venerdì 29 novembre 2019

L’età giovane = Le jeune Ahmed

Nel loro ultimo film, Le jeune Ahmed (in Italia L'età giovane), i fratelli Dardenne si cimentano con un tema particolarmente scomodo, ma di stringente attualità, ossia l'integralismo religioso, in questo caso musulmano.

Il protagonista della loro storia è Ahmed (Idir Ben Addi), un ragazzino di 12-13 anni, di origine maghrebina e di religione musulmana che vive in Belgio. Ahmed frequenta la scuola, dove ha un'insegnante anch'essa musulmana, e la moschea, il cui imam predica la più ferrea ortodossia religiosa e simpatizza per la jihad, mezzo per difendere la religione islamica ed eliminare apostati e blasfemi.

In realtà, la famiglia di Ahmed è molto integrata nella società belga e la loro religiosità è ben lontana dall'ortodossia (né la madre né la sorella portano il velo); Ahmed vive invece nell'ammirazione di un cugino morto martire per la jihad e segue pedissequamente i precetti del Corano, sulla base della guida dell'imam.

Il suo convincimento e la sua dedizione all'Islam sono tali che a un certo punto - poiché l'insegnante di arabo vuole insegnare la lingua non solo a partire dal Corano - aizzato contro di lei dal suo imam, tenta di ucciderla con un coltello e finisce in un centro per minori.

Né la manifesta viltà del suo imam, che dopo il fatto si dissocia immediatamente, né il dolore di sua madre, né l'amore di una ragazzina conosciuta nella fattoria dove fa lavori socialmente utili, né tantomeno il trauma psicologico provocato alla sua insegnante distoglieranno Ahmed dalla sua adesione totale e senza cedimenti alla linea integralista, fino a un finale ambiguo che potrebbe essere letto in senso rasserenante, ma anche in senso contrario.

Quello che certamente non manca ai Dardenne è il coraggio di affrontare temi controversi e la volontà di portare all'attenzione storie che facilmente potrebbero prestarsi alla strumentalizzazione, tanto più all'interno di un modo di fare cinema che per i fratelli rimane fedele a uno stile scarno ed essenziale che certo non aiuta a contestualizzare e lascia quasi interamente sulle spalle dello spettatore l'onere di intuire e/o comprendere quello che si muove sotto la superficie.

Ahmed è un adolescente, e come tutti gli adolescenti è sicuramente alla ricerca della propria identità e tendenzialmente in rotta di collisione con l'ambiente familiare più stretto. Ha un'età in cui non si è più bambini, ma neanche adulti, e anche il suo corpo testimonia questo momento di transizione nella meccanicità e goffaggine dei movimenti, celati dietro un atteggiamento innaturalmente determinato e spavaldo.

Non v'è dubbio che dietro le scelte di Ahmed ci sia anche un cattivo maestro che non si rende pienamente conto delle azioni che le sue parole possono innescare, e che forse vanno addirittura al di là delle sue intenzioni. Ma mi pare difficile poter attribuire solo a questo la deriva di Ahmed, né è possibile individuare in altri fattori di contesto elementi che aiutino a comprenderne gli orientamenti e le azioni.

Probabilmente ciò che porta Ahmed "dalle ore alla playstation alle ore di preghiera" - come dice sua madre - è un processo tutto interiore che inevitabilmente ci sfugge e che facciamo fatica a giustificare. E come spesso accade nei film dei Dardenne, i registi non sembrano aiutarci granché e si limitano a rappresentare i fatti, per quanto estremi.

Capisco che il cinema debba soprattutto far riflettere e spingere lo spettatore ad adottare uno spirito critico attivo, ma di fronte a tematiche così delicate sinceramente a me è parso che qui lo spettatore sia lasciato un po' troppo solo a tirare le sue conclusioni. Può essere che in Belgio, dove il Ministro per la gioventù e lo sport belga si chiama Rachid Madrane (ringraziato nei titoli di coda), nonostante le esperienze dolorose causate dal fondamentalismo, il dibattito sia più pacato e di più alto profilo (anche se non ne sono sicura), ma certo in altri paesi dove la polarizzazione e la strumentalizzazione sono dietro l'angolo, qualche rischio in un film come questo io lo vedo.

Voto: 3/5


mercoledì 27 novembre 2019

Laura Gibson. Unplugged in Monti, Spazio Diamante, 13 novembre 2019

Da quest’anno i ragazzi di Unplugged in Monti – da sempre alla ricerca di location interessanti per i loro concerti – hanno preso dimora allo Spazio Diamante, un bel teatro sulla via Prenestina dove qualche tempo fa ero andata ad ascoltare il concerto di Any Other.

Il loro arrivo allo spazio Diamante ha anche rivitalizzato il baretto a esso collegato, Goccia  Ristoro permanente, che l’ultima volta che ero venuta faceva davvero tristezza. Quindi, bene così, e avanti tutta!

La mia stagione Unplugged in Monti comincia quest’anno con il concerto di Laura Gibson, la cantautrice americana originaria di un paesino dell’Oregon dal nome di Coquille e poi trasferitasi a Portland dove ha iniziato la sua carriera di musicista. Il suo ultimo album, Goners, è uscito circa un anno fa e ora la cantante è in tour per farlo conoscere al pubblico europeo. Questa romana è l’unica data italiana, mentre curiosamente la cantante ha già fatto diversi concerti e ne farà ancora in Norvegia. Forse lì è particolarmente nota e apprezzata, chissà!

Il concerto di Laura Gibson appartiene a quella tipologia di concerti che io chiamo minimali. E non è soltanto perché sul palco c’è solo la cantante con la sua chitarra, una minuscola tastiera (dice Laura che è l’unica misura che entra nel bagaglio con cui viaggia) e un amplificatore, ma anche per l’atteggiamento timido, quasi dimesso, della musicista e per lo stile complessivo delle sue canzoni.

Non direi mai che un concerto ad esempio di Joan as Police Woman, anche in versione solo, sia un concerto minimale, perché la personalità strabordante della cantautrice e il suo modo di stare sul palco producono una percezione di pienezza e si impongono al pubblico in ogni caso.

