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venerdì 25 ottobre 2024

Joker - Folie à deux

E ci risiamo! Esattamente come era successo quando era uscito il primo Joker – e come ormai succede in molte altre circostanze – di fronte al sequel Folie à deux, realizzato sempre da Todd Phillips, le posizioni dei sostenitori e dei detrattori tendono a polarizzarsi, in un’alternanza tra chi grida al capolavoro e chi al totale fallimento. In questo caso, visti anche i risultati al botteghino, mi pare che sia prevalente il partito dei detrattori, ma questo fa sì che i sostenitori si esprimano con toni ancora più accesi.

Come sanno quei pochi che leggono questo blog, le polarizzazioni non mi piacciono e tendenzialmente sono tra quelle persone che cercano sempre di vedere il bello in ciò che non mi è piaciuto e di riconoscere i difetti in quello che ho amato. E così – esattamente come mi era successo con il primo Joker – non riesco a schierarmi in maniera così netta. Ma ripartiamo dal principio.

Joker - Folie à deux comincia dove era finito il primo film, con Arthur Fleck (Joaquin Phoenix) in carcere in attesa di processo. Però Todd Phillips ha scelto di sparigliare le carte, facendo un film molto diverso dal primo sul piano della confezione e anche su quello emotivo.

Innanzitutto, il film comincia con un cartone animato stile Looney Tunes, realizzato dal grande Sylvain Chomet, che ha come protagonisti Joker e la sua ombra, e che in qualche modo anticipa in maniera alquanto originale i temi di questo film e lo colloca già in una dimensione metacinematografica.

Arthur Fleck è in carcere, ma la sua fama e la sua storia sono conosciute grazie al film che è stato realizzato su di lui. Proprio in conseguenza della popolarità acquisita dal suo personaggio e dalla sua vicenda, Arthur viene avvicinato da Lee Quinzel (Lady Gaga), una giovane donna che esprime fin da subito non solo la sua ammirazione per Joker, ma la sua comprensione della vicenda umana di Arthur in virtù di una situazione personale simile. Tra i due inizia una relazione che accompagnerà Arthur fino al processo e che sarà costellata di situazioni reali e immaginate, spesso cantate e coreografate come fossimo in un musical.

Di fronte a questa scelta così dirompente rispetto alle atmosfere e al tono del primo film è evidente che molti ne risulteranno spiazzati. E il senso di straniamento si amplificherà nel trovarsi di fronte un personaggio la cui rabbia si è trasformata in un dolore profondo e in una solitudine che si riveleranno senza speranza. Arthur Fleck è diventato un personaggio, santo o mostro che sia, e tutti vogliono quel personaggio, che Arthur deve continuare a interpretare fino in fondo per essere amato. Nessuno ha davvero interesse per l’uomo, spezzato, solo, desideroso di comprensione, e quell'uomo è destinato a essere spazzato via da qualche altro personaggio che più di lui è in grado di muovere i sentimenti delle masse.

Joaquin Phoenix conferma la sua straordinarietà ed è ancora una volta capace di conferire ad Arthur Fleck una complessità e una tridimensionalità assolutamente non scontati. Lady Gaga canta da dio e fa bene il suo compito di attrice.

Il film riesce ad essere emotivamente violentissimo e dolorosissimo, nonostante le scene di violenza siano per lo più immaginate e non reali e le canzoni apparentemente interrompano la tensione emotiva.

Dal mio punto di vista Todd Phillips ha fatto una scelta coraggiosa, non sedendosi sugli allori del primo film, ma rischiando e dimostrando di non accontentarsi di fare un sequel di pura continuità, sebbene i numeri non gli abbiano dato ragione.

Voto: 3,5/5


giovedì 18 ottobre 2018

A star is born

Con il film diretto e sceneggiato da Bradley Cooper siamo al quarto remake di A star is born (è possibile ripercorrerne la storia qui).

Tutti questi film, compreso quest’ultimo, si mantengono fedeli alla sostanza della narrazione, per quanto ne svecchino e aggiornino il contesto, dando alla trama coloriture via via un po’ diverse: una star della musica ormai sulla strada del tramonto, per di più tormentata da problemi di droga e alcol, incontra una sera in un bar una giovane ragazza, di cui riconosce il talento musicale. Il cantante affermato se ne innamora e la fa cantare con sé sul palco, aprendole la strada per il successo, mentre la loro storia d’amore deve fare i conti con il cambiamento di questi equilibri.

Il film appartiene a un genere che l’altra sera, alla fine della visione, ho battezzato “poppettone”, un mix di pop e polpettone, perché fondamentalmente la sua forza è il melodrammone romantico condito da una colonna sonora pop molto accattivante.

Che dirvi? La voce di Lady Gaga, che qui interpreta la ragazza instradata verso il successo, è strepitosa ed entra in tutti i pori della pelle, e la parabola di Jackson Maine, il bello e bravo Bradley Cooper, è emozionante e lacrimevole al punto giusto, così come la storia d’amore tra i due.

Anche a me negli ultimi dieci minuti è scappata la lacrima e le canzoni mi sono rimaste nelle orecchie.

Però, è chiaro che nel momento in cui si mette il piede fuori dal cinema si capisce che la storia della cinematografia non sarebbe cambiata di una virgola se non ci fosse stato questo quarto remake di A star is born.

È certamente apprezzabile che Cooper voglia introdurre in questa vicenda una riflessione critica sull’evoluzione di uno star system e di un panorama musicale sempre più discutile, in cui i musicisti sono oggetti senza pensiero proprio manovrati dai loro manager e in cui la musica (testi ed esecuzioni dal vivo) perdono centralità a favore dello spettacolo visivo, dei balletti, del look e di altre cose che dovrebbero essere assolutamente secondarie.

Jackson Maine – che pure è una star e vive tutte le conseguenze di esserlo – rappresenta un mondo musicale anch’esso sorpassato da uno scenario pop che spazza via tutto il resto e in cui Ally (e nel mondo reale Lady Gaga) è regina, sebbene dotata di un’anima a sua volta tormentata.

Bradley Cooper è anche bravo a interpretare il suo personaggio, e la stessa Lady Gaga alla sua prova d’attrice se la cava bene, ma non posso nascondere di non amarla particolarmente e di aver pensato alla fine del film che dovrebbe fare quello che le riesce meglio, ossia cantare.

Voto: 2,5/5