martedì 22 maggio 2018

Dogman

È noto che l'ultimo film di Matteo Garrone è ispirato a uno dei più conosciuti fatti di cronaca avvenuti a Roma negli anni Ottanta: la vicenda del cosiddetto "canaro della Magliana". 

Ma la verità è che Garrone prende spunto da questa storia e dal suo protagonista per farne un racconto molto più personale e astratto al contempo.

L'astrazione sta nella scelta del regista di non collocare la vicenda in uno spazio e in un tempo chiaramente identificabili, da un lato creando nello spettatore un senso di straniamento, dall'altro conferendo alla storia una connotazione universale e quasi epica. Il luogo è una periferia urbana abbandonata non lontana dal mare, dove la fanno da padroni palazzi in cattivo stato di manutenzione e costruzioni non finite, spazi comuni in degrado e locali di slot machine e "Compro oro". La gente parla in parte con accento romanesco, in parte campano, e si muove in un'epoca indefinita che per certi versi potrebbero essere gli anni Ottanta ma per molti altri non può che essere la contemporaneità.

Marcello (splendidamente interpretato da Marcello Fonte, capace di trasmettere pensieri e sentimenti solo con uno sguardo, meritatamente vincitore a Cannes) ha un piccolo negozio di toelettatura per cani. Lo squallore quotidiano dal punto di vista estetico e umano nel quale vive è squarciato e illuminato dai suoi due grandi amori: quello per la figlioletta Alida, con cui passa tutto il tempo che può e con cui condivide la passione per l'esplorazione dei fondali marini e la partecipazione alle mostre canine, e quello per i cani, dai piccoli ai grandi, dai docili agli aggressivi, con cui Marcello ha un feeling particolare e cura con una tenerezza che strappa il cuore.

Marcello - pur anomalo nella sua naïveté alla Buster Keaton - non è estraneo all'ambiente nel quale vive e alle sue leggi: spaccia cocaina e partecipa - seppure non sempre di buon grado - a piccole azioni criminali, ma sembra farlo fondamentalmente per non dire di no agli amici e per mettere insieme i soldi per fare dei regali a sua figlia e renderla felice. Nel quartiere è perfettamente integrato nonché benvoluto per la sua lealtà e la sua mitezza, nonostante la sua amicizia con Simone, un ragazzone grande e grosso, cocainomane, ex pugile, che si fa rispettare a suon di botte e semina il terrore nel quartiere, rendendo la vita difficile a tutti. Marcello, però, cerca - a suo modo e in maniera sicuramente ingenua e infantile - di mantenere tutto in equilibrio, subendo i soprusi di Simoncino ma restando leale nell'amicizia con lui. Fino a quando viene coinvolto da Simone nella rapina del "Compro oro" confinante con il suo negozio e finisce in galera. Uscito dalla galera l'equilibrio a lungo mantenuto faticosamente in piedi sarà inevitabilmente e definitivamente spezzato e i tentativi di Marcello di ammansire Simone, come riesce a fare con i suoi cani, anche quelli più aggressivi, risulteranno fallimentari conducendolo a un esito non voluto ma inevitabile.

Il dramma di Marcello è un bisogno profondo di amare ed essere amato, che inevitabilmente si scontra con l'universo di degrado umano e sociale nel quale vive e che trova adeguata soddisfazione solo con i "puri di cuore", sua figlia e i suoi cani, entrambi estranei e indifferenti per motivi diversi all'ambiente che li circonda.

Matteo Garrone, magistralmente supportato alla sceneggiatura da Ugo Chiti e Massimo Gaudioso e alla fotografia da Nicolaj Brüel, riesce nel non facile tentativo di donare personalità e spessore a questo personaggio e di farne - al contempo - un'icona tragica, il cui bisogno di amore e la cui umanità sono destinati a essere soffocati e resi impossibili da un contesto feroce che lo condanna alla sconfitta personale e sociale.

Il film di Garrone non indugia sulla componente violenta di questa storia, mantenendola in un mirabile equilibrio con la tenerezza e la profonda umanità che caratterizza il suo protagonista, costruendo un impianto a metà strada tra il realistico e il favolistico che risucchia lo spettatore nell'universo psicologico di Marcello, arrivando a comprenderne il percorso e a non sentirsene estranei.

