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lunedì 17 giugno 2019

Selfie

Agostino Ferrente è andato al rione Traiano di Napoli dopo la morte del sedicenne Davide Bifolco, ucciso nel 2014 dalla pallottola di un carabiniere che lo aveva probabilmente scambiato per un latitante.

Qui Ferrente prova a capire come vivono e che aspirazioni hanno i ragazzi che abitano in questo quartiere e che hanno la stessa età del ragazzo ucciso. Lo fa creando uno spazio che è una specie di confessionale modello "Grande fratello", dove i ragazzi possono presentarsi spontaneamente e raccontare di sé. Ci sono due ragazze sedicenni che si confrontano sul loro rapporto con il quartiere e si chiedono come comportarsi nel caso in cui il loro futuro uomo finisse in galera, due ragazzini più piccoli, di 12 e 10 anni, che vogliono scroccare una sigaretta, dei ragazzi più grandi che cercano un'occasione di visibilità.

Tra i numerosi giovani che il regista incontra c'è anche Alessandro, che lavora come barista, e ne resta colpito, cosicché gli affida un telefono con una buona telecamera e gli chiede di girare un video-selfie raccontando la sua vita. È qui che entra in scena Pietro, aspirante parrucchiere sovrappeso, che è il miglior amico di Alessandro e che proprio per questo viene coinvolto anche lui nelle riprese.

Entrambi avranno dunque il compito di costruire - insieme e separatamente - il racconto video del loro quartiere e delle loro vite. I due cominciano così ad andare in giro con lo smartphone, entrando rapidamente nella parte dei registi in erba (parlano di montaggio e di stile di ripresa; tra l'altro è buffo come Alessandro si riprenda dall'alto verso il basso e Pietro invece quasi sempre dal basso verso l'alto) e diventando dei catalizzatori per la varia umanità che li circonda.

Ne viene fuori il ritratto di due ragazzi che in fondo non sono molto diversi dai loro coetanei di tutto il mondo (amano scherzare, girare in motorino, divertirsi, andare al mare, piacere alle ragazze e sognare un futuro migliore), solo che Alessandro e Pietro - come molti altri ragazzi del loro quartiere - vengono da famiglie disgregate, non vanno più a scuola, hanno già vissuto la morte violenta di amici e parenti, conoscono da vicino il mondo dello spaccio, e devono imparare ogni giorno ad accontentarsi di quello che hanno e ad andare avanti senza farsi risucchiare in quegli ambienti malavitosi con cui sono a contatto ogni giorno.

Ma quello di Ferrente non è un film lacrimevole. Selfie è lo specchio - raccontato in presa diretta - della vitalità esuberante, scomposta e rumorosa dei sedicenni, e per questo fa sorridere e ridere a più riprese suscitando nello spettatore un moto di tenerezza o partecipazione a seconda dei casi. Il fatto è che, attraverso le risate e gli sguardi giocosi di Alessandro e Pietro, si fa spesso spazio una malinconia e una tristezza che in parte sono tipiche dell'adolescenza, ma che in questo caso stringono il cuore perché sono il frutto dello spegnersi della speranza e dei sogni che a quell'età più che a qualunque altra dovrebbero appartenere.

Dopo la delicatezza e la profondità de Le cose belle, Ferrente dimostra con questo film di avere un tocco speciale e una capacità particolare di raccontare Napoli attraverso gli occhi dei bambini e dei ragazzi, forse perché dai suoi film trasuda un'affezione verso di loro, la partecipazione emotiva alle loro vite e la totale assenza di giudizio. Un'empatia che passa intatta attraverso lo schermo e arriva a toccare il cuore dello spettatore.

Forse ha ragione chi ha scritto che, rispetto a La paranza dei bambini, Ferrente restituisce un'immagine più vera dei volti e del mondo dei più giovani che abitano la Napoli delle periferie, ma in fondo i due racconti non sono in contraddizione, bensì in qualche modo si rafforzano reciprocamente. Certamente, quello di Ferrente è un racconto di gran lunga più originale e paradossalmente - nell'affondare le radici nella realtà più vera - riesce persino a trasmettere un senso di speranza nella convinzione che, anche in questi luoghi difficili e abbandonati dalle istituzioni, ci sono tanti piccoli Alessandro e Pietro che a modo loro resistono al degrado e cercano una normalità possibile.

Voto: 3,5/5


mercoledì 22 gennaio 2014

Le cose belle


Grazie a L., scopro che alla Casa del Cinema di Roma è in corso una rassegna cinematografica dal titolo L’Europa che ride, che si incrocia con un’altra rassegna dedicata ai documentari (Il mese del documentario). Dando un’occhiata al programma sono subito attirata dal film di Agostino Ferrente (l’autore del documentario molto bello sull’Orchestra di piazza Vittorio) e Giovanni Piperno, dal titolo Le cose belle.

Il documentario racconta le vite di quattro ragazzi napoletani: Enzo, Fabio, Adele e Silvana, che i due registi hanno filmato in due fasi della loro vita e della loro città molto diverse: l’età dell’adolescenza alla fine degli anni Novanta, e undici anni dopo quando tutti sono ormai adulti e la città di Napoli ha compiuto la sua parabola.

