mercoledì 30 marzo 2016

Batman v Superman: Dawn of justice

Com'è ormai tradizione, tutte le volte che vado al paesello natio a trovare la mia famiglia una serata è dedicata al cinema con i nipoti. Questa volta ci sono solo F. e G. (ormai P. è grande ed è difficile sottrarlo ai suoi amici!) e andiamo a vedere il blockbuster appena uscito, Batman v Superman: Dawn of Justice, il primo di una nuova saga che vede coprotagonisti i due supereroi e che è destinata ad andare avanti chissà per quante puntate.

La prima mezz'ora al cinema è piuttosto esilarante: dietro di noi ci sono due ragazzini che non smettono di chiacchierare nemmeno per un secondo nonostante i miei continui inviti al silenzio (ma durante l'intervallo gli faccio fare una tale figura a luci accese e davanti a tutti che nel secondo tempo non si sentirà più fiatare una mosca da quella parte!); accanto a me i miei nipoti non stanno capendo moltissimo della trama, che effettivamente non si capisce molto, ma loro non hanno la minima pazienza di aspettare che le cose che dapprincipio non si capiscono si sciolgano più avanti durante il film. In particolare, G. chiede più volte chi è Batman e chi è Superman tra i numerosi omaccioni con i muscoli che vede sullo schermo, e questo mi fa temere il peggio per la visione di questo film.

Per fortuna, passata la prima mezz'ora, la situazione migliora nettamente... La trama del film comincia a prendere forma (per quanta forma possa avere la trama di un film come questo!) e gli animi generali si distendono e possiamo goderci – con lo spirito di chi non si aspetta null'altro che un semplice divertissement – il resto della visione.

In merito al film di Zach Snyder non c'è moltissimo da dire. La maggior parte del godimento cinematografico arriva dal fatto di vedere nella stessa storia e sullo stesso schermo Bruce Wayne/Batman (qui interpretato da Ben Affleck) e Clark Kent/Superman (Henry Cavill), nonché le due città, Metropolis e Gotham, da due parti opposte della stessa baia. Poi, la storia è un po' un orpello necessario a lanciare sul grande schermo la Justice League of America, ossia la formazione dei supereroi della DC Comics sul grande schermo, tanto che nell'ultimissima parte della storia compare una strafiga Wonder Woman (che poi mi devono spiegare perché i superoi uomini sono bardatissimi e copertissimi e la donna invece ha un costumino stringatissimo e solo uno scudo, ma vabbè... Sarà mica perché questi fumetti, nonché i film che ne derivano, li pensano e li disegnano in gran parte uomini? ;-) ).

La contrapposizione tra Batman e Superman è basata sul fatto che – non senza lo zampino del cattivo Lex Luthor (Jesse Eisenberg) – ognuno di loro ritiene che l'altro interpreti in maniera non corretta e potenzialmente pericolosa il proprio ruolo di difensore e salvatore dell'umanità. E non vi aspettate grandi riflessioni filosofiche a riguardo! Ma non dirò altro, perché altrimenti quel poco di divertimento intellettuale che il film offre finisce perso a causa degli spoiler.

Per il resto preparatevi a un fracasso e a una battaglia catastrofica senza precedenti (ma certamente non senza seguito) che vi stordiranno al punto tale che tutto ciò che nel film sembra rimanere senza una spiegazione precisa o convincente non vi disturberà più di tanto.

Voto: 2,5


lunedì 28 marzo 2016

Fun home. Una tragicommedia familiare / Alison Bechdel

Fun home. Una tragicommedia familiare / Alison Bechdel. Milano: Rizzoli Lizard, 2007.

Il romanzo a fumetti di Alison Bechdel è una vera e propria autobiografia e un racconto per immagini della storia della propria famiglia, filtrata in particolare attraverso il rapporto dell'autrice e protagonista con il proprio padre. Bruce è un insegnante di liceo, nonché il titolare di un'agenzia di pompe funebri (da cui il nome con cui Alison e i suoi fratelli chiamavano la loro casa, “fun home”). Bruce è un padre autoritario, ma ossessionato dalla cura della casa (trasformata in una specie di casa-museo) e del giardino.