Voto: 4/5


venerdì 18 maggio 2018

La fata matematica / di Valeria Patera. Teatro Vittoria, 15 maggio 2018

Al Teatro Vittoria va sicuramente riconosciuto il merito di avere un cartellone vario e di dare spazio a rassegne ambiziose e innovative. Una delle rassegne proposte quest'anno è quella intitolata "Le donne erediteranno la terra", che ospita spettacoli dedicati a donne che hanno fatto la storia dell'umanità.

Io e F. decidiamo di andare a vedere La fata matematica, lo spettacolo dedicato alla figura di Ada Augusta Byron Lovelace, figlia del grande poeta romantico Lord Byron, matematica, che insieme a Charles Babbage lavorò alla cosiddetta "macchina analitica" (che non venne però mai realizzata) e comprese che - attraverso un adeguato linguaggio di programmazione - sarebbe stato possibile far fare alla macchina molto di più dei calcoli numerici.

Al sodalizio intellettuale e umano tra questi due grandi scienziati è stato persino dedicato un graphic novel dal titolo The thrilling adventures of Lovelace and Babbage. The (mostly) true story of the first computer di Sydney Padua, che però purtroppo non mi pare che sia stato tradotto e pubblicato in italiano.

Lo spettacolo viene introdotto sul palco dalla regista e autrice del testo, Valeria Patera, che ci ricostruisce brevemente il contesto storico nel quale si muoveva Ada Lovelace e ci racconta un po' di cose di questa figura, spiegandoci anche il perché del titolo di questo spettacolo (si trattava del nomignolo che Babbage attribuiva ad Ada).

Lo spettacolo si configura come un lungo monologo di un'Ada Lovelace ormai alla fine della sua vita (a causa di un cancro all'utero), che in qualche modo si racconta e fa un bilancio del passato, ricordando i rapporti con i suoi genitori e con le persone che l'hanno circondata, il marito, gli amanti e soprattutto il suo compagno di studi e non solo, Charles Babbage.

Il monologo affidato alla voce e alle movenze di Galatea Ranzi è in alcuni casi intervallato da proiezioni sulla scenografia di fondo di immagini evocative delle ricerche della Lovelace, nonché di ricordi di momenti del passato sotto forma di video.

Sarà che ero un po' stanca, ma - pur considerando coraggiosa e interessante l'iniziativa della regista - ho trovato lo spettacolo piuttosto monocorde e poco coinvolgente, e la recitazione enfatica della Ranzi non mi ha aiutata.

All'uscita dal teatro, io e F. riflettevamo insieme sul fatto che questo tipo di spettacoli per essere davvero riusciti devono poter contare su un testo e su un'attrice di alto, se non altissimo, livello (vedi a titolo di confronto lo spettacolo Elena con testi di Ghiannis Ritsos e interpretato da Elisabetta Pozzi). In assenza di una o di entrambe queste componenti il rischio di uno spettacolo piatto è molto elevato.

E purtroppo nel caso de La fata matematica il risultato è proprio questo.

Voto: 2,5/5

mercoledì 16 maggio 2018

Hiroshige. Visioni dal Giappone. Scuderie del Quirinale, 12 maggio 2018

In occasione della visita di mia sorella e famiglia a Roma, decidiamo di andare a vedere la mostra di Hiroshige in programmazione alle Scuderie del Quirinale. Faccio il biglietto in anticipo e prenoto la visita guidata per me e per mia sorella visto che mio cognato e mio nipote hanno deciso di non venire.

Io avevo visto a suo tempo anche la mostra su Hokusai allestita presso il Museo dell’Ara Pacis e, dunque, in parte avevo cominciato a prendere confidenza con le caratteristiche della cosiddetta “arte del mondo fluttuante” (Ukiyo-e). Però resta il fatto che l’arte giapponese – come la cultura giapponese in generale – costituisce un universo talmente lontano da quello occidentale da rendere sempre necessaria una adeguata mediazione culturale, al di là del piacere estetico che i loro prodotti artistici possono suscitare.

La nostra guida – un ragazzo molto bravo, come spesso accade con le guide delle Scuderie del Quirinale – ci dice che, perfino per chi come loro ha un’ampia formazione nella storia dell’arte, l’approccio all’arte giapponese non è semplice e spesso deve essere completata dagli apporti offerti dagli studiosi della cultura orientale.

Nonostante questa difficoltà e grazie proprio alle molte chiavi di lettura che la nostra guida di fornisce riusciamo ad apprezzare questo percorso – sostanzialmente cronologico – nell’opera di Hiroshige (che scopro solo lì che si pronuncia Hiròshighe).