Innanzitutto devo premettere che mi affascina infinitamente la natura del documentario per la sua impossibilità di comprimere i tempi, di condensare e tagliare la vita come fanno le finzioni cinematografiche. In questo caso gli undici anni sono trascorsi sul serio. E lo vediamo dalla qualità del girato cinematografico che è molto scarsa alla fine degli anni Novanta (forse parliamo ancora di pellicola) ed è invece elevata per gli anni Duemila (sicuramente ormai in digitale). Ma lo vediamo anche dai volti e dai corpi dei protagonisti che hanno subito "solo" le trasformazioni prodotte su di loro dal passare del tempo, senza nessun intervento e nessuna finzione.

In secondo luogo, ho trovato interessantissimo questo racconto moltiplicato, che offre il punto di vista di quattro adolescenti, poi quello di quattro giovani adulti, e contemporaneamente ci mostra quattro diversi spaccati della città di Napoli, che diventano otto in considerazione delle trasformazioni avvenute durante gli undici anni tra un girato e l’altro.

Enzo, Fabio, Adele e Silvana vengono da famiglie diverse, abitano in quartieri diversi della città, hanno storie familiari diverse, ma condividono tutti un’estrazione fortemente popolare che li inquadra in un vissuto tendenzialmente difficile.

La città di Napoli resta sullo sfondo: attraversata, vissuta, guardata dall’occhio dei protagonisti e dello spettatore, muta, di un silenzio assordante, pieno di significati inespressi.

Enzo è un bambino un po’ grassoccio, a cui piace cantare la canzone classica napoletana e va in giro per i ristoranti con il padre che suona la chitarra. Da grande vuole fare il cantante.

Fabio è un vero “scugnizzo” napoletano: senza peli sulla lingua, ha un’opinione su tutto, è allegro e sfrontato. Vuole fare il calciatore, peccato che sa – perché tutti gliel’hanno detto – che non ha la stoffa. Sua madre fa la pescivendola e ogni giorno va al mercato del pesce, unica donna in un universo solo maschile.

Silvana viene da un quartiere popolare (Scampia?), vive con il padre, perché i suoi genitori sono separati. Ha molti fratelli e sorelle da entrambi i genitori. La sua è un’allegria malinconica fin da piccola; si rabbuia quando le chiedono come immagina il suo futuro.

Adele ha un fratello più piccolo e uno più grande (che in realtà arrivato all’adolescenza ha deciso di cambiare sesso e ora è Jessica), una madre presente, ma in qualche modo ostile e anaffettiva nei suoi confronti. Il suo sogno è fare da grande la ballerina.

Ritroveremo Enzo che lavora porta a porta per un’azienda telefonica ed è innamorato di una ragazza nigeriana. Fabio che ha perso il fratello maggiore, vive con la madre ma non ha alcuna voglia di lavorare. Adele che ha una figlia ma non un compagno; fa le pulizie in un hotel e la sera si esibisce in un locale notturno, e continua ad avere un rapporto conflittuale con la madre. Silvana vive con la madre che entra ed esce dalla galera, così come un suo fratello e il suo compagno, e sembra non avere alcuna prospettiva di vita.

Dietro di loro si muove prima la Napoli bassoliniana della fine degli anni Novanta che ha evidentemente suscitato delle speranze il cui riflesso si percepisce perfino nelle parole di questi adolescenti, per quanto il più disinibito di loro ripete una frase forse sentita dagli adulti, ossia che Bassolino ha fatto tante cose ma non ha pensato al futuro di quelli come loro, dei ragazzi. Negli anni Duemila la Napoli di questi giovani è una città invasa dall’immondizia, che sembra ormai rassegnata al proprio destino, all’incapacità di un vero e proprio riscatto, esattamente come Enzo, Fabio, Adele e Silvana.

Come dice la voce narrante, a Napoli è molto diffuso l’augurio “Belle cose”. Anche a Bari, dove diciamo “Tante belle cose”, cioè, pur sapendo che le cose brutte della vita toccano a tutti, l’augurio è che quelle belle le superino nel numero e nell’intensità.

E in fondo nei volti un po’ spenti e rassegnati, malinconici e tristi di questi giovani ormai entrati nella vita adulta (che fanno fortemente contrasto con le risate e l’allegria della loro prima adolescenza) non mancano momenti di distensione, se non proprio di felicità: un caffè con la persona che si ama, una partitella di calcio per strada, un ballo improvvisato in casa insieme alla propria bimba, il racconto di un sogno in abito da sposa che porta numeri da giocare al lotto.

Napoli – si sa – è una città strana, un mondo a parte, che funziona secondo regole in buona parte incomprensibili al resto del mondo. Per questo fa paura a quanti non riescono a coglierne lo spirito, ad entrare nella sua dinamica profonda. La mia amica V. dice che Napoli è una città che si ama e si odia, ma sempre in maniera “feroce”.