Laura Gibson, invece, fin dal momento in cui entra in scena sembra quasi scusarsi di essere lì. Metà del suo volto è coperto dai capelli lunghissimi che lei – con un gesto quasi ossessivo – sposta continuamente sulla sua spalla destra. La cantante americana inizia subito con i brani del suo ultimo album, Slow joke grin, Thomas, Domestication, Marjory. Poi via via il concerto si allarga al resto del suo repertorio con canzoni quali Tenderness, Empire builder, Not harmless, Damn sure, Certainty.

Alla fine ci avrà cantato il suo ultimo album praticamente per intero, con ampie aperture anche sul precedente Empire builder e qualche prelievo da lavori ancora più datati come If you come to greet me.

Pur nel suo fare un po’ ritroso e con la sua voce sottile, a tratti infantile, Laura Gibson riesce a creare un’atmosfera calda e accogliente e, a poco a poco, la sua timidezza lascia il posto a un atteggiamento più sciolto e rilassato: Laura dice che è la sua prima volta a Roma ed è contenta di aver potuto un po’ godere della città essendosi fermata qualche giorno. Ci ringrazia per la pasta (!) e tutto il resto, e dice che conta di tornare presto.

Poi ci racconta gli antefatti, le storie e le motivazioni che stanno dietro alcune delle canzoni che ci regala e verso la fine ci offre una performance davvero unplugged. Stacca il filo della sua chitarra, avanza sul palco, avvicinandosi agli spettatori e uscendo dallo spot di luce. Vuole cantare nella penombra – dice – ma il tecnico delle luci evidentemente non la capisce e sposta l’occhio di bue su di lei. Il pubblico si fa sentire cercando di comunicare le intenzioni della cantante, e alla fine il risultato è che tutte le luci vengono spente e nel silenzio più totale – oltre che nel buio quasi completo – Laura Gibson canta e suona e lo fa davvero come se lo facesse soltanto per noi.

Alle ultime canzoni dice che la sua performance è quasi finita e che lei preferisce evitare il balletto dei bis, ossia “far finta di uscire” per poi tornare richiamata dal pubblico e dice dunque che canterà tutto subito e poi andrà via. Il pubblico lì per lì acconsente, ma – non so se perché non ha veramente capito oppure perché non ci sta a chiudere la serata così – alla fine la richiama a gran voce. Dopo averci chiesto se vogliamo una canzone allegra o triste, Laura prima ci propone una canzone più ritmata, Two kids, e dopo le suppliche del pubblico conclude con quella che secondo lei è la canzone più triste del suo repertorio, I don't want your voice to move me.

A questo punto siamo davvero pronti per lasciarla andare, o magari per incontrarla dopo, in modo più informale, al banchetto dove sono in vendita i suoi cd e vinili.

Voto: 3/5

lunedì 25 novembre 2019

Anthropocene. Bologna, MAST, 9 novembre 2019

Dopo aver visto qualche mese fa il documentario Antropocene - L'epoca umana, completo il percorso immaginato dai creatori Edward Burtynsky, Jennifer Baichwal e Nicholas de Pencier andando a visitare la mostra omonima attualmente in corso al MAST di Bologna (prorogata fino al 5 gennaio).

Il progetto di Burtynsky, Baichwal e de Pencier punta infatti a integrare fonti e linguaggi di comunicazione per offrire un'esperienza a 360° sulle tematiche da loro sviluppate. A partire dai dati della ricerca scientifica e da un accurato percorso di indagine, Anthropocene offre la possibilità di compiere un viaggio multimediale nel nostro pianeta per vedere da vicino i cambiamenti che l'essere umano vi ha determinato, trasformandone in modo significativo e duraturo il volto. La mostra si compone dunque di fotografie, brevi video, grandi murales fotografici con cui interagire per mezzo di un tablet o di un'app in modo da usufruire di contenuti video aggiuntivi, cartoline che - sempre mediante un'app - conducono nel mondo della realtà aumentata. E ovviamente il film è il naturale complemento di questo percorso.

Nel caso specifico, io ho iniziato dal film per poi approdare al contesto nel quale esso è inserito, ossia la mostra attualmente visitabile al MAST.

La mostra si articola in 4 sezioni, corrispondenti ad altrettante aree degli spazi espositivi: Anthropocene #1 e #2 presentano le fotografie, i murales, i video e le esperienze immersive che raccontano allo spettatore come l'intervento umano sta plasmando la terra e lo sorprendono mostrandogli "paesaggi" che sono a loro modo bellissimi ma che in realtà sono il risultato di un intervento pesante e gravido di conseguenze messo in atto dall'uomo; Anthropocene #4 si riferisce alla proiezione del film in auditorium, e Anthropocene #3, dislocato nella gallery del piano terra, sposta l'attenzione dallo stato del pianeta a quello che l'uomo può fare per invertire la rotta di alcuni processi che stanno mettendo a rischio la stessa sopravvivenza della specie. In quest'ultima sezione l'interattività della mostra cambia direzione, in quanto l'allestimento punta non tanto a trasmettere informazioni quanto a rendere i visitatori consapevoli del loro ruolo in questo sistema.

Durante la visita insieme a S., forse ancora di più che durante la visione del film, ci è risultato chiaro sia l'approccio dei creatori del progetto, che non punta allo shock o alla pura denuncia, ma alla rappresentazione di una realtà che è sempre molto più sfaccettata e complessa di quello che immaginiamo e che ha molteplici chiavi di lettura, sia il fil rouge che tiene insieme tutte le sue parti, ossia un modello economico, il capitalismo, che ormai si è trasformato quasi in pensiero unico, e che ha nel suo stesso DNA un orientamento alla massimizzazione del profitto, anche in spregio alla sostenibilità e alle valutazioni sul lungo periodo. A questo si aggiunga la nota incapacità - o quanto meno scarsa capacità - dell'essere umano di prevedere le conseguenze del suo agire e di mettere in relazione i suoi interventi con quella fitta serie di fattori correlati dalla cui interazione possono scaturire effetti imprevisti e non sempre positivi.