Dalle prime sale che propongono alcune delle prime opere di Hiroshige, quelle in cui l’artista si mette alla ricerca di un proprio stile e anche dell’oggetto del proprio interesse artistico, si passa alle sale che mettono in mostra le opere con cui l’artista è diventato famoso, ossia le 53 stazioni della Tokaido. Si tratta di 53 silografie, il cui dettaglio nel segno e nel cromatismo è sorprendente tenendo conto della tecnica utilizzata e che rappresentano scene - con esseri umani e non - relativi alle stazioni di posta e sosta lungo la strada che collegava Edo (l’antico nome di Tokyo) a Kyoto, strada utilizzata per pellegrinaggi rituali e per raggiungere la città imperiale da parte degli shogun e delle loro corti, che fu percorsa dallo stesso Hiroshige.

Nelle ultime sale del primo piano sono esposte altre silografie rappresentanti soprattutto pesci, uccelli e fiori, soggetti molto presenti anche nelle stampe giapponesi contemporanee.

Al secondo piano si ha modo di apprezzare la fase matura dell’arte di Hiroshige, quella nella quale l’artista definisce compiutamente il suo stile. Dopo una prima sala a soggetto satirico o ispirato a storie fantastiche giapponesi, nelle successive possiamo apprezzare le cento famose vedute di Edo, in cui Hiroshige sperimenta composizioni nuove, di carattere quasi fotografico, come nel caso dei close-up oppure delle scene inquadrate da elementi naturali presenti nell'immagine.

Nell’ultima sala, infine, si trovano alcune stole di seta dipinte dallo stesso Hiroshige, che ci permettono di apprezzare in modo ancora più diretto che nelle silografie le qualità del disegno dell’artista, cui nella mostra si pone particolare attenzione proponendo al pubblico anche alcuni disegni preparatori di Hiroshige che non sono stati stampati e che dunque possono ancora essere ammirati in questa forma iniziale di mano dell’artista.

Per chi ha curiosità e interesse per la cultura giapponese, mostra consigliatissima (soprattutto se con visita guidata!).

Voto: 3,5/5

lunedì 14 maggio 2018

Angel Olsen (+ Suno Deko). Unplugged in Monti, Auditorium Parco della Musica, 5 maggio 2018

La mia rassegna preferita di concerti dal vivo a Roma, Unplugged in Monti, da qualche tempo ha cominciato una proficua collaborazione con l'Auditorium. Ed ecco qui che il concerto di Angel Olsen - inizialmente previsto presso la Chiesa Valdese - è stato trasferito all'Auditorium in Sala Petrassi dopo che i biglietti sono andati esauriti nel giro di pochi giorni. La scelta è stata sicuramente vincente, visto che la sala era praticamente piena; non saprei dire però se - visto il tipo di esibizione che Angel Olsen ci propone - avrei preferito una location più piccola e intima, com'è quella della chiesa Valdese.

Comunque, eccoci qua io e F. in terza fila prontissime per il concerto visto che negli ultimi giorni abbiamo riascoltato un po' della musica della Olsen, in particolare l'ultimo album My woman.

La prima cosa che ci colpisce è che sul palco c'è solo una chitarra e un amplificatore, mentre noi ci aspettavamo la cantante accompagnata da tutta la band. Capiamo dunque che ci aspetta un concerto di tipo intimistico.

Prima della Olsen sale sul palco Suno Deko, un cantautore newyorkese. Qualcuno in altre recensioni lo confronta con Perfume Genius e Ezra Furman, ed effettivamente dal punto di visto dell'estetica e del modo in cui si pone nei confronti del pubblico qualche richiamo c'è. Trovo però la sua musica molto diversa dai due cantanti citati, in particolare da Ezra Furman, che trasmette più energia e propone soluzioni musicali più varie. Al mio orecchio Suno Deko appare un po' monocorde e non mi conquista.

Dopo un po' di attesa, finalmente si presenta sul palco Angel Olsen, che sembra quasi sorpresa dell'applauso spontaneo e caloroso che arriva immediatamente. Angel ha un vestitino colorato e si offre al pubblico in tutta la sua semplicità, con la sua chitarra in braccio.

Inizia con una canzone che a noi non dice nulla. E infatti subito dopo le prime canzoni, quando inizia a chiacchierare amabilmente con il pubblico, Angel ci comunica - ridendo con aria un po' sarcastica e un po' innocente, come farà per tutto il resto del concerto - che se siamo lì per ascoltare le canzoni del suo ultimo album abbiamo sbagliato concerto e non c'è nessun problema se abbandoniamo la sala. Quello che ci proporrà saranno invece canzoni nuove in anteprima e qualche canzone ripescata dal suo repertorio.

