mercoledì 28 ottobre 2020

Festa del cinema di Roma, 15-25 ottobre 2020 - Seconda parte

(Per la prima e la terza parte delle recensioni si veda qui e qui)

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Été 85

Fino a qualche anno fa consideravo Ozon uno dei registi più interessanti della sua generazione. E ancora oggi alcuni dei suoi film mi fanno pensare di non essermi sbagliata. Il regista francese è però imprevedibile e inquieto, e il risultato è una cinematografia difficilmente classificabile e molto altalenante, con sprazzi di genialità e cadute irrimediabili.

Nel caso di Été 85 ad esempio siamo di fronte a un pastiche cinematografico, in cui a partire da un romanzo young adults, Dance on my grave di Aidan Chambers, Ozon costruisce un film che mescola i generi: thriller, romantico, erotico, giovanilistico, commedia.

La storia inizia con il giovane Alexis che è stato portato in commissariato per un crimine che ha commesso e che ha a che fare con la morte di un ragazzo, David.

Da qui inizia in flashback il racconto - che scopriremo essere un testo scritto dal protagonista su invito del suo insegnante - dell'estate dell'85, quella in cui Alexis, sedicenne ombroso e insoddisfatto, dopo un incidente in barca, viene salvato da David, affascinante diciottenne che fin da subito lo conquista con i suoi modi spontanei ai limiti dello sfrontato.

David ha una madre fragile e protettiva con cui gestisce il negozio di articoli di pesca che era del padre morto.

Fin da subito tra i due ragazzi nasce un'amicizia che ben presto evolve in una storia d'amore fino al tragico momento che spariglia tutte le carte in tavola.

Dentro il film c'è un po' di tutto: una citazione de Il tempo delle mele, la fascinazione della morte da parte di Alexis, il grottesco e il macabro, la voglia di vivere, l'amore, la gelosia... e tutto questo in modo un po' spiazzante e a volte per me alquanto disturbante.

Tra l'altro l'aspettativa che Ozon crea fin dalla prima sequenza del film è destinata dal mio punto di vista a essere delusa da un'evoluzione narrativa che non convince del tutto.

Per me un film con alcuni elementi molto interessanti, ma nel complesso riuscito solo in parte. Evidentemente però sono in minoranza visto che il film ha vinto il Premio del Pubblico BNL.

Voto: 2,5/5



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After love

Questo film - non so bene per quale motivo - era finito nella mia lista dei "forse" e alla fine avevo preso il biglietto quasi per sbaglio.

Ma come a volte capita nella vita per le cose che non abbiamo scelto razionalmente, questo film mi ha fatto innamorare e, sebbene mentre scrivo questa recensione il mio festival è ancora lungo e ho ancora molti film da vedere, sono ragionevolmente sicura che After love rimarrà uno dei miei preferiti.

In sala al MAXXI ci sono il giovane regista Aleem Khan e il produttore e durante l'intervista ci raccontano che la vicenda del film è ispirata alla storia vera della madre di Khan.

After love racconta di Mary, che quando si è sposata con Ahmed si è convertita all'islamismo e ha preso il nome di Fahima. Da allora vive all'interno e secondo le regole della comunità pakistana di Dover, avendo imparato a parlare l'urdu e a cucinare i piatti tradizionali. Una sera, tornati a casa dopo una festa, Ahmed si siede in poltrona e non si sveglia più.

Per Mary è uno shock. Nei giorni seguenti la donna deve affrontare tutto il dolore e la tristezza della morte improvvisa di suo marito, ma soprattutto si trova a fare i conti con una verità sconvolgente che per tanti anni Ahmed le ha tenuto nascosta.

Non sarebbe giusto nei confronti dei lettori rivelare oltre della trama del film.

Quello che però possiamo dire è che After love è la storia dell'incontro tra due donne e tra due modi di vivere la mancanza.

Come ci dice il regista, è un film che punta non tanto sulle parole e sul dialogo, quanto sui sentimenti che passano attraverso il volto delle protagoniste. E sono sentimenti potentissimi, che Khan sceglie di rappresentare in maniera semplice e diretta puntando molto sull'empatia delle sue attrici e arrivando diritto al cuore dello spettatore.

Pur trattandosi di una situazione non certamente comune, per me l'immedesimazione in tutti i protagonisti è stata trascinante ed è rimasta viva anche nei giorni a seguire.

Voto: 4/5



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I carry you with me - Te Llevo Conmigo

Arrivo a questo film completamente impreparata. Devo aver letto la trama molto velocemente e so solo che è un film messicano. Per cui mi lascio completamente andare al racconto, che poi personalmente è la cosa per me più bella del cinema.

Il film di Heidi Ewing si ispira a una storia vera. I protagonisti sono Iván e Gerardo. Il primo è un aspirante chef, padre di un bambino, perché pur essendo gay si è sposato in quanto costretto dalle convenzioni sociali a nascondere il suo orientamento sessuale. Gerardo viene invece da una famiglia benestante, ma anche nella sua infanzia ci sono episodi dolorosi legati alla non accettazione da parte della famiglia, in particolare del padre, delle sue tendenze omosessuali.

Iván e Gerardo si innamorano, ma Iván non riesce a mantenere la sua famiglia e a realizzare il suo sogno di diventare chef, così decide di emigrare illegalmente negli Stati Uniti. Dopo un anno, Gerardo, non riuscendo a partire legalmente, decide anche lui di attraversare illegalmente per raggiungere Iván.

Dopo moltissima gavetta e fatica, la loro vita riuscirà a decollare, ma Iván pur avendo realizzato il suo sogno soffrirà della lontananza dal figlio e dell'impossibilità di rivederlo.

La regista decide di raccontare questa storia in maniera non lineare, partendo dalla fine, ossia dai tormenti di Iván, per poi procedere avanti e indietro nel tempo, con flashback che risalgono non solo alla gioventù dei due uomini in Messico ma anche alla loro infanzia. Ma questa non linearità non va a beneficio del film, che a mio modesto avviso risulta a tratti un po' confuso dal punto di vista narrativo.

La storia d'amore tra questi due uomini è molto bella, soprattutto perché si inserisce dentro il quadro complesso dei rapporti tra Messico e Stati Uniti e delle assurde politiche statunitensi (e non solo) nei confronti degli immigrati. Ultimamente è un tema che per motivi diversi si è imposto alla mia attenzione, aiutandomi a capire tante cose su cui fino a qualche tempo fa sapevo poco e su cui non avevo riflettuto adeguatamente.

Un film dunque lodevole su più fronti, ma dal mio punto di vista non del tutto riuscito.

Voto: 3/5



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Le discours

La commedia francese di Laurent Tirard ha come mattatore assoluto l'attore Benjamin Lavernhe, che interpreta il protagonista.

Adrien è a una cena di famiglia insieme ai suoi genitori e a sua sorella che presto convolerà a nozze con il suo fidanzato. È proprio quest'ultimo a chiedere ad Adrien di tenere un discorso il giorno del matrimonio. Tutto ciò avviene dopo che Sonia, la compagna di Adrien, ha deciso di prendersi una pausa del rapporto.

Sul discorso che dovrà tenere si concentrano così tutte le ansie e le idiosincrasie del protagonista, che - rivolgendosi direttamente e continuamente a noi spettatori - racconta aneddoti, situazioni, vicende che vanno dal patetico all'esilarante.

Il risultato dovrebbe essere una commedia brillante e divertente sulla nostra inadeguatezza rispetto all'amore e alla vita di coppia, ma a me la scelta del dialogo diretto con lo spettatore dopo un po' infastidisce e per di più il protagonista mi risulta tendenzialmente antipatico, al punto che finisco per sperare che Sonia lo molli definitivamente.