Come già affermavo a conclusione della visione del film, una estinzione del genere umano non è poi una così grande tragedia; il fatto è che per giungere a essa o a forme di parziale estinzione sono sicuramente grandi le sofferenze attraverso cui il genere umano rischia di dover passare.

Voto: 3,5/5

giovedì 21 novembre 2019

Madre Courage e i suoi figli. Bologna, Teatro Duse, 8 novembre 2019

Maria Paiato è entrata ormai a buon diritto tra le attrici teatrali che seguo di più, a prescindere dagli spettacoli che sceglie e dai personaggi che interpreta. Anzi, dirò di più, mi fido talmente tanto che considero le sue scelte uno stimolo e un'occasione per conoscere autori e spettacoli che magari non prenderei in considerazione se non fosse per lei.

Quest'anno approfitto di una trasferta bolognese per andare a vedere al Duse lo spettacolo Madre Courage e i suoi figli di Bertold Brecht, che a Roma è passato solo di striscio per due giorni al Teatro di Tor Bella Monaca. Tra l'altro, nonostante i miei trascorsi bolognesi, è la mia prima volta al Duse, tra i teatri più antichi della città e quello forse con la maggiore tradizione, sebbene ormai - come moltissimi teatri - la sua programmazione spazi su territori molto ampi cercando di abbracciare gusti e pubblici molto diversi.

In questo caso Maria Paiato ha scelto di interpretare uno tra i testi più famosi di Bertold Brecht: Madre Courage e i suoi figli è un dramma ambientato durante la guerra dei trent'anni che vede protagonista Anna Fierling, detta appunto Madre Courage, la quale va in giro con il suo carretto e con al seguito i suoi figli, vivendo della vendita di mercanzie varie ai soldati, l'unico mercato possibile in tempo di guerra.

Madre Courage è un personaggio certamente sfaccettato e complesso, per certi versi ambiguo, da un lato consapevole dell'orrore della guerra, a cui tenta di sottrarre a tutti i costi i suoi figli senza riuscirci, dall'altro risucchiata nella spirale di una lotta per la sopravvivenza rispetto alla quale la guerra rappresenta una sicura occasione di affari.

La storia è piuttosto articolata e anche i personaggi che calcano il palco sono numerosi: oltre ai figli Eilif, il maggiore che per primo viene reclutato nell'esercito, Kattrin, la figlia muta che morirà sacrificando sé stessa per salvare altre persone, e Schweizerkas, il figlio minore, anch'egli arruolato e destinato alla morte, importanti sono anche i personaggi del cappellano, della prostituta Yvette, del comandante, del cuoco.

Questi numerosi personaggi si muovono dentro una scenografia scura come gli scenari della guerra, dove fanno la loro comparsa pochissimi oggetti, ma che è caratterizzata da un grande specchio orizzontale che si sviluppa - alle spalle degli attori, per tutta la lunghezza del palco, riflettendo tutto quanto su di esso avviene. Nella parte alta un enorme foro, che - a seconda dei momenti - è un enorme buco nero che tutto inghiotte, oppure una luna, o ancora un sole rosso.

Anche i personaggi vestono prevalentemente abiti scuri, rispetto ai quali funge da elemento dirompente il cappotto rosso con pelliccia che Madre Courage indossa in alcuni momenti.

Com'è tipico del teatro epico brechtiano (ma questo io l'ho scoperto solo in questa circostanza!), la recitazione si alterna a parti cantate e in questo caso suonate dal vivo, con gli attori che dimostrano ottime doti di musicisti e cantanti.

Personalmente conosco pochissimo il teatro di Brecht, e solo dopo la visione dello spettacolo capisco che l'effetto straniante che ha prodotto su di me è una sua caratteristica precipua, un effetto voluto dall'autore che, rivolgendosi primariamente al proletariato, intendeva parlare non alla loro pancia suscitando sentimenti ed emozioni forti, bensì alla loro ragione spingendoli a riflettere e a comprendere il messaggio insito nel testo.

Ovviamente, le caratteristiche del teatro brechtiano andrebbero lette alla luce del periodo storico nel quale visse Brecht, ossia la prima metà del Novecento, ma non mi sento all'altezza di un'analisi così sofisticata, e dunque mi limiterò a dire che, nonostante un linguaggio teatrale a me poco consono, lo spettacolo è riuscito a risultare comunicativo e in fondo emotivamente coinvolgente forse al di là delle intenzioni dello stesso Brecht. Le scelte del regista Paolo Coletta, l'allestimento e le modalità interpretative degli attori, prima fra tutti Maria Paiato, hanno sicuramente giocato in questo senso, riuscendo a parlare al pubblico contemporaneo senza snaturare il testo originario né tradire le intenzioni di Brecht.

Voto: 3,5/5

martedì 19 novembre 2019

Barzellette / Ascanio Celestini. Romaeuropa Festival, Teatro Vittoria, 5 novembre 2019

Il nuovo spettacolo di Ascanio Celestini, presentato al Teatro Vittoria nell'ambito del Romaeuropa Festival, riprende direttamente, anche nel titolo, un volume pubblicato da Celestini nel 2019 con Einaudi.

Si tratta sostanzialmente di una raccolta di barzellette provenienti da tutto il mondo che l'autore ha raccolto e in parte reinventato, collocandole all'interno di una cornice narrativa che sceglie i treni e le stazioni come ambientazioni.

Il protagonista sul palco è un giovane ferroviere che - sotto la guida di un ferroviere più anziano e di maggiore esperienza - a poco a poco scopre il mondo dei treni, delle stazioni, dei viaggiatori, dei non viaggiatori e degli stessi ferrovieri. Durante questo viaggio raccoglie nel suo brogliaccio barzellette e storie, che si mescolano in modo inestricabile, così come si intrecciano insieme riso, commozione e indignazione, mentre in sottofondo il "geometra" (come lo chiama Celestini) accompagna questo viaggio con le sue musiche dal vivo suonate alle tastiere e alla fisarmonica.

Su un palco tendenzialmente buio, illuminato solo da lucine e candele, Celestini e il musicista condividono lo spazio occupato da pochi oggetti, tra cui al centro una panca, simbolo universale dell'attesa e dunque perfettamente in linea con l'impianto narrativo prescelto.

