mercoledì 31 ottobre 2018

Beautiful boy. Skate Kitchen. Boy erased

Ed eccomi alla seconda fase (per gli altri film vedi qui) della mia partecipazione alla Festa del cinema di Roma. Come mi accade praticamente ogni anno, comincio a riconoscere un filo conduttore nei film del festival, o meglio nei film che ho scelto di vedere. Perché non so mai se per una serie di circostanze tende a prevalere un tema oppure sono io che più o meno inconsciamente ne scelgo uno.

Ebbene il fil rouge dei miei film di quest'anno è evidentemente il rapporto genitori/figli che in modi diversi è trattato all'interno di quasi tutti i film che ho selezionato. In particolare questa seconda giornata si è fortemente focalizzata su questa tematica, oggetto di tutti e tre i film che ho visto: Beautiful boy, Skate Kitchen e Boy erased.

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Beautiful boy

Beautiful boy è la storia vera di un padre e di un figlio che hanno scritto entrambi un libro su questa storia dai rispettivi punti di vista. Da questi libri è nata la sceneggiatura del film diretto da Felix Van Groeningen.

Il padre, Dave (Steve Carell) è un giornalista freelance, separato dalla prima moglie e sposato con una nuova compagna, artista, con cui ha due bellissimi figli biondi. Dave fin dalla separazione è stato il genitore affidatario del suo primo figlio, Nick (Timothée Chalamet), un ragazzo bellissimo e da lui amatissimo, dotato di grande sensibilità e altrettanto grandi talenti. Questo figlio però durante l'adolescenza sprofonda nel buco nero della droga: inizia con le canne e altre droghe leggere, per arrivare alle metanfetamine e alle droghe sintetiche, anche se per Nick qualunque droga va bene per sconfiggere un senso di malessere profondo e di vuoto siderale.

Molte domande rimarranno senza risposta: che cosa spinge un ragazzo intelligente e con una famiglia che lo ama a sprofondare in questo tunnel? Un eccesso di sensibilità, un demone interiore innato, il peso delle aspettative dei genitori, il troppo amore, la percezione della banalità della vita, una qualche sofferenza del passato, il bisogno di prendere le distanze da suo padre? O forse tutte queste cose insieme?

La storia di questa discesa agli inferi e di questo calvario è sostanzialmente raccontata attraverso gli occhi di Dave, che di fronte a un figlio che si sta rovinando la vita non può fare a meno di cercare in lui i ricordi del passato, la forza del loro legame, la gioia della sua intelligenza, la bellezza del suo modo di essere. Questo padre ce la mette tutta e farebbe qualunque cosa per salvare suo figlio, ma dovrà capire che nessuno può salvarci se non siamo noi stessi a volerci salvare. Capirà che non c'è amore che possa placare il demone interiore che rende suo figlio inquieto e insoddisfatto.

Beautiful boy è soprattutto una grande prova attoriale, quelle di Steve Carell e di Thimotée Chalamet, che conferiscono ai loro personaggi tutte le sfumature necessarie a rappresentare l'immensa gioia dell'amore padre-figlio e l'immensa sofferenza della propria impotenza di fronte a ciò che è più grande di noi.

Un film dal quale si esce col cuore straziato, anche chi come me non ha figli di cui inevitabilmente - e forse non del tutto giustamente - si sente l'enorme peso della responsabilità non solo di farli crescere e di amarli, bensì anche di vederli prendere la strada giusta.

Voto: 4/5



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Skate Kitchen

Con Skate Kitchen mi immergo nuovamente nella rassegna Alice nella città, ma questo mio andirivieni tra i programmi dei due festival paralleli è quasi impercettibile considerando la continuità delle tematiche.

