Un film che è un tripudio di bellezza che quasi si fa fatica a descriverla.
Bellezza dei paesaggi naturali e urbani, fotografati in modo impeccabile e poetico da Emmanuel Lubezki. Bellezza degli ambienti e degli oggetti: case meravigliose da rivista patinata, abiti di alta moda, jet privati e macchine di lusso. Bellezza degli attori, innanzitutto i protagonisti, il quartetto d'assi formato da Michael Fassbender, Ryan Gosling, Rooney Mara e Natalie Portman, nonché i comprimari tra cui Cate Blanchett e Berenice Marlohe. Bellezza dei camei di Patti Smith soprattutto (che ha anche un ruolo chiave nella trama) e di Iggy Pop. Bellezza della colonna sonora, scelta con un attenzione al dettaglio quasi maniacale e totalmente integrata nel film. Bellezza dei luoghi e delle ambientazioni, dagli Stati Uniti urbani e rurali al Messico. Bellezza delle inquadrature in cui il grandangolo la fa da padrone anche quando la telecamera sta vicinissima al soggetto umano. Bellezza delle interazioni, delle parole e dei pensieri che si mescolano in un montaggio discontinuo che illumina i protagonisti in sequenze da pochi minuti non necessariamente ordinate cronologicamente, ubriacando e disorientando lo spettatore.
Eppure, dopo tutta questa bellezza da rimanere a bocca aperta, non posso dire che il film mi sia piaciuto.
Malick usa questa ubriacatura di bellezza per raccontare il vuoto morale dello showbiz che ruota intorno al mondo della musica, del quale il manovratore nel film è Cook (Michael Fassbender), un impresario senza scrupoli e manipolatore, totalmente immerso nel mondo delle apparenze e alla ricerca di esperienze sempre nuove che spesso comportano la distruzione della vita di altri. Intorno a lui ruotano Faye (Rooney Mara), entrata in questo mondo da piccola al seguito di Cook e sedotta dalle possibilità e dall'esperienzialità senza fine che lo caratterizzano, BV (Ryan Gosling), un aspirante musicista di buoni principi che si innamora di Faye, Rhonda (Natalie Portman), una cameriera che Cook sposa portandola poi all'autodistruzione.
La bellezza e la ricchezza seducono tutti intrappolandoli in vite ed esperienze superficiali e alla fine poco soddisfacenti, ma l'amore di BV per Faye aprirà la strada per un ritorno a sentimenti più sinceri e a una vita più semplice ma non meno piena di bellezza.
Se questo è il senso del film - ma può essere che io non abbia capito qualcosa essendo una persona intellettualmente semplice - a me sembra un po' pochino per giustificare una confezione così pretenziosamente intellettualistica che sfocia in un manierismo che - ripeto - è visivamente e cinematograficamente più che godibile, ma sinceramente non molto più di questo.
A me alla fine Song to song fa l'effetto "film americano di regista americano intellettuale e un po' moralista" in cui - come in The tree of life - a partire da suggestioni autobiografiche (Malick ha anche fatto l'operaio presso i pozzi di petrolio!) - si propongono riflessioni filosofiche sul senso della vita, sulla ricerca della felicità, sulle contraddizioni dei nostri bisogni.
Io però di fronte questo mix tra un documentario del National Geographic, un reportage di viaggio da rivista patinata e un allegato video a un numero di Vogue America faccio fatica a empatizzare; sicuramente non sono all'altezza di comprendere intellettualmente i riferimenti intellettuali ma mi aspetto che un film come questo - toccando corde emotive oltre che intellettuali - dica qualcosa di importante a tutti. E con me non l'ha fatto.
Voto: 3/5
venerdì 19 maggio 2017
mercoledì 17 maggio 2017
Washington Square. Teatro La comunità, 7 maggio 2017
Per questa soleggiata domenica di maggio accetto la proposta di F. di andare a vedere uno spettacolo teatrale tratto dal romanzo di Henry James, Washington Square, in un piccolissimo teatro di Trastevere, il teatro La comunità.
Prima di andare a vedere lo spettacolo, un po' per scelta un po' per necessità non sono riuscita a prepararmi per nulla. So solo che sarà recitato in inglese da attori italiani, ma non so nemmeno - se non per sommissimi capi - di cosa parla la storia.
Il teatro è poco più di un seminterrato, con le file di sedie attaccatissime, che quasi le gambe non ci stanno. Il palco però è molto grande e quando si apre il sipario entriamo nella casa di Washington Square.
La lettura del romanzo di James da parte del regista Giancarlo Sepe è fatta attraverso brevi scene (con una sceneggiatura essenziale) di cui - prese singolarmente - non è chiarissimo il significato, ma che nella composizione finale trasmettono il senso e gli elementi essenziali della storia, anche grazie alla costruzione complessiva che molto punta sulle musiche, sull'uso delle luci, sulla scenografia e sulle coreografie animate dai singoli e dall'intero gruppo di attori.
Al centro della storia Catherine Sloper, una donna minuta e ingenua che si innamora di Morris, interessato più ai suoi soldi che a lei, e che deve per questo affrontare la contrarietà del padre. Intorno ai personaggi principali si muovono i fantasmi della madre di lei e del fratello, le zie, una parente di Morris e un nuovo pretendente.
