Visualizzazione post con etichetta Rosa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Rosa. Mostra tutti i post

mercoledì 2 marzo 2022

R.OSA - 10 esercizi per nuovi virtuosismi / di Silvia Gribaudi; con Claudia Marsicano. Auditorium Parco della Musica, 17 febbraio 2022

La Sala Petrassi è gremita di gente di tutte le età. Noi (io, F. e C.) siamo in una delle prime file, pronte per uno spettacolo da cui non sappiamo cosa aspettarci, perché pur avendo letto qualcosa online non abbiamo realmente capito se si tratta di teatro, di una performance o di cos'altro.

Sul palco compare una giovane donna in costume da bagno turchese, che mostra con grande naturalezza tutte le sue forme molto abbondanti. Inizia a cantare Jolene, la canzone di Dolly Parton di cui sono state nel tempo realizzate numerosissime cover. Le parole della canzone sono rivolte a Jolene da parte di una donna per chiederle, anzi supplicarla, di non portarle via il suo uomo.

Questo canto, che - com'è giusto che sia - inizia disperato, si trasforma a poco a poco in un primo virtuosismo vocale che vede la giovane donna sul palco cantarla a una velocità via via maggiore. Capiamo che questo è il primo dei 10 esercizi di cui parla il titolo dello spettacolo.

Subito dopo questo inizio di per sé già piuttosto spiazzante, la protagonista si rivolge direttamente al pubblico e lo fa in inglese, anzi direi in americano, traducendo ogni tanto una parola in italiano e pronunciandola con un forte accento americano.

Seguono i successivi nove esercizi di virtuosismo, alcuni dei quali prevendono un coinvolgimento attivo del pubblico, chiamato ad alzarsi in piedi, a ballare e a cantare, altri agìti interamente dalla protagonista: si tratta spesso di coreografie che in alcuni momenti sembrano ispirarsi all'aerobica anni '80 di Jane Fonda (richiamata anche dalla mise dell'attrice), in altri momenti reinterpretano la danza classica, dimostrando in ogni caso che un corpo come quello della protagonista è capace di altrettanta grazia e versatilità di quello di una persona magra. Il tutto si conclude con una esilarante performance facciale realizzata sulle note di Toxic di Britney Spears.

Nel mezzo un dialogo continuo con il pubblico, attentissimo e partecipe anche perché deve interagire con una persona che parla un'altra lingua, fino al punto da suggerirle le parole italiane. L'effetto è energizzante e comico, producendo dunque un'esperienza teatrale fortemente diversa da quelle tradizionali e in cui la stanchezza finisce dietro le spalle, grazie all'alchimia che si crea tra palco e platea.

I 10 esercizi di virtuosismo sono però anche la dimostrazione che ognuno di noi può essere virtuoso, perché ciascuno nella sua unicità e con le sue caratteristiche è dotato di talenti e di qualità che possono diventare forme di virtuosismo.

Nel dialogo con la protagonista, Claudia Marsicano, che segue la fine dello spettacolo, organizzato nell'ambito del Festival Equilibrio dell'Auditorium, scopriremo molto di più della sua genesi, della sua ideatrice, Silvia Gribaudi, e molte altre cose che è bene qui non rivelare per non guastare la sorpresa di chi in futuro andrà a vedere questo spettacolo, ormai in giro da moltissimi anni.

Un'esperienza davvero entusiasmante.

Voto: 4/5

venerdì 11 ottobre 2019

Rosa

Rosa è l'opera prima della regista istriana Katja Colja e racconta la storia di una donna sui sessant'anni (la bravissima Lunetta Savino) che è sposata da quarant'anni con Igor (Boris Cavazza) e per lui si è trasferita dalla solare Puglia in quella città di confine che è Trieste. I due hanno avuto due figlie, Maja e Nadia. La prima - amante del mare come il padre - è uscita in barca a vela e non è più rientrata, la seconda sta per sposarsi.

Rosa vive nel dolore per la perdita della figlia e sembra cercare tutti i modi possibili per rimanerci attaccata: chiude serrande e finestre ogni volta che è possibile; finge di aver perso la chiave della stanza di Maja per non doverla rivedere e per mantenerla immobile; va continuamente al cimitero dove sta facendo realizzare una cappella dove si farà inumare vicino alla tomba vuota della figlia; si veste come se fosse più vecchia dell'età che ha; non si cura del rapporto con suo marito che non a caso è in crisi e prossimo alla fine.
Rosa e Igor continuano a fingere che tutto vada bene solo agli occhi della seconda figlia, alla quale non sfugge però quanto i loro pensieri vadano altrove.


Nella prospettiva che la casa dove vivono venga venduta, Rosa decide di rimettere piede nella stanza di Maja, e qui la donna si trova a contatto con tracce e indizi che la portano verso un mondo che non conosce ma che evidentemente era quello a cui apparteneva sua figlia.

Il richiamo è troppo forte, e Rosa si presenta in un salone di parrucchiera gestito da Lena, una donna con cui Maja sembra aver avuto dei legami. Si innesca di qui un processo - prima graduale poi sempre più dirompente - che porterà Rosa non solo a scoprire vita e identità di sua figlia, di cui conosceva poco, ma anche a mettersi di fronte sé stessa e a fare i conti con la necessità di elaborare un dolore indicibile per permettere alla vita di scorrere ancora attraverso sé stessa e le persone che ama.

I punti di forza del film di Katja Colja sono il suo minimalismo e la scelta di mettere da parte qualunque tentazione didascalica o universalistica. La regista volutamente non fornisce tante spiegazioni: molte cose restano implicite, molte altre si intuiscono e altre ancora restano non conosciute, e persino gli ambienti e il modo di rappresentare le persone al loro interno funziona per sineddoche, lasciando allo spettatore il compito di ricostruire il quadro di insieme a partire dal dettaglio.

Il percorso di Rosa attraverso l'elaborazione del lutto e il processo di riscoperta di sé sono totalmente soggettive e parzialmente inspiegabili, come è normale che sia, perché situazioni emotivamente così deflagranti non possono che produrre risposte del tutto individuali e viaggiare su strade sempre nuove e imprevedibili.

Come la vita si faccia nuovamente strada nel dolore della morte resta un mistero insondabile che ha a suo modo del miracoloso. E questo Katja Colja lo racconta molto bene.

Il film è un lento viaggio emotivo nell'anima di una donna e del suo dolore, e poi nella riscoperta della sua voglia di vivere, ma l'identificazione non è scontata - credo che la regista lo metta nel conto - e dunque lo spettatore deve essere pronto a vivere questa storia su un piano che cede pochissimo al melodramma e che semmai - come è stato notato - attinge di più al registro emotivo dei film dell'Est Europa.

Voto: 3/5