Ancora una volta infatti il tema è quello della tarda adolescenza e della ricerca dell'autonomia in tutte le maniere lecite e non lecite. Qui la protagonista è una ragazza americana di seconda generazione, alle soglie dell'età adulta ma ancora non del tutto autonoma. Camille (Rachelle Vinberg) vive con sua madre (durante il film ci spiegherà perché e da quanto tempo), che è sudamericana e le parla in spagnolo mentre lei le risponde sempre in americano. Soprattutto, Camille ha una grande passione per lo skateboard che sua madre non approva perché lo ritiene molto pericoloso.

Contravvenendo alle indicazioni della madre, la giovane si mette in contatto tramite Internet con un gruppo di ragazze della periferia newyorkese che si incontrano con le loro tavole da skate. Qui Camille troverà la possibilità di essere sé stessa e anche l'occasione di confrontarsi con la complessità del mondo e delle relazioni; dovrà imparare a cavarsela, a chiedere scusa, ad accettare che i legami sono difficili e fragili. Scoprirà anche che in fondo ha ancora bisogno della madre da cui rifugge, sebbene nell'ambito di un rapporto più adulto e consapevole.

In questo percorso lo spettatore avrà modo non solo di conoscere Camille e le sue amiche, ma anche di gettare uno sguardo sul mondo degli skateboarders e sulla periferia newyorkese vissuta da giovani e adolescenti di diverse origini, con tutte le loro tenerezze e anche le loro sregolatezze. È interessante scoprire che tra droghe, sesso e competizione feroce esistono in questo mondo anche delle regole di rispetto e di lealtà che tali gruppi interiorizzano e fanno proprie. Da questo punto di vista il film ha un taglio quasi documentaristico, che non sorprende se si pensa che la regista Crystal Moselle è la stessa di The wolfpack, la storia vera dei fratelli Angulo.

Il film ha una bella colonna sonora e un bel ritmo, mentre seguiamo le evoluzioni incredibili di questi ragazzi e ragazze sui loro skate. Pur nell'originalità del punto di vista, il film resta un po' ripetitivo e nel complesso non del tutto nuovo rispetto alla tematica trattata, cosicché il percorso di Camille risulta in qualche modo fortemente prevedibile.

Voto: 3/5




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Boy erased

La mia festa del cinema di quest'anno si chiude con una perfetta circolarità, in quanto va a chiudersi esattamente dove era cominciata. La storia di Boy erased infatti ricorda molto da vicino quella raccontata in The miseducation of Cameron Post.

Anche in questo caso ci troviamo di fronte a un ragazzo omosessuale, Jared (Lucas Hedges), che viene mandato dal padre pastore battista (Russell Crowe) e dalla madre ultrareligiosa (Nicole Kidman) in una comunità che applica la terapia della conversione e che si chiama Love in Action per correggere il suo orientamento sessuale e i suoi comportamenti. Jared accetta perché l'alternativa è essere cacciato di casa e perché profondamente condizionato dalla visione fondamentalista della religione a cui è stato educato e che in qualche modo ha introiettato, sentendosi dunque intimamente sbagliato.

Quella di Jared è la storia vera che Garrard Conley - ora adulto e sposato con un uomo a New York - ha voluto raccontare in un romanzo autobiografico da cui è tratto il film diretto da Joel Edgerton (che interpreta anche il ruolo di Sykes, il responsabile del centro), con lo scopo di portare a conoscenza di tutti l'assurdità e la pericolosità di questi centri, la cui esistenza è accettata ancora in 36 stati americani.

La storia di Jared/Garrard è la storia della sofferenza individuale di chi è costretto a vedere sé stesso come qualcosa di sporco e di sbagliato e a doversi appunto cancellare (situazione che gli ospiti del centro vivono ciascuno in modo diverso, ma comunque con effetti devastanti sulla psiche), ma anche la storia del suo rapporto con i genitori, una madre succube e intrisa di idee religiose ma che alla fine riesce a mettere davanti il bene del figlio, un padre che invece non riesce a scendere a patti con quella che ritiene una "scelta" - pertanto reversibile - da parte del figlio.