Nel momento in cui Alison, ormai al college, decide di fare coming out con la sua famiglia, scopre che suo padre è gay e che il matrimonio con sua madre è stato una scelta di rispetto della forma e delle convenzioni, ma non ha intaccato le abitudini di vita e sessuali di suo padre. Di lì a poco sua madre decide di divorziare e suo padre muore in circostanze misteriose, probabilmente suicida.

In questa storia personale e familiare certamente forte dal punto di vista emotivo, Alison Bechdel, percorrendo il tempo in ordine non cronologico, bensì muovendosi avanti e indietro attraverso gli eventi, fa una specie di operazione di autocoscienza e di comprensione del mondo nel quale è cresciuta e che ha costituito per lei motivo di dolore, di confusione, di difficoltà nello sviluppo emotivo, ma anche di stimolo e di costruzione di complessità.

Ebbene, la cosa buffa è che la mia personale sequenza del tutto casuale di lettura che riguardava due libri senza alcun legame l'uno con l'altro (Karoo e Fun home) si è caratterizzata per una perfetta continuità, e ha rivelato insospettabili punti di contatto e riferimenti ricorrenti. Innanzitutto il rapporto tra realtà e immagine della stessa, ovvero tra verità delle cose e finzione perseguita o imposta, con il corollario dell'inevitabile riflessione se sia più vera la realtà o la sua immagine costruita. In secondo luogo, il riferimento letterario alla figura di Ulisse: in Karoo il protagonista è ossessionato dalla scrittura di una sceneggiatura il cui protagonista è un Ulisse alla deriva con la sua goletta nello spazio-tempo, alla ricerca di un senso dell'esistenza umana, mentre in Fun home molti sono i riferimenti all'Ulisse di Joyce, un libro che costituisce un fil rouge tra padre e figlia. Infine, in entrambe le opere il tema della famiglia e in particolare del rapporto tra padre e figli è assolutamente centrale, ed entrambe sembrano in qualche modo restituirci l'idea che niente in questo rapporto è dato o scontato, niente è per così dire naturale, bensì si tratta di un rapporto che richiede una costruzione e, proprio per questo, spesso finisce per essere forzato e innaturale.

Ma cos'è più vera, la verità delle cose o quella che ciascuno si costruisce con la propria narrazione? Ed esiste davvero una realtà delle cose sotto l'ingombrante sovrastruttura del processo psicologico ed emotivo di analisi e comprensione che mettiamo in atto?

Non v'è dubbio che l'opera di Alison Bechdel è essa stessa una operazione di verità, che rispetto ad altri graphic novel non tenta neanche di camuffare l'autobiografia sotto le mentite spoglie della finzione, ma al mondo della finzione appartiene lo stesso, anche solo per il fatto che il racconto della realtà non è la realtà, e la narrazione a fumetti crea un parallelo canale narrativo, grafico e verbale, che inevitabilmente trasforma la vita in racconto.

Voto: 4/5

mercoledì 23 marzo 2016

La questione più che altro / Ginevra Lamberti

La questione più che altro / Ginevra Lamberti. Roma: nottetempo, 2015.

Il romanzo di Ginevra Lamberti racconta le tragicomiche avventure della quasi trentenne Gaia, abitante di quella terra di nessuno che si estende tra Treviso e Venezia, laureatasi quasi a sua insaputa, in transumanza lavorativa (e non solo) tra un call center e un centro commerciale fino all'agognato contratto a tempo determinato presso l'Azienda (ossia una delle catene di ristorazione americane più famose al mondo), ospite regolare del Pronto Soccorso in preda ad attacchi di panico, alle prese con l'umorismo inappropriato del genitore e la solitudine della genitrice, nonché con le stramberie degli amici, come Norman, anche loro vaganti in questo limbo infinito tra adolescenza ed età adulta.

