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venerdì 16 settembre 2011

Un assaggio di Turchia

Durante la nostra permanenza a Lesvos, approfittiamo della vicinanza con la Turchia (siamo a un'ora e mezza di traghetto) per fare un salto sulla costa di fronte a noi. Ci spiegano che, per motivi di frontiera e di accordi tra Grecia e Turchia, l'unico porto da cui è garantito questo collegamento è quello di Mytilene, sebbene Molyvos sia in realtà addirittura più vicina alla Turchia (secondo qualcuno dal Molyvos in alcune giornate di vento favorevole si sentirebbe il rumore delle motorette e dei clacson delle auto turche).

E così facciamo il biglietto del traghetto e il giovedì prima di partire si va in Turchia, ad Ayvalik (l'alternativa sarebbe stata Dikili), dove c'è il bazar settimanale.

Vedere Mytilene e poi tutta la costa est dell'isola dal mare è molto suggestivo e ci permette di apprezzare ancora una volta la bellezza del posto che abbiamo scelto per le nostre vacanze. Dopo un'oretta si vede terra e pensiamo di essere arrivate, ma in realtà è solo la prima di una miriade di isole che si sviluppano davanti a questo tratto di costa turca (il cosiddetto ecatonneso, le cento isole).

Dopo un'altra mezz'oretta di slalom tra le isole, ecco Ayvalik, collegata da un ponte alla vicinissima isola di Cunda, coperta di case vacanze.
Messo piede nel porto, la ressa al controllo passaporti è nella migliore tradizione dei paesi con una gestione un po' familiare e dei popoli incapaci di fare le file. Comunque sopravviviamo e ci avviamo a piedi verso il bazar, che capiamo essere a circa 1 km (ena kilometre), seguendo tutto il resto dei passeggeri della nave che evidentemente ha la nostra stessa meta.

Quando arriviamo in zona mercato (dopo aver visto un tot di moschee lungo il cammino) il delirio è assoluto e noi abbiamo la reazione tipica di chi arriva in un posto sconosciuto e che in qualche modo avverte come un po' pericoloso. Ci teniamo strette le nostre borse e giriamo nelle aree periferiche del mercato, perché non abbiamo il coraggio di buttarci nella mischia. Al di fuori del mercato il panorama cittadino è un po' degradato, ma qua e là si apre una porta su un forno da cui escono garzoni con enormi teglie di dolci. E questo ci mette di buonumore.

Tanto che finalmente decidiamo di infilarci in una strada del mercato e dopo pochissimi minuti siamo in un negozio di stoffe e biancheria, dove adocchiamo dei bellissimi teli da bagno, esattamente ciò che cercavamo dopo che io avevo perso il mio bellissimo telo in cotone comprato in Francia all'Ile d'Yeu. Usciamo dal negozio almeno un'ora più tardi, dopo che ci hanno offerto un'aranciata e abbiamo comprato 4 teli e una enorme tovaglia ricamata per la cifra di 30 euro!

Ora siamo definitivamente di buonumore. Entriamo in un negozio di valigie, perché il nostro bagaglio per il rientro in Italia si è fatto ingestibile e così compriamo una borsa cinese espandibile con le ruote. Facciamo conoscenza con il commesso che parla l'inglese perfettamente e ci dà una serie di suggerimenti, tipo: forse dobbiamo cambiare un po' di euro perché difficilmente potremo comprare un dolce con gli euro, ma in tutta Ayvalik non c'è un'agenzia di cambio e quindi ci conviene andare dal gioielliere; ci mostra un paio di posti buoni se vogliamo mangiare le polpette e del buon cibo turco; ci accompagna alle due migliori (secondo lui) pasticcerie di Ayvalik.

Improvvisamente Ayvalik è diventato un posto da scoprire e questi turchi cominciano ad esserci simpatici. Decidiamo che forse possiamo provare a fare un bagno sulla costa turca dell'Egeo e ci incamminiamo a piedi, ma dopo un paio di km non vediamo spiagge. Per fortuna c'è un punto informazioni turistiche, dove una ragazza gentilissima ci dà una cartina e ci dice qual è la spiaggia più bella dove andare. Basta prendere un autobus dall'altra parte della strada.