E, pur comprendendo che la realtà sociale rappresentata da questo documentario è solo una parte della società napoletana, a me colpisce profondamente lo spirito di un popolo che è in grado di riassorbire, per così dire di “normalizzare”, quasi qualunque cosa, nel bene e nel male. La tranquillità e la comprensione con cui la madre di Silvana parla di sua figlia Jessica che ha deciso di diventare donna, ovvero quelle con cui il padre di Enzo accoglie la notizia che suo figlio è innamorato di una donna di colore sono sorprendenti; dall’altro lato, la stessa serenità, la stessa totale accettazione della realtà e di tutto quello che ne fa parte vede queste famiglie accettare disgregazione familiare, illegalità, parassitismo e ignoranza.

Ci vuole l’occhio dell’antropologo sociale per capire un mondo così complesso senza esserne completamente sopraffatti.

Voto: 4/5


giovedì 29 settembre 2011

Il flauto magico secondo l'Orchestra di Piazza Vittorio

Riassunto delle puntate precedenti: per chi non è romano o non vive a Roma, è giusto ricordare che Piazza Vittorio è stata il primo simbolo della Roma multietnica (ora un po' meno visto che è stata colonizzata dai cinesi, mentre le altre etnie si sono progressivamente spostate verso la Casilina), una piazza dall'aspetto molto elegante e sabaudo che - fors'anche in virtù della sua vicinanza alla stazione - è diventata luogo di transito, di incontro e di scontro tra persone appartenenti a mondi e culture differenti. Una specie di laboratorio open air.

Il suo valore simbolico si è consolidato nel tempo, tanto che - anche quando la sua composizione demografica è cambiata - tutto l'universo culturale che ruota intorno a questa piazza ha continuato a puntare sui temi dell'integrazione, dell'ibridazione, della convivenza tra culture, sulla sua natura di luogo privilegiato di accoglienza verso chiunque sia percepito come diverso o estraneo al corpo sociale diciamo così "standard".

Non posso non ricordare in questa sede il romanzo Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio di Amara Lakhous (che colpevolmente non ho ancora letto), che è uno dei tanti prodotti della vivacità culturale di questo quartiere.

Ma il prodotto secondo me più straordinario è proprio l'Orchestra di Piazza Vittorio. A chi non ne conosce la storia consiglio la visione del documentario di Agostino Ferrente, intitolato appunto L'orchestra di Piazza Vittorio. Da lì veniamo a sapere che l'idea arriva da Mario Tronco, un componente della Piccola Orchestra Avion Travel, che si mette in testa di creare un'orchestra musicale formata da persone e strumenti musicali provenienti da tutto il mondo. E lo fa andando in giro per il quartiere e per Roma a scovare musicisti che abbiamo voglia di partecipare a questo progetto.

L'avventura della formazione di questa orchestra è affascinante e coinvolgente. Ed è forse anche per questo che ritrovarla a distanza di quasi 10 anni al Teatro Olimpico a Roma con uno spettacolo musicale tutto loro, ispirato nientepopodimeno che a Il flauto magico di W. A. Mozart è a dir poco commovente.

Se non li avete mai sentiti suonare, è difficile spiegarvi cosa vi aspetta. Diciamo che è un po' come andare a sentire Toquinho, i Buena Vista Social Club, Youssou n'Dour, Khaled, Loreena McKennitt, Bob Marley, Jay-z, i Radiodervish, un gruppo di tamburi africani, un gruppo jazz e un concerto di musica da camera per archi e fiati. Sì, però, tutti insieme, in una mescolanza che produce - insieme a sonorità che ci portano in giro nel tempo e nello spazio - qualcosa di completamente nuovo, un insieme armonioso che è qualcosa di più e di diverso rispetto alla somma delle parti.

Il flauto magico è però un passo ulteriore rispetto alla loro attività tradizionale. Qui, infatti, ci troviamo di fronte a un vero e proprio spettacolo in musica, in cui la storia narrata nel celebre lavoro di Mozart e i suoi personaggi, Tamino, Pamina, la regina della notte (una cantante straordinaria!), Sarastro, Monostato e Papageno, sono fedeli all'originale e al contempo del tutto nuovi per dare vita a un racconto multiculturale sorprendente e pieno di idee e invenzioni. Guardate qui e ditemi se non è vero!

Il narratore (il trombettista cubano Omar Lopez Valle) tiene le fila della storia, mentre il palco è ingombro di musicisti e cantanti che utilizzano la loro lingua natia e i loro strumenti musicali come voci della narrazione, mentre sullo sfondo scorrono dei coloratissimi ed evocativi acquerelli.

Il trio d'archi ogni tanto ci ricorda che tutto inizia da Mozart, ma sulle note del grande musicista si innestano poi le sonorità più varie e i più diversi stili di canto. I nostri dimostrano anche delle buone doti da attori. E soprattutto si divertono e fanno divertire suonando e diffondendo intorno a sé un messaggio incoraggiante: "si può fare, perché ci capiamo, anche se parliamo lingue diverse".

Era tanto che non vedevo uscire da un teatro un pubblico così soddisfatto, allegro, canticchiante e quasi danzante.

Sì. Forse si può proprio fare.

Voto: 4,5/5