Gaia racconta la sua vita come se stesse parlando con i suoi amici di sempre, con un linguaggio quasi parlato, con le subordinate trasformate in proposizioni dirette senza essere virgolettate, e lo fa senza un ordine cronologico preciso, cosicché spesso ci anticipa cose che saranno chiare solo più avanti, ovvero apre delle parentesi e delle divagazioni che interrompono il filo del discorso e spesso non lo riprendono più.

Il mondo di Gaia è un mondo che, per certi versi, è fortissimamente caratterizzato sul piano geografico e culturale, per altri invece è universalmente riconoscibile. È un mondo assurdo che inevitabilmente ci fa ridere e sorridere, ma nello stesso tempo è costantemente venato da una malinconia che a volte si fa dramma e tragedia, pur senza apparire esplicitamente come tale.

La questione più che altro è un perfetto prodotto del nostro tempo, e ancor di più un perfetto prodotto di quella generazione (trentenni circa) che nell'ironia critica – a volte un po' cinica, altre volte quasi tenera – ha trovato l'unico strumento non tanto per comprendere, quanto per accettare una realtà non certo piena di prospettive luminose e incoraggianti, nonché una condizione personale il cui disagio viene sublimato in parola, scrittura, disegno, musica.

Il romanzo di Ginevra Lamberti mi è sembrato la versione letteraria e del Nord-Est della poetica romana e fumettistica di Zerocalcare. Stessa capacità di penetrare nelle cose e di raccontare con ironia e semplicità verità che sono sotto gli occhi di tutti, ma che questi giovani-non-più-giovani sembrano vedere con più acume, con i sensi quasi più sviluppati.

E forse è anche per questo che del romanzo della Lamberti non mi sono piaciute le stesse cose che talvolta trovo respingenti in Zerocalcare, ossia una forma di umile compiacimento nella ricerca della trovata geniale e dell'ironia originale.

Non si può però negare che questi autori rappresentino una nuova realtà che si esprime in diversi ambiti e che in qualche modo sta creando un linguaggio e una modalità di lettura del mondo totalmente originali e al contempo riconoscibili.

Voto: 3,5/5

lunedì 21 marzo 2016

The Danish girl

Il film di Tom Hooper racconta la storia della coppia di pittori danesi Einar (Eddie Redmayne) e Gerda Wegener (Alicia Vikander) a Copenaghen negli anni Venti. Einar dipinge paesaggi, in particolare un luogo d'infanzia della Danimarca a lui particolarmente caro; Gerda dipinge ritratti. Il primo ha grande successo, la seconda invece fa fatica a trovare uno spazio autonomo nell'ambiente artistico. Un giorno Gerda, in assenza della modella, fa posare suo marito per il ritratto di una ballerina che sta dipingendo, costringendolo a indossare calze e scarpe da donna. Per Einar è il momento del disvelamento a se stesso di una verità a lungo rimossa, ossia il disagio con la sua mascolinità e il desiderio di essere donna.

Da qui inizia per la giovane coppia un lungo e doloroso percorso, che vede da un lato Einar trasformarsi in Lili Elbe e rinnegare sempre più nettamente la propria identità maschile, fino alla scelta di tentare un'operazione di cambiamento del sesso, dall'altro Gerda affermarsi nel suo lavoro grazie ai ritratti di Lili e contemporaneamente assistere al progressivo allontanamento del marito amatissimo.

Da un punto di vista cinematografico, il film è curatissimo nelle ricostruzioni delle ambientazioni nonché visivamente bellissimo, grazie a una fotografia quasi estetizzante, che probabilmente rispecchia l'aspirazione di Einar nella sua progressiva transizione verso Lili e verso una femminilità quasi sfacciata ed eccessiva, com'è inevitabile in percorsi come questo. E forse proprio per tale motivo personalmente ho sentito una certa distanza emotiva con i protagonisti.

A mio modo di vedere, al centro del film non è tanto il percorso di Einar/Lili, che - per quanto doloroso per la difficoltà di trovare una strada personalmente corrispondente alla propria interiorità e socialmente accettabile - è in qualche modo lineare e perseguito con una convinzione incrollabile, quanto la posizione di Gerda, molto più complessa e contrastata dal punto di vista emotivo. Gerda si trova non solo di fronte a una situazione che non sempre capisce fino in fondo e sulla quale si deve completamente fidare di suo marito, ma nel momento in cui accetta pienamente la scelta di Einar, l'amore per lui comporta la necessità di lasciarlo andare e perderlo definitivamente. Paradossalmente in un film che è dedicato al primo transgender della storia la figura più appassionante e tormentata è quella di sua moglie Gerda. E tutto sommato va bene così.

