Visualizzazione post con etichetta Geppi Cucciari. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Geppi Cucciari. Mostra tutti i post

venerdì 9 novembre 2018

Perfetta / di Mattia Torre, con Geppi Cucciari. Teatro Ambra Jovinelli, 6 novembre 2018

La protagonista di questo monologo di Mattia Torre è una donna come tante altre: ha un marito, due figli, un lavoro come venditrice in una concessionaria di auto, un'età presumibilmente compresa tra i 40 e i 50 anni. Come per tutte le altre donne tra i 15 e i 50 anni circa, la sua vita è scandita dal ciclo mestruale, quel "fenomeno" per cui - sebbene le giornate siano fondamentalmente tutte uguali - gli esiti sono completamente diversi in quanto condizionati dallo stato d'animo e dal momento ormonale della protagonista.

È così che la donna ci racconta quattro martedì-tipo della sua vita corrispondenti ad altrettante fasi del ciclo mestruale: il primo martedì è quello della mestruazione, il secondo coincide con la fase follicolare, il terzo con quella ovulatoria e l'ultimo con la sindrome premestruale. Se dunque il martedì-tipo è sostanzialmente scandito sempre dagli stessi momenti (la colazione con la famiglia, le istruzioni alla colf, la strada verso il lavoro, l'acquisto di un mazzo di fiori, il lavoro e l'interazione coi clienti, la telefonata pubblicitaria, la pausa pranzo, il ritorno a casa nel traffico, la cena con la suocera, la serata col marito), tutto si colora di una luce diversa - come enfatizzato dalle luci sul palcoscenico - che può andare da un rasserenante verde a un rabbioso e angosciante rosso.

Come spesso accade negli spettacoli basati sui testi di Mattia Torre si ride tanto, riconoscendosi ovvero riconoscendo quello che conosciamo nelle situazioni che ci vengono raccontate con un'arguzia e una capacità di osservazione speciali. Mattia Torre è uno di quegli autori che è in grado di tradurre in parole quello che per la maggior parte di noi ha l'aspetto di una sensazione o di un pensiero indistinto annidato in una qualche parte del nostro cervello. E lo fa andando diretto al punto e cogliendo l'essenziale senza mai perdere un approccio ironico e autoironico, ma non cinico, che riscatta l'esistenza dalla sua banalità e da cui traspare un profondo amore per la vita e una grande empatia per gli altri esseri umani.

È proprio questa empatia che consente a Mattia Torre di scrivere in maniera credibile di un'esperienza che non gli appartiene - quella del ciclo femminile - e di offrire a Geppi Cucciari un ruolo che indossa alla perfezione e al pubblico in sala un'esperienza come sempre a metà strada tra il catartico e l'introspettivo.

Dopo il bellissimo speciale dedicato l'anno scorso dall'Ambra Jovinelli a Mattia Torre, sono ben contenta che la direzione del teatro (che quest'anno ha oggettivamente il cartellone migliore della città!) abbia deciso di continuare a puntare su un autore che secondo me è in questo momento tra i migliori in circolazione.

Voto: 4/5

giovedì 19 settembre 2013

L'arbitro


In questi ultimissimi anni sembra che si stia assistendo a una specie di rinascita (o nascita?) del cinema sardo, grazie ad autori e registi che finalmente riescono a uscire da nicchie di produzione e di distribuzione per arrivare al grande cinema.

Uno di questi è certamente Paolo Zucca, che dopo un certo numero di cortometraggi approda al grande schermo con L'arbitro, che affonda le proprie radici proprio in uno dei suoi cortometraggi.

La struttura narrativa si articola su due vicende parallele. Da un lato quella di Cruciani (Stefano Accorsi), un arbitro internazionale integralmente votato al suo lavoro con l’ambizione di arrivare a dirigere la finale degli Europei. Dall’altro, quella di due squadre scalcinate del Nord Est della Sardegna, il Montecristu e l’Atletico Pabarile, impegnate in una competizione senza esclusione di colpi che coinvolge l’intera cittadinanza dei due paesini.

Mentre per Cruciani le cose non vanno esattamente come aveva sperato, le due squadre locali arrivano alla sfida finale, anche grazie al fatto che il Pabarile si rafforza per il ritorno a casa di un emigrato sardo in Argentina, Matzutzi (Jacopo Cullin). In questo percorso a ostacoli, le storie dell’arbitro Cruciani e quella delle due squadre sarde si incroceranno in un esito del tutto inaspettato.

L’intero film è girato in bianco e nero, scelta che – come è naturale – conferisce un sapore epico e al contempo malinconico alla storia. Il registro narrativo – che si avvale parzialmente dell’uso del dialetto sardo  – si muove tra uno stile quasi da fotoromanzo e uno da neorealismo, tra una dimensione epica e una prosaica, tra una linea drammatica e una comica. Il tutto declinato in modo tale da risultare costantemente sopra le righe, tanto da ricordare a tratti lo stile di Ciprì e Maresco.

Ne viene fuori un ritratto sostanzialmente impietoso non solo del calcio, ma dell’umanità tutta, rispetto alla quale il calcio rappresenta solo uno specchio amplificato. Ecco perché Paolo Zucca sceglie di aprire il suo film con una citazione di Albert Camus che recita: “Tutto quello che so della vita l’ho imparato dal calcio”.

Il tono per certi versi da operetta ridimensiona l’amarezza di fondo che questa vicenda ci trasmette, ma non nasconde nulla della meschinità e dell’immoralità umana, pur mitigata dallo sguardo affettuoso e comprensivo con cui il regista guarda ai suoi personaggi, che in fondo hanno una genuina aspirazione all’idealità.

Il film ne risulta complessivamente dotato di originalità e freschezza (grazie anche al contributo della spumeggiante Geppi Cucciari), pur non avendo particolari pretese. E di questo credo che il cinema italiano abbia profondamente bisogno.

Voto: 3,5/5