Ringraziamo e usciamo, ma di fronte non c'è alcuna fermata. Facciamo qualche metro avanti e indietro, ma non c'è alcuna fermata. Abbiamo capito. Proviamo ad alzare un braccio quando passa l'autobus. Ne passa uno, alziamo il braccio un po' in ritardo e... si fermaaaa!

A bordo ci sono due ragazzetti che controllano salite e discese e che stanno in piedi sulle porte aperte. Il biglietto costa due lire (turche ovviamente!). Non abbiamo spiccioli sufficienti, un ragazzo ci offre quello che ci manca (ma noi non capiamo e rifiutiamo un po' sdegnate) e quindi cambiamo la nostra cartamoneta.

Attraversiamo quartieri residenziali e zone periferiche, dove delle case che a noi sembrano popolari ci colpiscono perché hanno tutte il caminetto sul balcone e l'immancabile parabola.

Dove scendere? Boh! Abbiamo provato a chiedere ai controllori, ma chissà se ci siamo capiti... A un certo punto ci dicono che è la nostra fermata. In lontananza si vede qualcosa che assomiglia a una spiaggia! Sì, è la spiaggiona di Sarimsakli, proprio quella che avevamo puntato. Il panorama dietro la spiaggia non è meraviglioso, ma la spiaggia è bellissima. C'è pochissima gente, l'acqua è verde in un modo diverso dalla Grecia e anche se ci sono zone attrezzate con gli ombrelloni, questi sono arretrati per lasciare spazio a chi si vuole mettere in spiaggia senza prendere ombrellone e sedie a noleggio.

Bagno nelle acque gelide dell'Egeo turco e si torna verso la non-fermata (è un po' come il non-compleanno!) dell'autobus. A un angolo fermiamo il primo che passa e che ci porta di nuovo verso la zona del bazar.

A questo punto abbiamo fame. Prima doppia porzione di polpette (kofta) con pilaf sedute al tavolino del posto che ci era stato segnalato dal venditore di valigie, che si trova nel patio coperto con i teli, poi dolce di semolino (revani, ma forse i turchi lo chiamano in un altro modo) ad una delle pasticcerie adocchiate in precedenza. Compriamo a portar via degli altri dolcini col miele e la frutta secca.

Nel frattempo individuiamo un omino che gira per le strade con un vassoio su cui ci sono dei bicchierini di thè. Lo seguiamo per capire da dove provenga. Viene da quella che sembra una casa privata (e forse lo è) dove si possono comprare cose da bere, ma in realtà nessuno va lì a ordinarle né a riportare i bicchieri. Tutti conoscono l'omino che dunque va in giro a consegnare e a ritirare. Guardandoci intorno notiamo che ci sono bicchieri nei posti più impensati e che quelli dell'omino hanno un piattino particolare e riconoscibile rispetto a quelli presumibilmente di altri omini!

Noi ovviamente andiamo lì ad ordinare il thè (e ci mettiamo un po' a farci capire) e poi riportiamo i bicchieri ad un esterrefatto ragazzino che non capisce perché li stiamo portando noi.

Il thè ci fa venire voglia di pasticceria secca e così proviamo anche l'altra pasticceria dove compriamo un po' di biscotti col sesamo (buonissimi!).
Le lire turche che abbiamo cambiato sono quasi finite. Ce ne avanzano a sufficienza per comprare una pietra pomice da uno dei tanti ambulanti. Non ci bastano invece per comprare una saponetta sulla strada verso il traghetto.

Nel viaggio di ritorno verso Mytilene ci portiamo dietro il ricordo dei vecchietti che vendono i fichi per strada, del lustrascarpe ambulante, delle donne con i loro vestiti colorati, dell'altoparlante che diffonde il canto del muezzin, del caos ordinato, dell'antico e del moderno, della vitalità che questa Turchia ci ha trasmesso.

Dopo questo assaggio, ci è venuta fame di Turchia. Ci torneremo. Presto. Molto presto.

lunedì 12 settembre 2011

Tramonti e sardine, ovvero Del mare di Saffo - Seconda parte

Tempo di lasciare il nord dell’isola per muoversi verso sud-ovest. Ci aspetta una parte di isola che non è verde come quella orientale (coperta di pini e ulivi), bensì caratterizzata da una vegetazione simile a quella della tundra, con montagne alte e gole profonde, per attraversare le quali le strade sono - se possibile - ancora più impervie di quelle percorse nei giorni precedenti. È un paesaggio inquietante e affascinante allo stesso tempo, che solo dopo qualche giorno ci diverrà familiare.