Voto: 3/5

martedì 15 marzo 2016

Servo per due / con Pierfrancesco Favino

Servo per due / con Pierfrancesco Favino. Teatro Ambra Jovinelli, 10 marzo 2016

Avete presente il teatro impegnato e intellettuale con le platee composte e piene di signore in pelliccia e giovani radical-chic?

Ebbene, Servo per due ne è la negazione, per quanto sia esso stesso un'operazione intellettuale piuttosto raffinata. La commedia nasce dal testo di Richard Bean liberamente ispirato al Servitore di due padroni di Carlo Goldoni, che ha poi subito un ulteriore adattamento al contesto italiano da parte di Piefrancesco Favino, Paolo Sassanelli, Marit Nissen e Nicoletta Solder.

Il protagonista è Pippo (alter ego di Arlecchino), che è mosso costantemente dalla necessità di mettere qualcosa nella pancia e finisce per questo a servire due padroni diversi a loro insaputa. Pippo è meschino e pasticcione, ma anche tenero e adorabile, e devo dire che Favino è un Arlecchino veramente strepitoso. Intorno a lui una serie di personaggi buffi che animano una storia un po' strampalata ambientata a Rimini negli anni Trenta e che è inevitabilmente destinata al lieto fine. Davanti al palco e talvolta anche sul palco l'Orchestra Musica da Ripostiglio che esegue, con straordinaria maestria e grande ironia, una serie di classici italiani di quegli anni, accompagnando gli attori che talvolta cantano e ballano sul palco.

Se dovessi descrivere in una frase questo spettacolo direi che è una specie di omaggio al teatro popolare italiano dal Settecento ad oggi, partendo dalla commedia dell'arte appunto, passando per l'avanspettacolo, per il teatro di rivista e l'operetta, fino a risentire dell'eco di certe forme di teatro popolare arrivate alla televisione negli anni Ottanta, come ad esempio Drive In e il Bagaglino.

Questo spettacolo ha dunque tutti i punti di forza del teatro popolare, perché fa ridere moltissimo, coinvolge il pubblico (anche chiamandolo in prima persona sul palco), e intrattiene in modo vario e divertente; e al contempo ne eredita certe forme di trivialità (senza mai essere veramente volgare) e di comicità che parlano alla pancia della gente.

Quando lo spettacolo comincia l'unica cosa che riesco a pensare per la prima mezz'ora è: "Ma dove sono finita?", poi a poco a poco capisco che dietro quella facciata da teatro scanzonato e disimpegnato si nasconde un'operazione raffinata che a poco a poco traspare da ogni dettaglio: la bravura degli attori, gli intermezzi musicali dell'orchestra, le trovate e le boutades con il pubblico, le piccole coreografie musicate ispirate agli anni Trenta, le citazioni dalla cultura popolare più recente.

L'empatia con lo spettacolo cresce dunque di minuto in minuto nelle quasi tre ore in cui la storia si svolge davanti ai nostri occhi, conquistando anche i più scettici ed entusiasmando i più bendisposti, fino allo svelamento finale del tranello che è stato teso allo spettatore, che è quasi l'ultimo e più divertente sgambetto a qualunque snobismo e presunta superiorità intellettuale del pubblico rispetto a quanto avviene sulla scena.

Non mi meraviglia che questo spettacolo giri per l'Italia già da due anni e credo che sia destinato a diventare un piccolo classico del teatro contemporaneo.