Voto: 2/5



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Druk - Another round

Thomas Vinterberg è uno dei fondatori di Dogma 95, di cui ha scritto il manifesto insieme a Lars Von Trier. Il suo nome è stato infatti per molti anni legato al suo film Festen, che di Dogma 95 è una delle espressioni più significative.

Nel corso degli anni però Vinterberg si è allontanato dai dettami di Dogma spostandosi verso un cinema più "leggero" ma non per questo superficiale o frivolo.

In questo ultimo film protagonista è Martin (Mads Mikkelsen), sposato, due figli, insegnante di storia in un liceo.

Martin è entrato in una routine che gli ha tolto verve e gioia di vivere, con conseguenze negative sulla dinamica familiare e sui rapporti con i suoi studenti. Quando un amico e collega gli parla di una teoria secondo la quale nasciamo con un deficit dello 0,05% di alcol nel sangue e che colmare giornalmente questo deficit migliorerebbe umore e prestazioni, Martin e i suoi tre amici come lui frustrati dalla quotidianità decidono di fare questo esperimento. Sulle prime la strategia funziona ma ben presto la cosa sfugge loro di mano con conseguenze più o meno tragiche, parzialmente compensate da un finale ottimista e frizzante.

Il film di Vinterberg mi ha fatto pensare alle riflessioni fatte durante il mio viaggio in Danimarca, la nazione più felice del mondo come si autodefinisce. La sensazione, confermata da questo film, è che i paesi nordici, fors'anche per la loro matrice luterana e calvinista, vivano con difficoltà una specie di pressione sociale alla felicità e alla realizzazione di sé e facciano fatica ad accettare fallimenti, debolezze e quotidianità noiosa. Il loro rimedio a tutto ciò è nell'alcol che tra l'altro contribuisce ad allentare quelle rigidità sociali e umane che caratterizzano questi popoli.

L'alcolismo è un problema sociale enorme in alcuni di questi paesi (vedi ad esempio la Svezia), e per questo il film di Vinterberg si muove su un terreno molto scivoloso e che rischia a tratti di essere politicamente molto scorretto, salvo riprendersi tutte le volte in corner.

Certamente è un po' riduttivo dire che Another round parli solo di alcune realtà geografiche e culturali, visto che in realtà fa i conti con un tema ben più universale, che è quello della tensione tutta umana tra il bisogno di stabilità e conformismo e la spinta verso la novità e il cambiamento, un tema che come recita già il titolo di questo blog mi è molto caro.

Però personalmente non sono riuscita a entrare in sintonia con i quattro amici protagonisti del film, che in buona parte ho trovato patetici, mentre il finale mi ha dato l'idea di essere consolatorio senza affrontare il cuore del problema.

Voto: 2,5/5



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Ammonite

L'ammonite - come recita Wikipedia - è un esemplare di un gruppo di molluschi cefalopodi estinti che risalgono a 400 milioni di anni fa.

Mary Anning - la protagonista di questo film - è un personaggio storico: nata a Lyme Regis nel Dorset nel 1799, aveva una passione per la paleontologia e, nonostante fosse povera e poco istruita, scoprì e studiò numerosi esemplari di fossili preistorici, alcuni dei quali attirarono l'attenzione della comunità scientifica, formata a quel tempo quasi esclusivamente da uomini di classe sociale elevata.

È a partire da questo personaggio storico al contempo oscuro e affascinante che prende le mosse il racconto che Francis Lee ci propone nel suo ultimo film, in cui il ruolo della donna è affidato alla sempre eccellente Kate Winslet.

Sulla verità storica il regista innesta una vicenda privata frutto di invenzione narrativa, ossia l'incontro di Mary con la giovane Charlotte (la altrettanto brava e bella Saoirse Ronan), moglie di un aspirante paleontologo giunto a Lyme per apprendere i segreti della Anning.

La giovane attraversa una depressione dovuta a una tragedia personale, cosicché il marito decide di lasciarla in Dorset per beneficiare dell'aria di mare e trovare nuovi stimoli.

Mary è una donna introversa e silenziosa, scostante, rigida nella postura e negli atteggiamenti, completamente rinchiusa nel suo bozzolo, dedita esclusivamente alla madre malata e alle sue ricerche di fossili. Inizialmente Mary vede Charlotte come un'intrusa ma quando la ragazza si ammala e dovrà occuparsene un flebile sentimento di affezione si accende in lei. Dopo la guarigione la ritrovata esuberanza da parte di Charlotte scardinerà a poco a poco l'armatura che Mary si è costruita facendo sbocciare fatalmente l'amore tra queste due donne così diverse, eppure così complementari.

Il ritorno a casa di Charlotte e la morte della madre di Mary metteranno quest'ultima di fronte alla necessità di una scelta non facile e non scontata.

Il film di Francis Lee si avvale di una ricostruzione di grande effetto e di un paesaggio di notevole impatto dentro il quale si muovono due attrici che regalano sfumature e intensità a questa relazione. L'erotismo e la passione si fanno largo attraverso abiti ingombranti e stratificati, allentano anche metaforicamente quei lacci che costringono i corpi delle donne dell'800.

La Winslet è notevole nel trasmettere l'idea di sentimenti trattenuti da cui però ogni tanto sfuggono piccoli segnali di disgelo: un accenno di sorriso, l'addolcirsi dello sguardo, un movimento della mano. La Ronan invece fiorisce a poco a poco mettendo a nudo una spontaneità e una istintività nei sentimenti, e anche una dolcissima malizia da cui non si può che rimanere conquistati (ma io sono di parte).

La chimica tra le due funziona abbastanza bene. E se anche Kate Winslet e Saoirse Ronan possono interpretare due donne innamorate, allora forse il mondo sta proprio cambiando.

Voto: 3,5/5

lunedì 26 ottobre 2020

Festa del cinema di Roma, 15-25 ottobre 2020 - Prima parte

Poco prima dell'uscita del nuovo DPCM che ha nuovamente stabilito la chiusura dei cinema e l'interruzione degli eventi, la Festa del cinema di Roma è riuscita a completare la sua 15° edizione che si è svolta in buona parte in presenza. Nonostante alcune defezioni e le difficoltà organizzative legate al rispetto dei protocolli ministeriali, la festa è stata a suo modo un successo, innanzitutto per la qualità dei film che sono stati presentati (molti dei quali erano stati selezionati per il Festival di Cannes che non si è tenuto) e in secondo luogo per l'alto valore simbolico di riportare in sala il mondo professionale che ruota intorno al cinema e i suoi spettatori. Tutti i registi, gli attori e i produttori che sono intervenuti hanno apprezzato il coraggio dell'organizzazione del festival e degli spettatori e hanno ringraziato Roma per questa opportunità ormai rara.

Personalmente sono stata contentissima di questa full immersion nel cinema: non ho mai visto tanti film come quest'anno, forse perché ero in astinenza e in qualche modo temevo - com'è accaduto - che a un certo punto sarebbe di nuovo diventato impossibile chiudersi in una sala cinematografica.

In questi dieci giorni ho potuto immergermi in tante storie, viaggiando nel tempo e nello spazio, cosicché il cinema mi ha offerto tutto quello che in questo momento storico la vita quotidiana ci ha sottratto: l'empatia per le vite degli altri, la vasta gamma dei sentimenti umani, la scoperta di nuovi luoghi, la conoscenza di personaggi lontani da noi nel tempo e nello spazio. E il cinema ha fatto per me ancora una volta il miracolo, ossia mi ha dato la possibilità di trascendere il qui e ora per lasciarmi trasportare in mille dimensioni e in mille narrazioni, dimenticandomi di tutte le preoccupazioni e facendo mie le vite degli altri. 

