posizione geografica all'interno della città (lo splendido rione Monti) sia per la scelta dei cantanti sia infine per l'atmosfera raccolta e molto radical chic che caratterizza questi eventi.

Sarà per questo che la via verso il Black Market appare sempre irta di ostacoli; questa volta un diluvio (o meglio una "bomba d'acqua" come è più di moda attualmente) che quasi mi impedisce di uscire dal lavoro e di recuperare il motorino.

Un po' avventurosamente arrivo al Black Market dove mi aspetta L. che ho convinto a venire con me. Trangugio un aperitivo non proprio sanissimo, visto che non ho mangiato nulla, e poi ci fiondiamo nella saletta del concerto, prendendo posto su quelle che pensavamo due comode sedie in posizione un po' esterna (ci accorgeremo poi, soprattutto L., che il posto è tale che il rischio che ti schiaccino i piedi, che ti si mettano davanti o che ti travolgano è elevato).

Il primo artista a salire sul piccolo palco è il canadese Woodpigeon che dei due artisti previsti per questa sera è quello a cui nei giorni precedenti avevo prestato minore attenzione, cosicché non ho alcuna aspettativa. E invece Mark Andrew Hamilton si dimostra una bella scoperta, capace di catturare con la sua simpatia nonché con la sua musica, sia quando propone canzoni dal tessuto sonoro minimale sia quando costruisce arabeschi sonori registrando sequenze musicali o cantate e componendoli con la performance dal vivo.

Alla fine mi incuriosisco alla sua musica e mi viene anche voglia di ascoltarne ancora, tanto che compro il suo ultimo album.

Nella seconda parte della serata salgono sul palco Stanley Brinks, un artista introverso, dal background culturale e musicale multiforme, attualmente berlinese di adozione, e Freschard (al secolo Clemence Freschard), anche lei una nomade della musica, proveniente dalla Francia e ora anche lei a Berlino.

Nelle prime canzoni Brinks si limita a costruire l'ordito musicale per la voce di Freschard, poi i due si fanno entrambi protagonisti della loro musica, infine Brinks ci offre una performance in solitaria durante la quale sempre più spesso abbandona il microfono per cantare in mezzo al pubblico senza amplificazione.

Il risultato è suggestivo, sebbene non tutto il repertorio presentato dai due artisti mi entusiasma. Fors'anche perché avevo comprato un loro album e mi è parzialmente mancato l'effetto sorpresa.

Recuperato il solito bellissimo poster di Mynameisbri (alias Sabrina Gabrielli) inforco la mia moto per tornare a casa, ora che finalmente ha smesso di piovere.

Voto: 3/5

giovedì 16 ottobre 2014

E la chiamano estate / Mariko Tamaki e Jillian Tamaki

E la chiamano estate / Mariko Tamaki e Jillian Tamaki. Milano: Bao Publishing, 2014.

Chissà perché i graphic novel amano moltissimo le età di transizione della vita, quelle in cui si passa dall’infanzia all’adolescenza e dall’adolescenza alla vita adulta!

In questo lavoro delle cugine Mariko e Jillian Tamaki la protagonista di questo processo è Rose, una ragazzina bionda con i capelli lunghi che ogni estate va con i suoi genitori in vacanza ad Awago Beach.

Quest’estate apparentemente identica a tutte le altre farà capire a Rose che in realtà niente è più come prima, innanzitutto perché è lei stessa a non essere più quella degli anni precedenti.

Glielo dice soprattutto il rapporto di amicizia con Windy, la sua storica amica di tutte le estati, un po’ più piccola di lei, e che in questa estate le appare infantile e incapace di comprendere i suoi stati d’animo. La crescente distanza tra di loro è palese nel modo diverso in cui lei e Windy guardano al mondo esterno; quest’ultima con un atteggiamento ancora genuinamente superficiale e leggero, Rose ormai catturata inevitabilmente dalle dinamiche che si muovono intorno a lei.

Rose vive intensamente e dolorosamente l’impossibilità di rimanere estranea e di guardare con fiducia alle difficoltà di relazione che i suoi genitori stanno attraversando, a causa di un trauma che ha turbato la loro serenità di coppia e i loro equilibri.

E il piccolo negozio di Awago Beach, dove vendono un po’ di tutto e noleggiano i DVD, non è più per Rose semplicemente il teatro delle scorribande con l’amica, ma anche il punto di osservazione delle vicende che interessano la gioventù locale. Dunc, il ragazzo che insieme a un amico gestisce il negozio, non è più per Rose lo “sfigato” - come lo chiama Windy -, ma un giovane interessante per cui ci si potrebbe anche prendere una cotta.

Quando si preparano le valigie e il cottage viene chiuso per tornare alla vita di sempre è chiaro a tutti - e a Rose per prima - che la attende una nuova fase della vita.