Voto: 3,5/5

domenica 13 marzo 2016

Come ne venimmo fuori / Sabina Guzzanti

Come ne venimmo fuori / Sabina Guzzanti. Auditorium Parco della Musica, 8 marzo 2016

Da un futuro imprecisato la nostra Sabina, vestita in modo un po' marziano, è chiamata a fare il discorso di apertura delle celebrazioni annuali sulla fine del cosiddetto "secolo di merda", quel periodo che va dalla fine degli anni Novanta al 2040, e che - pur non essendo un secolo in senso cronologico - è stato talmente lungo e infinito da sembrare un secolo.

Sabina interpreta questo compito nel modo istrionesco ma finemente intelligente che conosciamo. Così da un lato ci racconta come dal liberismo teorizzato nel XVII-XVIII secolo si sia arrivati al neoliberismo novecentesco e poi all'ultraliberismo del "secolo di merda", quello nel quale le ideologie sono morte solo perché ne è rimasta una sola presentata come un dato di fatto, come l'unica possibilità di regolazione dell'economia mondiale. Dall'altro, alleggerisce un discorso decisamente complesso e impegnativo con note di colore e costume sulla società e la gente che ha vissuto in quel periodo, i cosiddetti "merdolani", divisi tra i gattini su Facebook e i gruppi da gestire su Whatsapp, abituati ad avere un'opinione su tutto, ma un pensiero su niente. Qua e là inserisce qualche sketch con i personaggi da lei interpretati anche nel Tg Porco, da quelli famosi come la Meloni, Berlusconi, Maria De Filippi, la Gruber, Emma Marcegaglia alla gente comune nelle sue varie declinazioni regionali.

Si ride moltissimo, talvolta a scena aperta, ma si pensa anche moltissimo. E lo so che noi che viviamo nel "secolo di merda" di fronte a una come Sabina e alle cose che dice storciamo il naso, perché è ideologica e faziosa (come si suole dire oggi tutte le volte che si vuole screditare qualcuno), e dunque non diamo credito alle cose che dice, ma forse dovremmo proprio smetterla di essere snob al quadrato e solo apparentemente equilibrati e toglierci i prosciutti dagli occhi guardandoci intorno, a quello che accade nel mondo, alle strozzature prodotte da un modello economico decisamente insostenibile per gran parte dell'umanità nonché per il pianeta tutto.

Io mi sento decisamente poco attivista e poco militante; la mia militanza sta tutta nei comportamenti responsabili e coerenti che cerco di tenere tutti i giorni. E però credo che abbiamo un debito di gratitudine verso chi non smette di sollecitare il nostro pensiero critico, la nostra intelligenza, le nostre convinzioni e chi suscita la nostra curiosità, che è oggettivamente l'unico vero strumento che abbiamo a disposizione per non conformarci, non allinearci, non accettare acriticamente quello che ascoltiamo. In un'epoca in cui siamo letteralmente bombardati di presunte informazioni e dati capaci di sostenere tutto e il contrario di tutto, abituarci a non dare mai niente per scontato e a non essere superficiali nei nostri giudizi è il valore più grande che possiamo coltivare.

Dunque, se - pur con tutte le imprecisioni e le semplificazioni inevitabili - Sabina Guzzanti riesce a tradurre in uno spettacolo godibile e comprensibile al grande pubblico alcuni dei contenuti esposti con ben maggiore supporto documentario da Naomi Klein nel suo bestseller Shock economy e se - senza suscitare sbadigli e permalosità - riesce a dirci che forse dobbiamo tutti ricominciare a pensare, che è la cosa più faticosa da fare in un'epoca di rincoglionimento da multitasking, io credo che dobbiamo essere felici che esista ancora una satira impegnata e irriverente come questa.

Poi forse non ne verremo fuori e - come dice lei - ci salverà solo una gran botta di culo, ma intanto non è poco esserne consapevoli.

Voto: 3,5/5

venerdì 11 marzo 2016

Golem / LRNZ

Golem / LRNZ. Milano: Bao Publishing, 2015.

