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lunedì 8 aprile 2024

Another end

Avevo già adocchiato il film di Piero Messina, che mi incuriosiva molto per trama e cast molto lontani dagli standard del cinema italiano. Quando poi F. mi ha segnalato la proiezione al Greenwich con presenza in sala del regista e dell'attore principale Gael García Bernal non ho avuto più dubbi.

I due salgono sul palco per una breve intervista, e si capisce che oltre ad aver lavorato insieme per questo film sono amici: Piero Messina ci spiega che il film che stiamo per vedere, pur flirtando con il cinema di genere, in questo caso il sci-fi, è in realtà una storia molto personale e che sente molto sua; Bernal invece ci parla del suo personale rapporto con il cinema italiano, iniziato molto tardi ma piuttosto importante nella sua formazione.

Dopo questa breve introduzione eccoci al film (purtroppo anche questo doppiato: i due protagonisti, Bernal e Berenice Bejo, sono fratelli nel film e parlano tra di loro spagnolo, mentre con gli altri parlano in inglese). Another end - che nei titoli di apertura gioca con un'altra espressione inglese contenuta nel titolo, Not Here - racconta la storia di Sal (Bernal), un uomo che ha perso la compagna Zoe in un incidente stradale, e non riesce a fare i conti con il lutto e con il senso di colpa. Siamo in una città senza nome, livida e piovosa (in realtà un mix di Parigi e Roma), in un futuro che potrebbe non essere tanto lontano dal nostro presente, e in questo futuro una società che si chiama Aeterna, dove lavora anche Eve (Bejo), la sorella di Sal, offre ai suoi clienti la possibilità di trasferire il contenuto della mente del defunto nel corpo di un locatore, una persona che per soldi o altri motivi decide di prestarsi alla causa e, per un numero di incontri prestabilito, diventa l'avatar della persona morta e potrà interagire con chi è rimasto, dando loro la possibilità di elaborare e gestire meglio l'addio. Convinta da Eve, anche Sal decide - dopo qualche esitazione - di ricorrere ai servizi di Aeterna, e così Zoe ritorna nel corpo di un'altra donna (la bravissima Renate Reinsve, già apprezzata ne La persona peggiore del mondo). Durante questi incontri Sal non solo ritrova Zoe attraverso la donna che ne porta i pensieri e le memorie, ma a poco a poco si affeziona anche a questo nuovo corpo che lo mette in contatto con Zoe. Per questo Sal chiede alla sorella di proseguire gli incontri e a un certo punto comincia anche a seguire la donna nella sua vita normale creando una situazione che si fa via via sempre più difficile da decifrare.

Mi fermo qua perché ho detto fin troppo e perché Another end è uno di quei film che gioca molto sul finale a sorpresa e sul gioco che in questo modo innesca con lo spettatore, anche durante l'intera visione.

Come già era stato per Estranei, con cui questo film condivide il tema della perdita e del lutto, e anche la componente diciamo non realistica (soprannaturale nel primo caso, e fantascientifica nel secondo), io non sospetto praticamente nulla fino alle fine. E dire che leggo qua e là che si capisce tutto già da metà film, ma evidentemente la mia elasticità mentale deve essersi enormemente ridotta con l'età.

In ogni caso, al di là del più o meno atteso finale, all'interno di questa confezione sci-fi dal respiro decisamente internazionale (e ne va dato decisamente merito a Piero Messina, tra l'altro compositore anche di parte dei brani che costituiscono la colonna sonora del film) si sviluppa un racconto i cui temi sono universali e senza tempo, ossia l'amore e la perdita, cui si affianca una riflessione sui legami umani e su cosa li sostanzi (le esperienze condivise, i ricordi, il nostro modo di essere, l'intimità dei corpi, un mix di tutto questo?), e in ultima istanza ci si chiede cosa fa della persona quello che è, perché se siamo il nostro cervello allora sembra perdere importanza in quale corpo agisca, ma solo come. Sono temi per me estremamente affascinanti e su cui negli ultimi anni per vari motivi ho avuto modo di riflettere tanto, e devo dire che il film di Messina mette sul piatto una serie di elementi di analisi intellettuale ed emotiva non banali né scontati.

Si potrà dunque dire che non si tratta di un film perfetto, non certo un capolavoro, ma personalmente ho moltissimo apprezzato sguardo e ambizione di questo regista italiano sui generis che a questo punto intendo seguire con particolare attenzione.

Voto: 3,5/5



mercoledì 17 agosto 2022

Ema

Pablo Larraín è regista mai scontato che si è fatto conoscere e apprezzare fin dai tempi del film Tony Manero. Anche se negli ultimi anni la sua cinematografia sembra aver preso una strada più mainstream (soprattutto con biopic quali Jackie e Spencer), si tratta di un regista ormai di culto, tanto che la rassegna estiva del Cinema in piazza organizzata dai ragazzi del Cinema America ha previsto quest'anno una retrospettiva a lui dedicata.