Sullo sfondo la storia americana e soprattutto l'ideologia di un paese fondato sul mito di un popolo che ha conquistato una terra e l'ha resa grande, anche se sulla base della violenza e del denaro, e - come in questo caso - della negazione del riscatto dei soggetti più deboli, soprattutto quelli femminili.
Il risultato è visivamente molto bello e godibile. Gli attori sono bravi nel tenere in equilibrio le varie componenti dello spettacolo.
Un piccolo lavoro che mi ha colpito per la trasformazione della narrazione da parole in suoni, luce e movimento.
Voto: 3,5/5
Prima di andare a vedere lo spettacolo, un po' per scelta un po' per necessità non sono riuscita a prepararmi per nulla. So solo che sarà recitato in inglese da attori italiani, ma non so nemmeno - se non per sommissimi capi - di cosa parla la storia.
Il teatro è poco più di un seminterrato, con le file di sedie attaccatissime, che quasi le gambe non ci stanno. Il palco però è molto grande e quando si apre il sipario entriamo nella casa di Washington Square.
La lettura del romanzo di James da parte del regista Giancarlo Sepe è fatta attraverso brevi scene (con una sceneggiatura essenziale) di cui - prese singolarmente - non è chiarissimo il significato, ma che nella composizione finale trasmettono il senso e gli elementi essenziali della storia, anche grazie alla costruzione complessiva che molto punta sulle musiche, sull'uso delle luci, sulla scenografia e sulle coreografie animate dai singoli e dall'intero gruppo di attori.
Al centro della storia Catherine Sloper, una donna minuta e ingenua che si innamora di Morris, interessato più ai suoi soldi che a lei, e che deve per questo affrontare la contrarietà del padre. Intorno ai personaggi principali si muovono i fantasmi della madre di lei e del fratello, le zie, una parente di Morris e un nuovo pretendente.
Sullo sfondo la storia americana e soprattutto l'ideologia di un paese fondato sul mito di un popolo che ha conquistato una terra e l'ha resa grande, anche se sulla base della violenza e del denaro, e - come in questo caso - della negazione del riscatto dei soggetti più deboli, soprattutto quelli femminili.
Il risultato è visivamente molto bello e godibile. Gli attori sono bravi nel tenere in equilibrio le varie componenti dello spettacolo.
Un piccolo lavoro che mi ha colpito per la trasformazione della narrazione da parole in suoni, luce e movimento.
Voto: 3,5/5
lunedì 15 maggio 2017
Born to lose / Nicoz Balboa
Born to lose / Nicoz Balboa. Roma: Coconino Press, Fandango, 2017.
Nicoz Balboa (nome d’arte di Nicoletta Zanchi) è "romana de Roma" e quasi morbosamente legata alla sua città, come è proprio dei romani, anche se vive da parecchi anni in Francia. È madre di una bimba, Mina, nonché tatuatrice, illustratrice, disegnatrice di fumetti, artista e molto altro.
Questo è il suo primo albo a fumetti pubblicato ed è un albo decisamente originale. Non si tratta infatti di un graphic novel come ormai siamo abituati a leggere, ma di un vero e proprio diario, disegnato e scritto su un’agenda Moleskine per almeno un paio d’anni.
E come tutti i diari è un racconto intimo e non solo; però anziché usare solo il flusso di pensieri (c’è anche quello), utilizza i disegni che rappresentano se stessa, la sua bambina, i suoi amici, i figli degli amici, i suoi amori e tutto il mondo che ruota intorno a lei.
Non so se Nicoletta è quella rappresentata qui; lei si lamenta di chi pensa di conoscerla attraverso il suo blog, e un po’ la capisco, perché nel mio piccolo accade talvolta anche a me. Diciamo che in tutte le nostre espressioni mettiamo una parte di noi stessi, ma è chiaro che ciascuno di noi è più complesso di così e non si esaurisce in quei pensieri e in quelle pagine, che hanno piuttosto l’obiettivo – più che di rappresentare compiutamente se stessi – di parlare a tutti e consentire ai lettori di scoprire una parte di loro stessi, di riconoscersi, di “risuonare” (come dico io) con alcuni pezzi di umanità dell’autore.
E, da questo punto di vista, secondo me Nicoz Balboa in questo diario riesce perfettamente a raggiungere l'obiettivo. Anche se non si è mamme, non si vive lontano dalla propria città e dai propri amici, non si è artisti, non si fa i tatuatori e non si ascolta la sua musica, ognuno di noi potrà riconoscersi nelle sue insicurezze, nei suoi momenti di piccola e grande felicità, nei suoi successi e insuccessi, nelle sue giornate no, nella sua volubilità, nelle sue paure, nel suo desiderio di essere amata e nella paura di rimanere sola, nel voler fare le cose giuste per sé e per le persone a cui si vuole bene e nel non riuscirci sempre né spesso.