(Per la seconda e terza parte delle recensioni si veda qui e qui)

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Nadia, Butterfly

Nadia (Katerine Savard, vera vincitrice del bronzo nella staffetta di nuoto alle Olimpiadi di Rio) ha 20 anni ed è una nuotatrice professionista (butterfly, quello che da noi si chiama stile delfino). Con la squadra del suo paese, il Canada, è alle Olimpiadi di Tokyo per le sue ultime gare, quella individuale e i 100 misti.

Nadia ha infatti deciso di ritirarsi per dedicarsi allo studio e diventare medico.

Nella gara individuale arriva quarta, con sua grande delusione, mentre nella 100 misti la squadra canadese vince la medaglia di bronzo, anche grazie a una eccellente prestazione di Nadia.

Dopo l'ubriacatura da vittoria, le ore e i giorni successivi prima del rientro in Canada saranno per Nadia una fase di profonda riflessione e di grande confusione emotiva. Se da un lato la ragazza non vuole più continuare la vita da atleta professionista che la costringe a un impegno a tempo pieno e non le concede spazio per altro, dall'altro lato quello è il mondo che conosce e che frequenta da tutta la vita, lì ha le sue amicizie (in particolare la sua compagna di squadra), e nuotare e allenarsi è quello che sa fare meglio e che forse le potrebbe dare ancora delle soddisfazioni. Al contrario il futuro che l'aspetta è ignoto, pieno di interrogativi e di rischi, le è estraneo e lei ci arriva in ritardo e da outsider.

Per questo Nadia vive una tempesta emotiva perfetta che la metterà profondamente in discussione e le farà attraversare una crisi importante.

Il film di Pascal Plante racconta la fatica e il dietro le quinte di un'atleta professionista, ma soprattutto racconta di chi dopo aver sacrificato una parte importante della vita per un'attività ma avendo tanta altra vita davanti decide di cambiare radicalmente strada con tutte le paure e le incognite che questo comporta, e l'inevitabile richiamo che il noto con le sue certezze esercita.

Voto: 3,5/5

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Time


Il documentario di Garrett Bradley racconta la storia vera di Sybil Fox Richardson, una donna americana di colore, madre di sei figli, che da vent'anni lotta per il rilascio del marito, condannato a 60 anni di carcere dopo una rapina che hanno fatto insieme in un momento di disperazione.

Il film mescola il girato che la stessa Sybil ha realizzato nel corso degli anni per raccontare al marito la propria quotidianità e quella dei suoi figli con il girato realizzato appositamente per il film, tutto rigorosamente in bianco e nero. Ne viene fuori la maestria di questa giovane regista afroamericana (vincitrice con questo film del premio per la regia dei documentari al Sundance Film Festival) la cui telecamera - come dice il direttore del festival di Roma all'inizio del film - è intrisa di umanesimo e ha un tocco di grande sensibilità.

Time è il tempo che passa sul volto di Sybil Fox dove a poco a poco compaiono le rughe e su quelli dei suoi figli su cui spuntano barbe e baffi. Time è il tempo in cui viene messa alla prova la pazienza e la tenacia di Sybil nel difendere la causa del marito e più in generale nel chiedere un sistema carcerario più equo e maggiori diritti per i più deboli.

La storia di Sybil è di grande impatto visivo ed emotivo e la regista la supporta splendidamente. È in fondo una storia che al contempo critica nel profondo il sogno americano e lo rafforza, nella misura in cui questa donna riesce a diventare il simbolo di una lotta che va al di là di suo marito.

Per me l'effetto emotivo è parzialmente ridimensionato da quelle componenti tipicamente americane che sono l'onnipresenza della religione e l'approccio motivazionale e predicatorio che anche lì dove è usato con le migliori intenzioni risulta per me fortemente respingente. Ma è chiaro che questo è un mio problema.

Voto: 3,5/5


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Small axe

Small axe è la miniserie per la tv realizzata da Steve McQueen e composta di 5 film di cui alla Festa del cinema di Roma ne vengono proposti tre. Il fil rouge che attraversa questi film è il fatto di essere ambientati nella comunità caraibica di Londra tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta e di trattare da punti di vista diversi il tema del razzismo, utilizzando storie vere o di fiction, che McQueen ha scritto insieme al drammaturgo di origine giamaicana Courttia Newland.

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Mangrove

Mangrove è la storia vera dei Mangrove Nine, un gruppo di 9 persone della comunità caraibica di Londra che negli anni Settanta furono sottoposti a processo con l'accusa di sommossa e violenza durante una manifestazione.

Il Mangrove era il ristorante di Frank Crichlow, diventato presto punto di riferimento e di incontro della comunità caraibica di Londra a Notting Hill e proprio per questo preso di mira dalla polizia inglese.

Il locale fu più volte perquisito senza motivo, così come il suo proprietario e i suoi frequentatori, alcuni dei quali erano degli attivisti delle Black Panthers.

Il processo divenne un vero e proprio evento simbolico nella faticosa strada della comunità nera verso la stigmatizzazione dell'odio razziale di cui la polizia era intrisa.

Il film di Steve McQueen, oltre a raccontare con attenzione una vicenda storica forse ignota a molti, lo fa con un ritmo sostenuto e con un'attenzione accurata ai sentimenti, alle storie personali e ai punti di vista dei protagonisti, non necessariamente tutti convergenti, oltre che con un amore sincero nei confronti della cultura caraibica, dei suoi balli, della musica, del suo cibo.

Molto bello.

Voto: 4/5

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Lovers rock

Il secondo dei film di McQueen della serie Small axe (nome che deriva da un detto giamaicano ripreso da una canzone di Bob Marley che fa riferimento alla piccola ascia contro il grande albero) è ambientato negli anni Ottanta e si svolge tutto in una notte. Il film è incentrato sulla festa di compleanno di una giovane di origine caraibica, a partire dai preparativi fino alla mattina seguente.

La parte maggiore del film è dedicata alla festa, alla musica giamaicana, ai balli, ai canti, alle storie delle persone che vi partecipano, in particolare una giovane ragazza che forse incontra il ragazzo dei suoi sogni.

Un film decisamente più leggero del precedente, in cui il tema del razzismo è più sotterraneo perché le vicende raccontate sono tutte interne all'ambiente nero. Un film dedicato esplicitamente all'amore e alla musica, una specie di omaggio a una cultura e a un periodo storico.

Nonostante qualche lungaggine secondo me di troppo e qualche insistenza eccessiva soprattutto nelle lunghe sequenze dei balli, il film è gradevole e apre una finestra su un mondo che alla fine probabilmente nella sostanza non è molto diverso dagli altri, se non per le connotazioni più strettamente culturali.

Voto: 3/5

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Red, white and blue

Il terzo film della serie racconta la storia la storia di Leroy (John Boyega), figlio di un padre giamaicano che ha voluto a tutti i costi che lui studiasse e lo ha educato alla massima rettitudine morale per dargli la possibilità di non sentirsi diverso o inferiore rispetto agli inglesi. Il risultato è che Leroy dopo essersi brillantemente laureato decide di entrare nella scuola di polizia, con l'idea di poter cambiare il mondo dall'interno e mettersi al servizio della sua comunità. Dovrà però fare i conti con il razzismo presente nel corpo di polizia e il suo radicale idealismo vacillerà di fronte a una realtà più complessa in cui si troverà a essere osteggiato sia dai suoi colleghi in quanto nero sia dalla sua comunità in quanto poliziotto.

