Kolchoz / Emmanuel Carrère; trad. di Francesco Bergamasco. Milano: Adelphi, 2026.
La scrittura di Carrère mi piace molto e i libri che ho letto fin qui mi hanno sempre conquistata in tanti modi diversi, che si possono ricondurre alla capacità dello scrittore francese di farmi “sentire” dall’interno i personaggi e le situazioni.
Quando ho sentito parlare bene da diverse persone, amiche e meno amiche, del suo ultimo libro, Kolchoz, non ho esitato a comprarlo, anche se avevo qualche timore legato al fatto che si tratta di un romanzo che racconta la storia della sua famiglia, in particolare di sua madre, e quando Carrère si muove su territori più vicini a sé stesso può diventare autoreferenziale e insopportabile.
Invece, devo ammettere che fin dalle prime pagine, quelle che raccontano il funerale di sua madre e il discorso a lei dedicato da Emmanuel Macron, pagine che circolarmente si ricollegano alle ultime del libro, quelle relative ai suoi ultimi giorni di vita, modi e contenuti del racconto mi hanno catturato.
Di Hélène Carrère d’Encausse vengono raccontate le origini, ossia la sua appartenenza da parte di padre alla famiglia georgiana degli Zourabichvili e da parte di madre a una famiglia russo-tedesca travolta dalla Rivoluzione, e l’infanzia in un contesto familiare cosmopolita e multilingue, ma segnato dalla perdita di una patria. Del padre Georges e della macchia che pesa sulla sua esistenza Carrère ha parlato in un libro precedente, Un romanzo russo - che a questo punto voglio leggere -, che è stato la causa del suo allontanamento dalla madre per ben due anni; del resto, la vicenda del padre di Hélène, probabilmente collaborazionista e forse fucilato dalla Resistenza, il cui corpo non è mai stato ritrovato, è stata un fardello pesante per Hélène che ha passato tutta la vita a riscattare queste origini, conquistandosi a pieno diritto la cittadinanza francese fino a diventare segretaria permanente dell’Académie française.
Al contempo Hélène ha coltivato per tutta la vita il suo legame con la Russia, nei confronti della quale non ha mai voluto mettere in discussione la sua profonda ammirazione, anche quando gli eventi recenti, in particolare la guerra in Ucraina, hanno reso la Russia indifendibile.
Poiché questo legame e questa fascinazione per la Russia sono stati centrali anche nell’esistenza e nella scrittura di Emmanuel, raccontare la storia di sua madre è stato per lo scrittore un modo per esplorare le pieghe della storia, anche grazie al lavoro di raccolta di fonti e documenti fatto, per tutta la vita, dal padre Louis.
Carrère in un certo senso recupera e riscatta la figura paterna, che è stata in qualche modo offuscata o comunque è vissuta in parte all’ombra della figura esuberante e volitiva della moglie.
Il ritratto di Hélène che ne viene fuori è – come tutti i ritratti ben realizzati – complesso, sfaccettato e contraddittorio, ricco di mille sfumature in cui si intrecciano la dimensione pubblica della donna, stimata e amata, e quella privata, in cui il figlio riconosce un prima e un dopo: l’evento che fa da discrimine tra queste due fasi è l’innamoramento della donna per un altro uomo e la scelta non certo pacifica di non divorziare da suo marito, ma di fatto di escluderlo dal territorio dei suoi sentimenti. In questo prima e dopo, i figli – tre, Emmanuel, Nathalie e Marina – pur amati sempre tantissimo, hanno inevitabilmente percepito la rottura dell’armonia familiare.
Altro personaggio chiave di questo affresco è la figura di Nicholas, fratello di Hélène: i due, che pure erano stati molto legati durante l’infanzia, nel tempo si sono progressivamente allontanati, a partire in particolare dal momento in cui la sorella maggiore ha fatto le veci della madre per il fratello. Nicholas è stato invece per Emmanuel non solo uno zio, ma anche un amico e una fonte di ispirazione, e anche alla sua memoria lo scrittore ha attinto per costruire questo racconto in maniera ancora più articolata.
Il libro è una miniera di storie, informazioni, divagazioni, aneddoti (alcuni davvero incredibili, come incredibile è stata la vita di Hélène e di altri protagonisti di questa storia), che solo uno scrittore come Carrère può tenere insieme e far dialogare con una ricchezza e una complessità di sentimenti che conferiscono non solo a Hélène, ma anche a tutte le persone raccontate, una profondissima umanità.
E nonostante si tratti di una storia familiare, Carrère riesce in questo libro a non invadere eccessivamente il campo, come a volte tende a fare – succede solo a tratti, e sono le parti meno memorabili -, bensì rimane sulla soglia, figlio e spettatore, non certo indifferente, ma profondamente partecipe, con tutte le contraddizioni di un rapporto madre-figlio fatto di un amore enorme, ma anche di differenze e sofferenze.
È bello che il titolo del libro, Kolchoz, venga proprio da una abitudine familiare: quando il padre era via per lavoro, i tre figli andavano a dormire nella stanza della madre e “facevano kolchoz” intorno a lei, esattamente come hanno fatto quando le sono stati vicini negli ultimi momenti della sua vita.
Un libro dal respiro intimo che riesce però anche a parlare di vicende storiche importanti del passato e ne trae elementi di riflessione sulle vicende del presente.
Per me una lettura davvero straordinaria.
Voto: 4/5

Nessun commento:
Posta un commento
Lascia qui un tuo commento... Se non hai un account Google o non sei iscritto al blog, lascialo come Anonimo (e se vuoi metti il tuo nome)!