È in questo modo che avviene quel processo di identificazione che inevitabilmente ci fa sentire la persona di cui leggiamo familiare e ci fa pensare di conoscerla da sempre, come un’amica di vecchia data, quando invece quello che abbiamo trovato è una parte di noi stessi. Gli artisti servono a questo: a renderci esplicite e universali delle cose che noi pensiamo essere solo nostre e su cui ci arrovelliamo sentendoci sbagliati, e che invece grazie a loro capiamo essere tratti caratteristici dell’umanità tutta, solo che di solito non entriamo nell’intimità degli altri così a fondo da poterli davvero vedere.
Il che poi non vuol dire che smettiamo di arrovellarci e di stare male, ma forse ci sentiamo un po’ meno soli.
Voto: 4/5
Nicoz Balboa (nome d’arte di Nicoletta Zanchi) è "romana de Roma" e quasi morbosamente legata alla sua città, come è proprio dei romani, anche se vive da parecchi anni in Francia. È madre di una bimba, Mina, nonché tatuatrice, illustratrice, disegnatrice di fumetti, artista e molto altro.
Questo è il suo primo albo a fumetti pubblicato ed è un albo decisamente originale. Non si tratta infatti di un graphic novel come ormai siamo abituati a leggere, ma di un vero e proprio diario, disegnato e scritto su un’agenda Moleskine per almeno un paio d’anni.
E come tutti i diari è un racconto intimo e non solo; però anziché usare solo il flusso di pensieri (c’è anche quello), utilizza i disegni che rappresentano se stessa, la sua bambina, i suoi amici, i figli degli amici, i suoi amori e tutto il mondo che ruota intorno a lei.
Non so se Nicoletta è quella rappresentata qui; lei si lamenta di chi pensa di conoscerla attraverso il suo blog, e un po’ la capisco, perché nel mio piccolo accade talvolta anche a me. Diciamo che in tutte le nostre espressioni mettiamo una parte di noi stessi, ma è chiaro che ciascuno di noi è più complesso di così e non si esaurisce in quei pensieri e in quelle pagine, che hanno piuttosto l’obiettivo – più che di rappresentare compiutamente se stessi – di parlare a tutti e consentire ai lettori di scoprire una parte di loro stessi, di riconoscersi, di “risuonare” (come dico io) con alcuni pezzi di umanità dell’autore.
E, da questo punto di vista, secondo me Nicoz Balboa in questo diario riesce perfettamente a raggiungere l'obiettivo. Anche se non si è mamme, non si vive lontano dalla propria città e dai propri amici, non si è artisti, non si fa i tatuatori e non si ascolta la sua musica, ognuno di noi potrà riconoscersi nelle sue insicurezze, nei suoi momenti di piccola e grande felicità, nei suoi successi e insuccessi, nelle sue giornate no, nella sua volubilità, nelle sue paure, nel suo desiderio di essere amata e nella paura di rimanere sola, nel voler fare le cose giuste per sé e per le persone a cui si vuole bene e nel non riuscirci sempre né spesso. È in questo modo che avviene quel processo di identificazione che inevitabilmente ci fa sentire la persona di cui leggiamo familiare e ci fa pensare di conoscerla da sempre, come un’amica di vecchia data, quando invece quello che abbiamo trovato è una parte di noi stessi. Gli artisti servono a questo: a renderci esplicite e universali delle cose che noi pensiamo essere solo nostre e su cui ci arrovelliamo sentendoci sbagliati, e che invece grazie a loro capiamo essere tratti caratteristici dell’umanità tutta, solo che di solito non entriamo nell’intimità degli altri così a fondo da poterli davvero vedere.
Il che poi non vuol dire che smettiamo di arrovellarci e di stare male, ma forse ci sentiamo un po’ meno soli.
Voto: 4/5
venerdì 12 maggio 2017
The space between
The space between è una co-produzione italo-australiana, pare la prima da quando nel 1996 è stato firmato l'accordo tra i due paesi. La regista, Ruth Borgobello dice che il titolo fa riferimento alla distanza che c'è per ognuno di noi tra i sogni e la realtà.
Diciamo che poi vedendo il film, l'interpretazione certamente autentica della regista appare un po' didascalica, perché a me The space between ha fatto pensare molto di più alla distanza che nei personaggi di questa storia c'è tra i loro sentimenti più profondi e quello che riescono a comunicare nella relazione (sia a se stessi che agli altri).
In generale, l'intero film trasmette quest'idea di sentimenti trattenuti - positivi e negativi - che rendono il film nel suo complesso un pochino ingessato esattamente come i suoi personaggi.
The space between è la storia di Marco (Flavio Parenti), un giovane uomo che vive ad Udine, con un passato da cuoco in un ristorante di New York, un presente di lavoro in fabbrica, di visite al padre anziano rimasto solo dopo la morte della madre e di condivisione con l'amico di sempre. Nell'arco di 24 ore la vita di Marco viene messa sottosopra: riceve una proposta di lavoro in un ristorante australiano e il suo amico muore in un incidente stradale.
Inizia per lui un momento di riflessione sulla propria vita e sul proprio futuro, la cui chiave di volta sarà l'incontro con Olivia (Maeve Dermody), una ragazza australiana che è in Friuli per incontrare i suoi parenti italiani e forse per tentare una strada lavorativa diversa nel settore del design.