Da questo momento in poi la Olsen alterna le sue canzoni (per la scaletta vi rimando alla recensione del Cibicida, perché io non avrei saputo ricostruirla in alcun modo) alle chiacchiere divertite con il pubblico. Sembra che Angel si prenda quasi gioco di noi, ci prenda in giro a più riprese, e devo dire che è abbastanza spiazzante la differenza tra la sua espressione seria e concentrata quando canta e i sorrisi che le aprono il volto quando parla con il pubblico.

A un certo punto ci chiede che cosa ci aspetta dopo il concerto, quali attività piccanti, e ci comunica che per quanto la riguarda andrà a dormire.
E infatti dopo un'ora di concerto, quando il pubblico la richiama per un bis, ci dice che ci farà solo un'altra canzone se per noi va bene perché a questo punto il letto l'aspetta. Questa canzone ce la fa scegliere e una ragazza dal pubblico, che poi sapremo chiamarsi April in quanto lei stessa glielo chiederà per dedicargliela, chiede a gran voce - se non sbaglio - White Fire.

Personalmente avrei forse preferito un concerto in full band e probabilmente anche qualche canzone delle sue più famose eseguite dal vivo; esco dunque dal concerto un po' disorientata e non del tutto soddisfatta.

È stato però comunque interessante e divertente fare la conoscenza di Angel Olsen.

Voto: 3/5

venerdì 11 maggio 2018

Festival del cinema spagnolo. Cinema Farnese, 3-8 maggio 2018

Il Festival del cinema spagnolo al Cinema Farnese è ormai diventato un appuntamento fisso del maggio romano e personalmente cerco di non perdere l'occasione di vedere qualche pellicola tra quelle che ho perso al momento dell'uscita o che probabilmente non arriveranno mai nelle nostre sale.

Quest'anno in particolare mi pare che la selezione operata sia particolarmente interessante, oppure - questa è la mia conclusione - il livello del cinema spagnolo (e sudamericano) negli ultimi anni sta crescendo molto.

Io riesco a vedere solo tre film, anche perché un paio (Una mujer fantastica e Poesia sin fin) li avevo già visti negli scorsi mesi; però quel poco che seguo è di un livello veramente alto ed esco con grande soddisfazione da questo fine settimana di immersione nel cinema spagnolo.

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Contratiempo

Il primo film che seguo, venerdì sera, è Contratiempo, un vero "giallone" come non ne vedevo da tempo. La storia è quella di un giovane manager rampante e di successo, Adrián Doria (Mario Casas), che si trova a essere il principale accusato dell'omicidio di Laura Vidal (Bárbara Lennie), la sua amante. Laura è stata trovata morta nella stessa camera d'albergo - chiusa dall'interno - dove Adriàn è stato ritrovato privo di sensi.

Adriàn ha un appuntamento con Virginia Goodman, l'assistente del suo avvocato, per fare il punto della situazione prima dell'udienza. Da qui comincia prima il racconto in flashback di Adrián, poi le domande dell'avvocato che - a poco a poco - portano alla luce una realtà diversa da quella raccontata, in un rovesciamento di prospettive e un susseguirsi di colpi di scena che tiene lo spettatore incollato alla sedia e lo costringe - come nella migliore tradizione dei gialli psicologici - a essere costantemente attento a quei dettagli di cui Virginia Goodman parla continuamente al suo cliente, per stare dietro alle ricostruzioni della storia e saggiarne la credibilità.

La pellicola di Paulo Oriol - pur a tratti un pochino forzata e sopra le righe, come mi fa notare la mia amica F. - è costruita come un meccanismo a orologeria perfetto che inizia raccontandoci una versione dei fatti e dei personaggi credibile per poi costringerci a rivedere tutte le nostre convinzioni e a cambiare continuamente punto di vista. Alla fine del film niente sarà come avevamo immaginato, noi stessi spettatori vittime dello straordinario raggiro ordito dallo sceneggiatore.

Voto: 3,5/5



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Vivir es fácil con los ojos cerrados

"Living is easy with eyes closed" è il primo verso della canzone dei Beatles Strawberry fields forever. La scelta nasce dal fatto che il protagonista di questo film di David Trueba è un professore di latino e inglese, Antonio (Javier Cámara), che è un appassionato dei Beatles e in particolare di John Lennon e insegna l'inglese ai suoi ragazzi utilizzando i testi delle loro canzoni.