E la chiamano estate è un graphic novel in qualche modo sofisticato, sia dal punto di vista del disegno (attento al dettaglio ed evocativo al contempo) che della sceneggiatura, e forse proprio per questo richiede una seconda lettura per essere apprezzato a pieno.

Certamente, le due autrici dimostrano una grande capacità empatica rispetto al portato, financo doloroso, di questo momento di passaggio della vita che, in cambio della capacità di provare emozioni nuove, ci toglie quella dose di incoscienza, spensieratezza e sincerità dello sguardo che rendono speciale l’infanzia.

Personalmente, però, dopo la lettura mi è rimasta una sensazione di contrattura, dovuta probabilmente al fatto che in questo fumetto non tutto trova una spiegazione, non tutto ha una risposta, non tutto giunge allo scioglimento. D’altronde lo sguardo è quello di una bambina che non è più tale, ma non ha ancora gli strumenti per scendere a patti con la realtà.

Bello, ma non un amore a prima vista.

Voto: 3/5

martedì 14 ottobre 2014

Pasolini

Come si dice in questi casi, il film non mi è dispiaciuto.

Il dato più sorprendente è l'aderenza di Willem Dafoe al suo personaggio. La sovrapposizione dei tratti in alcuni momenti è sorprendente, sebbene l'inevitabilità del doppiaggio toglie un po' di realismo e di verità a questa interpretazione.

In generale, lo sguardo sull'Italia e gli italiani, in particolare su Roma e i romani, risente - non sempre positivamente - di un punto di vista sicuramente informato e attento, ma in qualche modo estraneo ad un certo ambiente culturale non facile da comprendere.

Il film ha una sua coerenza e compattezza apprezzabili: racconta infatti le ultime 24 ore della vita di Pier Paolo Pasolini, dalla sera precedente - durante la quale Pasolini si trovava a Stoccolma per un'intervista - alla sera maledetta dell'omicidio. Nel mentre emerge la vita quotidiana dello scrittore, i suoi rapporti familiari, i suoi progetti cinematografici e di scrittura, la sua personalità complessa.

Dal mio punto di vista ciò che resta debole nel film è la difficoltà di identificare un audience.

Per chi come me di Pasolini sa pochissimo il film non è d'aiuto per capire davvero di più dell'uomo e dell'intellettuale. Si resta in qualche modo estranei alla densità del suo lavoro, alla rete articolata delle sue riflessioni, ai significati della sua complessità.

Per chi di Pasolini sa già molto il film non aggiunge - credo - nulla di più, non apre prospettive nuove.

Forse Abel Ferrara si rivolge primariamente a un pubblico non italiano, portando in primo piano una figura che probabilmente fuori dall'Italia non è così fortemente radicata nell'immaginario collettivo, al fine di suscitare curiosità e farne apprezzare la modernità e un pensiero che va ben al di là delle vicende italiane di quegli anni.

Ciò detto, quella di Ferrara mi pare un'operazione non del tutto compiuta.

Voto: 3/5

sabato 11 ottobre 2014

Frances Ha

Se - come me - fin da quando avete visto il trailer di questo film vi siete chiesti cosa significa Frances Ha (in particolare per cosa sta Ha), sappiate che la risposta arriverà - quasi commovente - solo alla fine della visione e non sarò certo io a darvela! ;-)

Frances Ha, con la sua scelta del bianco e nero e con il suo andamento discontinuo, è - secondo me - un film molto hipster: un po' anarchico, un po' radical chic, un po' adolescenziale, un po' bohèmienne, un po' intellettuale, ma in fin dei conti sostanzialmente tenero.

Frances (Greta Gerwig, compagna del regista Noah Baumbach) è una giovane donna che vive a New York, ha 27 anni e dunque è in quell'età della vita in cui comincia a diventare chiaro cosa vorremmo essere e cosa vorremmo fare, ma le condizioni ancora non consentono effettivamente di tradurre il desiderio in azione.

E così vediamo la nostra Frances passare da un appartamento all'altro per dividere le spese di alloggio, fare i conti con il fatto che Sophie (Mickey Sumner), la sua migliore amica, si innamora di Patch e va a vivere con lui, lavorare come cameriera per racimolare qualche soldo, trascorrere i Natali con i suoi genitori e il suo cane, fare un viaggio da sola a Parigi, cercare un'anima gemella che condivida il suo amore per la vita e la sua giocosità, gestire il suo essere imbranata e tentare di individuare la sua strada nel mondo della danza.

Frances è un personaggio bello e vero, a cui non si può fare a meno di affezionarsi. Una di noi, che si porta dentro una enorme gioia di vivere, ma che a volte si trova a gestire grandi delusioni. Una che deve fare i conti con la necessità di bastare a se stessa - perché solo così si cresce - e, al contempo, ha - come tutti - uno smisurato bisogno di condividere la vita.
Una figura di donna profondamente contemporanea, ma anche capace di travalicare i tempi e di portare in scena caratteristiche che vanno al di là del momento storico.

