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venerdì 21 giugno 2019

Fantastic Negrito. Largo Venue, 11 giugno 2019

Questa volta l'iniziativa del concerto la prende F. cui è capitato di ascoltare Fantastic Negrito e se n'è innamorata. Cosicché non solo mi ha passato i suoi album, ma non si è lasciata sfuggire la possibilità di vederlo dal vivo.

Io l'ho ascoltato un po' e ho capito che - al di là di qualunque considerazione - si trattava di un'occasione da non perdere.

E così eccoci al Largo Venue a tentare come al solito di guadagnare le prime file per goderci appieno lo spettacolo (e poi così io sono contenta perché riesco a fare anche qualche foto).

Il palco è sovraffollato di strumenti tanto che non riusciamo a capire esattamente quale dovrebbe essere la posizione di Fantastic Negrito. Ma scopriamo presto che l'allestimento nasce dal fatto che prima del cantante si esibiranno come opening i Superdownhome. E dire che qualche dubbio doveva venirci visto che in fondo al palco campeggiava una grande tenda scura con la scritta "superdowhome"! Si tratta di due musicisti provenienti da Brescia che fanno musica rock-blues tradizionale. Entrambi si presentano con abbigliamento consono (stivaletto, camicia bianca, panciotto, laccetto al collo, occhiali a goccia, e uno dei due ha anche una bombetta nera), e sul palco occupano ciascuno la propria posizione: uno alla batteria e l'altro su un basso sgabello dove suonerà molteplici tipi di strumenti a corde che chiamerò riduttivamente chitarre, ma che sicuramente hanno nomi specifici.

I Superdownhome sono ottimi musicisti e certamente energia ed entusiasmo non gli mancano, cosicché l'atmosfera si scalda in men che non si dica e il pubblico - via via più numeroso - partecipa battendo le mani e muovendosi a tempo di musica. Personalmente, li ascolto volentieri senza esserne conquistata, ma del resto non è il tipo di musica che io preferisco e la sensazione di già sentito - fors'anche ingenua - resta troppo forte.

In ogni caso il pubblico apprezza e i Superdownhome al termine della loro esibizione sono visibilmente contenti e salutano affettuosamente il pubblico romano.

Il tempo di risistemare il palco, dove al centro viene posizionato un microfono a un'altezza improponibile che annuncia l'arrivo dell'ospite d'onore della serata, ed ecco che arrivano i musicisti di Fantastic Negrito: un batterista di colore che finirà il concerto quasi nudo, un tastierista anche lui di colore vestito con camicia a righe e cravatta che sembra un predicatore battista, e un chitarrista bianco con un abbigliamento e un atteggiamento tra il naif e il libertino.

Appena i musicisti sono ai loro posti, sale sul palco Fantastic Negrito, con un'acconciatura fantastica (i capelli sono raccolti in dread orientati in tutte le direzioni), nonché dei pantaloni larghi e delle scarpe a punta e una casacca viola senza maniche dallo stile orientale.

Da qui in poi inizia un concerto che forse sarebbe meglio chiamare performance, perché - pur nell'alternarsi delle canzoni che provengono da tutti gli album del musicista (quello omonimo, poi The last days of Oakland e Please, don't be dead) - non c'è soluzione di continuità né vera cesura tra canzoni, intermezzi musicali e parlato.

Fantastic Negrito canta anche quando si rivolge al pubblico e crea connessioni linguistiche e sonore tra una canzone e l'altra, anche con il supporto dei suoi musicisti che sono straordinari nella capacità di stargli appresso.

Se andate a cercare delle informazioni su questo musicista, al secolo Xavier Amin Dphrepaulezz, non ci metterete molto a rendervi conto che ha una storia quasi incredibile: dopo un’infanzia in una famiglia molto religiosa e dalle regole rigide, Xavier viene a contatto con il mondo della droga e gli ambienti della criminalità, prima di imparare la musica infiltrandosi alle lezioni tenute all’Università senza essere iscritto. In tempi più recenti Xavier è stato vittima di un incidente quasi mortale ed è stato in coma per quasi tre mesi. Non si esagera perciò nel dire che Fantastic Negrito è un sopravvissuto che porta anche su di sé i segni di questa vita accidentata, ma è anche uno di quelli che la musica ha salvato da sé stesso.

Sul palco il talento di questo cantante e musicista è palese e quasi sovrabbondante e trova mille canali per esprimersi: dalle straordinarie capacità vocali che coprono un'estensione davvero notevole al modo in cui si muove, dall'interlocuzione e l'interazione con il pubblico e quella con i musicisti.

Il suo repertorio affonda le radici in molteplici generi, dal gospel al blues, al folk al rock, fino ad arrivare all'R&B, producendo un mix originale nel quale Fantastic Negrito dimostra di essere sempre a suo agio, qualunque sia il tipo di sonorità prevalente.