Celestini si conferma uno straordinario affabulatore, un contastorie, che con il suo stile che oscilla tra la ripetizione ossessiva e l'ellissi è in grado di mantenere viva l'attenzione dello spettatore e di trascinare in un mondo raccontato che a tratti acquista una sua realtà visiva, quasi tangibile.

Rispetto ad altri spettacoli (l'ultimo che ho visto l'anno scorso era Pueblo), il tono di Barzellette è più leggero e meno impegnato, finalizzato primariamente a far ridere e sorridere, senza quel carico di angoscia e di senso di colpa che talvolta la narrazione di Celestini porta con sé. Non che qui l'autore rinunci a inframmezzare le sue barzellette con altre storie che - mediante l'aggancio narrativo al mondo dei treni e delle ferrovie - irrompono prepotentemente nella narrazione, arrivando direttamente dalla realtà storica. Si va dalla storia del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli ai treni dell'orrore che arrivavano ad Auschwitz, dalla bomba esplosa alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980 alle tante storie di chi nelle stazioni ci vive.

Pur non riuscendo a rinunciare all'impegno, Celestini sperimenta qui il linguaggio dissacrante e scorretto delle barzellette, che - com'è noto - hanno protagonisti e temi privilegiati, e spesso non si sottraggono alla trivialità. Pur essendo alcune delle barzellette molto divertenti, nonché raccontate con grande perizia, devo ammettere che io non sono una patita del genere e solo in pochissimi casi mi fanno davvero ridere. Intorno a me c'è chi si sganascia dalle risate al racconto di barzellette su preti e suore a sfondo marcatamente sessuale, a me sinceramente lasciano tendenzialmente indifferente, oltre al fatto che non riesco a non notare la componente fortemente maschilista che le caratterizza e che mai mi era risultata così chiara come in questo caso, forse perché ne ascolto numerose una dietro l'altra.

Insomma, dal mio punto di vista non certamente uno degli spettacoli migliori di Celestini; perché capisco le critiche di chi dice che i suoi spettacoli sono troppo deprimenti e pessimistici, ma la risposta probabilmente non è una svolta così marcata verso la risata a tutti i costi. Probabilmente questo spettacolo è frutto della  ricerca di un linguaggio alternativo con cui parlare anche di contenuti importanti a un pubblico sempre meno impegnato e sempre più alla ricerca di leggerezza. Io però preferivo il Celestini più "deprimente".

Voto: 3/5

domenica 17 novembre 2019

La rivolta degli oggetti / La Gaia Scienza. Teatro India, 2 novembre 2019

La Gaia Scienza è il nome di una compagnia di giovani artisti che nel 1976 si affacciò al teatro italiano a partire dal piccolo palco di un locale sotto il Tevere, Beat '72, portando in scena uno spettacolo a suo modo rivoluzionario ispirato alle poesie di Vladimir Majakovskij dal titolo La rivolta degli oggetti.

I tre fondatori della Gaia Scienza, Giorgio Barberio Corsetti (ora direttore del Teatro di Roma), Marco Solari e Alessandra Vanzi, si sono ritrovati per rimettere in scena, a distanza di oltre quarant’anni, quello spettacolo facendolo interpretare a tre giovani performer, che sono nello specifico Dario Caccuri, Carolina Ellero e Antonio Santelena.

A fronte di uno spettacolo che nasceva in un’epoca di grandi speranze e altrettanto grandi contraddizioni e che, a partire dalle poesie di Majakovskij, dava voce ai pensieri degli interpreti grazie all’improvvisazione e riscriveva il modo di fare teatro, la sua riproposizione in scena in un’epoca profondamente diversa e la sua interpretazione da parte di attori che non erano ancora nati in quel lontano 1976 sono l’ennesimo esperimento che La Gaia Scienza fa per sottoporre a verifica la capacità del teatro di reinventarsi e di mantenersi vitale.

Quest’operazione mi aveva intrigato sul piano intellettuale, pur sapendo di andare incontro a uno spettacolo che probabilmente non sarebbe stato del tutto nelle mie corde per stile e per riferimenti culturali.

Una volta a teatro ho deciso di lasciarmi andare e mi sono sforzata di non voler razionalizzare e capire tutto. Mi sono dunque completamente affidata alla performance degli attori sul palcoscenico, alle loro danze e interazioni, alle loro parole, alle poesie, al loro modo di utilizzare e dare senso agli oggetti. Non posso dire di aver capito veramente, anzi credo di aver capito molto poco, e a tratti non ho potuto fare a meno di combattere dei momenti di noia e di assenza mentale (evidentemente l’avanguardia russa è qualcosa di troppo ostico per me); però devo ammettere di aver subito una qualche forma di fascinazione prodotta soprattutto dalla danza dei corpi.

Qua e là ho percepito dei riferimenti al passato da cui lo spettacolo proviene e anche qualcuno al presente, ma sul piano razionale non sono andata molto oltre. Sul piano emotivo la conquista è stata più importante, sebbene a fasi alterne.

Un’esperienza decisamente originale che rimarrà parte del mio percorso di apertura e di curiosità verso mondi che sento lontani da me e poco comprensibili, ma che ogni tanto vale anche la pena di sperimentare e vivere in presa diretta.

Voto: 3/5

venerdì 15 novembre 2019

Parasite

Siamo in Corea del Sud. Ki-woo e la sua famiglia (padre, madre e sorella) abitano nei bassifondi di una città che potrebbe essere Seoul o un'altra grande città coreana. I quattro, tutti disoccupati, sbarcano il lunario come possono, con piccoli lavoretti ed espedienti di vario genere, e si adattano a vivere in questo minuscolo appartamento nel seminterrato, dove gli insetti proliferano e alle cui finestre - che danno direttamente sulla strada - si fermano a vomitare o a fare pipì gli ubriachi del quartiere. Il wifi gratuito scroccato ai vicini è lo strumento ch'essi utilizzano per procurarsi il lavoro e svolgere le loro attività.