Per entrambi fare i conti col passato e entrare appieno nel presente, che significa mettersi in contatto con se stessi e con gli altri, ma anche con i luoghi (bello il Friuli mostrato in questo film) saranno la condizione preliminare per fare con coraggio le scelte per il futuro scommettendo sulla propria felicità.
The space between è un film onesto e ben fatto; tuttavia, oltre a raccontare una storia non certo originale, lo fa in un modo che manca di vera empatia, cosicché il racconto dei sentimenti (che dovrebbe essere la parte principale del film) resta al contempo un po' sottotraccia, ovvero - in emersione - un po' semplificato e didascalico.
Va detto che questi piccoli film fanno fatica a sviluppare appieno la propria anima, mancandogli spesso alcune condizioni necessarie, e il risultato facilmente risulta meno entusiasmante di quanto avrebbe potuto.
Voto: 3/5
Diciamo che poi vedendo il film, l'interpretazione certamente autentica della regista appare un po' didascalica, perché a me The space between ha fatto pensare molto di più alla distanza che nei personaggi di questa storia c'è tra i loro sentimenti più profondi e quello che riescono a comunicare nella relazione (sia a se stessi che agli altri).
In generale, l'intero film trasmette quest'idea di sentimenti trattenuti - positivi e negativi - che rendono il film nel suo complesso un pochino ingessato esattamente come i suoi personaggi.
The space between è la storia di Marco (Flavio Parenti), un giovane uomo che vive ad Udine, con un passato da cuoco in un ristorante di New York, un presente di lavoro in fabbrica, di visite al padre anziano rimasto solo dopo la morte della madre e di condivisione con l'amico di sempre. Nell'arco di 24 ore la vita di Marco viene messa sottosopra: riceve una proposta di lavoro in un ristorante australiano e il suo amico muore in un incidente stradale.
Inizia per lui un momento di riflessione sulla propria vita e sul proprio futuro, la cui chiave di volta sarà l'incontro con Olivia (Maeve Dermody), una ragazza australiana che è in Friuli per incontrare i suoi parenti italiani e forse per tentare una strada lavorativa diversa nel settore del design.
Per entrambi fare i conti col passato e entrare appieno nel presente, che significa mettersi in contatto con se stessi e con gli altri, ma anche con i luoghi (bello il Friuli mostrato in questo film) saranno la condizione preliminare per fare con coraggio le scelte per il futuro scommettendo sulla propria felicità.
The space between è un film onesto e ben fatto; tuttavia, oltre a raccontare una storia non certo originale, lo fa in un modo che manca di vera empatia, cosicché il racconto dei sentimenti (che dovrebbe essere la parte principale del film) resta al contempo un po' sottotraccia, ovvero - in emersione - un po' semplificato e didascalico.
Va detto che questi piccoli film fanno fatica a sviluppare appieno la propria anima, mancandogli spesso alcune condizioni necessarie, e il risultato facilmente risulta meno entusiasmante di quanto avrebbe potuto.
Voto: 3/5
mercoledì 10 maggio 2017
Lang historie kort = In poche parole
E che, non lo volevamo vedere almeno un film del Nordic Film Fest, in programmazione dal 4 al 7 maggio alla Casa del Cinema? ;-)
La mia scelta cade su questo Lang historie kort (in italiano In poche parole), che mi incuriosisce sia per la storia sia per il fatto che il film è stato premiato ai Bodil Awards 2016 (Oscar danese) per la migliore attrice e la migliore sceneggiatura, e questo tutto sommato mi è sembrata una buona garanzia di qualità.
Il film di May el-Toukhy non tradisce le aspettative.
Lang historie kort racconta le vite di un gruppo di amici intorno ai quarant'anni che nel corso di qualche anno si incontrano per una serie di occasioni speciali: Capodanno, festa di mezza estate, un matrimonio, un non-battesimo, un compleanno ecc.
Al centro della storia c'è Ellen (Mille Lehfeldt), intorno a cui ruotano Anette e la sua compagna, il single Rolf che però poi si innamora, Adam e Maya che sono sposati e hanno due figli, Max, il cugino di Anette che è tornato in Danimarca da Chicago, Sebastian che è sposato e ha un figlio, ma ha una storia extraconiugale con Ellen.
In questa commedia dal sapore agrodolce si ride parecchio e un pochino ci si commuove nel seguire le vicende sentimentali (e non solo) di questo gruppo di persone, con i loro momenti di felicità, di tristezza, di equilibrio, di disperazione. La cosa interessante è che la narrazione non è continua, quindi ad ogni episodio incentrato su un festeggiamento accadono delle cose e degli equilibri cambiano o sembra stiano per cambiare, e all'episodio successivo è molto divertente verificare se le cose sono effettivamente cambiate e in che modo (spesso in modi imprevedibili), e come le geometrie sentimentali interne al gruppo sono fortemente variabili, anche quando sono apparentemente stabili.