E non importa se poi a me piace soprattutto quando canta cose come In the pines (che non è sua, bensì appartiene al repertorio della musica folk tradizionale dei neri d’America ed è soprattutto associata al bluesman Lead Belly, oltre che a una famosa versione suonata dai Nirvana). Del resto, come dice Fantastic Negrito, il suo intento non è certo quello di piacere a tutti e di rassicurare, semmai – e questo è evidente in ogni dettaglio – di destabilizzare e far uscire dalla propria comfort zone. Non a caso il suo bis sarà la canzone Bullshit Anthem, degna conclusione di questa serata caldissima, in cui alla fine non sudano solo i musicisti sul palco e il pubblico, ma anche le tubature sul soffitto la cui condensa ci cade addosso a grosse gocce.

Voto: 4/5

lunedì 24 dicembre 2018

Micah P. Hinson. Largo Venue, 11 dicembre 2018

Micah P. Hinson è un habitué dei palchi romani che negli ultimi due anni ha calcato regolarmente almeno una volta l'anno. Io lo seguo ormai dal 2015 e in questi anni non mi sono mai persa un suo concerto, perché Micah è un musicista vero e, come tutti i musicisti veri, ogni concerto fa storia a sé.
Questo non solo perché il suo repertorio si arricchisce anno dopo anno di nuovi brani (Micah è un musicista prolifico che riesce a sfornare quasi un album all'anno, anche grazie alle numerose collaborazioni che è in grado di mettere in piedi), ma anche perché ogni volta si presenta con una formazione e un equipaggiamento diversi: talvolta è da solo sul palco con la sua chitarra (a volte l'acustica, altre volte l'elettrica, come ieri sera), in altre circostanze è supportato da una band che talvolta viene assoldata in loco e che - come ad aprile 2017 al Monk - può comprendere anche un ensemble di fiati.

Inoltre, per Micah - come per tutti noi - ogni serata è diversa, e il suo umore condiziona profondamente il modo in cui suona e canta, sebbene le sue qualità restino indiscusse e l'essenza del suo personaggio non cambi.

Come ci dice lui stesso con una certa cattiveria, dopo aver declinato l'invito di qualcuno del pubblico a suonare alcuni dei suoi pezzi più famosi, ci sono due tipi di musicisti: quelli che riproducono la musica e quelli che la fanno, e lui appartiene a questa seconda categoria. E non gli si può dare torto.

Sul palco del Largo Venue (la nuova location romana della musica dal vivo di qualità) Micah sale da solo, come sempre con un berretto in testa (verde con la scritta Creature) e per il resto vestito perfettamente da texano: camicia a quadri, laccetto texano piuttosto vistoso al collo, cinta con fibbia enorme (che secondo me e F. riproduce l'Ultima cena, ma magari non è così), numerosi anelli alle dita e braccialetti ai polsi.

Ci sorprende subito intonando con la chitarra elettrica Oh holy night e riportandoci tutti al clima natalizio, poi comincia a suonare la sua musica senza dire una parola. Ma il silenzio - come immagino, conoscendolo - non durerà a lungo.

Ben presto Micah comincerà a interloquire con il suo pubblico, prima per presentarsi (il suo nome e da dove viene), poi per commentare, raccontare la sua storia (il suo incidente, la sua dipendenza dalle droghe, il rapporto con suo padre), spiegare i suoi vezzi (come quello di fumare sul palco). Il tutto condito da una quantità esagerata di "fuck" e "shit", come gli è proprio. Arriva presto il momento in cui si toglie il cappellino e scopriamo che Micah ha un nuovo taglio di capelli, rasati sui lati e lunghi al centro.

Ci dice che ha un nuovo album, fatto insieme ai Musicians of the Apocalypse, che si chiama When I shoot at you with arrows, I will shoot to destroy you. Nel concerto ci proporrà alcuni brani da questo nuovo lavoro, tra cui Small spaces, I am looking for the truth, not a knife in the back, Fuck your wisdom, ma ci dice che per ovvi motivi non potrà proporci i brani strumentali suonati insieme agli altri musicisti.

Nella scaletta trovano posto moltissimi altri brani che pescano dai tanti album del cantautore, il quale ci delizia con le sue esecuzioni per oltre un'ora, inframmezzando le esecuzioni con gli scambi di battute con il pubblico e le sue stranezze che fanno sorridere qualcuno in platea.

Quando, dopo l'ultima canzone, lascia il palco salutandoci, il pubblico lo richiama insistentemente e Micah non si tira indietro e, da musicista generoso qual è, trasforma questo bis in un vero e proprio altro concerto, tra l'altro riservando a questa seconda parte l'esecuzione di alcuni dei suoi successi, come Beneath the rose e Take off that dress for me.