Rispetto a The miseducation of Cameron Post, che nonostante la gravità della tematica riesce a essere un film in buona parte leggero e ironico, il film di Edgerdon è virato su un registro drammatico che a tratti sconfina quasi nel thriller e inevitabilmente sfocia in melò, senza per questo risultare stucchevole, e concedendosi qualche ironia in coda.

Il film si regge - oltre che sulla forza di una storia che inevitabilmente sorprende perché praticamente si svolge quasi ai giorni nostri - sulla capacità interpretativa degli attori: la sofferenza trattenuta di Lucas Hedges, le contraddizioni dei suoi genitori divisi tra l'affetto per il figlio e la fedeltà ai princìpi della loro fede. E così ci si ritrova ancora una volta a riflettere sui danni prodotti da un fondamentalismo religioso che interferisce in maniera pesante non solo con la libertà individuale ma anche con quella dello Stato e della società tutta, e su quanto tutto questo sia non solo ancora attuale ma incredibilmente presente anche nelle evolute società occidentali.

Qualcuno volò sul nido del cuculo ci fece scandalizzare sulla pratica della lobotomia per curare la malattia mentale e aprì un dibattito sul tema. Speriamo che questi due film sollevino altrettanta indignazione su una pratica che dovrebbe essere condannata senza alcuna attenuante per non rovinare più le vite di tanti giovani che vogliono solo essere sé stessi.

Voto: 3,5/5



lunedì 29 ottobre 2018

The miseducation of Cameron Post. Behold my heart

Quest'anno la mia partecipazione alla Festa del cinema di Roma è stata più limitata e concentrata in pochi giorni, un po' per impegni che si sono andati a sovrapporre, un po' perché la selezione operata dagli organizzatori mi è sembrata meno originale rispetto ad altre volte.

In particolare, mi pare che alla Festa di Roma prevalgano sempre di più film la cui uscita è prevista entro qualche settimana, rendendo dunque la spesa dei biglietti per il festival poco giustificabile, a parte che per la possibilità di vedere i film in lingua originale (cosa non sempre possibile nei circuiti normali) e per la presenza (non sempre però) delle delegazioni, ossia di registi, produttori e attori.

Continua a fare eccezione il Festival parallelo "Alice nella città", che secondo me resta il vero valore aggiunto della Festa del cinema, al punto tale che le mie scelte negli ultimi anni si stanno sempre più spostando in questa direzione.

Per il primo weekend di programmazione riesco a vedere solo due film: The miseducation of Cameron Post e Behold my heart. Avevo in programma anche la visione di Fahrenheit 11/9 di Michael Moore, ma il nubifragio che ha colpito la città domenica sera ha reso impossibile per me muovermi verso il cinema. E comunque il film di Moore esce a brevissimo in sala, quindi lo recupererò. Peccato solo per i 12 euro persi.

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The miseducation of Cameron Post

Siamo nel 1993. Cameron (Chloë Grace Moretz) è una studentessa di liceo che ha una storia con l'amica Coley, anche se ufficialmente ha un fidanzato brufoloso. Alla festa di fine anno viene scoperta a fare sesso con l'amica e la zia Ruth, con cui vive da quando i genitori sono morti, decide di mandarla al God's promise, un centro di rieducazione per ragazzi e ragazze omosessuali finalizzato a correggerne l'orientamento.

Qui Cameron farà la conoscenza della direttrice del centro, che i ragazzi vedono come la strega dell'universo disneyano, e di suo fratello Rick, che è un 'ex omosessuale' ricondotto sulla retta via, nonché degli altri ragazzi e ragazze che - provenendo da storie individuali le più varie - sono finiti anch'essi iscritti al programma di rieducazione. Qui Cameron troverà chi si ribella, chi ci prova con tutte le sue forze, chi soffre in silenzio: ognuno reagisce a modo suo alla violenza emotiva e psicologica di rinnegare sé stesso.