Un giorno Ki-woo riceve da un amico altolocato che sta per partire per l'estero la proposta di sostituirlo nel fare lezione di inglese alla giovane figlia della famiglia Park, che vive in una bellissima villa con giardino progettata e realizzata da un famoso architetto. Una volta entrato nella famiglia Park, Ki-woo intravede la possibilità di sfruttare le loro disponibilità economiche e l'ingenuità della signora per far entrare anche i suoi familiari, prima la sorella Ki-jung come insegnante di arte del piccolo di casa, poi il padre Ki-taek (Song Kang-ho) come autista e infine la madre Chung-sook come governante, il tutto ovviamente a spese di coloro che precedentemente prestavano servizio presso i Park.

Il sofisticato raggiro che la famiglia Ki mette in atto sembra funzionare fino a quando, partiti i Park per il campeggio, emerge un inaspettato segreto che la casa nasconde e che fa saltare tutti gli equilibri fin lì raggiunti.

Il film di Bong Joon-ho, che ha vinto la Palma d'Oro all'ultimo festival di Cannes, propone - attraverso il confronto tra queste due famiglie e queste due case le cui finestre si affacciano su paesaggi molto diversi - un affresco molto efficace di una società fortemente polarizzata, rappresentando, attraverso percorsi tutti verticali (infinite scale che salgono verso i quartieri ricchi e scendono, a seconda dei casi, verso le cantine o i bassifondi), la distanza incolmabile tra ricchi e poveri.

Il linguaggio utilizzato è un originale mix che attinge a numerosi registri: inizialmente si respira l'atmosfera degli interni familiari di Kore-Eda, ma fin da subito si percepisce anche una tensione che va crescendo nel corso del film fino alla deflagrazione finale; non mancano però gli inserti ironici e grotteschi, che sono spesso caratteristici dei film coreani.

Bong Joon-ho costruisce una specie di trappola emotiva per il pubblico: all'inizio infatti lo spettatore non può che deprecare il comportamento sfrontatamente truffaldino di Ki-woo e della sua famiglia, personaggi simpatici ma che si rivelano truffatori professionisti e sofisticati capaci di passare sopra qualunque confine etico. I Park invece, pur ostentando la loro ricchezza e dimostrando un quasi totale scollamento con la realtà, possono essere al massimo accusati di ingenuità e superficialità, ma risultano padroni di casa corretti che pagano per tutti i servigi che ricevono. Man mano che la narrazione prosegue e il quadro si compone, la lettura degli eventi lentamente cambia. I Park, come dice Chung-sook, usano la ricchezza come un ferro da stiro che appiana ogni piega e, come dice Ki-jung, possono permettersi di essere gentili perché sono ricchi; di fatto si comportano come se il fatto di pagare gli desse diritto a ottenere qualunque servigio, disinteressandosi delle vite dei loro "servitori" di cui non smettono mai di sentire un fastidioso odore, evidentemente quello della povertà. E così, mentre i Park si preoccupano di problemi del tutto secondari e viziano il loro figlio capriccioso, ai piani bassi si combatte una guerra sanguinosa e violenta, senza esclusioni di colpi, di cui i Park non sono minimamente consapevoli. Quando questa lotta tra poveri irrompe nella loro vita, a pagare saranno tutti. Chi siano i parassiti evocati nel titolo del film non è dunque affatto scontato.

Non v'è dubbio che il regista parli della società sudcoreana, avvelenata da una competizione estrema e da un capitalismo senza correttivi giustificato da un sistema presuntamente meritorio, ma nel suo racconto si nasconde la metafora di un mondo in cui le diseguaglianze crescono e la parte ricca del pianeta conta sul fatto che i poveri si facciano la guerra tra di loro, ma - come preconizza Bong Joon-ho - arriverà il momento in cui inevitabilmente questa guerra uscirà dai bassifondi e toccherà anche chi attualmente ne è estraneo. E saranno dolori per tutti.

Voto: 4,5/5

mercoledì 13 novembre 2019

I formidabili Frank / Michael Frank

I formidabili Frank / Michael Frank; trad. di Federica Aceto. Torino: Einaudi, 2018.

I formidabili Frank è lo splendido memoir scritto da Michael Frank, scrittore e saggista americano che vive tra New York e la Liguria. Come lui stesso spiega nelle interviste e accenna anche nel libro, inizialmente aveva provato a trasformare la storia della sua famiglia in un romanzo di fiction, ma i personaggi, in particolare quello centrale di zia Hank, risultavano poco credibili, e dunque a un certo punto Michael ha capito che l’unico modo per raccontare questa storia era quella di attenersi alla realtà dei fatti, per quanto ovviamente filtrati dal suo punto di vista.

Michael è figlio di Merona e Martin, fratelli minori rispettivamente di Irving e di sua moglie Harriet Jr, detta Hank o Hankie, questi ultimi due una coppia di sceneggiatori molto noti e apprezzati a Hollywood. Le due coppie vivono a Laurel Canyon in due case non troppo distanti, anche se molto diverse, essendo quella degli zii di Michael molto più lussuosa e in uno stile classico, come piace a Hank. Non lontano abitano anche le due mamme, Huffy (madre di Harriet e Martin) e Sylvia (madre di Irving e Merona), sebbene le due non si sopportino più di tanto e facciano praticamente vite separate.

Questo intreccio già di per sé piuttosto originale è complicato ulteriormente dal fatto che Hank e Irving non hanno figli e hanno eletto Michael come loro figlio adottivo, scelto a far parte di quel gruppo di persone elette e speciali che la zia chiama “I formidabili Frank”, da cui sono invece esclusi per indole e disposizioni personali i fratelli di Michael, Danny e Steve.

La narrazione comincia dall’infanzia di Michael, ossia dalla fase in cui il bambino viene introdotto ai gusti raffinati, alle letture, alle opinioni degli zii, in realtà della sola zia Hank, rispetto alla quale zio Irving è totalmente succube, salvo ritagliarsi degli spazi personali in cui può rilassarsi ed essere realmente sé stesso.

Zia Hank – una specie di versione “terroristica” di zia Mame – è una donna dalla personalità sovrabbondante e complessa, capace di esercitare un’attrazione magnetica e una seduzione profonda sulle persone che elegge, ma al contempo di adottare comportamenti manipolatori nell’intento di costringere gli altri a rispondere perfettamente alle sue aspettative.