Quello immaginato da LRNZ (nome d'arte di Lorenzo Ceccotti) è un futuro distopico, ma non così irrealistico e inimmaginabile. Steno e sua madre vivono una vita che assomiglia molto a quella di un bambino e di una mamma nostri contemporanei, tra casa, colazioni, sveglie, scuola e regali, solo che si svolge in un mondo in cui vige una forma di dittatura che garantisce la pace e il benessere e dove la tecnologia - se da un lato ha fatto fare all'umanità passi da gigante in termini di salute, comodità e possibilità - dall'altro esercita un vero e proprio controllo, mediato dalle grandi società monopolistiche che si spartiscono l'intero mercato e che promuovono un consumismo sempre più spinto e quasi involontario. Per alcune intuizioni e rappresentazioni il mondo immaginato da LRNZ mi ha ricordato quello costruito da Spike Jonze in Her.

Questo è però un mondo dove - grazie all'innalzamento delle condizioni di vita individuali - nessuno si ribella alla perdita della libertà, tranne i cosiddetti Shorai, che il governo etichetta come terroristi e che sono invece un gruppo di giovani che ha fondato una comunità fondata sui principi dell'autodeterminazione e della libertà di pensiero. Anch'essi fortemente tecnologici, utilizzano però la tecnologia per contrastare lo strapotere delle multinazionali del consumo e la prospettiva di una società completamente asservita a questa logica.

Uno scontro frontale tra il potere costituito e gli Shorai scopre le carte e porta alla luce il ricatto esercitato dal Presidente nei confronti del primo ministro in carica (nonché padre di Rosabella, un'amica di scuola di Steno), svelando poco per volta il ruolo tutt'altro che marginale di Steno nella battaglia degli Shorai, attraverso l'eredità lasciata dal padre scienziato assassinato.

Arriverà dunque il momento della resa dei conti tra il bene e il male, che passerà per Steno grazie alla scoperta della verità su suo padre e al riconoscimento della potenza dell'amore.

Dentro questa narrazione potente, ma tutto sommato semplice, LRNZ riversa una quantità di citazioni, allegorie, riferimenti letterari - e non solo - che puntano a costruire un sistema complesso e in parte inaccessibile alla lettura tradizionale (è stata creata una apposita APP per interpretare il sottotesto del graphic novel).

Sul piano stilistico, la narrazione principale e i personaggi certamente richiamano alla mente i manga giapponesi, ma l'ispirazione giapponese si mescola in maniera originale a tecniche diverse, come le tavole quasi pittoriche dei sogni di Steno, ovvero le tavole quasi cinematografiche di montaggio narrativo della sceneggiatura.

Il risultato è molto affascinante, a volte un po' oscuro, ma non per questo meno attraente.

L'opera è certamente ambiziosa, sia da un punto di vista grafico che concettuale, nonché profondamente colta e raffinata nei suoi contenuti, ma incredibilmente capace - come l'arte davvero riuscita - di parlare a tutti e di rispondere a molteplici livelli di lettura.

Voto: 4/5

mercoledì 9 marzo 2016

Suffragette

Suffragette di Sarah Gavron è uno di quei film che io definisco "necessari", ossia quelli che ci raccontano che i diritti che noi oggi diamo per scontati non lo sono sempre stati e hanno richiesto lunghe lotte e sacrifici importanti da parte delle numerose persone che hanno creduto in queste battaglie. Sono anche film che ci ricordano che la storia delle disuguaglianze e dei pregiudizi è una storia che appartiene al nostro recente passato e per questo ci riguarda molto da vicino, anche per le forme sempre nuove in cui tali pregiudizi si incarnano e si presentano.

In questo caso, protagoniste del film sono le suffragette, che - ispirate e guidate da Emmeline Pankhurst (qui interpretata da Meryl Streep) - nei primi decenni del Novecento in Gran Bretagna lottarono, pacificamente e non, per il riconoscimento del diritto di voto alle donne, nonché per il superamento della pesante situazione di minorità che le donne dovevano subire nel contesto familiare e lavorativo.

La grande storia viene qui raccontata attraverso una storia piccola, ossia adottando il punto di vista di Maud (Carey Mulligan), una giovane donna, moglie e madre di un bambino, che lavora da sempre in una lavanderia, abituata a subire le angherie del suo capo e a tacere di fronte a tutte le ingiustizie di genere cui assiste. Il film è incentrato sulla progressiva presa di coscienza di Maud, che dapprima viene coinvolta per caso da una collega in un incontro delle suffragette, poi via via ne condivide spirito e obiettivi, unendosi in particolare al gruppo animato da Edith Garrud (Helena Bonham Carter) e accettando grossi sacrifici personali, tra cui l'allontanamento da suo figlio e il carcere.