A partire dal best seller di Emily Danforth, la regista Desiree Akhavan sceglie di raccontare questa storia puntando principalmente sul registro ironico, pur non tacendo dei risvolti tragici che essa può portare con sé. E lo fa attraverso una protagonista credibile e molto in parte.

Perciò, durante la visione di The miseducation of Cameron Post un po' si soffre per lo spaesamento e la confusione di questi adolescenti, cui in qualche modo viene negata la possibilità stessa di una confusione, però dall'altro lato si ride e si sorride, anche perché i ragazzi sono capaci di trovare vie di fuga e spensieratezza anche lì dove è apparentemente impossibile. Cameron che canta What's going on in piedi sul tavolo della cucina imitando Cindy Lauper è certamente una delle vette del film.

Va aggiunto che la regista riesce a evitare anche le contrapposizioni manichee e a non demonizzare i due responsabili del centro che non sono cattive persone e probabilmente - dentro il loro orizzonte ideologico - sono anche in buona fede, ma sono a loro volta le prime vittime di un indottrinamento pericoloso individualmente e socialmente.

E alla fine del film ci si trova a pensare che forse questa è una storia del passato e che oggi le cose sono diverse, ma quando poi si legge che "L’amministrazione Trump starebbe valutando una radicale eliminazione dei diritti delle persone transgender: un memo del dipartimento della Sanità e dei servizi umani definisce il sesso di una persona come una condizione biologica e immutabile, determinata solo sulla base dei genitali alla nascita" si capisce che la guardia deve rimanere alta e che forse oggi più che mai bisogna vigilare perché non si rimettano in discussione i diritti individuali e i progressi sociali acquisiti in anni di lotte.

Voto: 3,5/5




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Behold my heart

Margareth (Marisa Tomei), Steven (Timothy Olyphant) e Marcus (Charlie Plummer) sono una famiglia come tante, con i suoi equilibri forse imperfetti, ma pur sempre felice. Margareth è colei che porta a casa i soldi, lavorando tutto il giorno in una società di marketing, Steven fa il musicista e si occupa della casa e in buona parte anche del figlio adolescente Marcus. Quando una sera Steven viene ucciso da Jack, un reduce di guerra, spesso ubriaco e fuori di testa, la vita di Margareth e Marcus va in pezzi.

Margareth in particolare si lascia completamente andare, ricorrendo all'alcol per affrontare il dolore, mentre Marcus oscilla tra il tentativo di occupare il posto del padre, prendendosi cura di sua madre, e il desiderio di vivere la propria vita di adolescente, fatta di amori, amicizie e uscite. Ma ben presto dovrà fare i conti da un lato con la difficoltà di tirare fuori sua madre dal baratro nel quale è caduta, dall'altro con il proprio stesso dolore che prende forme diverse man mano che i giorni passano e si somma con la fatica di essere adolescente.

Quando Marcus va via di casa e, dopo essere stato per un periodo dall'amico Seamus, decide di andare a vivere nei boschi, Margareth - che, dopo aver toccato il fondo, si sta faticosamente rialzando anche per amore del figlio - lo segue e si installa a poca distanza da lui.

Madre e figlio si ritroveranno proprio in quel dolore che li ha allontanati e da lì ripartiranno verso la ricostruzione delle loro vite come singoli e come famiglia.

Il film diretto e sceneggiato da Joshua Leonard è articolato in capitoli che corrispondono sostanzialmente alle fasi dell'elaborazione del dolore, quelle che però ognuno in base al proprio carattere, all'età della vita e ad altri fattori di contesto vive in modo personale e individuale.

Anche i percorsi di Margareth e Marcus sono diversi, ma alla fine si ritroveranno nel rispetto reciproco e nell'amore per la vita.

Un film a suo modo minimale che affronta con delicatezza e non senza ironia temi importanti - tra tutti l'adolescenza e gli equilibri familiari -, e lo fa non solo attraverso i due protagonisti, ma anche attraverso una serie di figure di contorno particolarmente riuscite.

