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giovedì 16 febbraio 2017

La terra dei figli / Gipi

La terra dei figli / Gipi. Roma: Coconino Press, 2016.

Siamo in un futuro distopico e apocalittico, in cui la terra e l’umanità sono state completamente distrutte e contaminate dai veleni e i pochi sopravvissuti sono regrediti a una specie di stato primitivo in cui persino il linguaggio si è corrotto.

Protagonisti di questa nuova storia di Gipi sono due fratelli che vivono in una capanna sul lago insieme al loro padre. I due vanno a caccia per portare il poco cibo commestibile a casa o alla ricerca di beni da scambiare con il “vicino” Aringo, che ha delle scorte. La vita dei due ragazzi è scandita dalle regole del padre (le cose che non si possono fare, le parole che non si devono pronunciare, le cose che non si devono conoscere), dalle punizioni e dai momenti in cui il padre si siede alla scrivania a scrivere su un quaderno cose che loro non possono sapere perché non sanno leggere.

Alla morte del padre i due giovani – educati a quelle che potremmo definire le regole della giungla – cominceranno ad esplorare il mondo al di là del lago alla ricerca di qualcuno che possa leggergli il quaderno del padre.

Con il suo tratto essenziale e sgraziato, ma che a volte si fa profondamente poetico e quasi commovente, Gipi coglie ancora una volta nel segno raccontandoci l’essenza di un’umanità che – nel bene e nel male – non può scampare dal proprio destino. Questi due ragazzi, che il padre vorrebbe rendere invincibili educandoli alla dura lotta della sopravvivenza e sottraendoli all’ambiguità dei sentimenti e alle conseguenze della conoscenza, non potranno sfuggire al desiderio tutto umano di conoscere e dovranno fare i conti con la forza dell’amore e con tutti i rischi che ciò comporta.

Gipi ancora una volta ci mette a parte del suo "pessimismo cosmico" e di questa formidabile e insensata coazione a ripetere che l’umanità vive nel susseguirsi delle generazioni, frutto di uno straordinario dono che possediamo in via quasi esclusiva (il sentire e il conoscere in funzione della proiezione sul futuro) e che è allo stesso tempo il seme del ciclo infinito di distruzione e rinascita.

Come per altri lavori di Gipi, un racconto potente e toccante, in cui c’è un desiderio fortissimo di speranza, un amore profondissimo per l’umanità e al contempo una sfiducia senza scampo, una tristezza inconsolabile che solo il coraggio dell’incoscienza dei figli è in grado di affrontare.

Voto: 4/5

lunedì 24 febbraio 2014

unastoria / Gipi

unastoria / Gipi. Bologna: Coconino Press, 2013.

Gipi - si sa - è uno tormentato, sempre in qualche modo in conflitto con il proprio sé interiore e alla ricerca di una composizione tra questo e il mondo circostante; uno che cerca risposte nel proprio passato, in quello della propria famiglia, in quello dell'umanità.

Le sue sono storie che ci mettono di fronte alle nostre umane fragilità, quelle che ci hanno reso ciò che siamo, nel bene e nel male, e con cui inevitabilmente dobbiamo fare i conti per continuare a vivere.

unastoria, il suo ultimo graphic novel, è una po' la sintesi di quella che possiamo chiamare la poetica di Gipi, una specie di bilancio doloroso e in parte speranzoso dei suoi primi cinquant'anni. Gli stessi del protagonista di questo racconto, Silvano Landi, che a cinquant'anni si ritrova in una clinica psichiatrica dopo aver visto il proprio sé andare in pezzi e con quello anche ciò che restava della propria vita. Un uomo ossessionato da due immagini: un enorme albero solitario rinsecchito e una stazione di servizio nel nulla, illuminata da luci artificiali. Sono le immagini che collegano la sua storia a quella di un suo antenato, Mauro Landi, di cui Silvano ha trovato le lettere che questi scriveva dal fronte durante la prima guerra mondiale a sua moglie, che l'aspettava a casa con il figlioletto.