Avrei voluto recuperare anche qualche altro suo film perso a suo tempo, ma l'accavallarsi degli impegni non me lo ha consentito. Però sono riuscita ad andare a vedere Ema (trascinandomi dietro anche la povera S.), film che i miei amici A. e P. mi avevano fortemente sponsorizzato.

Siamo a Val Paraiso, in Cile. Ema (Mariana di Girolamo) è una giovane ballerina, sposata con il suo coreografo Gaston (Gael García Bernal). I due stanno divorziando perché dopo aver adottato un bambino, Polo, lo hanno poi riportato all'orfanotrofio in quanto incapaci di gestirlo e ora si scaricano a vicenda la colpa di quanto accaduto.

Ema però è intenzionata a riavvicinarsi a Polo a qualunque costo e dunque elabora una complessa strategia nei confronti della nuova famiglia che ha adottato il bambino.

La trama del film di Larraín sarebbe anche piuttosto semplice e lineare se non fosse che l'intero racconto è costruito in maniera iperbolica, inseguendo gli "eccessi" di Ema che di giorno balla il reggaeton per strada con le sue amiche in un crescendo di ritmo e di carnalità e di notte quelle stesse strade le incendia in senso letterale.

Il film asseconda la vena di follia di Ema che è anche esercizio di seduzione e di manipolazione nei confronti del mondo circostante, ma anche veicolo di scoperta di sé e di liberazione del desiderio e della sessualità, che coinvolge anche coloro che con questa ragazza "incendiaria" e non convenzionale vengono a contatto.

Non posso dire che sia il mio genere di film, troppo sopra le righe per i miei gusti (il punto in cui mi sono identificata di più è quello in cui Gaston fa una requisitoria contro il reggaeton), però devo ammettere che il personaggio di Ema è dirompente e che Larraín dimostra in questo film di sapersi muovere con grandissima nonchalance tra un cinema apparentemente di maniera e uno potentemente underground, che hanno in comune il suo amore per i protagonisti anticonformisti e poco allineati.

Voto: 3/5



lunedì 30 agosto 2021

Old

In un caldissimo pomeriggio di fine luglio, io e S. decidiamo di andare al cinema a vedere l'ultimo film di M. Night Shyamalan, incuriosite anche dal fatto che da qualche giorno ho in casa il graphic novel da cui è tratto, Castello di sabbia, di Pierre Oscar Lévy e Frederik Peeters.

Poiché so che si tratta di un thriller (con qualche venatura paranormale) ho deciso di vedere il film prima di leggere il fumetto, anche perché per l'ennesima volta vorrei dare a Shyamalan la possibilità di dimostrare di essere ancora il regista geniale de Il sesto senso. Devo purtroppo dire che - a parte qualche film di buon livello ma certo lontano dalle vette del suo primo - il regista indiano naturalizzato statunitense sembra essere rimasto schiacciato da quel primo successo e incapace di tirare fuori dal cilindro qualcosa di altrettanto significativo.

Qui ha a disposizione una materia interessante, anzi direi perfetta rispetto alle sue preferenze cinematografiche.

Siamo da qualche parte nel mondo in un posto che sembra esotico, e precisamente in un resort di lusso, dove alcune persone stanno trascorrendo le loro vacanze. Ad alcuni viene proposta una gita a una spiaggia nascosta nella riserva naturale, considerata una delle più interessanti attrazioni locali. Su questa spiaggia si ritroveranno in tutto dodici persone: quando arrivano le due famiglie accompagnate dal pulmino dell'hotel (guidato nientepopodimeno che da Shyamalan in persona) in loco c'è un ragazzone di colore che perde sangue dal naso e che ha visto tuffarsi in acqua una giovane donna. Una famiglia è formata da Guy (Gael García Bernal) e Prisca (Vicky Krieps), una coppia in crisi che non sa come parlare della separazione ai figli Maddox e Trent; l'altra famiglia è formata da un medico un po' rude, sua moglie, la loro figlia, l'anziana madre di lui e un cane. In un secondo momento arriva in spiaggia un'altra coppia, formata da un infermiere e sua moglie che soffre di epilessia.

Dopo il ritrovamento del cadavere della ragazza che si era tuffata in mare, le vicende che accadono sulla spiaggia saranno sempre più strane e imprevedibili fino a quando i protagonisti capiranno che il luogo produce strane conseguenze su tutti loro.

Non andrò oltre nel racconto della trama per non fare spoiler e non rovinare alcuna sorpresa.