Michael è il soggetto su cui massimamente viene applicato questo schema fin dall’infanzia: al bambino viene applicata una categorizzazione del mondo che si struttura in b. e n.b., ossia “buono” e “non buono”, categorie considerate assolute e a cui le cose appartengono per insindacabile giudizio di zia Hank.

I formidabili Frank racconta il lento e difficile processo di affrancamento di Michael dalla zia, un processo compiuto a costo di allontanamenti e disconoscimenti pubblici, volti a innescare sensi di colpa e ansia.

Nel memoir uno spazio considerevole è comprensibilmente dedicato a zia Hank, ma non mancano riflessioni e approfondimenti dedicati agli altri protagonisti di questa storia, tra cui nonna Huffy, nonna Sylvia, Irving e le altre figure familiari e non che – per un motivo o per l’altro – sono entrate in contatto con il mondo dei formidabili Frank.

Il libro è scritto con eccezionale verve e ironia, e la sua lettura risulta godibilissima, anche se al fondo di questo lungo racconto – che termina con la zia Hank novantenne ma ancora in vita – c’è una sofferenza e un senso di angoscia che prima trapelano più o meno discretamente e poi, man mano che l’età di Hank e di Michael aumentano, diventano pervasivi e onnipresenti, andando a inquinare sia i momenti di dolore (la morte di Huffy e poi quella di Sylvia ad esempio) sia i momenti di gioia (i viaggi e le vacanze ad esempio).

È evidente che Michael ha un atteggiamento ambivalente nei confronti della zia: non può non riconoscerle di essere stata fondamentale nella sua formazione e di aver contribuito a farne l’uomo che è, ma al contempo ha avuto bisogno di un tempo lungo della sua vita per comprendere i meccanismi di manipolazione, la mancanza di empatia e l’anaffettività di questa donna, e anche per trovare delle spiegazioni e in qualche modo per riuscire a perdonarla dopo averne preso faticosamente le distanze.

Michael dovrà mettere un oceano di mezzo tra sé e sua zia per fare il suo percorso autonomo di crescita e dovrà sposarsi e avere dei figli per marcare definitivamente la propria alterità rispetto ai comportamenti “perversi” della zia Hank.

La narrazione di Michael Frank è il racconto sincero e personale di un vissuto che, pur raccontando un’esperienza del tutto individuale, getta luce su importanti dinamiche relazionali, familiari e non solo, e aiuta a dipanare matasse emotive e psicologiche che appartengono in realtà alla vita di tutti.

Io l’ho vissuta come una lettura molto personale, in cui ho riconosciuto alcune dinamiche vissute in famiglia e mi sono sentita molto vicina a Frank nella necessità di dover andare lontano per poter poi ritornare e recuperare il buono di quello che si è lasciato indietro.

Voto: 4/5

lunedì 11 novembre 2019

Orson Welles’ roast / con Giuseppe Battiston. Teatro Ambra Jovinelli, 31 ottobre 2019

Dopo aver visto l’anno scorso, sempre all’Ambra Jovinelli, Giuseppe Battiston interpretare Winston Churchill, era quasi inevitabile la sensazione di déjà-vu suscitata dallo spettacolo in programma quest’anno, Orson Welles’ roast.

Può essere che lo stesso Battiston, a seguito del successo dello spettacolo dello scorso anno, abbia deciso di riportare in scena questo testo, da lui scritto insieme a Michele De Vita Conti oltre dieci anni fa, e per la cui interpretazione ha vinto numerosi premi.

Se – come ci viene spiegato dal protagonista all’inizio del monologo - nel mondo americano il “roast” è un discorso ironico che viene pronunciato in occasione di compleanni o altre celebrazioni da parte di amici e parenti per prendere in giro il festeggiato, l’idea in questo caso è quella di portare in scena un redivivo Orson Welles affidando a lui stesso il proprio “arrosto”.

In pratica, attraverso la mediazione di Giuseppe Battiston, Orson Welles è chiamato a raccontare sé stesso in maniera autoironica, compito ch’egli accetta solo nella convinzione che l’arrosto sia la più nobile delle cotture.

Da qui si dipana un monologo di circa un’ora durante il quale Welles percorre episodi più o meno noti della sua vita, svelando il proprio carattere e le proprie idiosincrasie, sempre accompagnato dal suo inseparabile sigaro.

Devo ammettere che conosco pochissimo Orson Welles (e so che si tratta di una lacuna che dovrei colmare) e devo anche confessare che sono arrivata alla sera dello spettacolo stremata da una settimana davvero intensa, e sicuramente la combinazione di questi due fattori non ha favorito la mia concentrazione e attenzione.

Però a un certo punto non sapevo più se stavo guardando Battiston che interpretava Orson Welles, ovvero Orson Welles che interpretava Churchill, o questi ultimi due che interpretavano Battiston. Sarà per alcune caratteristiche comuni dei due personaggi storici, sia fisiche (la stazza e le nuvole di fumo prodotte dall’onnipresente sigaro) sia caratteriali (un egocentrismo e una sicurezza di sé molto pronunciati), ovvero per l’insieme della situazione (in particolare lo stesso palco e lo stesso interprete), certo è che le parole pronunciate hanno cominciato a un certo punto a galleggiare nella mia mente in cerca di approdi senza trovarli, mentre la mia poltrona di platea mi è risultata via via sempre più scomoda costringendomi a cambiare continuamente posizione.

In breve tempo la noia si è impadronita di me e, nonostante i miei sforzi per allontanarla, non sono riuscita a liberarmene.

Non mi permetto di esprimere giudizi sulla qualità dell’interpretazione di Battiston, ma nemmeno posso omettere di dire che lo spettacolo non solo non mi ha conquistata ma mi è risultato più faticoso del dovuto.

Voto: 2,5/5

giovedì 7 novembre 2019

Commedia con schianto. Struttura di un fallimento tragico / Liv Ferracchiati. Romaeuropa Festival, Mattatoio di Testaccio, 15 ottobre 2019

Io e F. avevamo avuto modo di apprezzare il teatro di Liv Ferracchiati l'anno scorso grazie alla partecipazione agli spettacoli della Trilogia dell'identità: Peter Pan guarda sotto le gonne, Stabat Mater e Un eschimese in Amazzonia.