In una storia di per sé già molto interessante e attraversata - come gli altri film della serie - da una strepitosa colonna sonora, McQueen ci aggiunge il suo tocco da maestro con inquadrature sghembe e originali, dettagli e sguardi d'insieme che accendono ancora di più l'attenzione dello spettatore. 

Da vedere.

Voto: 3,5/5



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Las mejores familias

La mia intensa seconda giornata del festival si conclude con questa frizzante commedia peruviana di Javier Fuentes-Leon, presente in sala insieme al produttore del film, che affronta il tema classico della famiglia come luogo di ipocrisia e conflitto nel quale si celano molteplici segreti.

Ne Las mejores familias il regista però ci offre anche la possibilità di riflettere sulle profonde differenze di condizione economica e sociale che caratterizzano il Perù.

Tutto infatti comincia in una specie di baraccopoli dove vivono Peta e Luzmila, due sorelle, le quali dopo un lungo viaggio con vari mezzi raggiungono le case (con proprietà confinanti) delle famiglie dove lavorano, in una zona residenziale di Lima. La narrazione si svolge in una giornata e - come spesso accade in questo tipo di storie - le verità taciute vengono a galla intorno a un tavolo durante un pranzo o una cena. È il compleanno della signora Carmen che ha invitato a pranzo tutta la sua famiglia, figli e consorti, nonché la sua vicina di casa anch'essa con la famiglia al completo.

L'arrivo del figlio di Carmen, fin lì considerato gay, con la sua nuova fidanzata spagnola scombinerà gli equilibri portando a galla un segreto a lungo taciuto e rivelando la verità dietro l'opulenza di queste due famiglie.

Il film di Fuentes-Leon sceglie il linguaggio dell'ironia per raccontare le disfunzionalità familiari che altri hanno raccontato con toni drammatici, e ci offre sequenze davvero esilaranti senza per questo togliere forza alla rilevanza dei temi trattati. Il terremoto familiare che attraversa questi due nuclei è solo la rappresentazione in piccolo del terremoto che attraversa una società apparentemente sempre più moderna e all'avanguardia ma nella quale le disuguaglianze e il malcontento crescono a causa di una polarizzazione economica e sociale sempre più inaccettabile.

Divertente, ben girato e ben recitato.

Voto: 3,5/5

venerdì 23 ottobre 2020

Oeconomia

Il documentario Oeconomia è il frutto di una ricerca che la regista tedesca Carmen Losmann ha condotto a partire da una domanda apparentemente semplice, ossia come si crea il denaro.

Attraverso una serie di interviste a figure coinvolte a vario titolo nelle complesse dinamiche della moderna economia, la Losmann man mano scrive e disegna sullo schermo nero di un computer alcune delle leggi economiche che governano la contemporaneità, portando alla luce alcune verità del capitalismo di solito passate sotto silenzio.

Appurato che la teoria monetaria classica è superata ormai da parecchi decenni, l'interrogativo iniziale su come si produce nuovo denaro trova la sua risposta più plausibile nel processo di indebitamento.

È l'emissione di credito a vantaggio di singoli e gruppi intenzionati a investire in un processo produttivo a creare nuove quantità di denaro corrispondenti al debito contratto. Questo meccanismo ha due caratteristiche: è in mano al mercato privato con poche regolamentazioni e si basa su una crescita continua e ininterrotta, a sua volta basata inevitabilmente sull'uso e sullo sfruttamento delle risorse.

Poiché crescita economica e indebitamento sono strettamente correlate, lì dove il settore privato non riesce ad assorbire tassi ulteriori di debito, il meccanismo va in crisi. Per evitare il collasso sono gli stati a intervenire spostando su di sé ulteriore debito fino a quando anche gli stati raggiungono livelli tali di indebitamento che la fiducia del mercato nei loro confronti crolla. Il soggetto che in ultima istanza è in grado di riattivare il meccanismo immettendo liquidità nel sistema sono le banche centrali.

Può questo meccanismo perverso durare per sempre senza collassare, si chiede e chiede ai suoi interlocutori la Losmann?

Probabilmente no, per effetto di due fattori: l'esaurimento delle risorse su cui si basano le attività produttive e di investimento e la forbice crescente tra i ricchi e i poveri. Queste due situazioni prima o poi potrebbero far saltare il tappo al sistema, ma nessuno sa quando questo potrebbe accadere.

Quali sono le alternative a questo modello? Nessuno degli intervistati, né la regista sono in grado di portare alternative. Il che è l'aspetto più deprimente, perché vuol dire che possiamo solo aspettare che accada senza sapere quali conseguenze questo crack mondiale avrà sull'umanità.

Ancora una volta il festival dell'Internazionale a Roma (di cui purtroppo quest'anno sono riuscita a vedere solo una proiezione) ci offre la possibilità di attingere al meglio della produzione di documentari a livello mondiale e l'occasione di riflettere su temi di grande attualità.

Il film della Losmann - pur con qualche ripetitività nella struttura narrativa - è un lavoro rigoroso non solo nei contenuti, ma anche da un punto di vista cinematografico e si fa apprezzare (cosa non scontata per questo tipo di documentari) anche dal punto di vista della fotografia e delle immagini.

Voto: 3,5/5

mercoledì 21 ottobre 2020

Da Passo Resia a Bolzano in bicicletta

Lago di Resia
Quest'anno il nostro tradizionale viaggio in bicicletta di giugno è saltato causa coronavirus, e arriviamo alla fine di luglio che ancora non sappiamo se la nostra tradizione quasi ventennale dovrà subire per quest'anno una battuta d'arresto.

Confortate da qualche buona notizia sull'andamento dei contagi e dalla ripresa delle attività turistiche, decidiamo in uno scatto d'orgoglio che faremo anche quest'anno il nostro viaggetto, magari più breve, ma lo faremo. Peccato che quest'anno tra lockdown e altro, le nostre attività fisiche invernali sono andate a farsi benedire e la nostra forma fisica è sotto i piedi. Cominciamo dunque a guardare in Internet viaggi brevi e facili, combinazione non certo scontata.

Il campanile sommerso di Curon
Grazie a Girolibero (ormai una garanzia nel settore!), individuiamo un viaggio da 5 giorni/4 notti adatto anche a famiglie, da Passo Resia a Bolzano lungo il fiume Adige, e prenotiamo.

Arriviamo il 26 agosto a Bolzano e a piedi raggiungiamo il nostro hotel anni Settanta, che sta un po' in periferia, anche se poi capiamo che esiste una specie di scorciatoia che porta verso il centro. È proprio questa scorciatoia che prendiamo in serata per andare a cena da Batzen Häusl - Ca' de' Bezzi, dove iniziamo la nostra dieta a base di birra e di derivati del maiale ;-) Prendiamo la cosiddetta "padella dell'artista" che contiene costine di maiale, stinco, salsiccia, patate, canederli, crauti e rafano, e terminiamo con un ottimo gelato.

Bagno al lago di Resia
Il giorno dopo, una navetta guidata da Matteo ci viene a prendere in albergo molto presto (io infatti dormo per quasi tutto il tempo, salvo quando qualche notizia interessante raggiunge il mio orecchio!) per portarci a Passo Resia, dove ritireremo le bici e cominceremo il nostro percorso. La pista comincia affiancando il lago artificiale di Resia, quello famoso per la presenza del campanile parzialmente sommerso, ultimo baluardo del paese che fu spostato sulla collina quando venne creato l'invaso. Questa prima parte del percorso è praticamente tutta in discesa e si fa che è una meraviglia col vento tra i capelli in una giornata che inizia con una temperatura rigida ma che nel corso della giornata si fa parecchio calda.

