Vado a vedere in anteprima il film di Hafsia Herzi La più piccola, che è la sua opera prima nata dall’adattamento del romanzo omonimo e autobiografico di Fatima Daas uscito nel 2020.
Il film è stato presentato all’ultimo Festival di Cannes e l’attrice, Nadia Melliti, ha vinto da esordiente il Premio per la migliore interpretazione femminile ed è in collegamento streaming per questa anteprima.
La più piccola racconta di Fatima, una giovane donna, terza e ultima figlia di una famiglia di origine algerina e di religione musulmana, che nel passaggio dal liceo all’università affronta un momento delicato della sua crescita, quello della consapevolezza della sua omosessualità e dei modi per poterla vivere, conciliandola con le aspettative della famiglia e con i suoi convincimenti personali e religiosi.
Tra incontri tramite app, nuove amicizie, feste, esperienze sessuali e un primo amore tormentato, Fatima comprenderà di non potersi nascondere per sempre, e che il coming out dovrà essere un passaggio obbligato della sua esistenza e della sua felicità futura.
Sicuramente l’interpretazione di Nadia Melliti è profondamente convincente, con quell’aria imbronciata e quella corazza di paura ma anche di fragilità che si porta dietro; è chiaro che la Melliti ha sentito una profonda sintonia con il personaggio di Fatima ed è riuscita a esprimerne la natura più intima attraverso la sua interpretazione.
Dal punto di vista cinematografico il film della Herzi mi ha ricordato molto del modo di fare cinema di Abdellatif Kechiche – penso in particolare a La vita di Adèle o a Mektoub, my love o a Cous cous – con cui del resto la Herzi ha lavorato diverse volte come attrice, probabilmente assorbendone metodo e in parte anche sguardo. La Herzi sta molto addosso ai suoi personaggi e ai dettagli dei visi e dei corpi, cercando in questo modo un’identificazione dello spettatore con la protagonista.
Devo però dire che, nonostante questo stile così coinvolgente, personalmente non sono riuscita a emozionarmi particolarmente, forse a causa di una linea narrativa non particolarmente nuova, o per uno stile già in parte visto (sebbene lo sguardo femminile lo ingentilisca non poco), o ancora per una chimica tra le attrici che personalmente non ho trovato particolarmente riuscita.
Al contempo, credo che ogni epoca e generazione abbia bisogno della sua storia di liberazione sessuale e identitaria, e poiché nessuna società si può dire del tutto immune da rischi di regressioni e conservatorismi, è giusto continuare a raccontare queste storie, perché ci ricordano – tanto più in tempi bui come quelli che viviamo – che libertà individuale e diritti non sono mai scontati.
Il fatto che in Italia la visione del film sia stata stabilita solo per un pubblico di età superiore ai 14 anni non fa che confermare e rafforzare questa convinzione.
Voto: 3,5/5