Siamo nel 1966, la Spagna è in pieno franchismo, mentre nel mondo i Beatles sono all'apice del successo e John Lennon vive una grande crisi personale rispetto alla musica tanto da decidere di partecipare come attore a un film girato ad Almeria.

Antonio non può perdere l'occasione di incontrare il suo idolo e parte con la sua macchina verso Almeria. Ben presto raccoglie come compagni di viaggio Belén (Natalia De Molina), una giovane ragazza incinta che i genitori hanno mandato in un istituto per il periodo della gravidanza per evitare le chiacchiere della gente, e Juanjo (Francesc Colomer), un ragazzo di sedici anni in fuga dalla famiglia e in particolare da un padre poliziotto e autoritario che non lo capisce.

Il viaggio sarà per tutti l'occasione di scoprirsi reciprocamente e di scoprire se stessi sotto una luce nuova. Antonio è un personaggio commovente per la sua purezza e la sua generosità d'animo, un inno all'idea stessa dell'insegnante come modello di civismo, di dignità e di gentilezza, che acquista un valore ancora maggiore in una Spagna che deve fare i conti con gli effetti collaterali della dittatura. Con un'ironia e un'autoironia inesauribile nonché con la sua ingenuità irresistibile, Antonio condurrà Belén e Juanjo a fare i conti con le proprie vite e a riprenderle in mano senza più condizionamenti. Ma anche Antonio troverà in Belén e Juanjo una risposta alla sua solitudine e un senso alla sua vocazione che va ben al di là delle classi scolastiche.

Un film non solo bello visivamente e godibile, ma anche commovente, leggero e profondo al tempo stesso, pieno di spunti di riflessione. Non sorprende che abbia vinto sei premi Goya e che venerdì ci fosse la sala piena a Roma a distanza di quattro anni dalla sua prima uscita. Del resto, sentendo poi parlare il regista presente in sala sia del film che del suo ultimo libro, La canzone del ritorno, si percepisce la perfetta consonanza tra i toni del film e quelli del suo creatore, un uomo gentile e pacato, che comunica umiltà ma consegna al pubblico piccole perle di saggezza.

Voto: 4/5



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Estiu 1993 = Verano 1993

La mia tre giorni di cinema spagnolo si conclude con la visione di un film catalano, Estiu 1993, vincitore del premio come miglior opera prima al Festival del cinema di Berlino nel 2017.

Carla Simòn racconta una storia che affonda le radici nella propria autobiografia. Protagonista è la piccola Frida (Laia Artigas), una bambina di sei anni che nell'estate del 1993 perde la madre (morta di AIDS, lo si capirà dopo), dopo aver già perso il padre in precedenza. In quell'estate (e per volontà della stessa madre) Frida viene mandata a vivere con gli zii, il fratello della madre che vive in un casale di montagna insieme alla moglie e alla figlia, poco più piccola di Frida.

Inizia così per Frida un difficile percorso di metabolizzazione del dolore e di adattamento alla sua nuova famiglia. Carla Simòn ce lo racconta mettendosi all'altezza di questa bambina e compiendo uno straordinario percorso di regressione all'infanzia e di immedesimazione nei pensieri e nei sentimenti di una bambina e dei pochi - ma potenti e non mediati - mezzi che questa ha per reagire al senso di abbandono, alla paura, alla rabbia che la travolgono.

Come ha detto la mia amica R., coi suoi silenzi Frida ci comunica un intero, ingarbugliato e complesso, mondo interiore che è stato completamente messo sotto sopra. I capricci, le cattiverie, le piccole e grandi ribellioni, i ricatti affettivi sono gli strumenti che i bambini (e talvolta anche gli adulti) hanno a disposizione per gestire i propri sentimenti. Di fronte a lei una bimba ancora più piccola, Anna (Paula Robles), che - forte di una famiglia che la ama e che è presente - crede istintivamente in questa sorella maggiore acquisita e le offre un affetto puro, nonostante la competizione affettiva di cui è oggetto. Il rapporto tra queste due bambine strappa sorrisi e risate e insieme stringe lo stomaco in una morsa che non molla la presa fino all'ultimo fotogramma.