Ci fermiamo lungo il percorso a Burgusio, un paesino molto caratteristico, da dove si vede l'abbazia di Monte Maria e Castel Principe.

La tappa successiva è invece Glorenza, la più piccola cittadina d'Europa completamente fortificata (ossia circondata da mura). È ora di pranzo e così ci fermiamo a mangiare dei canederli in brodo alla Gasthaus sulla piazza e poi facciamo un giretto a piedi alla scoperta del paesino.

Burgusio
Quindi riprendiamo di buona lena per non fare troppo tardi. Io voglio assolutamente fermarmi a Lasa, perché ho letto che il paese è un grande produttore di albicocche e io sono ossessionata dall'acquisto della marmellata. Alla fine, dopo la delusione di un supermercato locale che non ha marmellata di albicocche, la compro ad un banchetto per strada gestito da 4 ragazzine tra i 7 e i 10 anni.

La nostra destinazione per questa prima tappa è Silandro, dove siamo alloggiate alla Schwarzer Pension. La cosa buffa è che dalla pensione siamo passate questa mattina con la navetta per lasciare i bagagli, ma ora che siamo tornate i nostri bagagli non ci sono più. Solo dopo un po' di telefonate si capisce che sono finiti a Merano (la tappa successiva) e devono essere riportati indietro. Arrivano verso le 19,15 mentre noi abbiamo fatto in tempo a girare in lungo e in largo il paesino e a scegliere la nostra destinazione per la cena che sarà il ristorante Goldene Rose. Qui facciamo una cena abbondante e sofisticata al contempo, che prevede oltre a un antipasto con tagliere di speck, salame di cervo, formaggio, cetriolini e peperoni sott'aceto, un hamburger con cipolla croccante e speck e patate fritte per e la guancia di manzo con verdure per S.

Castelbello e i meleti
Diciamo che con i 40 km in discesa che abbiamo fatto non credo ci siamo guadagnate l'abbondanza della cena, né tanto meno quella della colazione della mattina seguente.

Il secondo giorno prevede circa 35 km per arrivare a Merano. La nostra prima tappa è il paesino di Laces, dove veniamo attirate dal mercato contadino e dai bei edifici barocchi che punteggiano la cittadina.

Intanto, cominciamo a incrociare un numero crescente di meleti e durante questa tappa non ci facciamo sfuggire l'occasione di fotografare il castello di Castelbello, un castello che si erge sopra i meleti che in questo periodo sono carichi di mele mature di tutti i colori. A Naturno vorremmo andare alla sede della cooperativa degli agricoltori, ma comincia a piovere e il navigatore ci dà indicazioni strane così decidiamo di proseguire.

In valle

Lungo il percorso ci fermiamo a fotografare un grande gruppo di ragazzi che fa rafting sull'Adige e infine facciamo una breve sosta a Plaus dove sul muro che circonda la chiesa ci sono degli affreschi moderni che reintepretano la danza macabra medievale.

Mentre passiamo dalle parti di Rablà sentiamo un pazzesco odore di caffè e torrefazione, ma scopriamo solo quando arriviamo a destinazione che da quelle parti c'è la torrefazione Alps di cui nei giorni successivi faremo il pieno di sacchetti di caffè. L'ultima parte della pista ciclabile per la tappa odierna è una lunga discesa con 7 tornanti che affiancano un fiume Adige sempre più impetuoso tra cascate e vapore acqueo.

Rafting sull'Adige

Siamo dunque a Merano senza aver praticamente preso pioggia, nonostante le previsioni della giornata fossero pessime. Dopo una rapida doccia e qualche suggerimento della receptionist, andiamo a fare un giro in centro: sosta da Pur Sudtiror su via della Libertà per comprare prodotti tipici, il bellissimo palazzo del KurHaus, la zona medievale e la via dei portici, il duomo di san Niccolò. Da qui saliamo alla passeggiata Tappeiner, uno dei numerosi sentieri creati nel corso del tempo intorno alla città di Merano e che oggi rappresentano una delle sue attrazioni maggiori. Noi facciamo un piccolo pezzo della Tappeiner fino alla polveriera e da lì scendiamo al ponte romano e attraverso la Passiria Gasse torniamo al duomo, anche perché nel frattempo ha cominciato a piovere. Una volta in centro facciamo le nostre valutazioni per la cena e alla fine optiamo per la Augustiner Brau, dove mangiamo cucina tirolese e beviamo birra bavarese. 

Bolzano

La terza e ultima tappa del nostro mini-viaggio in bicicletta ci porterà a Bolzano dopo circa 30 chilometri di pista ciclabile tra meleti e vigneti. Il cielo minaccia acquazzoni, ma ancora una volta ci grazia. Durante il percorso ci fermiamo a fotografare i numerosi castelli che incontriamo lungo la strada, molti dei quali realizzati in porfido e incastonati nelle montagne fino ad arrivare a quello di Firmiano, che è la porta di ingresso alla città. Per la sera - quando ormai piove a dirotto - riusciamo a prendere uno spritz da Fischbanke, un bar che era una pescheria e ha mantenuto i banchi del pesce all'esterno, e poi andiamo a mangiare da Wirtshaus Vögele, dove il tris di canederli e i ravioli con gli spinaci sono buonissimi, così come il gulash con patate e i dolci.

L'ultimo giorno a Bolzano, visto che il nostro treno è nel pomeriggio, decidiamo di goderci un po' la città. Portiamo le valigie al deposito bagagli della stazione, facciamo un giro in centro (e riesco anche a comprare del pane al mercato delle erbe nonostante sia domenica) e poi - visto che piove a tratti - pensiamo che potrebbe essere bello andare a vedere Otzi al Museo Archeologico. Qui però c'è una fila pazzesca e ci dicono all'ingresso che tutti i biglietti per la giornata sono stati venduti, così ci ricordiamo di un suggerimento che ci aveva dato Matteo, il tour operator, ossia la visita a Castel Roncolo.

Castel Roncolo
Con l'autobus 14 in una decina di minuti siamo alla funivia di San Genesio, da dove con una piccola passeggiata siamo al castello costruito nel XIII secolo e poi parzialmente rimaneggiato nei secoli successivi. Il castello è strutturalmente bellissimo e le sue stanze hanno uno straordinario e originale ciclo di affreschi laico che racconta scene della vita nobiliare e dell'amor cortese, e celebra le storie e i miti che la caratterizzavano, come la storia di Tristano e quella di Garello, il cavaliere che salvò Ginevra e fu ammesso alla tavola rotonda. Gli affreschi risalgono all'epoca in cui il castello fu acquistato dai fratelli Vinkler, di origine borghese, che non a caso vollero far celebrare sulle sue pareti la vita cortese.

Vista da Castel Roncolo
Il castello è stato riaperto al pubblico qualche anno fa e sono felicissima di averlo potuto visitare.

Tornando vediamo il Sill, un affluente dell'Adige, quasi in piena e poi lo stesso l'Adige in città altrettanto minaccioso, e dopo poco sappiamo che l'Isarco è esondato. Che paura! Tornate in centro decidiamo di pranzare nuovamente a Ca' de Bezzi, dove prendiamo il meraner wurstel e i pressknodel su crauti e le frittelle del contadino. Tutto innaffiato da ottima birra Vienna.

È ora di tornare a casa. Anche per quest 'anno la vacanzina in bicicletta è finita e torniamo con un'unica certezza: siamo totalmente fuori forma (e certo la dieta altoatesina non ci ha fatte dimagrire!) e se non recuperiamo nei prossimi mesi - Covid o non Covid - sarà dura fare qualsivoglia altra vacanza in bicicletta (a meno di non passare alla bicicletta elettrica, cosa che vorremmo sinceramente evitare, ma che - come abbiamo notato - ormai ha preso ampiamente piede anche tra i giovani).

lunedì 19 ottobre 2020

Febbre / Jonathan Bazzi

Febbre
/ Jonathan Bazzi. Roma: Fandango Libri, 2019.