Ma eccoci ad Eressos (oggi Skala Eressos, perché Eressos è il paese nell’interno), città natale di Saffo, nostra quarta tappa. Cerchiamo posto in un complesso fuori dal centro di proprietà di due simpatici americani (lui ci offre una birra e ci spiega la geografia fisica degli Stati Uniti, mentre lei sta tentando di fare dei barattoli di salsa di pomodoro!). Purtroppo non hanno posto e ci indirizzano da una loro amica che affitta delle stanze in una casa nel centro del paese.

La casetta con la sua scaletta bianca è una rivisitazione tedesca (un po’ Ikea) di una tipica abitazione greca, e, ad eccezione della prima notte, per il resto della permanenza ce l’abbiamo tutta per noi. Sarà difficile dimenticare le colazioni nella cucina con le pareti verde-acido, dove a volte bisognava fare i conti con api e gatti un po’ invadenti (a dire la verità i gatti e la loro invadenza sono una costante in tutta l’isola, soprattutto quando vi sedete al ristorante e ordinate delle sardine).

Peccato che la notte un po’ di casino della “movida” del lungomare si senta, che la domenica mattina alle 8 suonino le campane della vicina chiesa e che Skala Eressos sia piena di venditori ambulanti che girano per le strade pubblicizzando i loro prodotti con i megafoni!

Il lungomare di Skala Eressos è una scoperta continua: da una parte la scogliera, la chiesetta, il porticciolo, poi la lunga sequenza di bar, taverne, ristoranti con le loro verande in legno che si allungano come delle palafitte sulla spiaggia, poi gli ombrelloni, poi la lunghissima spiaggia libera (sabbiosa). Famiglie con bambini, coppie di donne, nonni e nipoti, gruppi di adolescenti convivono vivacemente e felicemente in questo microcosmo.

Le ore centrali della giornata sono affrontabili solo in acqua o all’ombra della tettoia di una taverna. Molti arrivano in spiaggia verso le 18 quando l’acqua diventa come l’olio, il sole comincia a calare e ci si può godere un tramonto che illumina la roccia che si eleva di fronte alla baia di Eressos (la stessa che la sera è illuminata da un apposito faro, che si finge luna!). È a quell'ora che arriva una famigliola con catamarano giocattolo, fatto di bottiglie di plastica, bastoncini di bamboo e vele di stoffa riciclata, tenuta al guinzaglio come un aquilone dell'acqua. Ci incantiamo a guardare il bimbetto che nuota con il suo catamarano e guarda orgoglioso il suo papà che gliel'ha costruito!

Da Eressos è d’obbligo una visitina all’estremità occidentale dell’isola, Sigri, che raggiungiamo dalla strada sterrata di 12 km che passa in un paesaggio quasi lunare, in cui non c’è traccia umana, se non quelle che i pastori hanno utilizzato per delimitare i rispettivi territori. Ogni tanto lo sguardo si apre su una costa fatta di baie e insenature in molti casi raggiungibili solo a piedi.

Sigri ha una bella spiaggia, in cui gli alberi offrono refrigerio dal caldo agostano, ma il paese – gradevole – a tratti appare come una città fantasma. La vista è dominata dai resti del castello turco e – purtroppo – da una nave militare, il cui rumore spesso copre quello del mare. Del resto, di presenza militare a Lesvos se ne vede parecchia, segnale di una terra di confine che è stata a lungo contesa tra Grecia e Turchia.

Durante la nostra permanenza in questa parte dell’isola tenteremo di mangiare un giros pita, ma quando ci arriva una salsiccia di carne mista che la cameriera chiama kebab ci rendiamo definitivamente conto che in Grecia è molto difficile prevedere esattamente cosa si sta ordinando! (ma il saganaki cos’è? Qualcuno me lo sa spiegare esattamente?).

Delle taverne di Eressos vorrei menzionare solo Blue Sardine e il suo proprietario Kostas, che ci ha permesso di goderci alcuni dei migliori aperitivi della vacanza: olive, sardine o acciughe fritte, insalata greca e ouzo.

