Per una volta riesco a far convergere due delle mie grandi passioni, ossia il cinema e la fotografia. Non mi lascio così sfuggire l’occasione di partecipare alla visione sul grande schermo del documentario Il granchio nudo, che le registe Marta Erika Antonioli, Elena Padovan, coadiuvate nella sceneggiatura da Michela Fragomeni e Riccardo Caccia, hanno dedicato alla vita e all’arte di Marco Pesaresi.
Di Pesaresi avevo sentito parlare la prima volta da Stefano Mirabella, che non a caso è invitato insieme ad Angelo Raffaele Turetta a parlare del fotografo insieme ai registi al termine della proiezione.
Il film è stato realizzato con il supporto del comune di Savignano sul Rubicone che conserva l’archivio di Pesaresi, e si svolge nei luoghi e tra le persone in mezzo alle quali il fotografo è vissuto. Siamo dunque a Rimini e dintorni, e tra gli intervistati ci sono amici di infanzia, amici fotografi, e persone della sua famiglia, in particolare la madre e le sorelle.
Ne viene fuori il ritratto di un talento cristallino, capace - con tratti fortemente empatici - di raccontare la gente con cui non solo entrava in contatto ma spesso viveva forme di condivisione emotiva; spesso si trattava di persone marginali, oppure di quella varia umanità che negli anni Ottanta e Novanta popolava le discoteche e i locali riminesi. Ma il medesimo approccio Pesaresi lo tenne anche quando andò a fotografare fuori dai confini dell’Italia, ad esempio per il progetto Underground, entrando in particolare sintonia con la realtà londinese.
Il titolo del film nasce da una citazione che viene riprodotta all’inizio dello stesso, ed è chiaro che il granchio nudo, ossia il granchio che si libera del carapace nei momenti di transizione e crescita, è lo stesso Pesaresi, sicuramente personalità tormentata, senza pelle, in crescita, ma indifesa.
Il documentario aiuta a comprenderne i tormenti che non solo lo portarono alla dipendenza dalla droga e poi dall’alcol, ma alimentavano un male di vivere che lo spinse a cercare più volte il suicidio, fino a quando ci riuscì lanciandosi nel canale con la sua macchina.
Le sue fotografie restano il suo segno nel mondo, la sua eredità, e il loro valore è certamente indipendente dalle vicende che ne hanno caratterizzato la vita. Certamente, però, quando ci si addentra nei meandri oscuri della sua personalità il suo mondo fotografico acquista un significato ancora più forte, perché ne rispecchia l’irrequietudine, la ricerca di amore, il bisogno di tenerezza e la durezza al contempo.
A conferma che quello che fotografiamo va ben al di là di quello che vediamo nel mondo esterno, perché spesso è il riflesso del nostro mondo interiore che cerchiamo guardando fuori di noi attraverso l’obiettivo.
Molto bello e toccante. E Pesaresi una figura che merita di essere ricordata, studiata e approfondita.
Voto: 3,5/5

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