Febbre è un libro integralmente autobiografico. Il protagonista è infatti lo stesso scrittore che ci racconta di come ha scoperto di avere l’HIV e delle sue reazioni fisiche e psicologiche al fatto di essere sieropositivo. La scoperta diventa per Bazzi la lente di ingrandimento attraverso cui rileggere la sua intera esistenza e la cartina di tornasole per poterla valutare nella giusta prospettiva: in questa rilettura, oggetto di osservazione sono il rapporto con i suoi genitori, sposatisi troppo presto e separatisi altrettanto presto, la sua omosessualità, le amicizie e le non amicizie, le esperienze scolastiche, la relazione con i nonni materni e paterni e gli altri familiari, il sesso, gli amori, le ossessioni, le passioni.

Il romanzo è costruito in maniera ordinatamente simmetrica: si alternano infatti un capitolo che racconta il passato prossimo fino al presente, dall’insorgere della febbre alla scoperta della sieropositività, dalla non accettazione alla pacificazione del presente, e un capitolo di ricordi che iniziano dall’infanzia per poi dipanarsi in tutte le successive fasi della vita, fino al momento immediatamente precedente all’arrivo della febbre, che ricongiunge idealmente i ricordi con l’inizio del libro.

Quella di Bazzi è una specie di confessione a cuore aperto, un flusso di coscienza, frutto della necessità di fare pulizia dentro di sé, di liberarsi delle proprie ossessioni, di scoperchiare tutto quanto viene normalmente passato sotto silenzio. Bazzi lo fa in maniera quasi sfrontata, senza sconti per nessuno e soprattutto per sé stesso, mettendosi a nudo nelle proprie debolezze e idiosincrasie, in maniera intelligente e ironica, trasformando tutto quello che potrebbe essere oggetto di giudizio moralistico da parte dei benpensanti in parte integrante della vita di un individuo, momenti della crescita che per ognuno di noi ha sfumature e modalità differenti.

Per tutti questi motivi il libro di Bazzi appare sincero e fresco, una boccata di ossigeno in una letteratura italiana contemporanea che spesso dà la sensazione di essere molto artefatta e costruita a tavolino.

Certo, come sempre accade per ogni opera prima - soprattutto nel caso in cui si tratta di un'autobiografia -, si tratta di capire che direzione prenderà la scrittura di Bazzi e se il giovane autore riuscirà a trovare altri terreni di scrittura fertili, al di là e a integrazione della propria esperienza soggettiva.

Già in questo primo lavoro osservo che gli ultimi capitoli sembrano rotolare troppo precipitosamente su un piano che si è fatto improvvisamente molto inclinato, producendo la non proprio gradevole sensazione che a un certo punto - esaurito il tema centrale del racconto e constatato il ritorno alla normalità - l'autore non sapesse come dare una degna conclusione alla sua storia e sentisse principalmente il bisogno di chiudere.

Ciò detto, tra i libri da me letti tra quelli candidati quest'anno al Premio Strega (Veronesi, Missiroli), Febbre è sicuramente quello che ho trovato più pregnante, originale e capace di andare al di là degli stilemi più abusati, aprendo un varco sincero nella vita di un individuo e - grazie a questa sincerità - parlando di temi anche scomodi a un pubblico il più ampio possibile.

Voto: 3,5/5

venerdì 16 ottobre 2020

Festival del cinema spagnolo. Cinema Farnese, 4-6 ottobre 2020

Il tradizionale appuntamento con il festival del cinema spagnolo e latinoamericano è ospitato anche quest'anno - nonostante le misure anti-COVID - dal cinema Farnese e offre - come ogni anno - una panoramica molto interessante sul cinema di lingua spagnola, andando ben al di là di quello che la distribuzione riesce a portare nella programmazione ordinaria delle sale italiane. 

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Els dies que vindran

Il primo film che riesco a vedere è Els dies que vindran del regista catalano Carlos Marqués-Marcet, già noto al pubblico del festival per il precedente film presentato nell'ambito della stessa manifestazione, 10.000 km, che io però avevo perso.

Il focus di Marqués-Marcet è ancora una volta quello delle relazioni di coppia, in questo caso l'attenzione è rivolta al modo in cui una coppia, Vir (Maria Rodriguez Soto) e Lluís (David Verdaguer), affronta una gravidanza non programmata e come questi nove mesi di attesa impattano sulla relazione.

Vir e Lluís vivono insieme e sono una coppia felice: dopo un ritardo e un test di gravidanza, Vir scopre di essere incinta. La prima reazione dei due giovani è quella di scoppiare a ridere di fronte a qualcosa di più grande di loro e di non preventivato e rispetto al quale non sanno quale decisione prendere. Dopo qualche tentennamento, la coppia decide di portare avanti la gravidanza e di affrontare tutto quello che la scelta di avere un figlio porta con sé. Ci saranno momenti di condivisione e felicità, momento di allontanamento e incomprensione, schermaglie su piccole e grandi cose, scelte faticose e non sempre condivise, fino al momento tanto atteso del parto con tutta l'emozione che porta con sé e le aspettative di futuro sulla piccola Zoe.

Non c'è forse nulla di particolarmente originale nella storia raccontata da Carlos Marqués-Marcet, e personalmente faccio fatica a empatizzare con i sentimenti forti e controversi che attraversano due genitori e soprattutto una mamma durante l'attesa di un figlio. È però interessante da un lato la visione non edulcorata della gravidanza che il regista vuole portare all'attenzione del pubblico, e dall'altro l'inserto di realtà che caratterizza il film e che scaturisce dal fatto che l'attrice che intepreta Vir sia realmente incinta e l'attore che interpreta Lluís sia effettivamente il suo compagno, al punto da creare quasi un effetto docu-fiction.

Una nota di merito per la colonna sonora, quasi interamente catalana, in cui spicca la canzone Tú que vienes a rondarme di Maria Arnal sui titoli di coda.

Voto: 3/5 




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Tony driver

Ascanio Petrini ci racconta la storia di Pasquale Donatone, nato a Bari nel 1963 e trasferitosi a nove anni insieme alla famiglia a Chicago.

In America Pasquale si fa chiamare Tony, si sposa, ha due figli, si separa dalla moglie e si trasferisce a Yuma dove vive facendo il coyote tra il Messico e gli Stati Uniti per i migranti irregolari (e facendo dei trasporti di droga).

Tutto ciò fino a quando un giorno Pasquale viene arrestato e per non rimanere in galera accetta l'estradizione in Italia, paese di cui ha ancora la cittadinanza.

L'uomo torna così in provincia di Bari, dove vive in una roulotte e sbarca il lunario attaccando manifesti. Pasquale vuole però tornare in quella che considera la sua patria e, con l'aiuto di don Gaetano, dopo circa 5 anni di permanenza in Italia vola in Messico, a ridosso del muro che divide i due paesi, con l'intenzione di attraversare illegalmente il confine e ricostruire la propria vita.

Cosa ne sarà di Pasquale? Petrini ci lascia con questo interrogativo, essendo interessato non tanto alla narrazione, bensì da un lato all'originalità del personaggio e dall'altro alle contraddizioni delle politiche migratorie. Pasquale è un uomo spavaldo e volitivo, ma anche ingenuo, attento alla propria fisicità, molto simpatico, americano nel profondo, perfetto rappresentante di quel melting pot che ha fatto grande l'America, ma che l'America non considera parte del suo corpo sociale.