Questo bel film danese ci dice che le relazioni sono sempre in bilico, innanzitutto per loro stessa natura, perché inevitabilmente esse sono caratterizzate dall'alternanza di momenti di grande sintonia e armonia a momenti di rottura, di stanchezza, di fatica, di crisi, in secondo luogo perché nessuno di noi è una persona pienamente risolta ed equilibrata e i rapporti di coppia sono la destinazione privilegiata delle nostre "follie" e disequilibri.
Non so se si esce con l'animo sollevato. Certamente se si punta all'amore ideale e romantico, il film è l'ennesima affermazione del contrario. Ma se si è già giunti a una visione più realistica e disincantata, ma non per questo meno orientata e desiderosa di una vita a due, il film di May el-Toukhy ci farà certamente sentire meno sbagliati.
Voto: 4/5
La mia scelta cade su questo Lang historie kort (in italiano In poche parole), che mi incuriosisce sia per la storia sia per il fatto che il film è stato premiato ai Bodil Awards 2016 (Oscar danese) per la migliore attrice e la migliore sceneggiatura, e questo tutto sommato mi è sembrata una buona garanzia di qualità.
Il film di May el-Toukhy non tradisce le aspettative.
Lang historie kort racconta le vite di un gruppo di amici intorno ai quarant'anni che nel corso di qualche anno si incontrano per una serie di occasioni speciali: Capodanno, festa di mezza estate, un matrimonio, un non-battesimo, un compleanno ecc.
Al centro della storia c'è Ellen (Mille Lehfeldt), intorno a cui ruotano Anette e la sua compagna, il single Rolf che però poi si innamora, Adam e Maya che sono sposati e hanno due figli, Max, il cugino di Anette che è tornato in Danimarca da Chicago, Sebastian che è sposato e ha un figlio, ma ha una storia extraconiugale con Ellen.
In questa commedia dal sapore agrodolce si ride parecchio e un pochino ci si commuove nel seguire le vicende sentimentali (e non solo) di questo gruppo di persone, con i loro momenti di felicità, di tristezza, di equilibrio, di disperazione. La cosa interessante è che la narrazione non è continua, quindi ad ogni episodio incentrato su un festeggiamento accadono delle cose e degli equilibri cambiano o sembra stiano per cambiare, e all'episodio successivo è molto divertente verificare se le cose sono effettivamente cambiate e in che modo (spesso in modi imprevedibili), e come le geometrie sentimentali interne al gruppo sono fortemente variabili, anche quando sono apparentemente stabili.
Questo bel film danese ci dice che le relazioni sono sempre in bilico, innanzitutto per loro stessa natura, perché inevitabilmente esse sono caratterizzate dall'alternanza di momenti di grande sintonia e armonia a momenti di rottura, di stanchezza, di fatica, di crisi, in secondo luogo perché nessuno di noi è una persona pienamente risolta ed equilibrata e i rapporti di coppia sono la destinazione privilegiata delle nostre "follie" e disequilibri.
Non so se si esce con l'animo sollevato. Certamente se si punta all'amore ideale e romantico, il film è l'ennesima affermazione del contrario. Ma se si è già giunti a una visione più realistica e disincantata, ma non per questo meno orientata e desiderosa di una vita a due, il film di May el-Toukhy ci farà certamente sentire meno sbagliati.
Voto: 4/5
lunedì 8 maggio 2017
Hacker Porn Film Festival, Kino, 26-30 aprile 2017
Perbenisti, bigotti, bacchettoni astenersi. L'Hacker Porn Film Festival organizzato quest'anno per la prima volta a Roma, al Kino, dal 26 al 30 aprile non è un festival come tutti gli altri perché porta in scena film a tematica sessuale esplicita nelle più diverse accezioni. La differenza con il cinema porno non sta dunque nel tipo di immagini, ma nella loro finalità, ossia nell'esistenza di una riflessione e di un obiettivo che va al di là delle immagini e che gli conferisce un senso che trascende la ricerca del piacere fine a se stessa.
Il programma è ricco e articolato; io scelgo ciò che mi sembra più alla mia portata, perché su certe tematiche faccio sinceramente un po' fatica. Tra i film che ho visto (sei più un corto, alcuni di fiction, altri documentari), vi propongo di seguito brevi recensioni di quelli che ho apprezzato di più (un paio li ho trovati davvero di basso livello e quindi non spreco tempo a parlarne).
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The bedroom
Si tratta di un film australiano di Anna Brownfield il cui intento è quello di attraversare gli ultimi decenni (dagli anni Sessanta ad oggi) per comprendere com'è cambiata la sessualità e quali sono stati i principali step che hanno caratterizzato questo percorso. Ciascun decennio è introdotto da una citazione incentrata sul tema individuato e ci conduce nell'atmosfera con la grafica e le musiche. La cifra caratteristica della sessualità del decennio ci viene raccontata attraverso quello che avviene in una stanza da letto dove si consuma un'esperienza sessuale considerata rappresentativa.
