martedì 28 aprile 2026

Un anno di scuola

A partire dalla propria esperienza personale (la Samani si è diplomata a Trieste proprio nell’anno in cui è ambientato il film) e dal romanzo omonimo di Giani Stuparich, Laura Samani, insieme alla cosceneggiatrice Elisa Dondi, racconta l’anno scolastico 2007-2008 in una scuola di Trieste.

Per adattare l’idea di Stuparich alla quasi contemporaneità, la scuola prescelta è un ITIS, dove a inizio anno arriva una studentessa svedese, Frederika (Stella Wendick), detta Fred, trasferitasi in Italia al seguito del padre, unica studentessa in una classe completamente maschile.

Fred si troverà a fare i conti non solo con il gap linguistico – all’inizio si esprime soltanto in inglese, mentre molti dei suoi compagni di classe parlano addirittura in dialetto, rendendo difficile se non impossibile la comprensione reciproca -, ma anche e soprattutto con lo sguardo maschile, anzi meglio adolescenziale, su di lei, tra l’altro nutrito di tutti gli stereotipi che l’italiano medio si porta dietro rispetto alle ragazze svedesi.

All’inizio Fred subisce e incassa, poi a poco a poco si avvicina a un gruppetto di compagni di classe, il tormentato e apparentemente fanfarone Pasini, il compagnone ancora un po’ infantile Mitis e il silenzioso e un po’ solitario Antero (Giacomo Covi, vincitore del premio Orizzonti come miglior attore). A poco a poco Fred conquista la loro fiducia e riesce a diventare parte integrante del loro gruppetto, mentre comincia a imparare la lingua e il mondo che la circonda.

L’inevitabile gioco delle attrazioni incrociate finirà per far deflagrare il gruppo, ma anche per far sbocciare la personalità di Fred e avviarla sulla strada della crescita e del futuro.

È un classico coming of age inserito nel genere dell’high school movie quello raccontato da Laura Samani, eppure Un anno di scuola ha una freschezza e una naturalezza che conquistano, anche grazie ad una scrittura attenta e ad attori non professionisti molto ben selezionati.

Non so se Samani e Dondi con questo film parlino specificamente ai giovani di oggi, anzi direi di no, al di là del fatto che alcune dinamiche sono talmente universali che persino io che sono molto più avanti negli anni non ho fatto fatica a riconoscermi. Quello di Un anno di scuola è un mondo pre-social (Facebook non esisteva ancora, almeno in Italia) e con telefonini che servivano a telefonare e a mandare messaggi, e quindi un mondo abbastanza diverso da quello in cui gli adolescenti sono oggi immersi, senza contare che nel frattempo è intervenuto il grande trauma della pandemia che ha certamente segnato un’intera generazione.

Del resto, i film con protagonisti gli adolescenti quasi mai parlano davvero agli adolescenti stessi, perché come in un famoso detto attribuito a Kierkegaard «La vita può essere capita solo all'indietro, ma va vissuta in avanti», dunque probabilmente film come questi parlano più a chi quell’età della vita l’ha già superata e può oggi cogliere una serie di dinamiche che, finché ci era immerso, si limitava semplicemente a vivere.

Nel film di Samani c’è però anche altro, la tematica di genere, quella dell’identità e dell’appartenenza, e tutto questo è racchiuso sotto la grande metafora-ombrello della soglia e del confine: non solo questi giovani si trovano al limitare di una soglia importante della vita, ma vivono in una città di confine, dove si parla anche lo sloveno, e nel momento storico in cui la Slovenia entra a far parte di Schengen e cade un’altra frontiera in Europa. A questa idea del superare una soglia è anche sotteso il tema del lasciar andare, chi non c’è più, quello che non sarà più, e alla fine un’età della vita.

Non ho visto Piccolo corpo (che a questo punto vorrei recuperare), ma forse è a registe come Laura Samani o Maura Delpero su cui ha senso riporre un po’ di fiducia per il futuro di un cinema italiano capace di non ripetere all’infinito e stancamente sé stesso.

Voto: 3,5/5


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