È ora di tornare verso Mytilene per restituire la macchina. Prima però vogliamo fare una puntatina alla foresta pietrificata vicino Sigri. Si tratta di un’area estesa per svariati ettari in mezzo alle montagne dove è stato realizzato una specie di museo all’aperto, dopo che prima casualmente e poi a seguito di specifici scavi sono venuti alla luce resti fossili di una foresta che copriva questa parte dell’isola milioni di anni fa e che a più riprese è stata completamente ricoperta dalle eruzioni vulcaniche. Questo ha fatto sì che i tronchi degli alberi si conservassero praticamente intatti per tutto questo tempo, in parte mantenendo la conformazione legnosa in parte trasformandosi in rocce che portano impressi i segni dei millenni trascorsi. Sotto il sole a picco dell’ora di pranzo, vi assicuro che si è trattato di un’esperienza assolutamente affascinante.

Seconda tappa lungo la strada verso Mytilene Xidera, un paesino nel mezzo dell’isola cui si arriva da una strada che finisce lì e dove nessuno parla inglese. Parcheggiamo nella piazza, dominata da un grande platano. Un gruppo di vecchietti chiacchiera di fronte a una (o più) bottiglie di ouzo, delle vecchiette vestite di nero attraversano la strada, una famigliola greca mangia ad un tavolo all’aperto.

Dobbiamo assolutamente fare l’esperienza di mangiare qui… Ci sediamo a un tavolo dove arriva a servirci un ragazzino. Non si sa come ci capiamo sul fatto che noi vogliamo mangiare ma loro non possono cucinare, possono solo darci qualcosa di preparato o di freddo. Un vecchietto alle nostre spalle fa eco al ragazzino e ci dice “feta”, “salada” e qualcosa del genere. Noi annuiamo.
Il ragazzino fa il giro della piazza per chiedere se qualcuno sa l’inglese, ma nessuno ne sa mezza. Comunque in qualche modo ci arrivano sul tavolo una fetta di feta, una bottiglia di ouzo, un’insalata greca e un piatto di okra nel sugo di pomodoro. Il pranzo più buono dei 15 giorni di vacanza!


Il conto è di 12 euro (!!!); dò al giovane cameriere 15 e quando mi porta 3 euro di resto gli dico di tenerli. Lui va con la mano aperta dal vecchietto che sta all’interno del locale (forse il nonno, quello che ci aveva assicurato che tra feta e salada qualcosa avremmo mangiato) per mostrarglieli e quello compiaciuto annuisce con la testa. Poi il vecchietto mi chiede se veniamo dalla Spagna, io dico “no, Italia” e lui immancabilmente aggiunge “Ah, Italiani, una faccia, una razza!”. E in greco mi dice che è stato a Venezia come turista molti anni fa. Bella! Come ho fatto a capirlo? Mah, forse perché “gondola” si dice uguale in tutto il mondo…

Ce ne andiamo felici, perché sappiamo di aver dato all’intero paese da parlare per settimane e settimane. E in fondo questo era esattamente il nostro scopo ;-)
Eccoci di ritorno a Mytilene. Il giovedì ci aspetta un’escursione nella vicina Turchia (ma di questo vi parlerò in separata sede) e gli ultimi due intensi giorni in isola prima della partenza. Dopo aver preso una sòla dal nostro autonoleggio (avevamo prenotato una macchina, ma gli dispiace, loro non ce l’hanno disponibile…), per fortuna ne troviamo un altro, Best (che C. pensa sia un autonoleggio internazionale e invece esiste solo in quest’isola), che alla fine si rivela il più economico e con il servizio migliore. Eccoci di nuovo con una Hyundai Getz, questa volta azzurra.

Ci hanno detto che non possiamo perdere la spiaggia di Agios Isidoros, vicino Plomari. Del resto, in questi giorni abbiamo acquisito una vera esperienza di ouzo e possiamo dire che a parte il Kefi di Mitilene, i migliori sono quelli di Plomari, in particolare secondo noi il Varvagianni verde (quello da 40°, di cui ci siamo portati una bottiglia da un litro in Italia), e quindi non possiamo esimerci da una visita alla capitale mondiale dell’ouzo.