Un film che ci dà l'occasione di conoscere e approfondire senza pregiudizi un uomo e la sua storia, ma anche di interrogarsi su cosa significhi appartenere a un luogo ma esserne espulsi come estranei.

Voto: 3,5/5 

 


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O que arde

O che arde è il film del talentuoso regista francese di origini galiziane, Oliver Laxe, che già si era fatto notare alla critica cinematografica con alcuni suoi lavori precedenti.

Il suo nuovo film, tutto recitato in galiziano, ha fatto incetta di premi in Spagna, dopo aver vinto il Premio della giuria nella sezione Un certain regard del Festival di Cannes del 2019, e così io e F. siamo arrivate al cinema piene di aspettative.

La storia è quella di un uomo, Amador (Amador Arias), che - una volta uscito di prigione dove ha scontato una pena per aver appiccato un incendio - torna a casa della madre (Benedicta Sanchez), una donna anziana che vive in una casa in pietra sprofondata tra le montagne e i boschi della Galizia occupandosi delle sue tre mucche e dell'orto.

Il reinserimento di Amador in questa comunità molto rude e di pochissime parole, i cui ritmi sono ancora dettati da quelli della natura - anche se qualche segnale di cambiamento e di rottura comincia a manifestarsi -, sarà lento e non certo facile, e i fragili equilibri che a poco a poco si vanno ricostituendo saranno mandati all'aria dal divampare - all'arrivo dell'estate - di un nuovo, enorme incendio che manda in fumo decine di ettari di foresta e mette a rischio la vita delle persone.

Il film di Laxe lavora per sottrazione, asciugando al massimo le parole e la trama narrativa, e puntando sulla forza delle immagini, alcune delle quali - penso in particolare alla sequenza iniziale con l'abbattimento degli eucalipti da parte delle ruspe ovvero al grande incendio nel bosco - sono effettivamente grandiose, e vanno decisamente al di là di un girato documentaristico fino a sfiorare il poetico e l'aulico.

Alla fine però allo spettatore comune (nel quale fondamentalmente mi riconosco) restano molti interrogativi e forse sfugge anche in parte il senso dell'intera operazione. Forse ero particolarmente stanca, oppure semplicemente è il tipo di film con cui non riesco a entrare del tutto in sintonia, soprattutto perché sui titoli di coda non riesco a trovare una qualche risposta alla domanda: "Cos'avrà voluto dirmi?".

Voto: 3/5


mercoledì 14 ottobre 2020

Immaginaria film festival. Cinema Aquila, 3-4 ottobre 2020

Carmen y Lola

Carmen y Lola è un film ambientato nella comunità gitana di Madrid e ha come protagoniste due giovani ragazze non ancora diciottenni, che sono nella fase della vita in cui devono decidere del proprio futuro. Carmen vede davanti a sé la prospettiva di tutte le ragazze gitane: il fidanzamento con un ragazzo che conosce a malapena, la casa, i bambini e, se va bene, un negozio da parrucchiera. Lola invece ama studiare, frequenta un'associazione che aiuta i bambini dopo la scuola, disegna sui muri con le bombolette colorate e non è interessata agli uomini. Tra le due ragazze che si incontrano spesso tra i banchi del mercato dove i loro genitori vanno a vendere frutta e oggetti nasce una intesa che per Lola ha immediatamente un nome, mentre Carmen farà fatica a riconoscere e ad accettare. 

In una società molto tradizionalista e fortemente patriarcale come quella gitana, la strada per le due ragazze sarà tutta in salita e richiederà molto coraggio per non soccombere a quello che le famiglie e la società si aspetta da loro. Il film di Arantxa Echevarrìa non è particolarmente originale sul piano narrativo - quella di Carmen e Lola è un po' una storia già vista e già sentita - però offre uno sguardo all'interno di una realtà come quella gitana che è al contempo poco conosciuta e oggetto di mille pregiudizi. Gli attori del film provengono effettivamente da questo mondo e sono quasi tutti attori non professionisti, ma questo non va a detrimento della credibilità della storia, anzi le conferisce maggiore freschezza e spontaneità.

Voto: 3/5

 

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Tell it to the bees

Tell it to the bees è il film che Annabel Jankel ha tratto dal romanzo omonimo di Fiona Shaw. La storia è quella di Lydia (Holliday Grainger) e Jean (Anna Paquin) ed è ambientata in un piccolo paese della Scozia negli anni Cinquanta. Lydia è stata lasciata dal marito per un'altra donna, e con il suo lavoro in fabbrica cerca di mantenere suo figlio Charlie e di pagare l'affitto della casa, ma a un certo punto si ritrova sotto sfratto. Jean Markham è figlia del fu dottore del paese ed è tornata nella casa paterna per esercitare la professione, dopo che anni prima se ne era allontanata a causa di uno scandalo.

La storia di queste due donne così anticonvenzionali e indipendenti, inevitabilmente ai margini di una società profondamente conservatrice, viene raccontata attraverso lo sguardo del figlio Charlie, che conosce la dottoressa Markham prima di sua madre e si appassiona all'allevamento di api ch'ella ha in giardino, api alle quali racconta i propri segreti.

Il legame che si creerà tra le due donne aiuterà entrambe ad affrontare i propri fantasmi e a fare un passo avanti nella vita, ma non potrà sopravvivere in un'epoca e in un contesto che non erano pronti ad accogliere un tale stravolgimento dello status quo.

Pur essendo nel complesso piuttosto gradevole e interessante, il film della Jankel risulta infine un po' convenzionale e ingessato, al punto da risultare emotivamente non del tutto coinvolgente nonostante la drammaticità di alcuni passaggi e a tratti semplicistico in alcune svolte narrative.

Voto: 3/5 

 
 

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Margen de error

Il film di Liliana Paolinelli è ambientato a Buenos Aires, dove Iris (Susana Pampin) vive e lavora. Iris è una donna ultracinquantenne che da oltre 25 anni sta con Jackie (Eva Bianco), sebbene le due non vivano insieme e non intendano sposarsi. Quando Iris si trova a ospitare in casa Maia, la figlia di una sua amica che si è iscritta all'università, la sua vita tranquilla viene investita da una ventata di novità che Iris accoglie con entusiasmo, forse stanca della routine quotidiana e di un'età della vita in cui sembra non debba accadere più nulla di interessante. Cosicché quando Maia dice di essere innamorata di una donna più grande di lei, già fidanzata, Iris si convince che questa donna sia lei e si comporta di conseguenza. Ben presto la vita di Iris viene messa in subbuglio e anche il rapporto con Jackie scricchiola, mentre le amiche comuni cercano di capire cosa stia accadendo e al contempo fanno i conti con le complicazioni delle loro esistenze.

Margen de error è un film a suo modo semplice e cinematograficamente senza pretese, ma ha secondo me il merito di puntare l'attenzione su un'età della vita che di solito non è oggetto di particolare attenzione: il cinema e la letteratura gay si concentrano molto sull'adolescenza e la scoperta della propria sessualità, sulla difficoltà di accettarsi e di costruire una propria dimensione affettiva in età giovane o adulta, ma sembra quasi che una volta trovato un proprio equilibrio questo resti immutabile e immutato nel tempo e che da quel momento la strada sia tutta in discesa. Ebbene, Liliana Paolinelli accende i riflettori sulla stanchezza della mezza età e sul bisogno che sempre abbiamo nella vita di sentirci desiderate e di affrontare novità sentimentali, e sul sempre difficile e precario equilibrio con cui cerchiamo di tenere in piedi una vita sentimentale ormai consolidata. E questo vale sempre e indipendentemente dagli orientamenti sessuali.