Fuori dal mondo delle due bimbe, che sono poi le uniche che sembrano capirsi sul serio e fin da subito, i due genitori, Marga ed Esteve, che comprendono il dolore e il profondo bisogno di affetto di Frida e non si tirano indietro, ma devono anche salvaguardare l'equilibrio affettivo della propria figlia e anche educare Frida come qualunque altra bambina della sua età.

In questo film, la rappresentazione dell'infanzia - pur in un frangente così difficile e delicato - non concede nulla ad alcuna visione romantica ed edulcorata, scegliendo la strada di una sincerità e di una adesione alla realtà che ti strappano il cuore dal petto, inducendo un senso di pietas umana profonda verso tutti i protagonisti di questa storia, umanissimi e fragili di fronte alla vita che a volte mette di fronte a sfide più grandi di noi.

Spero che Estiu 1993 esca in Italia perché è un film da non perdere.

Voto: 4,5/5

mercoledì 9 maggio 2018

A Toys Orchestra (+ Knup Trio). Monk, 3 maggio 2018

Era un po' che inseguivo gli A Toys Orchestra dal vivo. Me li aveva fatti conoscere qualche anno fa la mia amica V., anche perché - nonostante il nome del gruppo e le canzoni in inglese - questi musicisti sono sostanzialmente suoi conterranei (vengono da Agropoli).

Le cose che V. mi aveva fatto ascoltare a suo tempo mi erano piaciute parecchio, poi all'uscita dell'album Butterfly Effect ero rimasta un po' interdetta (e forse non io sola), perché il gruppo aveva deciso di sperimentare in direzioni nuove, decisamente in rottura con il passato.

Invece da poche settimane è uscito il nuovo lavoro, Lub Dub, con cui gli A Toys Orchestra tornano alle loro sonorità più tipiche e a una vena più intimistica, che personalmente sento più vicina a me e forse anche più congeniale a loro. Il nuovo album l'ho ascoltato diverse volte prima di andare al concerto e ho subito amato diverse canzoni, in particolare Dance Lady Dance, Like a Matisse, Lub Dub e Someone Like You.

Nella serata del Monk (che si conferma sempre una splendida location), dopo l'opening del Knup Trio (batteria, tastiere e contrabbasso, più sintetizzatore), che presenta il suo ultimo lavoro strumentale Run, salgono sul palco i cinque ragazzi degli A Toys Orchestra: il cantante e chitarrista, Enzo Moretto, con l'immancabile cappellino, e i musicisti Ilaria De Angelis, una presenza scenica al contempo importante e riservata, Raffaele Benevento, Andrea Perillo e Julian Barrett.

Durante il concerto che dura più di un'ora e mezzo, anche grazie a un bis chiesto a gran voce e piuttosto sostanzioso, gli A Toys Orchestra ci suonano quasi integralmente il loro ultimo album, ma di tanto in tanto propongono incursioni nei loro lavori precedenti che il pubblico dimostra di apprezzare molto.

La cosa sorprendente - almeno per me - è che, a parte il batterista e la voce principale che è sempre quella di Enzo Moretto, per il resto i ruoli dei musicisti sono tutti perfettamente intercambiabili. Ad ogni canzone ciascun musicista sceglie un diverso strumento, passando dalle tastiere, al basso, alla chitarra, in un continuo rimescolamento della formazione, cosa che a livello scenico ha un impatto decisamente interessante.

La versatilità mi sembra una caratteristica propria degli A Toys Orchestra, e non solo dal punto di vista dell'uso degli strumenti, bensì anche nelle sonorità e nelle atmosfere. Nello stesso concerto infatti essi sono capaci di passare da atmosfere intimiste a sonorità da rock puro, a forme di pop sofisticato fino all'elettronica. E in ognuna di queste sonorità sembrano perfettamente a loro agio. Tra l'altro il passaggio dall'una all'altra avviene in molti casi senza soluzione di continuità al punto da realizzare veri e propri medley.

Il leader Enzo Moretto sembra un classico timido che riesce a sciogliersi solo quando suona la sua chitarra saltellando per il palco, ma che poi è quasi in difficoltà a parlare con il pubblico. Ci fa capire però a più riprese che gli A Toys Orchestra escono da un periodo non facile ed essendo al primo tour dopo quattro anni hanno bisogno di tutto l'affetto e il sostegno possibile del pubblico, che non si fa attendere.

Una bella esperienza musicale che non mi fa rimpiangere le ore di sonno perso e la fatica di alzarsi il giorno seguente.

Voto: 3,5/5