Così quest'anno non ci facciamo sfuggire l'occasione di assistere al suo ultimo lavoro, Commedia con schianto, in programmazione al Teatro 1 del Mattatoio di Testaccio nell'ambito del Romaeuropa Festival.

Deve essere una serata in cui il mondo del teatro che gravita su Roma si è dato appuntamento; oltre a facce molto note, come quella del nostro amato Arturo Cirillo, nel pubblico che prende posto in sala riconosciamo altri volti che sappiamo di aver visto più volte a teatro anche se non ricordiamo i nomi.

È evidente che Liv Ferracchiati è attesa alla conferma del suo talento dopo il successo e l'ottimo riscontro della Trilogia. E in fondo proprio di questo parla Commedia con schianto, ossia del difficile momento di un giovane autore teatrale che deve fare i conti non solo con la difficoltà di trovare ispirazione, ma anche con le assurde dinamiche che caratterizzano il mondo del teatro nel suo complesso.

Lo spettacolo è strutturato secondo l'impianto della commedia attica classica (per intendersi, quella ad esempio di Aristofane, non a caso qui più volte richiamato), ma - come ci viene annunciato fin dal titolo e poi dalle brevi scritte luminose che compaiono all'inizio dello spettacolo - si tratta di una commedia che finisce in tragedia.

In Commedia con schianto c'è un autore che appartiene alla fascia d'età compresa tra 30 e 35 anni (il testo ha molti riferimenti anche al dato generazionale) e che - mentre si rimpinza di pere - sta cercando di mettere in scena una commedia di stampo forse esageratamente autobiografico, al punto tale che non riesce ad andare avanti dal momento in cui la vita urge e surclassa la necessità di scrivere.

In realtà tutto questo viene raccontato dal piccolo gruppo di attori che è stato coinvolto per mettere in scena la commedia e ora, come il coro della commedia classica nella parabasi, cerca di dare un senso all'esperienza vissuta e di comprendere cosa si agitava nell'animo dell'autore.

Come già nei lavori precedenti, Liv Ferracchiati ama un palcoscenico minimale, quasi spoglio (qui ci sono delle sedie, un frigorifero e una palla stroboscopica a forma di pera), nel quale sono i personaggi e la loro "coreografia" a caratterizzare le varie scene e momenti.

Ferracchiati sceglie un registro prevalentemente ironico, e soprattutto autoironico, a tratti sconfina addirittura nel nonsense, e questi registri sono il modo con cui vengono date in pasto al pubblico le proprie idiosincrasie nonché le dinamiche del teatro contemporaneo e di tutto quello che gli gira intorno. Sotto la superficie della risata che attraversa a più riprese gli spettatori, c'è in realtà una riflessione più profonda sulla crisi di identità del teatro contemporaneo, pressato dalla critica perché sia sempre originale e innovativo, e sulla difficoltà degli autori giovani (ma in fondo non giovanissimi) di trovare in esso un effettivo spazio di sperimentazione, senza che questo riservi a ogni angolo la delusione delle aspettative di qualcuno. Non resta dunque che volgersi indietro, al teatro classico, e ai grandi maestri, perché forse solo loro possono veramente indicare la direzione.

Il brillante e divertente testo di Liv Ferracchiati è molto ben interpretato dal gruppo di attori sul palco (Caroline Baglioni, Michele Balducci, Elisa Gabrielli, Silvio Impegnoso, Ludovico Röhl, Alice Torriani), che al termine dello spettacolo raccoglie i meritati applausi e chiama sul palco Ferracchiati, che ci regala anche il brivido di una quasi caduta scendendo dalle scale. Dubito fosse voluta.

Voto: 3,5/5

martedì 5 novembre 2019

Miserere - Pity

Grazie all'ottima programmazione dell'Apollo 11, istituzione meritoria del panorama cinematografico romano, riesco a recuperare questo film greco del 2018 di Babis Makridis.

Miserere (Pity) si inscrive a pieno in quel filone del nuovo cinema greco cui appartiene anche la cinematografia di Yorgos Lanthimos, con cui Makridis ha condiviso in questo caso lo sceneggiatore Efthymis Filippou (già autore di The Lobster e de Il sacrificio del cervo sacro). Con i film di Lanthimos, in particolare con The Lobster, Miserere condivide il carattere grottesco e quasi surreale degli ambienti e delle situazioni e la rigidità emotiva dei suoi protagonisti; in entrambi i casi, infatti, ci troviamo in un mondo apparentemente simile a quello in cui viviamo, ma in cui sembra essere intervenuta una distorsione distopica che ha determinato delle conseguenze paradossali, oscillanti tra il tragico e il risibile. Rispetto a Lanthimos, Makridis sceglie però più esplicitamente il registro della commedia, per quanto nerissima e tendente a sconfinare nella tragedia.

Siamo nella Grecia post crisi economica. Il protagonista (senza nome) è un avvocato benestante (Yannis Drakopoulos), la cui moglie è in coma a seguito di un incidente. Questo evento ha cambiato la routine giornaliera dell'uomo, che - pur continuando in modo apparentemente normale la sua vita lavorativa e familiare - sperimenta nelle sue giornate delle situazioni nuove: il pianto mattutino (invero quasi compiaciuto) seduto sul letto, la vicina che gli fa dono di una torta ogni mattina, la visita in ospedale alla moglie che si conclude con un bacio sulle labbra, le puntate in lavanderia e le parole di interessamento e compassione del gestore, l'allestimento del letto per la notte con i cuscini sistemati in modo da poter dormire abbracciato a essi nel ricordo della moglie assente.

Sembrerebbe tutto molto triste e doloroso, invece in questa nuova routine l'avvocato si trova a vivere una condizione molto più soddisfacente e rispondente a quanto desidera, una condizione tutto sommato più umana all'interno di un mondo disumanizzato.