Da un punto di vista cinematografico, il film di Sarah Gavron è un prodotto dignitoso e ben confezionato, un compitino certamente eseguito bene, con la giusta dose di emozione e pathos e una apprezzabile ricostruzione della Londra di quegli anni. Sicuramente non un film destinato a rimanere impresso in maniera indelebile nella mente dello spettatore, né un film capace di sorprendere lo spettatore, che invece viene praticamente accompagnato attraverso uno svolgimento psico-emotivo in buona parte prevedibile.

L'approfondimento psicologico non è del tutto soddisfacente né si sottopongono a riflessione critica temi complessi quali l'efficacia di un'azione violenta in una lotta come questa, il rapporto tra l'azione delle suffragette e il risultato politico arrivato qualche anno dopo. L'intento della regista è invece certamente quello di chiamare tutti - attraverso la protagonista Maud - ad abbandonare il ruolo di spettatori passivi della storia e a rimboccarsi le maniche in prima persona per difendere le cause in cui si crede.

Non a caso la regista, prima dei titoli di coda, fa scorrere sullo schermo l'elenco cronologico dell'introduzione del diritto di voto in numerosi paesi del mondo per mostrarci che la lotta per l'uguaglianza sociale e politica delle donne ha attraversato tutto il Novecento e non si può dire certamente conclusa, soprattutto in alcuni paesi in cui la condizione femminile è ancora di forte minorità.

Voto: 3/5

lunedì 7 marzo 2016

Carol / Patricia Highsmith

Carol / Patricia Highsmith; trad. di Hilia Brinis. Milano: Bompiani, 1995.

Subito dopo essere andata a vedere il film omonimo di Todd Haynes ed essere rimasta affascinata dall’universo rarefatto lì rappresentato e da una sceneggiatura perfettamente in equilibrio tra pieni e vuoti, mi ero ripromessa di leggere il libro da cui il film è stato tratto, ossia il romanzo pubblicato per la prima volta da Patricia Highsmith nel 1952 con il titolo The price of salt sotto lo pseudonimo di Claire Morgan, e poi ripubblicato più avanti con il titolo di Carol.

Il romanzo della Highsmith non solo conferma ma rafforza l’idea che la vera protagonista di questa storia è la giovane Therese, il cui punto di vista è quello assunto nel libro (sebbene con l’utilizzo della terza persona). Alla fine della lettura non ho potuto fare a meno di apprezzare ulteriormente la sceneggiatura di Phyllis Nagy, che davvero fa un’operazione di riscrittura raffinata, in cui pur modificando eventi e situazioni per renderli più adatti al grande schermo, non solo cita e riutilizza dettagli e particolari significativi del romanzo, ma mantiene inalterato lo spirito e l’atmosfera emotiva di questa storia.

Chi ha trovato il film emotivamente non coinvolgente e narrativamente non dirompente, leggendo il libro troverà almeno parzialmente la risposta a queste sensazioni. La storia di Therese e l’amore tra lei e Carol viene raccontato dalla Highsmith senza clamori: pur essendo chiaro che all’epoca in cui il romanzo fu scritto l’omosessualità esisteva solo in modo sotterraneo ed era fortemente stigmatizzata dalla società, il sentimento che nasce tra Therese e Carol viene presentato in modo estremamente naturale. Therese non è devastata interiormente dal fatto di accorgersi di amare una donna, bensì dal fatto di perderla, e l'amore tra Therese e Carol non è mai lo strumento di una battaglia sociale, se non quella imposta a Carol da fattori assolutamente personali, quali la separazione dal marito e l'affidamento della figlia.

