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sabato 22 dicembre 2012

Thony (+ Mamavegas) al Lanificio 159, 13 dicembre 2012


Devo fare una premessa doverosa (e forse un po' lunga). Era la prima volta che andavo a un concerto al Lanificio 159 e il mio voto alla location e all'organizzazione dell'evento è bassissimo.

I motivi sono numerosi.
Innanzitutto, un colpevole e del tutto ingiustificabile ritardo nell'apertura delle porte con la scusa di un sound check che - come dirò dopo - non ha neppure prodotto i risultati sperati. Dalle 21-21,30 previste, le porte si sono aperte quasi alle 22,30, determinando una lunga fila su via di Pietralata e un congelamento di massa nell'atrio del locale. Il risultato di tutto questo è che il concerto di Thony (al secolo Federica Victoria Caiozzo) - dopo l'esibizione dei Mamavegas e il riallestimento del palco - è iniziato dopo le 23.30.

In secondo luogo, il palco è troppo basso per essere ben visibile e veramente alla portata di tutta la sala; a me la cosa non ha disturbato perché ero in prima fila con la mia macchina fotografica, ma credo che mi sarei alquanto incavolata se fossi entrata più tardi e mi fossi trovata molto indietro.


Terzo: le luci sul palco sono troppo fisse e piuttosto orribili. Nessun momento di luce chiara tra una canzone e l'altra per staccare e permettere un'atmosfera diversa, e soprattutto luci improponibili per fare delle foto decenti. Per fortuna ero talmente vicina che qualcosa di buono è venuto fuori lo stesso.

Quarto, la gestione dell'acustica è stata da voto sotto lo zero. Volumi degli strumenti e dei microfoni continuamente o troppo alti o troppo bassi, con risultati di amalgama dei suoni per niente soddisfacenti e conseguente fastidio dei cantanti e dei musicisti che hanno dovuto dialogare tutto il tempo con il tecnico del suono senza di fatto ottenerne nulla.

Infine - mi permetto di dirlo - anche il pubblico ha lasciato molto a desiderare (pur con qualche attenuante, giustificata dai punti precedenti): pubblico estremamente eterogeneo (in piccola parte venuto ad ascoltare solo i Mamavegas, in gran parte per Thony); un pubblico forse più abituato al cinema che alla musica, e complessivamente non molto rispettoso. Un paio di episodi per tutti: il ragazzo dalle retrovie che grida "Basta" durante il concerto dei Mamavegas (cosa che al Circolo degli artisti non mi è mai capitata, neppure con i peggiori cantanti spalla della storia, e questo non si può di certo dire per i Mamavegas); il vociare fastidiosissimo e crescente durante buona metà del concerto di Thony, in parte accentuato dalle sfavorevoli condizioni complessive (in ogni caso, dico io, ma se non si gradisce perché non si va via?).

Tutto questo ha finito per mettere in secondo - se non in terzo o quarto piano - i concerti, che invece si annunciavano molto interessanti.

Innanzitutto i Mamavegas, dei ragazzi (non più sbarbatelli) che proprio in questi giorni sono usciti con il loro nuovo album Hymn for the bad things che sta ricevendo un'ottima accoglienza e delle rimarchevoli recensioni. Semplici e appassionati della loro musica con una composizione molto eterogenea: un cantante che si esibisce anche alle percussioni, due chitarristi, un bassista, un pianista e un batterista, con ruoli in parte intercambiabili.

Magari non del tutto originali (ma quale musica lo è per davvero?), ma alcune tracce sono particolarmente incisive, vedi ad esempio Sooner or later (Time), Tales from 1946 (Love) e anche Mean and Proud (Beauty). Bella anche l'idea dei titoli dei brani che ne contengono un altro, ossia il riferimento a un tema universale di cui nel testo viene riproposta la lettura in chiave mamavegasiana. La partecipazione di Colapesce all'esecuzione di Blackfire è una interessante sorpresa.

Per il resto il gruppo appare affiatato e umile nell'approccio. E questo è un dono prezioso che spero non perderanno. Personalmente credo che la loro presenza sulla scena musicale - non solo italiana - è destinata a consolidarsi.

Ed eccoci a Thony. Come già sapete, l'avevo apprezzata molto come interprete di Tutti i santi giorni, ma ancora prima come cantante nel concerto in cui aveva fatto da apertura a Joan as Police Woman. Come ha detto la stessa Thony, l'avevo apprezzata in "tempi non sospetti".

L'ho adorata nel piccolo live acustico alla Libreria Feltrinelli di via Appia di qualche settimana fa. Atmosfera soffusa, un "folto numero di pochi intimi", un pubblico attento e innamorato. Una Thony in splendida forma fisica e sonora.

Il suo album, Birds, l'ho comprato quasi subito all'uscita e l'ho ascoltato moltissime volte (ne regalo alcune copie anche per Natale).