E così gli anni Sessanta sono quelli dell'introduzione della pillola contraccettiva e protagonista è una coppietta appena sposata, che - pur facendo l'amore in modo molto tradizionale - può finalmente accedere alla ricerca del piacere in sé senza pensieri. Gli anni Settanta sono dedicati alla scoperta di sé e del proprio corpo, soprattutto da parte delle donne, e al centro dell'episodio è la prima esperienza di autoerotismo di una ragazza. Gli anni Ottanta sono quelli dello sdoganamento della sessualità gay, ma anche della grande paura dell'AIDS, e protagonisti sono appunto due giovani gay. Gli anni Novanta sono dedicati al sesso lesbico e alla sua liberazione dalla coloritura sociale e politica verso la sperimentazione e la massima libertà di espressione sessuale. Gli anni Duemila sono dedicati all'ulteriore ampliamento dei confini della sessualità - soprattutto femminile - grazie all'introduzione dei sex toys, e infini gli anni Dieci di questo secolo introducono il tema della sessualità fluida e del superamento del genere.
Un film sessualmente esplicito e a tratti anche noioso, ma certamente apprezzabile nelle intenzioni nonché per le riflessioni che suggerisce nella misura in cui da un lato mette in evidenza il necessario processo di liberazione e di ampliamento degli orizzonti sessuali, dall'altro i rischi di una ricerca che potrebbe non avere confini trasformando la condizione di repressione e censura del passato in frustrazione e insoddisfazione.
Voto: 3/5
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Théo et Hugo
Questo film, che è stato definito il Weekend francese, racconta – in una perfetta unità di tempo con gli spettatori - un'ora e mezza della vita di due ragazzi, appunto Théo e Hugo (i bravi François Nambot e Geoffrey Couët), che si incontrano in una dark room e forse iniziano una storia.
Il primo quarto d'ora del film è decisamente impegnativo e ne giustifica l'inserimento in questo Hacker Porn Film Festival. La dark room è un vero e proprio spazio di sessualità maschile libera in cui corpi nudi si toccano, si incontrano, si penetrano in una situazione di parziale anonimato. Quando però le bocche di Théo e Hugo si avvicinano i loro occhi si aprono nel riconoscimento reciproco del fatto che quello non è stato un contatto come tutti gli altri. I due ragazzi fanno l'amore come se fossero soli e non ci fosse nessuno a guardarli e dopo si danno appuntamento fuori per andare in bicicletta alla fermata della metro.
Quando però cominciano a parlare emerge un'inquietante verità: Théo è sieropositivo e Hugo non ha usato la protezione. Da qui la corsa in ospedale per iniziare il trattamento che forse eviterà che il virus si moltiplichi nel corpo di Hugo, poi le accuse reciproche che finiscono in altrettante scuse, quindi le passeggiate e poi le corse, e gli incontri (con il gestore siriano di un negozio di kebab aperto all'alba, con una signora che prende la prima metro tutte le mattine per andare a lavorare...), le confidenze, i baci, l'attrazione reciproca, le chiacchiere, l'inizio forse di qualcosa di importante.
Alle 6.00 del mattino i due escono da casa di Hugo per andare a casa di Théo e trascorrere insieme la domenica prima di andare all'ospedale per il controllo. La porta si chiude alle loro spalle con la promessa di un dopo che potrà durare un giorno o 20 anni - non lo sappiamo -, ma che certamente ha in qualche modo già cambiato la vita di questi due ragazzi.
Un film forte e tenero al contempo, con due interpreti belli e credibili, che ci dice quanto la vita è sempre sorprendente nel bene e nel male e in fondo sta a noi affrontare le sorprese negative ma anche cogliere quelle positive, spesso incredibilmente mescolate le une con le altre.
Voto: 4/5
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Nova Dubai
Si tratta di un film brasiliano il cui regista è anche il protagonista (Gustavo Vinagre), un ragazzo barbuto e con gli occhialoni, ma carino, insieme ai suoi amici di sempre. Difficile definire questo film se non con la definizione che ne dà lo stesso autore, ossia porno-terrorismo.
Il protagonista e i suoi amici vivono in una città brasiliana in pieno delirio costruttivo, fors'anche grazie alla crescita economica. Le lande deserte, i campi e gli spazi abbandonati stanno via via sparendo a favore di enormi grattacieli, con centinaia di appartamenti presuntamente lussuosi, ma all'interno di contesti che sembrano alveari e dove di fatto non c'è nulla. Nuove aree in cui la città si sta espandendo e che le agenzie immobiliari chiamano Nova Dubai. Contro questo processo inarrestabile, il protagonista e i suoi amici girano per i cantieri portando le loro scopate proletarie, tra di loro oppure coinvolgendo coloro che incontrano sulla strada, gli operai dei cantieri, gli immobiliaristi ecc.
Alle loro scorribande si alternano scene familiari tutte virate sul grottesco, come ad esempio la scena della ninna nanna che la mamma gli canta una sera per farli addormentare, oppure l'amico che racconta la trama di film horror in posti assurdi e in modi assurdi, o ancora l'amico depresso che racconta la sua vita triste e il suo fallito tentativo di suicidarsi.
Un film che ha momenti forti e difficili da digerire, e che riesce a far ridere di cose di cui probabilmente non si dovrebbe, in un contesto di desolazione sociale e umana difficile da credere e accettare. Ma forse era proprio questo lo scopo del film, e se così è ci riesce pienamente.