Voto: 3,5/5

giovedì 25 ottobre 2018

The prisoner / Peter Brook e Marie-Hélène Estienne. Romaeuropa Festival, Teatro Vittoria, 16 ottobre 2018

So che è blasfemo da parte mia esprimere un parere meno che positivo sull'ultimo lavoro che l'ormai novantatreenne Peter Brook, un mostro sacro del teatro, ha scritto e diretto insieme alla sua assistente Marie-Hélène Estienne.

The prisoner è in programmazione al Teatro Vittoria nell'ambito del Romaeuropa Festival, ed è recitato in inglese con sovratitoli in italiano. Sul palco nient'altro che rami, tronchi, foglie e qualche pezzo di stoffa, a rappresentare un luogo da qualche parte nel deserto (di un paese mediorientale?) dove Mavuso sta scontando la sua pena.

Scopriamo che Mavuso ha ucciso suo padre perché ha scoperto che quest'ultimo aveva un rapporto incestuoso con la figlia Nadia, sua sorella, che anche Mavuso ama. Lo zio Ezekiel ha così condannato il giovane a scontare la sua pena su una collina nel deserto, posta di fronte a una grande prigione.

Qui Mavuso dovrà fare i conti con la solitudine e il senso di colpa, ma incontrerà anche varie persone, non solo i familiari, ma anche le guardie carcerarie della prigione, un abitante del vicino villaggio che ha trovato lavoro presso il carcere come tagliateste, nonché altri surreali personaggi, tra cui persino un topo selvatico.

A un certo punto la prigione viene distrutta e anche la permanenza di Mavuso sulla collina perde di significato, fors'anche perché nel frattempo si è compiuto il processo di redenzione.

Come dice Peter Brook nell'intervista contenuta nel depliant sullo spettacolo, non è compito del teatro quello di dare lezioni, ma semmai di suscitare domande, che comunque restano soggettive e individuali.

Lo spettacolo The prisoner di domande ne suscita parecchie, e non è detto che siano per tutti significative. A me non ha dato grandi stimoli, forse perché la mia mente molto razionale fatica a fare proprio un approccio in qualche modo poetico e destrutturato come è quello di Brook in questo lavoro. Il mio bisogno e la mia ricerca di un senso non necessariamente palese, ma comunque intellegibile, sono rimasti almeno parzialmente insoddisfatti e sono uscita dal teatro in uno stato d'animo tra il confuso e l'interdetto.

Ma probabilmente il problema è tutto mio.

Voto: 2,5/5


lunedì 22 ottobre 2018

Mirai

Nonostante la stanchezza di un lunedì piuttosto fiacco, decido di non perdere l'appuntamento con Mirai, l'anime di Mamoru Hosoda, di cui a suo tempo avevo visto La ragazza che saltava nel tempo, e non me ne sono pentita.

Il film di Hosoda è la storia di Kun, un bambino di quattro anni, che vive a Yokohama in una casa molto originale insieme a suo padre architetto e sua madre. Quando i genitori tornano a casa con la nuova sorellina piccola, Kun - dopo l'entusiasmo iniziale - capisce che gli equilibri familiari cambieranno completamente e comincia a provare una gelosia feroce nei confronti della sorella.

Durante i suoi sempre più numerosi capricci si rifugia nel giardino interno della casa, dove scopre che l'albero lì piantato è un albero magico, capace di farlo viaggiare nella storia passata e futura della sua famiglia.

Kun avrà così la possibilità non solo di incontrare Mirai, sua sorella, ormai adolescente, ma anche il suo bisnonno ferito in guerra, sua madre da piccola, disordinata come lui, suo padre ancora ragazzino che faceva fatica a imparare ad andare in bicicletta, nonché lui stesso ormai grande.