Dopo un po’ di vicissitudini nella ricerca dell'alloggio, troviamo un alberghetto bellissimo che affaccia direttamente sulla spiaggia di Agios Isidoros. La notte ci accompagnano le infinite stelle del cielo estivo (e l’affascinante via lattea) e il rumore delle onde sui ciottoli. Il giorno ci godiamo l’ultimo sole greco e la meraviglia di un mare che non smette di sorprenderci.

Poi tornate nel capoluogo, scopriamo l’antico porto della città e la taverna “O Ermes”, e così finirà per piacerci anche Mytilene. Proprio qui riusciremo a vedere alla fine anche un’alba sul mare. Quella della mattina della partenza in aereo per l’Italia, dal nostro albergo sulla strada per l’aeroporto.

Le sei ore di scalo ad Atene ci consentono una breve escursione in città. La nostra meta è la zona di Gakzi (zona industriale riqualificata dominata da un grande gazometro, uno dei tanti della mia vita!), dove effettivamente i giovani alternativi ateniesi si danno appuntamento per un freddoccino di tarda mattinata o di primo pomeriggio e per la movida notturna.

Peccato che la strada per arrivarci ci mostra tutto lo squallore di una città brutta, che per molti versi sembra ferma agli aspetti deteriori degli anni ’80, ora forse acuiti dalla crisi economica. E capiamo perché i greci, per gran parte costretti ad abitare ad Atene per lavoro, non perdono occasione per tornare nelle loro amatissime e bellissime isole.

E così mentre l’aereo (zeppo di italiani urlanti provenienti da Mykonos e dintorni) decolla per riportarci in Italia, il nostro è un arrivederci alla Grecia più autentica.

domenica 4 settembre 2011

Tramonti e sardine, ovvero Del mare di Saffo - Prima parte

Nelle intenzioni iniziali questo post doveva intitolarsi semplicemente Il mare di Saffo. E invece dopo che C. - guardando le foto - ha chiosato "Tramonti e sardine", ho pensato che questo binomio sintetizzasse perfettamente la vacanza e i suoi contenuti.

Siamo a Lesvos, isola greca dell'Egeo settentrionale, praticamente sconosciuta (pfiu!) al turismo di massa italiano, ma meta privilegiata del turismo greco e degli emigrati greci di seconda generazione (figli di greci trasferitisi negli Stati Uniti, in Canada, in Australia) ovvero - in generale - dei numerosissimi greci che hanno sposato britannici, scandinavi e nordeuropei in generale.

Volevamo un posto di mare che non soffrisse del sovraffollamento agostano imperante. La scelta si è dimostrata azzeccata, visto che gli italiani a Lesvos non ci vanno (per fortuna!), i greci dopo la batosta della crisi economica si muovono molto meno che in passato anche in patria e i nordeuropei per buona parte erano rientrati a casa, visto che da loro scuola e lavoro ricominciano nella seconda metà di agosto.

È stato dunque bellissimo riscoprire la bellezza di una vacanza al mare in cui la presenza umana è una compagnia gradevole ma non fastidiosa, in cui è facile trovare il silenzio e la solitudine, così come la vita e il movimento.

Difficile raccontare 15 giorni in un'isola grande quasi quanto Rodi. Per questo dovrete accontentarvi di una serie di istantanee (il che comunque occuperà non meno di tre post!) che spero riescano a trasmettervi il senso di questa terra bellissima.

Si atterra a Mytilene, il capoluogo. L'isola dall'alto è bellissima, verde e montuosa, con spiagge lunghe e piccole insenature nascoste. Mytilene è quello che chiamereste un vero e proprio porto di mare: gente che va e viene, baretti affollati sul lungomare, grandi traghetti che attraccano nel porto, stradine buie e un po' sporche, macchine e motorini (quei tremendi e rumorosissimi motorini che esistono solo in Grecia, perché forse sono gli unici a reggere le loro strade) un po' ovunque. Diciamo che non ci fa una bellissima impressione lì per lì, ma avremo tempo di recuperare.

Sarà anche perché il primo giorno lo passiamo a fare il giro di tutti gli autonoleggi dell'isola alla ricerca di una automobile disponibile, che sembra introvabile a Lesvos il 14 agosto! Finiremo per prenotare una macchina un po' cara (ma molto carina, una Suzuki Sx4, 4 ruote motrici) per tre giorni, rimandando il noleggio di una più economica Hyundai Getz alla settimana successiva.
Suggerimento: prenotate l'automobile via Internet! In loco non troverete prezzi più convenienti (come noi pensavamo!) e rischierete semplicemente di ritrovarvi a piedi...

