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lunedì 18 marzo 2013

Nei miei occhi / Bastien Vivès


Nei miei occhi / Bastien Vivès. Firenze: Black Velvet, 2010.

Ho avuto la fortuna di leggere Nei miei occhi dopo aver letto non solo Il gusto del cloro (che viene cronologicamente prima) ma anche Polina (che invece è stato realizzato dopo).

In caso contrario sarei stata anch'io facile preda della brutta sensazione che Bastien Vivés utilizzi le storie come pretesto per la sua ricerca sperimentale e tutta grafica sul fumetto.

Infatti, come ne Il gusto del cloro anche in questo albo la storia è a dir poco minimale, per quanto sincera nel fotografare una dimensione emotiva molto vera e probabilmente vissuta da molti.

Si tratta di un incontro tra un ragazzo e una ragazza che prima apre speranze d'amore ma poi sfiorisce senza un vero perché.

Anche in questo caso, inoltre, la scelta grafica è molto originale e sperimentale. Se ne Il gusto del cloro la dimensione muta e di colore uniforme della piscina finiva per essere protagonista dell'albo, in Nei miei occhi i pastelli dai colori accesi (arancio, rosso e giallo soprattutto) creano un'atmosfera molto meno asettica e più partecipata, che si conferma per lo specifico punto di vista scelto dall'autore.

L'albo è tutto disegnato in soggettiva, ossia vediamo e sentiamo tutto (oppure non vediamo e non sentiamo) esattamente come l'autore. Le cose e le persone sono vicine o lontane a seconda di quanto lo sono rispetto al "narratore", così come le parole e i tratti fisici degli altri sono più o meno definiti a seconda dell'attenzione che egli pone e dell'interesse che ha nei loro confronti.

Si tratta però di un narratore muto, uno cioè che ci racconta il suo mondo e questo incontro solo con i suoi occhi e le sue orecchie. Non esiste uno sguardo esterno, un punto di vista terzo, e forse proprio per questo non esiste una lettura della vicenda che vada al di là della sua dimensione emotiva.

Il tutto potrebbe portare a dire che Bastien Vivés è un ragazzo talentuoso e non privo di idee, anche originali, ma non ha grandi storie da raccontare e dunque l'imbastitura complessiva dei suoi albi è un po' debole.

Aver letto Polina mi fa dire però che non è così. Vivés sa raccontare anche storie articolate e complesse, ma ha un interesse preponderante per la dimensione emotiva di queste storie, per la quale è alla continua ricerca di soluzioni grafiche che la rendano al meglio.

Il dato che accomuna tutti i suoi albi non a caso è la sua straordinaria capacità di rendere fortemente tridimensionali i personaggi che disegna. Con tecniche diverse e soluzioni varie, tutti i suoi protagonisti hanno mille espressioni e una plasticità che si traduce in mille sfumature interiori.

E questo lo trovo francamente sorprendente. Una qualità difficilmente rimpiazzabile.

Forse Nei miei occhi non è all'altezza degli altri due albi, eppure apporta qualcosa di nuovo allo stile narrativo e grafico di questo giovanissimo talento francese.

Mi pare che la sua sia una strada in ascesa. Speriamo che conservi l'umiltà per non mollare.

Voto: 3,5/5

giovedì 1 marzo 2012

Polina / Bastien Vivès

Polina / Bastien Vivès. Firenze: Black Velvet, 2011.

Dopo lo splendido Il gusto del cloro, il giovane prodigio francese del fumetto Bastien Vivès torna a sorprenderci con Polina.

All’unità di luogo e di tempo e al minimalismo linguistico e narrativo che caratterizzavano Il gusto del cloro si sostituisce l’unità “di flusso” di Polina, una storia che scorre unitaria e compatta dal punto di vista emotivo.

Alle tonalità del verde-azzurro della piscina in cui si svolgeva l’intera vicenda dell’albo precedente, si sostituisce un grigio-seppia in cui sono immersi i personaggi e gli ambienti di questo nuovo lavoro.

Ancora una volta Vivès ci racconta lo sguardo di una persona giovane di fronte ai propri sentimenti e alle proprie aspirazioni.

In questo caso possiamo parlare di un vero e proprio “romanzo di formazione” che racconta la storia di una bambina russa di nome Polina che vuole diventare una ballerina e che per realizzare questo sogno deve innanzitutto realizzare se stessa come persona e come donna, in un percorso caratterizzato da incontri, allontanamenti e riavvicinamenti.

Nella storia di Polina ci sono molti temi importanti.
Innanzitutto il significato dell’arte nella vita, e quello che porta con sé in termini di irrequietudine, di ricerca della perfezione, di fatica, di difficoltà a trovare la propria strada, di paura del fallimento.

In secondo luogo, c’è il tema del rapporto con l’autorità, in questo caso rappresentata dal maestro Bojinski, un purista del balletto classico, burbero e severo, capace di mettere in difficoltà l’autostima di chiunque, insomma quel tipo di figura – che come quelle parentali – abbiamo bisogno di rinnegare per crescere, da cui è necessario prendere le distanze per riconoscere se stessi, ma di cui alla fine di questo percorso è possibile ricostruire il senso e il ruolo all’interno della propria vita.