Quando in uno di questi viaggi nel tempo si perderà nella stazione di Tokyo e rischierà di essere allontanato definitivamente dalla sua famiglia, Kun capirà l'importanza dei legami e la profondità dell'istinto che ci lega affettivamente ai nostri cari.

A poco a poco Kun capirà - senza gli intellettualismi che sono estranei alla sua età - di essere un ingranaggio in una storia familiare che oscilla tra l'unicità delle vite dei singoli e la ciclicità dei processi che si ripetono, e che in questa storia ognuno è chiamato a svolgere il suo ruolo e ad assumersi la responsabilità del futuro (Mirai significa appunto "futuro") imparando dal passato.

Tutto questo Hosoda ce lo dice mettendosi ad altezza di bambino e guardando il mondo con i suoi occhi, catapultandoci dunque in un universo fatto di tenerezza infinita, di fantasia, di giocosità, ma anche di cattiveria gratuita, di paure profonde, di testardaggine.

La nota simpatica del film è stata avere dietro di me in sala una ragazzina di circa 6 anni con il padre, che cantava le canzoni di testa e di coda senza saperle, rideva senza freni e, a un certo punto, quando Kun si perde nella stazione di Tokyo e rischia di essere portato via dalla sua famiglia per sempre, se n'è uscita dicendo: "Ma questo film è brutto!!!!" :-D

Voto: 3,5/5


venerdì 19 ottobre 2018

Macerie prime / Zerocalcare

Macerie prime / Zerocalcare. Milano: Bao Publishing, 2017.

Macerie prime. Sei mesi dopo / Zerocalcare. Milano: Bao Publishing, 2018.

Macerie prime parla di quella fase della vita in cui si prende atto che la gioventù - con i suoi sogni, le sue speranze e il suo ottimismo - è ormai passata e ha lasciato il posto a un'età adulta in cui bisogna fare i conti con i propri fallimenti, siano essi emotivi, sociali, economici, personali.

Fare i conti con i propri demoni interiori significa opporsi a quel processo che - sottraendoci le idealità - ci spinge a pensare sempre di più a noi stessi e a difenderci dal mondo circostante, rompendo a volte i legami che abbiamo costruito.

E Zerocalcare lo racconta a suo modo: partendo dalla vita reale e dall'esperienza quotidiana, quella sua e del suo gruppo di amici, Cinghiale, Secco, Deprecabile e Katja, Sarah e Giuliacometti, ma utilizzando anche la metafora di un mondo post-devastazione nel quale ognuno ha venduto il proprio pezzetto di anima al proprio demone personale, dando la possibilità allo spirito che incarna l'egoismo di aspirare a dominare il mondo.

Tutto comincia nel momento in cui ci si accorge che qualcosa sta cambiando negli assetti interni al gruppo: Cinghiale si sposa perché aspetta un figlio, Secco ha iniziato a insegnare a scuola nonostante nessuno lo prenda sul serio, Katja vorrebbe un figlio e sente che il tempo sta passando ineluttabilmente, Sarah vorrebbe dare una svolta alla sua vita lasciando un lavoro che detesta, Giuliacometti non si sa bene cosa cerchi. Lo stesso Zerocalcare è sempre più assente, assorbito com'è dal suo lavoro e dal difendersi dagli accolli. Anche Deprecabile - che è l'unico che non desidera alcun cambiamento una volta trovato il proprio equilibrio - vive le conseguenze del fatto che niente è immutabile perché tutto intorno a noi cambia continuamente.

Ma quello di Zerocalcare non è solo il racconto di una generazione, bensì anche quello di un'epoca storica nella quale la crisi, con le sue conseguenze non solo economiche ma anche sociali, ha contribuito a devastare il paesaggio umano intorno a noi, precarizzando le vite dei giovani, immobilizzando le vite degli adulti, togliendo il futuro ai ragazzini, e in definitiva alimentando un cinismo diffuso e una conflittualità sociale che ci isolano e ci mettono in competizione gli uni con gli altri. Un'epoca di frustrazione collettiva che ha lasciato e sta lasciando intorno a sé solo macerie.