Prima tappa: ci aspetta la spiaggia più grande dell'isola, quella di Vatera. Sulla strada facciamo tappa nel bel paesino di Agiassos, inerpicato sulle montagne, dove una vecchina che ci incontra mentre siamo un po' perse in una stradina ci dà delle indicazioni in greco (!) senza che neanche gliele chiedessimo... Compriamo la prima busta (di una serie di tre) di origano greco, nonché un'altra strana erbetta che capiamo essere una menta locale, ma che di tutto sa tranne che di menta.

Lungo la strada mi colpiscono intanto tre cose: la quantità di ulivi che ricopre l'isola (pare più di 11 milioni di piante), l'assordante fragore delle cicale e le chiesette in miniatura(monumenti funebri? cappelle votive?) che incontriamo numerose lungo il ciglio della strada.

Arrivo a Vatera: ci aspetta uno "studio" (ossia una stanza con angolo cottura) in un complesso che sta a 50 m dalla spiaggia, anzi come si usa da queste parti, ha la sua "taverna" su un patio in legno montato direttamente sulla spiaggia. Quest'ultima - davvero molto lunga - è per metà sabbiosa e per metà (quella più vicina al mare) fatta di ciottoli. Ho riscoperto così la bellezza del rumore del mare che si ritira sui ciottoli...

Acqua spettacolare. Una piscina dai colori cangianti, in cui ci si continua a vedere i piedi anche dove non si tocca. In giro pochissima gente: soprattutto greci e soprattutto famiglie (silenziose!). Il tutto ha un'aria molto "anni '50" che capiremo presto essere una caratteristica generale dell'isola, nonché la sua migliore qualità (sono semmai gli inserti moderni da turismo di massa a risultare un po' sopra le righe e fuori luogo).

Peccato per la fastidiosissima "tunza" che alle tre di notte proviene da qualche posto non lontano dall'albergo con annesso via vai di macchine e motorette!
Ma tanto il nostro angolo di paradiso per la cena l'abbiamo trovato (grazie a Matt Barrett!): si tratta della taverna Akrotiri, un ristorantino semplicissimo gestito da una famiglia di pescatori, affacciato sul porticciolo di Agios Fokas, all'ombra dei resti del tempio di Dioniso, su un lembo di terra da cui per la prima volta possiamo assistere a bocca aperta al tramonto del sole sul mare, come una pennellata di rossi e arancioni che si scioglie languida nell'acqua.

La taverna è all'altezza delle aspettative ed è il nostro primo - eccellente - contatto con la cucina greca, fatto di pesce alla griglia (a Lesvos soprattutto sardine e polpi), di aglio, di olio, di origano, di verdure cotte, di patate, il tutto innaffiato da litri e litri di ouzo e di buon vino.

Durante la permanenza a Vatera, decidiamo di fare un giro alla scoperta del Golfo di Kalloni. E così un giorno di mare lo passiamo tra Nifida (una spiaggia molto vicina allo sbocco del golfo sull'Egeo) e Skala Kalloni, dove il mare sembra in realtà un lago per le caratteristiche particolari della spiaggia e del fondale. Qui sarà divertente guardare le conchiglie trascinate dai loro abitanti camminarci tra i piedi nell'acqua. E fin qui tre spiagge, tre bandiere blu.

In questi primi giri per l'isola è subito evidente che ci sono due cose che contraddistinguono i greci dovunque siano: il backgammon (giocato su ogni tavolo disponibile) e la fissa per il "freddoccino", una specie di cappuccino/frappè gelato (un bicchierone gigante che non so come riescano a bere senza un conseguente attacco di colite, ma di cui non a caso alla fine lasciano sempre un fondino!).

Dopo il rientro a Mytilene per il cambio di macchina (e le tre ore a fare su e giù per la parallela del lungomare, senza neppure accorgersi che esiste un porto vecchio dall'altra parte del castello), ci avviamo verso la nostra seconda tappa: Molyvos, a nord dell'isola, dove - ci dicono tutte le fonti - ci aspettano tramonti ben più spettacolari.