Si tratta probabilmente dell'opera più visionaria e poetica del fumettista pisano, come è testimoniato innanzitutto dal disegno che la caratterizza. Silvano tracciato con segni di matita insistiti, come i solchi che segnano il suo volto e la sua anima, il mondo circostante nella clinica fatto di tratti confusi e quasi pasticciati, come l'immagine che proiettano sulla sua interiorità; i grandi acquerelli che rappresentano una natura bellissima e spaventosa al contempo, buia prevalentemente, con pochi sprazzi di luce quasi accecante; le città invece sature di luce e di colori, che appaiono però finti, in qualche modo innaturali; il fronte, grigio e triste, in cui l'albero che ancora si erge nel vuoto circostante testimonia di una natura che l'uomo, con le sue mortali invenzioni, ha spazzato via.

Una storia sul tempo che lavora incessantemente, che non ha fretta di compiersi e che tutto compone; ma anche una storia sull'uomo che il tempo violenta con la sua capacità e la sua costante spinta a proiettarsi nel futuro e nello stesso tempo a conservare nella memoria il proprio passato.

Grandezza e condanna di un'umanità che proprio per questo porta su di sé i segni del passare del tempo e che - nella narrazione del passato e nella proiezione sul futuro - spesso smarrisce il proprio presente.

Voto: 3,5/5

mercoledì 3 luglio 2013

Questa è la stanza / Gipi


Questa è la stanza / Gipi. Bologna: Coconino Press, 2005.

Gipi - di cui ho amato molti lavori, in particolare S. - ha una straordinaria capacità di raccontare un'età della vita, quella nella quale si è immaturi e incoscienti, ma anche puri e teneri. In pratica la giovinezza, quell'età subito prima di sentire la fatica della vita e il peso delle responsabilità e di mettere da parte i propri sogni.

I giovani disegnati da Gipi sono ruvidi e spigolosi. Sono ragazzi di provincia, senza arte né parte, spesso con storie difficili alle spalle, con famiglie problematiche o disgregate. Sono ragazzi che però non vogliono rinunciare ai propri sogni e li cercano in quel legame speciale che illumina la giovinezza e che è l'amicizia, quel legame che in qualche modo viene prima ancora dell'amore.

In Questa è la stanza si racconta la storia di quattro di questi giovani che hanno una passione in comune, la musica. La stanza è una specie di capannone che il padre di uno di loro ha messo a disposizione e dove finalmente la loro voglia di trasmettere attraverso gli strumenti musicali e la voce tutto quello che hanno dentro può trovare espressione.

I protagonisti di Questa è la stanza non sono molto diversi da quelli di Appunti per una storia di guerra, e come quelli sono alla ricerca della propria identità, spesso confusi, talora inutilmente aggressivi, talaltra ingenui.

Le pareti della stanza sono la loro difesa da un mondo esterno che sentono faticoso e ostile, la stanza è una specie di spazio magico nel quale tutto è possibile e niente può spezzare la speranza di felicità. Il mondo degli adulti non è ostile, è semplicemente "altro", incapace di comprendere bisogni e segreti di queste anime ancora acerbe.

Gli acquerelli di Gipi fanno il resto, quando mettono a confronto il piccolo ma complesso mondo della stanza con l'enormità degli spazi aperti, che sono bellissimi e spaventosi al contempo. I quattro ragazzi hanno tratti al contempo realistici e simbolici, perché dai loro volti e dai gesti dei loro corpi si intravede l'essenza in fieri di ciascuno di loro, senza poter veramente scommettere su quello che diventeranno.

Intanto però - a loro modo - si fanno artefici del proprio destino.

Voto: 4/5

lunedì 16 luglio 2012

L'ultimo terrestre

In una serata molto radical-chic e super-vip all'Arena del Nuovo Sacher, circondata da attori e gente del mondo del cinema più o meno conosciuta, vado a vedere l'opera prima di Gian Alfonso Pacinotti (Gipi), preceduta dalla lettura delle "recinzioni" di Johnny Palomba ad opera dello stesso Palomba e di Nanni Moretti, che sembra divertirsi molto a fare il romanaccio coatto recensore di film.
Di Gipi conosco il lato più conosciuto, quello di creatore di storie a fumetti. Ho letto molte delle sue storie e ne apprezzo lo stile che sa essere ruvido e tenero allo stesso tempo. Ero dunque curiosa di capire come la sua sensibilità si sarebbe espressa sullo schermo in un lungometraggio.

