Quando il film era uscito, qualche mese fa, prima lo avevo snobbato, pensando fosse una stupidaggine, poi leggendo qua e là e ascoltando podcast lo avevo rivalutato e volevo vederlo, ma la programmazione non me lo ha consentito.
Invece in un fine settimana di piena estate, grazie al cinema Farnese, riesco a vederlo e pure in lingua originale.
Pecore sotto copertura racconta di un pastore, George (Hugh Jackman), che vive in una roulotte e si occupa di un gregge di pecore. George ama molto il suo lavoro e le sue pecore, tanto che ha dato un nome e ciascuna di loro e la sera dedica del tempo a leggere loro dei gialli, sebbene non sia convinto che le pecore lo capiscano.
In realtà noi spettatori scopriamo molto presto che le pecore non solo capiscono benissimo, ma parlano tra loro di tutto quello che gli accade intorno.
Quando una notte George viene trovato morto assassinato fuori dal suo camper, le pecore, capeggiate dalla più intelligente tra loro, Lily, decidono di fare la loro parte nel raccogliere indizi e scoprire il colpevole, aiutando il poliziotto locale, invero un po’ imbranato.
Come nei più classici gialli, di mezzo c’è un’eredità e un gruppo di sospettati, tra cui la figlia di George con cui lui intratteneva una corrispondenza postale.
Il film di Kyle Balda fa egregiamente il suo mestiere, trasferendo i classici stilemi del giallo alla Agatha Christie in un mondo in cui protagonisti non sono solo gli umani ma anche gli animali.
Ma Pecore sotto copertura non è solo un giallo realizzato come un divertissement; è anche – come spesso accade per i film con protagonisti gli animali – un modo per riflettere su alcune dinamiche propriamente umane. In questo caso, le pecore di George, grazie a questa avventura, faranno un percorso di consapevolezza, una specie di coming of age, per cui mentre in passato di fronte a ogni situazione emotivamente difficile sceglievano di dimenticare o di raccontarsi delle fantasie accettano infine la realtà, la cui memoria è ricca di ricordi belli e brutti. Inoltre, ci sarà modo durante questa avventura di mettere in discussione i propri pregiudizi, come quello che gli fa allontanare gli agnellini nati in inverno, fino ad arrivare a comprendere che un’esclusione basata su questi presupposti crea solo dolore e condanna a vite difficili.
Insomma, in Pecore sotto copertura ci sono tanti buoni sentimenti e tanti spunti di riflessione, certo semplici, ma trattati in maniera non semplicistica né banale, e il fatto che tutto questo si inserisca dentro una commedia che fa anche ridere e sorridere è decisamente un valore aggiunto.
Io alla fine mi sono anche commossa, che è poi in qualche modo la ciliegina sulla torta di un film per me riuscito.
Voto: 3,5/5

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