Il libro - come il film - è fatto di molti silenzi, con la differenza però che la parola scritta consente di tradurli e renderli espliciti. Dunque, il libro forse ci permette di comprendere molto di più di Therese, per quanto non ne risulti alterata l'immagine che ne viene fuori, mentre gli altri personaggi nel libro escono parzialmente dal punto di vista di Therese per acquisire vita propria e per sottoporsi alla nostra visione e interpretazione.

Il personaggio di Carol è in un certo senso quello che rimane più coerente tra il piano letterario e quello cinematografico: Carol resta parzialmente insondabile nelle sue reazioni anche per noi lettori e spettatori, non solo per Therese. L'amore per Therese, così fortemente difeso anche a costo di rinunciare ad altre parti importanti della propria vita, viene fuori quasi improvviso in un atteggiamento di fondo che nasconde preoccupazione e ansia dietro un'apparenza composta e fredda. Così la vede Therese, così la vediamo noi, questa donna affascinante, eppure a volte sfuggente.

Non so che effetto mi avrebbe fatto leggere questo libro indipendentemente dalla visione del film; direi che non sono in grado di dirlo. Leggerlo dopo averne visto una trasposizione cinematografica così attenta, rispettosa e al contempo autonoma, è stata un'esperienza di grandissima ricchezza e per quanto mi riguarda unica nel suo genere.

Voto: 3,5/5

mercoledì 2 marzo 2016

Fuocoammare

Trasformare un luogo geografico e degli aridi numeri in volti e sguardi immersi nella quotidianità: questo - secondo me - è il risultato più straordinario che Gianfranco Rosi realizza con il suo film, Fuocoammare, vincitore dell'Orso d'oro all'ultimo Festival internazionale del cinema di Berlino.

Un film - come ha detto la mia amica L. - "necessario", ma che ha il grande merito di non aver voluto premere sul pedale della retorica e del melodramma. Un film, tra l'altro, visivamente bellissimo e poetico, e non perché siano necessariamente belle le cose che ci mostra, ma perché è partecipe ed empatico lo sguardo del regista.

Siamo a Lampedusa. Da un lato seguiamo la vita quotidiana di una famiglia lampedusana: un ragazzino, Samuele, appassionato di fionda, con un occhio pigro e il respiro che a volte manca, che si esercita sul pontile per non avere il mal di mare, a cui piace sentire i nonni raccontare le storie del passato, ancora un bambino ma che a volte ha già i modi di un adulto. Dall'altro lato, ci sono i barconi dei migranti che quotidianamente sbarcano sull'isola o vengono soccorsi in mare dalla guardia costiera, e la routine dei primi interventi medici, della conta dei vivi e dei morti, dell'identificazione e delle foto, e della paura e la voglia di riscatto scolpite negli occhi di questi uomini e donne che stanno rischiando tutto.

Il punto di contatto tra questi due mondi è il medico di Lampedusa, che visita Samuele che ha l'affanno e interviene quotidianamente a prestare soccorso a chi arriva in condizioni disperate, alle donne incinte, ai ragazzi ustionati dalla nafta.

La telecamera sta a contatto stretto con le persone che racconta ed è una presenza che anche lo spettatore sente. Qualcuno entra volontariamente nell'occhio della telecamera e la tratta da amica per raccontare la propria testimonianza, quacun altro la guarda spaurito, qualcun altro ancora sembra quasi non percepirne più l'invadenza. Credo che la magia del film di Gianfranco Rosi sia in buona parte spiegata dalla scelta del regista e di parte della troupe di vivere l'isola non in maniera fugace, bensì a lungo e nella quotidianità, fino a diventarne parte. Un po' quello che accade per il fotografo che non sempre - come siamo abituati a pensare - ruba l'attimo, bensì è in grado di cogliere lo spirito di un luogo e delle persone che lo abitano quando ci si immerge insieme alla sua camera talmente a lungo da diventare parzialmente invisibile o da non essere più percepito come un estraneo.

Un film minimale, ma denso, in cui lo spettatore è talmente chiamato in causa, da non potersi distrarre neppure per un secondo, anche quando sullo schermo non accade nulla che non sia "banale" routine quotidiana di un luogo che di per se stesso tutto è fuorché banale.

Voto: 4,5/5