In queste quasi due ore di musica, ci suona anche una canzone degli esordi di John Denver, una canzone americana della metà dell'Ottocento e una sua precoce composizione scritta a undici anni.

Alla fine - come fa sempre nei suoi concerti - ci ringrazia di essere venuti ad ascoltarlo perché - ci dice - siamo noi, il suo pubblico, quello che va ai suoi concerti, che gli consente di vivere e di far vivere la sua famiglia.

Micah P. Hinson si conferma non solo un grande musicista, ma anche un uomo dal cuore grande, che - come dice F. - sotto una scorza da duro mostra una sostanza tenerissima.

Voto: 3,5/5

venerdì 30 novembre 2018

Anna Calvi. Largo Venue, 23 novembre 2018

Avevo già avuto modo di ascoltare Anna Calvi dal vivo nell'ormai lontano 2012: allora ero arrivata al concerto senza grandi aspettative (anche perché, dopo aver ascoltato il suo primo album, ne avevo concluso che, a parte alcune canzoni, non è musica perfettamente nelle mie corde); però poi al concerto ero rimasta quasi folgorata dall'energia di questa musicista.

Questa volta - all'uscita del nuovo lavoro Hunter e all'annuncio del nuovo tour - compro subito l'album e il biglietto del concerto previsto a Roma per il 23 novembre e trascino anche un po' di amici - alcuni un po' titubanti - a fare lo stesso.

E così, dopo tanta attesa, il 23 novembre arriva e, nonostante le defezioni di alcuni dei miei compagni di avventura (peccato per loro!), eccoci puntualissime - dopo esserci rifocillate con un ottimo ramen da Waraku - all'ingresso di Largo Venue.

Il tempo di entrare e di posizionarci in un buchetto libero a sinistra del palco (per darmi la possibilità di fare qualche foto) e alle 22.30 Anna Calvi sale sul palco. La sala rapidamente si riempie in ogni centimetro e mi colpisce vedere un pubblico in cui l'età media si aggira tra i 35 e i 45 anni, a testimonianza del fatto che quella di Anna Calvi è una musica per palati non troppo giovani.

Come è nel suo stile, Anna ha un trucco piuttosto marcato, e veste di rosso e nero. Le luci sul palco sono gestite in modo tale che si alternino momenti in cui la musicista è illuminata da una luce chiara mentre il resto del palco sprofonda nell'oscurità e momenti in cui tutto si tinge di rosso.

Senza preliminari e senza chiacchiere, accompagnata dalla polistrumentista Mally Harpaz e dal batterista Alex Thomas, Anna Calvi scalda subito l'atmosfera con As a man, brano tratto dall'ultimo album, e da qui in poi inanella, senza soluzione di continuità e per circa un'ora di fila, canzoni tratte da tutti e tre i suoi lavori (con una prevalenza dell'ultimo ovviamente). Tra una canzone e l'altra soltanto qualche timido grazie e la presentazione dei suoi musicisti; ma la timidezza scompare non appena Anna inizia a cantare, guardando dritto davanti a sé, ipnotica e ipnotizzante, conturbante nel modo in cui si fa tutt'uno con la sua chitarra, quasi un'estensione del suo corpo, coccolata e maltrattata al contempo.

Le canzoni sono state riarrangiate per l'esecuzione dal vivo e in alcuni casi si fa quasi fatica a riconoscerle, ma in questa operazione Anna Calvi e i suoi musicisti trasformano il concerto in un'esperienza unica, che niente ha a che vedere con l'ascolto in cuffia e che si trasforma in puro e vibrante godimento musicale.

La potenza di Anna aumenta di canzone in canzone e la cantante sembra quasi giocare con il lato luciferino di sé e della sua musica, al punto tale che ci si aspetta da un momento all'altro di vedere saettare una coda dietro di lei e che il palco venga avvolto da infernali fiamme.

In realtà, sarà solo la sua chitarra a fare le spese dell'energia dirompente della musicista fino all'epilogo in cui la Telecaster viene prima sollevata e poi messa a terra e "soggiogata" con un piede.

Quando la Calvi e i suoi musicisti escono dal palco, è evidente che il pubblico non è ancora sazio; cosicché dopo un po' di urli e applausi, la band torna per regalarci ancora tre canzoni e concludere questo strepitoso live con la cover di Ghost Writer dei Suicide.

Anna Calvi appartiene a quella categoria di musicisti per i quali un live vale sempre la pena, qualunque cosa si pensi della sua musica, perché ti mette addosso energia pura e ti lascia un'eredità che ti porti dietro a lungo.

Per altre foto del concerto vedi qui

Voto: 4/5