Voto: 3/5 

 
 

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I corti: Essenziale. Swivel. Black Mamba. Evoke. Grace & Betty. Ladies day. Life after. Brazil

L'ora di pranzo di domenica la dedico a una selezione di corti, tra i quali a dire la verità mi aveva attirato particolarmente Evoke, che effettivamente si confermerà uno dei più belli. Non sono un'appassionata di corti perché separare il grano dal loglio in questo caso è ancora più difficile che per i lungometraggi. Va detto però che quando un cortometraggio funziona può essere persino più sorprendente ed efficace di un film lungo. In questo caso ci troviamo di fronte a prodotti molto diversi tra loro. Il primo Essenziale è esattamente come dice il titolo, pochi minuti su un'idea piccolissima e per me sinceramente poco convincente. Il secondo, Swivel, è altrettanto concettuale e anti-narrativo, di fatto una danza tra due donne, che però oltre a essere affascinante per i sensi riesce a parlare di gender senza parole. Con Black Mamba iniziano i corti di tipo più narrativo: qui la protagonista è una giovane tunisina promessa sposa di Mamhoud, che però ha grande talento e passione per la boxe. Efficace, ma dal mio punto di vista poco credibile.

Evoke è la rievocazione di una storia d'amore tra due giovani donne, attraverso i suoi momenti più belli e significativi, con colpo di scena finale. Una storia breve che lascia il segno e non trasmette alcuna incompletezza.

Grace & Betty sono nipote e nonna nel giorno in cui una doppia verità sta per essere reciprocamente rivelata. Un modo leggero per affrontare il tema delle relazioni familiari.

Ladies day è il giorno che le donne dedicano al parrucchiere, quello in cui oltre a curarsi dei loro capelli e del loro aspetto possono lasciarsi andare ai discorsi tra donne. La giovane protagonista scoprirà di essere in minoranza e dovrà decidere se uscire o meno allo scoperto.

In Life after al centro della narrazione c'è la morte di una giovane donna di origine indiana e il lutto della madre, che seguendone le tracce scopre una figlia che non conosceva e dovrà fare un percorso postumo di accettazione.

I corti terminano in allegria con il divertente Brazil, tutto ambientato nello studiolo di un'estetista dove la giovane cliente è andata per una epilazione definitiva. Ci saranno punti di vista diversi da parte dell'estetista e della cliente su come depilare il bikini in un crescendo davvero esilarante.

Voto: 3,5/5

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I documentari: Double lucky. A great ride

A seguire i corti, il mio festival si conclude con la visione di due documentari (mediometraggi).

Il primo, Double lucky, è il lavoro di una giovane cineasta olandese, figlia di due donne, che ha deciso di intervistare e approfondire la conoscenza con altri tre ragazzi, per la precisione un ragazzo e due ragazze, che vivono la sua stessa condizione, ossia provengono da famiglie omogenitoriali.

L'intento dichiarato della regista è quello di capire se anche loro hanno vissuto e vivono i suoi stessi imbarazzi e si trovano di fronte alle medesime curiosità e domande da parte delle persone con cui fanno conoscenza. Ne viene fuori un ritratto interessante e sfaccettato, che certamente colloca questi ragazzi in una minoranza, con tutte le problematiche che questo comporta, ma ne mette anche in evidenza la serenità di una quotidianità che pur nella sua specificità non è molto diversa da quella dei loro coetanei. Il tema è di quelli che secondo me richiederebbero un approccio non retorico e non ideologico, ed Esmée van Loon contribuisce significativamente a farci comprendere punti di forza e punti di debolezza di questa condizione, che non la rende migliore o peggiore di altre condizioni familiari, bensì semplicemente in parte diversa.

Il secondo, A great ride, racconta la vecchiaia di un gruppo di donne omosessuali, molte delle quali in passato impegnate politicamente e attiviste della prima ora, tra queste Sally Gearhart, docente di Women's Studies e attivista a fianco di Harvey Milk, Brenda Crawford, un'attivista afro-americana costretta a trasferirsi a Vallejo a causa di uno sfratto, Shirley Liebermann, e altre coppie di donne a suo tempo pioniere nell'affermare i propri diritti e scegliere liberamente la propria vita. Con una forza d'animo incredibile e un umorismo indomito, queste donne affrontano in maniera pionieristica anche l'ultima parte della loro vita, per esempio scegliendo di vivere in comunità allargate ma in un certo senso protette, dove poter conservare la propria autonomia, ma non essere completamente isolate. Un esempio di resilienza che merita certamente di essere condiviso.

Voto: 3,5/5 

 

lunedì 12 ottobre 2020

La dodicesima notte (o quel che volete) / William Shakespeare. Globe Theatre, 26 settembre 2020

Ed ecco finalmente il grande ritorno anche a teatro, sebbene quello all’aperto e tra l’altro in un sabato di settembre in cui le temperature sono crollate, traghettandoci in men che non si dica in pieno inverno.

E però, nonostante il freddo e il virus gastrointestinale che mi assale la notte successiva, sono contenta di aver rivissuto la magia del teatro con questo spettacolo del Silvano Toti Globe Theatre, per la regia di Loredana Scaramella.

La commedia di Shakespeare La dodicesima notte racconta del naufragio della nave su cui viaggiano i gemelli Viola e Sebastiano: entrambi si salvano ma sono tutti e due convinti che l’altro/a sia morto/a. Sebastiano viene aiutato a sopravvivere da Antonio fino a giungere nella stessa città di Viola, mentre quest’ultima travestita da uomo va al servizio di donna Olivia, la quale è corteggiata dal duca Orsino, ma si innamora del suo paggio non sapendo che si tratta di una donna. Viola a sua volta si innamora del duca Orsino senza poter rivelare la sua identità.

Il cugino di Olivia e altri membri della corte nel frattempo tessono una trappola nei confronti dell’attendente di Olivia, Malvolio, facendogli credere che la signora sia innamorata di lui e creando false speranza per una sua scalata sociale.

Su tutto e tra tutti si muove Feste, il Matto, che canta, balla e commenta, a volte filosofeggiando, altre volte rasentando il quasi nonsense.

Il tutto si muove all’interno di una scenografia animata da dodici sedie disposte in cerchio come le dodici ore di un orologio (sebbene io debba confessare che il riferimento all’orologio l’ho colto solo dopo aver letto la presentazione della regista). Quello che invece ho colto fin da subito è stata la scelta di uno stile prevalentemente steampunk, soprattutto ma non solo a livello di costumi, con l’inserto di elementi settecenteschi e di altra ispirazione.

Molti dei protagonisti hanno delle mascherine disegnate sugli occhi, e i movimenti di scena e le coreografie sono tutti ispirati e improntati al cosiddetto “distanziamento sociale”, senza – devo ammettere – incidere negativamente sulla visione, anzi in un certo senso conferendogli – come dice la regista – uno stile quasi bollywoodiano.

Lo spettacolo è frizzante e tiene desta l’attenzione in quel turbinio di equivoci e scambi di persona che è tipico delle commedie shakesperiane più riuscite. A suo tempo avevo visto la versione cinematografica di Trevor Nunn e mi era piaciuta molto, anche se non ricordavo esattamente la trama. Ritrovare Viola, Olivia, Sebastiano e il duca Orsino è stata una piacevole sorpresa.

Bravissimi al Globe sul rispetto delle norme anti-Covid, peccato per il freddo becco che abbiamo dovuto sopportare. Per fortuna l’applauso finale, lunghissimo, aiuta a scongelare gli arti ormai atrofizzati.

Voto: 3,5/5