Per questo il suo monito a non dimenticarsi le cose veramente importanti, a tenersi stretti i legami umani, a non cedere alle sirene dello "sticazzismo sempre e comunque" arriva forte e potente, e alla fine ci commuove tutti, perché ci risuona dentro.

E chissà che nel piccoletto della sottotrama apocalittica non ci sia una qualche speranza vera per il futuro.

Voto: 4/5

giovedì 18 ottobre 2018

A star is born

Con il film diretto e sceneggiato da Bradley Cooper siamo al quarto remake di A star is born (è possibile ripercorrerne la storia qui).

Tutti questi film, compreso quest’ultimo, si mantengono fedeli alla sostanza della narrazione, per quanto ne svecchino e aggiornino il contesto, dando alla trama coloriture via via un po’ diverse: una star della musica ormai sulla strada del tramonto, per di più tormentata da problemi di droga e alcol, incontra una sera in un bar una giovane ragazza, di cui riconosce il talento musicale. Il cantante affermato se ne innamora e la fa cantare con sé sul palco, aprendole la strada per il successo, mentre la loro storia d’amore deve fare i conti con il cambiamento di questi equilibri.

Il film appartiene a un genere che l’altra sera, alla fine della visione, ho battezzato “poppettone”, un mix di pop e polpettone, perché fondamentalmente la sua forza è il melodrammone romantico condito da una colonna sonora pop molto accattivante.

Che dirvi? La voce di Lady Gaga, che qui interpreta la ragazza instradata verso il successo, è strepitosa ed entra in tutti i pori della pelle, e la parabola di Jackson Maine, il bello e bravo Bradley Cooper, è emozionante e lacrimevole al punto giusto, così come la storia d’amore tra i due.

Anche a me negli ultimi dieci minuti è scappata la lacrima e le canzoni mi sono rimaste nelle orecchie.

Però, è chiaro che nel momento in cui si mette il piede fuori dal cinema si capisce che la storia della cinematografia non sarebbe cambiata di una virgola se non ci fosse stato questo quarto remake di A star is born.

È certamente apprezzabile che Cooper voglia introdurre in questa vicenda una riflessione critica sull’evoluzione di uno star system e di un panorama musicale sempre più discutile, in cui i musicisti sono oggetti senza pensiero proprio manovrati dai loro manager e in cui la musica (testi ed esecuzioni dal vivo) perdono centralità a favore dello spettacolo visivo, dei balletti, del look e di altre cose che dovrebbero essere assolutamente secondarie.

Jackson Maine – che pure è una star e vive tutte le conseguenze di esserlo – rappresenta un mondo musicale anch’esso sorpassato da uno scenario pop che spazza via tutto il resto e in cui Ally (e nel mondo reale Lady Gaga) è regina, sebbene dotata di un’anima a sua volta tormentata.

Bradley Cooper è anche bravo a interpretare il suo personaggio, e la stessa Lady Gaga alla sua prova d’attrice se la cava bene, ma non posso nascondere di non amarla particolarmente e di aver pensato alla fine del film che dovrebbe fare quello che le riesce meglio, ossia cantare.

Voto: 2,5/5


martedì 16 ottobre 2018

Sulla mia pelle

Venerdì 12 ottobre il CSOA La Strada a Garbatella organizza una proiezione gratuita del film Sulla mia pelle alla presenza della sorella di Stefano Cucchi, Ilaria, dell’avvocato Fabio Anselmo, del regista Alessio Cremonini, dell’attore Alessandro Borghi e di altre persone che hanno avuto una qualche parte nella vicenda.

