lunedì 14 settembre 2015

A blast

A blast: un'esplosione, uno scoppio, ma anche baldoria, sballo.
Nel titolo di questo film greco c'è buona parte di quello che in esso è raccontato.

L'esplosione è quella di Maria (Aggeliki Papoulia), una giovane donna con tre figli, avuti da un marito marinaio che sta via per buona parte dell'anno, ma con il quale la passione è ancora molto forte, sebbene lui la tradisca regolarmente e non solo con donne.

La famiglia di origine di Maria ha una situazione complicata: una madre in sedia a rotelle, un padre passivo, una sorella con un ritardo mentale, un minimarket da portare avanti a causa del quale Maria deve abbandonare l'università. E infine la scoperta tragica che la famiglia è piena di debiti e molte migliaia di euro di tasse non pagate.

Da qui l'esplosione. Maria è di fronte alla sua vita in pezzi e reagisce rabbiosamente nei confronti di chi ha permesso che venisse rovinata; e per questo decide di fare un gesto estremo e poi di sparire. Verso dove e per fare cosa non lo sappiamo e non lo sapremo mai.

Il film di Syllas Tzoumerkas è fatto di emozioni violente, positive e negative, affastellate l'una sull'altra. La narrazione si sviluppa su almeno tre piani temporali, che però non sono mai resi espliciti allo spettatore, che dunque è disorientato da un racconto che si muove avanti e indietro nel tempo senza preavviso.

Gli eventi che riguardano Maria e la sua famiglia (di origine e presente) sono accennati, ma spesso non approfonditi. Molti restano i dubbi nella mente di chi guarda.

È invece sempre presente la sensazione di una contraddizione fortissima nella persona di Maria (e non solo) tra una vitalità istintiva e potente e una progressiva disgregazione materiale, emotiva e psicologica.

Tutti i recensori accennano al fatto che il regista utilizza questa famiglia per raccontare la Grecia contemporanea e le conseguenze della crisi, forse addirittura la vicenda di Maria e della sua famiglia è una metafora della situazione nazionale. Personalmente trovo che il film - pur essendo profondamente caratterizzato sul piano socio-culturale e dunque affondando fortemente le proprie radici nella Grecia contemporanea - si muova anche su un piano più universale e meno storicamente determinato.

Dalla sala si esce sconvolti e con mille interrogativi. Alcune scene sono destinate a restare impresse nella mente per giorni. E forse questo era l'obiettivo del regista. Trasmettere uno stato d'animo. Quello di un cappio che si stringe intorno al collo e da cui la protagonista cerca di liberarsi e di liberare la propria vitalità e tutta l'energia - positiva e negativa - che ha dentro.

E da questo punto di vista il film è estremamente efficace. Mi rendo conto però che non a tutti possa piacere o essere congeniale questo modo di comunicare cinematograficamente.

Voto: 3/5

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