Peccato per qualche momento di stanchezza nell'andamento del film, che associati alla mia personale stanchezza, mi hanno un po' condizionato nella visione.

Credo che Frances Ha sia destinato a diventare il tipico piccolo film indipendente di culto, che magari non segnerà il percorso di una generazione, ma certamente rappresenterà - nel suo modo semplice e per certi versi minimale - lo stato d'animo di un'età e di un'epoca.

Voto: 3,5/5


mercoledì 8 ottobre 2014

Libraries and public perception

È sempre piuttosto imbarazzante parlare di cose che ci riguardano in prima persona. Però, vista la fatica che mi è costato, credo che devo a me stessa un post sul mio ultimo libro: Libraries and public perception: a comparative analysis of the European press, uscito nell’agosto scorso per i tipi dell’editore inglese Chandos Publishing, del gruppo Elsevier.

Qual è il futuro delle biblioteche? Questa domanda viene spesso posta e negli ultimi anni ha stimolato un’ampia ricerca sull'impatto sociale ed economico delle biblioteche.

La percezione di essere a un punto di svolta nella storia delle biblioteche è diffusa nell'ambiente professionale e, scorrendo la letteratura specializzata sull'argomento, «è facile sviluppare una sensibilità e un apprezzamento per la complessità e la passione con cui questi argomenti sono dibattuti».

Sei anni dopo l'emergere della crisi economica e dopo che lo spostamento verso il Web partecipativo e sociale si può considerare sostanzialmente compiuto, potrebbe essere interessante verificare se il dibattito feroce tra bibliotecari sul futuro delle biblioteche ha avuto una qualche eco nella società generale, quali aspetti di questo dibattito hanno avuto maggiore attenzone e quale percezione del pubblico è veicolata dai mass media.

I quotidiani svolgono un ruolo importante nel formare la percezione pubblica, ma i giornali come presentano le biblioteche, il loro passato, presente e futuro? In questo libro ho provato a rispondere a queste domande verificando quanto e in che modo si parla nella stampa quotidiana delle biblioteche.

In particolare è stata condotta un'analisi testuale comparativa dei giornali in Europa, concentrandosi su Regno Unito, Francia, Italia e Spagna.

3.659 articoli pertinenti provenienti da The Times, The Guardian, Le Monde, Le Figaro, La Repubblica, Corriere della Sera, El Paìs e El Mundo sono stati analizzati e codificati secondo i seguenti parametri: tipo di biblioteca, tema principale dell’articolo, sezione di giornale in cui l'articolo è pubblicato, e - nel caso in cui articolo parla di biblioteche di altri paesi - il paese considerato.

L'analisi quantitativa ha messo in evidenza che:

• quasi la metà degli articoli totali sono dedicati alle biblioteche pubbliche;

• la Francia è il paese più attento verso notizie ed eventi relativi a biblioteche straniere, mentre gli altri paesi sembrano meno interessati a ciò che accade al di fuori dei loro confini;

• i giornali britannici sono i più interessati a dare voce ai lettori e commentatori;

• politica/strategie/gestione, tagli di budget/chiusure, biblioteca digitale/digitalizzazione, servizi/utenti, conservazione/patrimonio/catalogo sono gli argomenti più discussi,

• l'effetto della crisi economica sull'evoluzione del dibattito negli ultimi anni è evidente sia dalla presenza/assenza sia dall’ aumento/diminuzione di alcuni argomenti (ad esempio, "nuove biblioteche/nuovi edifici" è un tema in declino, mentre "chiusure/tagli di bilancio"è in ascesa).

Andando alla ricerca qualitativa, le tematiche sovranazionali che possono essere rintracciate nei giornali sono le seguenti: la biblioteca digitale, in particolare le vicende riguardanti Google Libri e Europeana, le conseguenze della crisi economica in termini di tagli alle biblioteche, privatizzazione e rischi di chiusura, il ruolo delle biblioteche nella società contemporanea e futura e la loro possibile trasformazione.

L'idea di biblioteche veicolata dai giornali è fondamentalmente tradizionale e gli stereotipi riguardanti la natura delle biblioteche e il lavoro dei bibliotecari sono lungi dall'essere superati. Tuttavia, varie e differenziate opinioni emergono dalla lettura degli articoli.

Spogliando i giornali ci si può dunque imbattere in opinioni come questa: «Let's wake up to today's situation, close libraries and use the limited public funds for things that cannot be replaced by technology, such as care for elderly people», o come questa: «Maintaining cultural spaces that help us grow as individuals is the only thing which will save us from this crisis».