Insomma Thony mi piace, molto. E per questo dico che il concerto al Lanificio non le ha reso giustizia, non l'ha valorizzata come sarebbe stato giusto.

Lei è lì sempre con la sua aria semplice, da ragazza della porta accanto, scherza col pubblico, beve qualche sorso del suo vodka lemon, racconta i retroscena delle canzoni, anche con qualche commozione. Suona le sue tante chitarre, ci propone quasi tutto il suo repertorio, accompagnata dai suoi splendidi musicisti (menzione speciale per Livia e Leonardo).

L'ambizione del concerto è alta, si capisce che vuole proporci le sue canzoni in una chiave rinnovata, e sperimenta a livello di arrangiamenti e interpretazione. Anche con ottimi risultati. Però, nel contesto del Lanificio (e nelle condizioni che vi ho prima descritto) riesce a funzionare solo un sound dal taglio decisamente rock, come nel brano Sam, mentre sulle altre canzoni si sente la mancanza di un'atmosfera più intima e più acustica.

Ciò detto, Thony dimostra di avere grandi qualità ed enormi potenzialità musicali, oltre a confermarci una qualità umana che la fa apprezzare in ogni circostanza.

Insomma, il concerto dal punto di vista di chi già la conosceva è la conferma di un talento musicale che speriamo sappia preservarsi da ogni rischio e tipo di inquinamento. Ma la prossima volta, in un contesto più adatto, mi aspetto una vera e propria esplosione della sua musica e della sua voce.

lunedì 22 ottobre 2012

Tutti i santi giorni

A rischio di essere tacciata di bieco sentimentalismo, dirò che il nuovo film di Virzì, Tutti i santi giorni, mi è piaciuto e mi sono pure commossa. E aggiungerò che solo il cinismo inevitabile di chi non si confronta tutti i giorni con una vita di coppia può non riconoscere - dietro le leggerezze e le esagerazioni da commedia che pure questo film contiene - la verità dei sentimenti che in esso viene rappresentata.

Guido (Luca Marinelli) e Antonia (Federica Victoria Caiozzo, in arte Thony) sono due personaggi belli e adorabili. Lui è un imbranato dolcissimo, uno studioso di protomartiri cristiani, fa il portiere di notte in un grande hotel della capitale, è toscano ed ha una bellissima famiglia, molto unita ed accogliente.

Lei è una cantante (e lo è anche nella vita, peraltro è autrice della bella colonna sonora; io l'ho sentita suonare dal vivo e ne ho parlato qui), ma per sbarcare il lunario lavora alla Stazione Tiburtina per un'azienda di autonoleggio, è siciliana, con una famiglia ingombrante e non facilmente gestibile alle spalle, insicura, scombinata, ma dotata di una freschezza e di una energia invidiabili.

Guido e Antonia sono innamorati e vivono insieme in una casetta alla periferia sud di Roma, circondati da vicini romanissimi con cui fondamentalmente non hanno nulla in comune. Giorno per giorno affrontano le fatiche della vita e dello stare insieme nel tentativo di costruire un futuro.

Di fronte alla difficoltà, che ben presto diventa impossibilità, di avere un figlio, gli equilibri del loro rapporto saltano. Antonia si avvita sulle sue fragilità, attribuendole al suo stare in coppia, si chiama fuori dalla possibilità di essere amata, mentre Guido si mette in discussione non sentendosi all'altezza di quello che Antonia desidera.

Ma Tutti i santi giorni non è un film lacrimevole (anche se forse una lacrimuccia vi potrebbe scappare), è una commedia con tutti i crismi, si ride molto, i personaggi principali e anche i tantissimi comprimari sono frizzanti e godibili, con qualche siparietto financo eccessivo.

E però la bellezza di questo film sta nella freschezza di questa coppia, nella genuinità con cui Luca e Antonia (bravissimi gli interpreti!) affrontano la difficoltà di amarsi e di amare se stessi, nella tentazione della continua ricerca di altro e del mancato riconoscimento dell'importanza di quello che abbiamo, nella convinzione di una mancanza incolmabile che in qualche modo è propria della natura umana, nella tensione costante verso un meglio che - per quante volte è la nostra forza - altrettante volte diventa il nostro principale nemico.

Sarà che nei rapporti affettivi, e tanto più in quelli di coppia, restiamo tutti un po' adolescenti e non smettiamo mai di sentirci inadeguati, alla ricerca di continue conferme della nostra capacità di amare e di essere amati. E in questo il film di Virzì ci offre una speranza, che di questi tempi è un bene raro e prezioso.

Non posso chiudere senza ricordare che dietro questo film c'è anche lo zampino di Francesco Bruni, apprezzato regista e sceneggiatore di Scialla!, e in passato molte volte cosceneggiatore di Virzì, che anche questa volta ha collaborato con il regista nell'adattamento cinematografico del romanzo La generazione, opera prima di Simone Lenzi.

Voto: 3,5/5