Quando io e il mio amico M. arriviamo verso le 18,30 (l’inizio del dibattito è previsto per le 20) c’è già tantissima gente. Il tempo di mangiare un piatto di riso con il pollo e entriamo per prendere posto. A malapena troviamo due sedie dove sederci e nel giro di un’oretta le sale del CSOA sono completamente piene di gente, seduta a terra e sulle sedie e in piedi. Quelli dell’organizzazione ci dicono che fuori c’è altrettanta gente, se non ancora di più. A un certo punto si parla di un migliaio di persone fuori e di un quartiere praticamente bloccato. E questo è di per sé qualcosa che fa venire i brividi.

Alle 20 o poco più sul palco ci sono Ilaria Cucchi, l’avvocato, il regista e gli organizzatori, dopo che un lungo applauso ha accolto il loro arrivo in sala. Si parla del film che stiamo per vedere, e che in qualche modo ha fatto il miracolo di portare il caso Cucchi ben oltre i confini già estesi raggiunti grazie alla caparbietà e alla forza di Ilaria. Ma si parla anche di questa assurda vicenda e della speranza di riuscire a fare emergere anche a livello giudiziario una verità che tutti conosciamo. Nessuno dei partecipanti al dibattito fa sconti a nessuno. E su questa linea si sviluppa anche il film di Alessio Cremonini, un film asciutto e rigoroso strettamente basato sulla lettura delle carte processuali.

Sulla mia pelle (e - come recita uno striscione esposto in sala – “Sulla pelle di uno è sulla pelle di tutti”) è un film che sceglie deliberatamente di non essere morboso rispetto alla violenza, che non ci viene nemmeno mostrata, bensì di essere intimo nel mostrare la sofferenza di un ragazzo che qualcuno ha deciso di lasciare solo a morire, e che probabilmente si sarebbe potuto salvare.

Il film di Cremonini resta appiccicato sulla pelle in modo vischioso, come la resina degli alberi, e continua a lavorare dentro anche dopo la visione. Il regista ha il merito di non santificare Stefano, certamente una testa un po’ calda, con un problema grosso come una casa (il consumo e lo spaccio di droga), e però è fermo nel trasmettere il senso profondo di tutta questa vicenda. Nessun essere umano merita un tale trattamento, nessuna società civile può accettare una sospensione dello stato di diritto come quella che si è verificata in questa vicenda.

L’eredità che la visione del film ha lasciato in me ha lavorato in due direzioni. Mi ha fatto mettere dalla parte di Stefano, della vittima, e mi ha fatto sentire sulla pelle (anzi sotto la pelle) quanta sofferenza abbia dovuto attraversare prima della morte, oltre a farmi pensare che al posto suo ci sarebbe potuto essere chiunque finito per qualche motivo in quell’ingranaggio (perché non è affatto vero – come pensano i perbenisti – che una cosa del genere a noi e alle persone del nostro mondo non potrebbe mai accadere). Ma ancora più sconvolgente è proiettarsi dalla parte dei carnefici, non tanto quelli che materialmente hanno perpetrato il pestaggio, quanto tutti quelli che non hanno mosso un dito, per superficialità, per disinteresse, per pregiudizio, per paura, per non correre rischi o per chissà quali altri motivi. E su questo fronte nessuno può dirsi innocente nella propria vita, perché a tutti è capitato – magari e per fortuna in situazioni molto più piccole di questa – di voltare la testa dall’altro lato per non dover affrontare da soli un sistema che va avanti e funziona sulla base di ricatti e omertà.

Per questo alla fine del film ci si ritrova a sentirsi colpevoli e impotenti di fronte a un mondo in cui nessuno si sente più al sicuro e protetto. Perché la vera mafia di questo paese è il sistema nel quale tutti siamo ingabbiati e di cui non abbiamo più fiducia, un sistema nel quale il singolo non si sente più parte di una collettività con cui condivide valori e battaglie finendo schiacciato dalle sue stesse lotte. E qui va cercata la radice di tante brutture che osserviamo e viviamo tutti i giorni.

Voto: 3,5/5