Strategicamente scegliamo di stare a dormire a Petra, una località sulla costa a dieci minuti da Molyvos, presso un complesso di "studios" in una stradina interna che ha il grandissimo pregio del silenzio (e del piccolo terrazzino sui cui fare colazione) e il grandissimo fastidio degli insetti che - se non si sta attenti - si ritrovano nel letto (in particolare puzzolentissimi cimici).
Prima sera, primo tramonto da lasciarci senza fiato.

Per cena decidiamo di provare un altro posto suggerito da Matt Barrett, Avlaki, una taverna che si affaccia direttamente su una spiaggetta privata e da cui si vede il promontorio su cui sorge Molyvos e di fronte la costa turca.

Il giorno dopo, poiché a Petra il mare è un po’ agitato (il meltemi che spira su tutta l’isola qui a nord produce questo fastidioso effetto collaterale) esploriamo le spiagge intorno, innanzitutto quella di Anaxos (dove solo quando stiamo per andare via troviamo l’angolo con l’acqua cristallina e senza alghe), poi imbocchiamo un’assurda strada che si inerpica per le montagne (con curve senza guard rail a strapiombo sul mare o sulle valli sottostanti) alla ricerca di una spiaggia di cui abbiamo letto, ma che non troviamo. Così seguiamo il sentiero per la spiaggia di Kalo Limani (uno sterrato su cui la povera Hyundai Getz si difende come può) che ci porta a scoprire paesaggi bellissimi, ma ci conduce infine ad una spiaggia carina, ma invasa di alghe (dove però non manca la taverna!).

La sera cena a Molyvos, che al confronto con i posti fin qui visitati ci appare – a primo acchito – come una meta turistica molto gettonata, con negozi di souvenirs in ogni dove, ristoranti e taverne in sequenza quasi ininterrotta e fiumi di gente. Lì per lì restiamo un po' basite, sebbene il posto che abbiamo scelto per andare a mangiare, The captain’s table, dimostra di essere uno dei migliori fin qui provati per qualità del cibo e professionalità. Qui scopriamo che una componente fondamentale della cucina greca è l’aneto (che, un po’ come l’origano, i greci mettono dappertutto) e che la purea di fave non è solo famosa nella cucina pugliese (fave e cicoria), ma anche in quella greca (e ricordatevi: la cipolla cruda ci sta da dio!!).

Per fortuna a Molyvos ci torniamo anche di pomeriggio per una visita al castello e una passeggiata nel centro storico. Così capiamo che non è affatto una cittadina invasa da turisti (concentrati solo in alcune strade), ma è invece una tipica città greco-turca, con le sue stradine, le sue case arroccate, le sue ringhiere fiorite e una strepitosa vista dal castello che spazia dalla costa turca alla baia dove si trovano anche Petra e Anaxos. Inoltre, quasi per caso, ci accorgiamo che la spiaggia cittadina di Molyvos è praticamente la più bella della zona: ciottoli di tutte le tonalità del grigio, acqua limpidissima col fondale di sabbia, vista del castello dal mare, pontile dell’antica fabbrica trasformata in albergo, mare sempre calmo, docce, bagni, spogliatoi e aree coperte gratis per tutti. Ennesima bandiera blu.

A dire la verità, la disponibilità di servizi gratuiti di vario genere sulle spiagge dell’isola – come capiremo ben presto – è una caratteristica comune, così come la possibilità di fare un giro su un divano gonfiabile trascinato da un motoscafo sull’acqua ad elevata velocità!

Il nord dell’isola ci riserva ancora una gradita sorpresa: le terme di Eftalou. Proseguendo la strada dopo Molyvos si raggiunge un piccola spiaggia dove è stata realizzata una piscina in muratura sulle sorgenti di acqua termale a 40° all’interno di un ambiente in pietra con la volta a botte (secondo lo stile degli hammam mediorientali). L’esperienza è molto divertente, perché alterniamo immersioni nella piscina termale con bagni nel mare subito all’esterno. Da qui a piedi – attraverso un piccolo sentiero che costeggia il mare – si arriva alla Golden beach, una lunga spiaggia protetta da colline dorate (dove qualcuno azzarda il bagno senza costume!).

Alla prossima puntata per il racconto del sud-ovest dell'isola!!