Di notte tutto è silenzio a Teheran / Shida Bazyar; trad. di Lavinia Azzone. Roma: Fandango Libri, 2023.
Ultimamente ho la grande fortuna di incontrare libri che mi appassionano molto. Sto sperimentando in questo periodo una sensazione che forse non provavo dall’adolescenza, ossia il senso di conforto e di rifugio che arriva dalla letteratura, non perché quello che leggo consoli – anzi! – ma perché mi mette a contatto con un’umanità più ampia, che va molto al di là della mia vita e del mio mondo, che evidentemente in questo momento mi stanno molto stretti.
E così anche questo romanzo di Shida Bazyar, candidato al Premio Strega europeo nel 2024, l’ho letteralmente divorato. Di notte tutto è silenzio a Teheran è la storia di una famiglia iraniana, raccontata attraverso i punti di vista dei suoi diversi componenti, saltando di dieci anni in dieci anni, a partire dal 1979, per arrivare fino ai giorni nostri.
Nel 1979, l’anno della rivoluzione in Iran e dell’infausto esito con l’ascesa di Khomeyni, vede protagonista Behsad, giovane rivoluzionario che combatte e spera nel cambiamento del suo paese in senso socialista, ma dovrà fare i conti con gli esiti nefasti della rivoluzione. In questi anni, Behsad incontra Nahid, anch’essa impegnata politicamente, e se ne innamora.
Nel 1989 il punto di vista diventa quello di Nahid, ormai moglie di Behsad e madre di tre figli, Laleh, Morad e la piccola Tara, nata in quella Germania dove la famiglia è dovuta andare in esilio quando la situazione nel paese di origine si è fatta troppo pericolosa per dissidenti come loro. Nahid rappresenta la generazione di chi, costretto a lasciare il proprio paese, non si sente appartenere e non capisce davvero il mondo nel quale si trova, per distanza linguistica e culturale, e per attaccamento alle origini.
Nel 1999 la protagonista è Laleh, che ormai adolescente, insieme a sua madre e alla piccola Tara, torna in Iran a trovare amici e parenti che lei in buona parte non ha mai conosciuto, e scopre un mondo e un modo di vivere che le è estraneo, che la attira e la respinge al contempo.
Nel 2009 è la volta di Morad, giovane studente universitario, integrato ma con un rapporto complesso rispetto alle sue origini e anche all’impegno politico, in quanto vive l’attivismo in Germania come insignificante rispetto a quello che accade in Iran, dove è in corso la cosiddetta Rivoluzione verde contro Ahmadinejad.
L’epilogo è affidato a Tara, ormai adulta e affermata, in vacanza con sua nipote, figlia di Laleh. Non sappiamo in che anno siamo, forse perché queste poche pagine sono una speranza e un auspicio che non si sono ancora realizzati. Tra l’altro, noi leggiamo tutto questo alla luce di quello che sta accadendo in Iran da qualche settimana a questa parte e fa ancora più impressione.
Il romanzo della Bazyar mi ha ricordato un po’ per tematiche e per struttura narrativa quello di Fatma Aydemir, Tutti i nostri segreti, e mi viene un po’ il sospetto che ci sia lo zampino delle scuole di scrittura. Però, questo niente toglie a Di notte tutto è silenzio a Teheran, che funziona perfettamente nel farci non solo comprendere i sentimenti complessi e contraddittori di chi emigra non per scelta ma per necessità, nonché di chi cresce o nasce in un altro paese ma si porta sempre appresso il “peso” delle sue origini, in riferimento sia alla percezione di sé sia al punto di vista del mondo esterno. Oltre a questo, che in parte si riconosce anche nel romanzo della Aydemir, la Bazyar ci costringe a guardare in faccia la storia dell’Iran negli ultimi 50 anni, fatta di corsi e ricorsi, speranze e disillusioni, utopie e frustrazioni, lotte e repressioni, in un ciclo che sembra non finire mai, ma riproporsi continuamente in forme al contempo sempre diverse e sempre uguali.
Inevitabilmente, il romanzo della Bazyar è anche un racconto del rapporto tra le generazioni, che è un tema che ovviamente non riguarda solo le famiglie di esuli ed emigrati, ma che in queste famiglie acquista caratteri ancora più accentuati e riconoscibili.
La scrittrice, essa stessa seconda generazione di attivisti iraniani, almeno nella finzione letteraria sembra voler chiudere con una nota di speranza, che dà significato e valore al passato e in qualche modo proietta la storia dell’Iran e degli iraniani nel futuro.
Che sia di buon auspicio e che sconfigga il mio pessimismo.
Voto: 4/5

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