Allo stesso modo, Polina non può fare a meno di rifiutare le proprie origini, il mondo dal quale proviene per poterne recuperare il valore più autentico, spogliato dai condizionamenti che le impedivano di essere autonoma e di aprire la propria mente.

In Polina ci sono i modi diversi di reagire alla vita, il coraggio o meno di fare delle scelte dirompenti, la forza o meno di prendere delle decisioni, la capacità di ascoltare il proprio sentire e di dargli seguito.

Vediamo così Polina passare dalla danza classica a quella sperimentale (passando per fallimenti e delusioni, anche sentimentali) fino alla scelta di andare a Berlino e alla fatica di trovare un modo del tutto inedito di esprimere la propria arte. La vedremo infine tornare da dove è partita e riscoprire il senso di ciò che allora aveva rifiutato.

In sostanza, Bastien Vivès ci racconta la difficile arte del crescere mediante il ritmo interiore delle emozioni.

Il disegno di Vivès è straordinariamente espressivo, pur essendo convintamente sintetico. Il suo tratto di solito non rappresenta il dettaglio, lasciandolo implicito; quando necessario, però, è come se un fascio di luce improvviso scoprisse quanto ci era stato fatto immaginare o quanto dobbiamo vedere precisamente.

In questa sinteticità del disegno c’è una capacità di trasmettere sensazioni, stati d’animo, pensieri nascosti che raramente si riscontra in altri disegnatori. Vivès si conferma autore che dà forma ai silenzi più che alle parole, e che nei silenzi è in grado di far passare i messaggi e i contenuti più profondi.

Dopo un grande lavoro come Il gusto del cloro ci si poteva facilmente aspettare una nuova opera o non all’altezza o ripetitiva rispetto alla prima.

Vivès invece dimostra di avere uno stile riconoscibile, ma di possedere molte frecce al proprio arco, in particolare di poter attingere a una sensibilità che sembra avere ancora molte cose da dire.

Voto: 4/5

martedì 2 agosto 2011

Il gusto del cloro / Bastien Vivès

Il gusto del cloro / Bastien Vivès. Firenze: Black Velvet, 2009.

Leggere non è esattamente il verbo appropriato per questa graphic novel, meno ancora che per qualsiasi altra pubblicazione di questo genere. Forse sarebbe meglio dire “guardare”. O anzi “osservare”. È il dettaglio che fa la differenza e che comunica il senso.

Ho trovato. Il verbo giusto è “immergersi”. Anche perché siamo in una piscina, e il viaggio dalla prima all’ultima pagina di questo volume è un po’ come la lunga apnea del giovane protagonista che – mettendosi alla prova – tenta di arrivare, con un’unica nuotata subacquea, da una parte all’altra della vasca.
Un’apnea che dura poco e – al contempo – sembra non finire mai. Un’apnea che è un rapido scorrere di immagini davanti agli occhi, ma in realtà esige la lentezza necessaria a godersi ogni tavola, ogni riquadro, ogni minima variazione delle espressioni, ogni cambio di angolatura e prospettiva.

Le ambientazioni esterne rispetto alla piscina sono limitatissime, solo le sedute del protagonista presso lo studio del fisioterapista, che è poi anche colui che spinge il giovane a praticare nuoto a scopo terapeutico per la scoliosi.
Tutto avviene nei confini angusti di una vasca, spesso affollata al punto da togliere lo spazio vitale, altre volte vuota a permettere quasi di confrontarsi con l’infinito.
Un’esistenza – quella vissuta in piscina – che si colloca sempre a metà strada tra l’essere fuori dall’acqua ed essere completamente sprofondati nell’innaturale, ma affascinante verde/blu della vasca. E così anche i disegni di Vivès giocano continuamente sulla differenza tra la visione fuori dall’acqua, caratterizzata da confini netti e colori definiti, e quella sotto l’acqua, in cui la realtà appare morbida e sfumata.

Pochissime anche le parole e i dialoghi, quelli banali del protagonista con l’amico che qualche volta va con lui a nuotare e quelli un po’ impacciati con la ragazza conosciuta in piscina.
Le parole forse più importanti dell’intera storia sono quelle che la ragazza pronuncia sotto l’acqua in risposta a una domanda del giovane, e che – per quanti tentativi di decifrazione vogliamo fare – rimarranno per sempre un mistero, inghiottito in quel mondo parallelo e ovattato che si sviluppa sotto la superficie dell’acqua.

Bastien Vivès
sceglie inoltre di non dare forma scritta ai pensieri dei protagonisti, cosa che pure rappresenta la più straordinaria opportunità e libertà di un disegnatore di fumetti. Preferisce lasciare al “lettore” il gusto di cogliere le sfumature, di guardare con gli occhi del protagonista, di scoprire i pensieri, le sensazioni, i sentimenti.

Forse è proprio questo il “gusto del cloro”.

Siamo ormai abituati ad associare la cultura delle immagini alla velocità, quella che caratterizza ad esempio i videoclip e molto del cinema contemporaneo.
Vivès ci restituisce il piacere della lentezza delle immagini, ci spinge a soffermarci, a “immergerci” nei pensieri.
Impossibile sfuggire a una vena malinconica cui il fumetto sembra non riuscire a sottrarsi. Ma qui la malinconia ha i toni morbidi degli acquerelli di Vivès.

Voto: 4/5