Ebbene, L'ultimo terrestre ha moltissimo del Gipi fumettista. Innanzitutto, il suo protagonista Luca, che sia nei tratti fisici (è interpretato da Gabriele Spinelli) sia nella cifra emotiva, è molto vicino ad alcuni personaggi dei graphic novels dell'artista pisano. Lo stesso vale per le ambientazioni: Luca vive in un complesso immobiliare senza anima, al cui ingresso campeggia un cartellone pubblicitario di dimensioni abnormi (di cui non rivelerò il contenuto per non togliere l'effetto sorpresa), lavora in una sala bingo, gira per le strade battute da trans e prostitute, incontra una prostituta in quello che sembra un mercatone del mobile la cui insegna è una foto della "famiglia felice". Luoghi che potrebbero essere ovunque, ovvero spaventosi spazi onirici.

La poetica di Gipi affiora continuamente anche nei temi: il rapporto difficile con il padre, i delicati equilibri e le mezze verità della famiglia, l'attrazione/repulsione per la crudeltà del mondo, la relazione con il diverso, la difficoltà dei sentimenti, il doloroso percorso della crescita.

Non si può dire che Gipi sia un allegrone: i suoi graphic novels sono spesso dei pugni nello stomaco, a cui però il tratto disegnato riesce a conferire un sapore agrodolce e un tono grottesco che almeno in parte mitigano l'intensità del colpo.

Ne L'ultimo terrestre - pur nel fumettismo conferito dal regista all'opera cinematografica - l'effetto risulta a tratti talmente depressivo ovvero inquietante che probabilmente lo stesso Gipi ha sentito la necessità di un riscatto, di un colpo di coda che sollevasse il protagonista dalla brutalità e dalla bruttezza del mondo. E così se il proprio padre è inaffidabile e bugiardo, se l'amicizia con un trans è difficile da sostenere socialmente, se la vicina di casa di cui Luca è segretamente innamorato non rappresenta una via di fuga affidabile, non restano che gli alieni.

Solo esseri non umani sono in grado di distinguere tra bene e male e possono travolgere l'ottundimento della coscienza collettiva in un finale catartico e in qualche modo sinistramente pieno di speranza.

Voto: 3/5

mercoledì 2 marzo 2011

S. / Gipi

S. / Gipi. Bologna: Coconino Press, 2006.

A poco a poco il fumetto mi si rivela come una forma letteraria e artistica di grandissimo spessore e complessità, che ha in comune con la letteratura la parola scritta e la possibilità di dare voce ai pensieri, e con il cinema le immagini (quasi in movimento), a volte i colori, il montaggio, la sintesi.

E dopo aver letto questa graphic novel di Gipi ne sono definitivamente convinta e a convincermi è questo autore nostrano e pluripremiato (al secolo Gian Alfonso Pacinotti) che - in quest'opera - sembra avere un tocco magico, nei disegni, negli acquerelli, nelle parole, perfino nelle cancellature.

S. è Sergio, il padre di Gipi, segnato dalla memoria del bombardamento di Pisa del 31 agosto del 1943. Nella storia si intrecciano vari piani temporali: questo ingombrante episodio, altri ricordi di S., le memorie di Gipi stesso da bambino, ma anche percezioni, letture e reinterpretazioni della realtà che a volte stanno solo nelle menti dei protagonisti. Tutte confluiscono nel presente, quello in cui S. non c'è più.

Ne viene fuori un omaggio commosso e affettuoso a questa complessa e ferita figura paterna, in quel momento della vita in cui si vorrebbe riprendere e approfondire un dialogo interrotto o mai iniziato, ma ci si trova di fronte a un'urna piena di ceneri.

Un articolato impianto narrativo, le distorsioni grafiche (come se guardassimo la realtà attraverso la mente dei protagonisti), l'uso dei colori (scuri o estremamente tenui), la mise en page, l'evidente coinvolgimento emotivo ne fanno un'opera capace di catturare, commuovere, far riflettere e - anche - guardarsi dentro. Perché quella che viene raccontata è una storia del tutto personale e particolare (nessuno ha gli stessi ricordi), ma le sensazioni sono sicuramente universali.

S. è senza ombra di dubbio un piccolo capolavoro. Non solo del genere fumettistico.

Voto: 5/5