Voto: 3/5
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Inside the chinese closet
Il documentario di Sophia Luvarà è ambientato in parte a Shanghai, in parte nella Cina rurale. La regista segue la vita di due giovani cinesi, un ragazzo gay, Andy, e una ragazza lesbica, Cherry, inframmezzando scene della loro vita quotidiana con brani di interviste realizzate con loro.
I due ragazzi sono accomunati dal fatto che – seppure a livelli e in modi diversi – le loro famiglie sanno della loro omosessualità e pretendono dai figli comunque un rispetto almeno formale delle regole sociali, ossia un matrimonio e dei figli. Da questa, che probabilmente è una situazione molto diffusa nella Cina di oggi, la scoperta dell'esistenza di una vera e propria organizzazione finalizzata a far incontrare gay e lesbiche che abbiano questa esigenza, ma anche le difficoltà relative: incontrare una persona di cui potersi fidare, condividere non solo l'idea di un figlio ma anche i modi per averlo (inseminazione artificiale, adozione, madri surrogate ecc.).
Ne viene fuori il ritratto di una umanità dolente e malinconica, che vorrebbe da un lato poter essere come tutti e far felici i propri genitori e la società, ma dall'altro non può rinunciare alla propria natura e identità; ed è quindi chiamata ad altissimi compromessi, a scelte dolorose, a umiliazioni che certo rendono molto difficile la ricerca della propria felicità.
Voto: 3/5
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In definitiva, l'esperienza dell'Hacker Porn Film Festival è stata positiva. Un'occasione per riflettere, per confrontarsi con gli altri, per mettere in discussione i propri pregiudizi, per aprire la mente, per incontrare un mondo diverso dal proprio, per non mettere barriere artificiali e psicologiche di fronte a quello che non conosciamo, per interrogarci sui confini di ciò che è accettabile, e capire che questo confine è sempre psicologico e sociale e come tale va gestito.
Il programma è ricco e articolato; io scelgo ciò che mi sembra più alla mia portata, perché su certe tematiche faccio sinceramente un po' fatica. Tra i film che ho visto (sei più un corto, alcuni di fiction, altri documentari), vi propongo di seguito brevi recensioni di quelli che ho apprezzato di più (un paio li ho trovati davvero di basso livello e quindi non spreco tempo a parlarne).
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The bedroom Si tratta di un film australiano di Anna Brownfield il cui intento è quello di attraversare gli ultimi decenni (dagli anni Sessanta ad oggi) per comprendere com'è cambiata la sessualità e quali sono stati i principali step che hanno caratterizzato questo percorso. Ciascun decennio è introdotto da una citazione incentrata sul tema individuato e ci conduce nell'atmosfera con la grafica e le musiche. La cifra caratteristica della sessualità del decennio ci viene raccontata attraverso quello che avviene in una stanza da letto dove si consuma un'esperienza sessuale considerata rappresentativa.
E così gli anni Sessanta sono quelli dell'introduzione della pillola contraccettiva e protagonista è una coppietta appena sposata, che - pur facendo l'amore in modo molto tradizionale - può finalmente accedere alla ricerca del piacere in sé senza pensieri. Gli anni Settanta sono dedicati alla scoperta di sé e del proprio corpo, soprattutto da parte delle donne, e al centro dell'episodio è la prima esperienza di autoerotismo di una ragazza. Gli anni Ottanta sono quelli dello sdoganamento della sessualità gay, ma anche della grande paura dell'AIDS, e protagonisti sono appunto due giovani gay. Gli anni Novanta sono dedicati al sesso lesbico e alla sua liberazione dalla coloritura sociale e politica verso la sperimentazione e la massima libertà di espressione sessuale. Gli anni Duemila sono dedicati all'ulteriore ampliamento dei confini della sessualità - soprattutto femminile - grazie all'introduzione dei sex toys, e infini gli anni Dieci di questo secolo introducono il tema della sessualità fluida e del superamento del genere.
Un film sessualmente esplicito e a tratti anche noioso, ma certamente apprezzabile nelle intenzioni nonché per le riflessioni che suggerisce nella misura in cui da un lato mette in evidenza il necessario processo di liberazione e di ampliamento degli orizzonti sessuali, dall'altro i rischi di una ricerca che potrebbe non avere confini trasformando la condizione di repressione e censura del passato in frustrazione e insoddisfazione.
Voto: 3/5
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Théo et Hugo
Questo film, che è stato definito il Weekend francese, racconta – in una perfetta unità di tempo con gli spettatori - un'ora e mezza della vita di due ragazzi, appunto Théo e Hugo (i bravi François Nambot e Geoffrey Couët), che si incontrano in una dark room e forse iniziano una storia.
Il primo quarto d'ora del film è decisamente impegnativo e ne giustifica l'inserimento in questo Hacker Porn Film Festival. La dark room è un vero e proprio spazio di sessualità maschile libera in cui corpi nudi si toccano, si incontrano, si penetrano in una situazione di parziale anonimato. Quando però le bocche di Théo e Hugo si avvicinano i loro occhi si aprono nel riconoscimento reciproco del fatto che quello non è stato un contatto come tutti gli altri. I due ragazzi fanno l'amore come se fossero soli e non ci fosse nessuno a guardarli e dopo si danno appuntamento fuori per andare in bicicletta alla fermata della metro.