Quello che si può dire è che il film di Shyamalan gioca certamente su un elemento metacinematografico, e la scelta del regista di interpretare uno specifico ruolo nell'intreccio narrativo rafforza l'idea di un film che racconta e analizza un sistema chiuso e le dinamiche che lo caratterizzano. Ciò permette al regista di estremizzare le reazioni individuali ed esasperare i profili psicologici dei protagonisti (con risvolti quasi grotteschi, altra caratteristica tipica del cinema di Shyamalan), così come non manca qualche inserto splatter e horror, una specie di suo marchio di fabbrica. Il regista non rinuncia però a inserire la narrazione all'interno di una cornice più ampia e di una riflessione sociale il cui senso si comprenderà solo alla fine della visione.

Tutto questo però crea quel tipico effetto additivo e sovrabbondante che rende il cinema di Shyamalan poco digeribile e che, pur nella consapevolezza che da parte del regista non c'è una ricerca di verosimiglianza o di realismo, inevitabilmente crea una distanza dello spettatore rispetto alla vicenda narrata, cosa che certamente non va a beneficio del coinvolgimento e della tenuta dell'attenzione. Non so se sarebbe stato diverso vederlo in lingua originale, ma alla fine la sensazione che i personaggi divengano macchiette quasi caricaturali e che la narrazione proceda un po' a singhiozzo producendo un risultato un po' strampalato si rafforza durante la visione, e con lo scioglimento finale l'insieme risulta ancor meno accettabile.

Insomma, quello di Shyamalan è ancora una volta un giocattolone che alla fine lascia un po' perplessi.

Voto: 3/5

mercoledì 2 gennaio 2019

Lontano da qui

Il film di Sara Colangelo (una regista italoamericana che vive a New York) è il remake di un film israeliano del 2014 di Nadav Lapid e racconta la storia di Lisa (Maggie Gyllenhall), una donna di mezza età, sposata e con due figli ormai al liceo, che fa la maestra d'asilo e nel tempo libero segue un corso di poesia per coltivare la sua creatività e trovare nuovi stimoli in una vita ormai piatta, in cui i sogni e le aspirazioni sono stati spazzati via e la frustrazione ha preso il sopravvento.

Un giorno un bimbo della sua classe, Jimmy (Parker Sevak), mentre cammina avanti e indietro compone e recita una poesia (Anna è bella, che diventerà una specie di mantra del film). Il componimento poetico, che rivela il talento inconsapevole del bambino, colpisce moltissimo Lisa e le suscita una rinnovata curiosità, che presto si trasforma in una specie di missione, se non addirittura di ossessione, ossia quella di coltivare e proteggere l'incredibile dono del bambino, cui nessuno sembra dare la giusta importanza.

In un mondo vacuo dove tutti appaiono interessati solo ai bisogni materiali e risucchiati dai loro smartphone e dove il massimo della creatività sembrano essere le foto da postare su Instagram, Lisa intravede in Jimmy una specie di possibilità di riscatto, che vuole essere "sociale", ma in realtà si rivela innanzitutto personale.

Non a caso sulle prime Lisa utilizza le poesie del bambino per "conquistare" il suo insegnante di poesia (Gael García Bernal) e - anche quando decide di raccontare la verità - il bisogno, in fondo tutto suo, di coltivare questa perla di "bellezza" in un mondo che a Lisa sembra brutto e materialista la porta a forzare la volontà degli altri, a manipolare e/o ingannare chi gli sta intorno e persino a "violare" la libertà del bambino. Sarà la "ribellione" del piccolo Jimmy a farle infine aprire gli occhi e a metterla di fronte alla realtà.

È un film strano quello della Colangelo, per molti versi poco realistico e credibile (alcune poesie di Jimmy sono veramente troppo per un bambino di 5 anni) e a tratti un po' rigido e forzato nei passaggi narrativi; eppure tocca un tema molto interessante: la crisi di una donna di mezza età, senza particolari talenti personali ma capace di riconoscere il talento altrui, che coincide con la crisi di una società che nel talento non crede più e che non vede la creatività come un valore.

C'è forse in sottofondo una domanda a mio avviso piuttosto cruciale: ci si può accontentare di una vita e di un contesto sociale nel quale sembra non esserci più spazio per la bellezza dell'arte e per l'eccezionalità individuale? Si può essere felici e soddisfatti anche quando la spinta - personale e collettiva - verso i sogni si esaurisce e ci si ritrova immersi nella trivialità e aridità del quotidiano?

Far acquisire a Jimmy la consapevolezza per poter comunicare quando ha una poesia in mente non è qualcosa che va coltivato almeno quanto insegnare ai bambini a dire quando gli scappa la pipì, anziché farla nel pannetto? E come e quanto è giusto farlo?

Voto: 3/5