Ha riaperto il Teatro Valle, e questa è una bellissima notizia, checché ne dica qualcuno. La stagione teatrale che propone è, almeno sulla carta, molto interessante, e questa è una seconda bellissima notizia.
Io inauguro questa stagione con Escaped alone, il lavoro di Caryl Churchill (la drammaturga inglese di cui avevo visto a teatro qualche anno fa Settimo cielo e poi Top girls) che è stato rappresentato per la prima volta nel 2016, quindi ha già 10 anni ma resta un lavoro molto contemporaneo.
La storia è quella di tre donne, Sally, Vi e Lena (tre amiche?), che si incontrano in un giardino a prendere il thè del pomeriggio. Da una porta aperta arriva e si unisce a loro Jarrett.
Le quattro donne, avanti con gli anni, parlano del più e del meno (nipoti, serie tv, aneddoti), spesso sovrapponendosi nei discorsi oppure alternandosi in maniera discontinua e non dialogica. Attraverso queste conversazioni a poco a poco vengono fuori i traumi e le fragilità di ciascuna: di una veniamo a sapere che ha ucciso il marito che le usava violenza e si è fatta sei anni di carcere, di un’altra capiamo che non esce mai di casa e che forse soffre di una forma di depressione, di un’altra ancora che ha dei comportamenti un po’ ossessivi/psicotici, in particolare legati al tema “gatti”. L’ultima arrivata, Jarrett, di tanto in tanto si isola dalla conversazione e si perde nei propri pensieri apocalittici, una sorta di Cassandra che illustra scenari futuri dell’umanità fatti di alluvioni, pandemie, disastri climatici, guerre e distopie varie, sempre meno improbabili agli occhi dell’umanità di oggi.
Le quattro donne si muovono in una scenografia che richiama un giardino e si spostano, a seconda dei momenti della narrazione, dalle sedie intorno al tavolino a quelle a sdraio. Dietro di loro (a vista dello spettatore) un grande schermo che ricorda i grandi cartelloni pubblicitari nelle grandi strade americane, dove a più riprese vengono proiettate pubblicità – anche queste futuribili, ma neanche troppo – che, in modo anch’esso distopico, ci proiettano in futuri di città avveniristiche e vite che durano molto oltre i limiti umani.
A mettere in scena il testo della Churchill è la compagnia lacasadargilla (già incontrata ne Il ministero della solitudine) per la regia di Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni (le interpreti sono invece Caterina Carpio, Tania Garribba, Arianna Gaudio e Alice Palazzi).
Lo spettacolo punta moltissimo sul risultato prodotto dal sommarsi delle parole e dei discorsi delle donne, inframmezzati dalle profezie di Jarrett, creando un effetto quasi cantilenante e ipnotico, che a dire il vero mi ha ricordato parecchio lo spettacolo precedente de lacasadargilla che avevo visto e che forse era l’aspetto che mi era piaciuto di meno.
Qui per fortuna c’è il testo della Churchill a tenere in piedi il tutto, con quell’alone di mistero che è tipico del suo teatro. Non a caso all’uscita dallo spettacolo chi era con me mi propone letture diverse e tutte interessanti: qualcuna dice che forse il giardino è quello di una casa di cura dove queste donne si trovano per le loro turbe mentali, e Jarrett è semplicemente l’ultima ricoverata (non implausibile); qualcun’altra fa notare la differenza tra le tre donne che parlano spesso dei loro traumi del passato che ne condizionano il presente, mentre Jarrett sposta l’attenzione e l’accento sui problemi e le preoccupazioni relativi al futuro (anche questo molto interessante).
In conclusione, non sono sicurissima che lo spettacolo sia del tutto convincente, però il testo fa certamente chiacchierare e riflettere. E non è poco.
Voto: 3/5
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martedì 3 novembre 2026
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