Quando però cominciano a parlare emerge un'inquietante verità: Théo è sieropositivo e Hugo non ha usato la protezione. Da qui la corsa in ospedale per iniziare il trattamento che forse eviterà che il virus si moltiplichi nel corpo di Hugo, poi le accuse reciproche che finiscono in altrettante scuse, quindi le passeggiate e poi le corse, e gli incontri (con il gestore siriano di un negozio di kebab aperto all'alba, con una signora che prende la prima metro tutte le mattine per andare a lavorare...), le confidenze, i baci, l'attrazione reciproca, le chiacchiere, l'inizio forse di qualcosa di importante.
Alle 6.00 del mattino i due escono da casa di Hugo per andare a casa di Théo e trascorrere insieme la domenica prima di andare all'ospedale per il controllo. La porta si chiude alle loro spalle con la promessa di un dopo che potrà durare un giorno o 20 anni - non lo sappiamo -, ma che certamente ha in qualche modo già cambiato la vita di questi due ragazzi.
Un film forte e tenero al contempo, con due interpreti belli e credibili, che ci dice quanto la vita è sempre sorprendente nel bene e nel male e in fondo sta a noi affrontare le sorprese negative ma anche cogliere quelle positive, spesso incredibilmente mescolate le une con le altre.
Voto: 4/5
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Nova Dubai Si tratta di un film brasiliano il cui regista è anche il protagonista (Gustavo Vinagre), un ragazzo barbuto e con gli occhialoni, ma carino, insieme ai suoi amici di sempre. Difficile definire questo film se non con la definizione che ne dà lo stesso autore, ossia porno-terrorismo.
Il protagonista e i suoi amici vivono in una città brasiliana in pieno delirio costruttivo, fors'anche grazie alla crescita economica. Le lande deserte, i campi e gli spazi abbandonati stanno via via sparendo a favore di enormi grattacieli, con centinaia di appartamenti presuntamente lussuosi, ma all'interno di contesti che sembrano alveari e dove di fatto non c'è nulla. Nuove aree in cui la città si sta espandendo e che le agenzie immobiliari chiamano Nova Dubai. Contro questo processo inarrestabile, il protagonista e i suoi amici girano per i cantieri portando le loro scopate proletarie, tra di loro oppure coinvolgendo coloro che incontrano sulla strada, gli operai dei cantieri, gli immobiliaristi ecc.
Alle loro scorribande si alternano scene familiari tutte virate sul grottesco, come ad esempio la scena della ninna nanna che la mamma gli canta una sera per farli addormentare, oppure l'amico che racconta la trama di film horror in posti assurdi e in modi assurdi, o ancora l'amico depresso che racconta la sua vita triste e il suo fallito tentativo di suicidarsi.
Un film che ha momenti forti e difficili da digerire, e che riesce a far ridere di cose di cui probabilmente non si dovrebbe, in un contesto di desolazione sociale e umana difficile da credere e accettare. Ma forse era proprio questo lo scopo del film, e se così è ci riesce pienamente.
Voto: 3/5
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Inside the chinese closet Il documentario di Sophia Luvarà è ambientato in parte a Shanghai, in parte nella Cina rurale. La regista segue la vita di due giovani cinesi, un ragazzo gay, Andy, e una ragazza lesbica, Cherry, inframmezzando scene della loro vita quotidiana con brani di interviste realizzate con loro.
I due ragazzi sono accomunati dal fatto che – seppure a livelli e in modi diversi – le loro famiglie sanno della loro omosessualità e pretendono dai figli comunque un rispetto almeno formale delle regole sociali, ossia un matrimonio e dei figli. Da questa, che probabilmente è una situazione molto diffusa nella Cina di oggi, la scoperta dell'esistenza di una vera e propria organizzazione finalizzata a far incontrare gay e lesbiche che abbiano questa esigenza, ma anche le difficoltà relative: incontrare una persona di cui potersi fidare, condividere non solo l'idea di un figlio ma anche i modi per averlo (inseminazione artificiale, adozione, madri surrogate ecc.).
Ne viene fuori il ritratto di una umanità dolente e malinconica, che vorrebbe da un lato poter essere come tutti e far felici i propri genitori e la società, ma dall'altro non può rinunciare alla propria natura e identità; ed è quindi chiamata ad altissimi compromessi, a scelte dolorose, a umiliazioni che certo rendono molto difficile la ricerca della propria felicità.
Voto: 3/5
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In definitiva, l'esperienza dell'Hacker Porn Film Festival è stata positiva. Un'occasione per riflettere, per confrontarsi con gli altri, per mettere in discussione i propri pregiudizi, per aprire la mente, per incontrare un mondo diverso dal proprio, per non mettere barriere artificiali e psicologiche di fronte a quello che non conosciamo, per interrogarci sui confini di ciò che è accettabile, e capire che questo confine è sempre psicologico e sociale e come tale va gestito.
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