Riguardo alla necessità che le biblioteche si rinnovino, c'è qualcuno che commenta sarcasticamente: «I visited my local library this morning where I could have joined the knitting group, used a computer, made photocopies, bought jewellery and a greetings card, rented a DVD, video or CD. What I could not do was borrow any of the books on the Booker shortlist. I could, of course, order them for a small fee», mentre altri suggeriscono che «A library should be at the heart of popular culture and that includes conversation about any aspect of it. Apart from dedicated reading rooms, there is no more reason for a library to be quiet than a shop. May I suggest that librarians should put up signs saying: "This is a library, not a Trappist monastery - feel free to talk"».

Vi è venuta un po' di curiosità? ;-)

I contenuti del libro sono organizzati in cinque capitoli così intitolati: Wondering about the future of libraries; Measuring the value of libraries; Libraries in the newspapers; Contemporary challenges and public perception; Which library model from the newspapers: a synthesis.

Per saperne di più leggi anche i due post pubblicati in SciTechConnet, la newsletter di Elsevier: What is the future of libraries?, con il primo capitolo del libro scaricabile liberamente, e What do people think about the future of libraries?

lunedì 6 ottobre 2014

Fish / Bianca Bagnarelli

Fish / Bianca Bagnarelli. London: Nobrow, 2014.

Fish è un racconto breve a fumetti con cui Bianca Bagnarelli ha voluto impreziosire la collana 17x23 della Nobrow Press.

Protagonista è Milo, un preadolescente costretto anzitempo a fare i conti con l’idea della morte. Milo infatti vive con i nonni dopo che i suoi genitori sono morti in un incidente stradale e i loro corpi sono stati riportati a riva dalla corrente del fiume nel quale sono finiti.

Da allora Milo non riesce a non vedere i segnali della morte e della decomposizione (presente o futura) nel mondo vivente circostante.

La scomparsa di una ragazza e il ritrovamento del suo cadavere – anch’esso restituito dall’acqua – metteranno Milo di fronte a quello da cui è attratto e imprigionato al contempo.

Questa sarà per lui l’occasione per voltare pagina, traghettandolo inevitabilmente e forse un po’ prematuramente all’età adulta, all’abbandono definitivo dell’incoscienza e della spensieratezza.

Un delicato racconto di coming of age che, con un disegno attento e una sceneggiatura minimale ma realistica, ci conduce nel cuore fragile e ancora tenero di un ragazzo costretto suo malgrado a farsi uomo.

Voto: 3,5/5

mercoledì 1 ottobre 2014

Dragon trainer 2

Non volevo assolutamente perdere questa seconda puntata della saga di Hiccup, l’addestratore di draghi, perché il primo film - abbastanza inaspettatamente - mi era piaciuto moltissimo. Avendo sentito amici magnificare questo secondo come addirittura superiore al primo, mi sono fiondata al Cinema dei piccoli di Roma cercando di non lasciarmi sfuggire una delle ultime possibilità di vederlo.

Dunque, il film mi è piaciuto e ci ho ritrovato molte delle cose che avevo apprezzato nel primo: il rapporto genitori/figli, il pacifismo, l’accoglienza della diversità, l’entusiasmo della gioventù, la ricerca della propria identità, il desiderio della scoperta, l’importanza dell’amicizia e del riconoscimento reciproco.

In questo secondo capitolo, Hiccup è ormai ventenne e abita in una comunità in cui draghi e umani convivono pacificamente e gioiosamente. Ma il ragazzo è animato dal sacro fuoco della ricerca e della scoperta e dunque insieme a “sdentato” (la furia buia) è sempre in esplorazione del mondo e - con i numerosi accessori “tecnologici” che ha inventato - sta provando a tracciare la mappa del mondo conosciuto. Hiccup è un giovane che in qualche modo sta ancora cercando il proprio posto nel mondo.

In uno di questi viaggi esplorativi Hiccup si imbatte in un gruppo di cacciatori di draghi, seguendo i quali arriverà prima un mondo popolato di draghi nel quale ritroverà sua madre (perduta durante i primissimi anni di vita), poi dovrà fare i conti con un malvagio che utilizzando la forza dei draghi vuole diventare il padrone del mondo.

Nella classica lotta del bene contro il male (di cui potete già immaginare l’esito), le cose più belle e più importanti stanno nel mezzo, ossia in quel passaggio delicato nella vita di un uomo nel quale questi deve assumersi le proprie responsabilità e per farlo deve prendere le distanze dalla propria famiglia di origine e dall’affetto dei propri genitori. Quel momento cruciale in cui è possibile riconoscere le proprie specificità solo dopo aver accettato il senso di continuità con le nostre radici e averlo fatto proprio.

Insomma, una bella favola ricca di avventura e di buoni sentimenti che piacerà a tutti coloro che non smettono mai di cercare se stessi.

Voto: 3/5