In una realtà fatta di case e uffici elegantissimi ma altrettanto freddi, di relazioni cortesi ma profondamente formali, di comportamenti misurati ai limiti della mancanza totale di empatia, il protagonista sperimenta il piacere della propria reazione emotiva e della compassione altrui, una specie di miracolo in un mondo in cui tutti sembrano agire come se non avessero sentimenti, primo fra tutti suo padre che sminuisce e normalizza qualunque situazione potenzialmente dolorosa.

Accade così che, quando sua moglie si sveglia dal coma, la rottura di questo equilibrio rappresenti per il protagonista un vero e proprio trauma. La ritrovata piattezza emotiva e l'assenza di interesse e sentimenti da parte del mondo circostante risultano talmente inaccettabili che l'avvocato, impegnato a seguire per conto dei figli il caso della morte violenta di un anziano signore, proprio ispirato da questo caso si ritroverà a progettare soluzioni estreme.

Durante la visione di Miserere non si può fare a meno di sorridere e in alcuni casi di ridere delle situazioni paradossali che il regista mette in scena, pur essendo consapevoli della profonda angoscia che le attraversa e del quadro a tinte foschissime che ci viene tratteggiato.

Quello di Makridis è un universo in cui l'umanità sembra essere talmente assuefatta a qualunque situazione che la risposta emotiva si è abbassata di tono se non spenta, vivendo dei brevissimi momenti di ripresa in risposta a eventi tragici o dolorosi, salvo poi ritornare alla precedente piattezza non appena l'evento è passato.

C'è sicuramente in Miserere, oltre che la riflessione esemplare sulla vicenda di un singolo, anche un riferimento indiretto ad alcune dinamiche che riguardano le collettività: non escluderei che nella storia dell'avvocato greco si nasconda anche la metafora della storia recente della Grecia, oggetto di empatia e compassione internazionale durante la fase più nera della crisi economica, ma poi - con l'affacciarsi di altre emergenze e notizie che si rincorrono e sovrappongono - ricaduta nel dimenticatoio e lasciata alla sua routine presuntamente normale.

La domanda implicita al fondo del film è: in un mondo sempre più assuefatto e distratto, ai limiti della disumanizzazione, a cosa si sarà costretti a ricorrere per risvegliare i sentimenti dei singoli e della collettività?

Voto: 3,5/5


domenica 3 novembre 2019

Weathering with you

Dopo aver portato al cinema solo qualche mese fa uno dei primi film di Makoto Shinkai, 5 cm al secondo, Nexo Digital offre al pubblico italiano degli appassionati di anime la possibilità di vedere sul grande schermo l'ultimo successo del grande animatore giapponese che in patria è stato record di incassi.

Si tratta di Weathering with you, la storia del sedicenne Hokada, fuggito di casa dalla propria isoletta per andare a vivere a Tokyo, e del suo incontro con Hina, una ragazza che vive da sola con il fratello più piccolo Nagi dopo la morte della madre.

Ancora una volta, Shinkai - pur rimanendo fedele alla sua estetica fatta di colori ipersaturi e di immagini iperrealistiche, così come alla sua poetica che oscilla tra il magico e il romantico - ci sorprende con un racconto che contiene molti elementi di originalità e di novità rispetto alla sua cinematografia.

Innanzitutto, pur essendo l'ambientazione decisamente realistica e la rappresentazione di Tokyo assolutamente fedele (e bellissima), il film sembra ambientato in un futuro prossimo quasi pre-apocalittico. Tokyo e il Giappone più in generale sono funestati da piogge torrenziali che non sembrano avere mai termine.

È in questo contesto che trova spazio il cuore narrativo del film. Infatti, il giovane Hokada, mentre cerca di sopravvivere nella grande città e di sbarcare il lunario come può, aiutato in parte dall'editore Suga e dalla sua collaboratrice, scopre che Hina è una cosiddetta "portatrice di sereno". In pratica, ha un potere magico che le consente attraverso la preghiera e la concentrazione di far uscire il sole per un tempo limitato e su un'area più o meno ristretta.

Hokada e Hina decideranno di mettere questo potere al servizio dei desideri delle persone, garantendosi così un lavoro stabile e remunerativo, fino a quando non dovranno fare i conti con il prezzo che Hina deve pagare per l'utilizzo di questa "magia".

A quel punto Hokada sarà chiamato a fare delle scelte, destinate ad avere un impatto non solo sulla propria vita ma anche su quella del Giappone.

All'interno di questa narrazione, che possiamo certamente definire drammatica, Shinkai - mai come in questo film - introduce un registro comico e ironico che ricorda una specifica tipologia di anime con personaggi dalle movenze e dai comportamenti ai limiti del demenziale. Durante la visione del film non è raro ritrovarsi a ridere o a sorridere delle situazioni rappresentate, che spesso giocano sull'ingenuità e sulla sprovvedutezza tipiche dell'adolescenza.

Il film si mantiene in mirabile equilibrio tra registri diversi, concedendosi nell'ultima parte anche una sortita in un immaginario magico già in parte suggerito in precedenza nel film.

Al termine della visione, è inevitabile - come spesso accade con i film di Shinkai - provare un senso di disorientamento rispetto al significato della narrazione e al presunto messaggio che il regista ha voluto veicolare. Il punto di vista espresso dal regista in Weathering with you resta a mio avviso volutamente ambiguo e, di fronte a una storia che sembra richiamarsi al tema del climate change e delle conseguenze che questo determina sulle vite degli esseri umani, Shinkai sembra adottare un atteggiamento quasi fatalista. Il regista non si sofferma infatti tanto sulle responsabilità umane del cambiamento climatico e, anzi, lo sviluppo del film si potrebbe leggere come la scelta dell'uomo di privilegiare i propri sentimenti e le relazioni, anche quando questo significhi lasciare che la natura faccia il suo corso.

Non mi sento di poter affermare con certezza che questa fosse l'intenzione comunicativa di Shinkai. D'altra parte, ho ormai imparato che, rispetto ai giapponesi e al loro punto di vista sulla vita e sul mondo, noi occidentali abbiamo una scarsissima possibilità di comprensione profonda. Di conseguenza non resta che accettare che la nostra lettura delle loro forme d'arte possa essere viziata da una logica e da un approccio culturale del tutto estranei a quelli giapponesi.

Voto: 3,5/5