giovedì 17 aprile 2014

Piccola patria

Quello di Alessandro Rossetto è un notevolissimo esordio al lungometraggio di tipo non documentaristico, sebbene lo sguardo del documentarista abituato ad osservare la realtà con l'occhio attento non tanto alla narrazione, quanto al naturale fluire delle cose e ai piccoli dettagli si riconosca e sia sommamente apprezzabile.

A dire la verità, in questo film si alternano e si contrappongono due sguardi: uno molto interno e vicino ai personaggi protagonisti di questa storia, e uno alto e distaccato, piatto direi, che inquadra i luoghi in maniera asettica mostrando un paesaggio in cui campagna e città si mescolano con esiti a volte improbabili. A questi due modi di osservare il reale corrispondono anche due differenti commenti musicali: al primo fanno da accompagnamento le canzoni da feste di paese e quelle in dialetto veneto - molto belle - cantate dalla protagonista (la bravissima Maria Roveran), il secondo fa tutt'uno con i canti del coro dei Crodaioli di Bepi de Marzi, un coro di tipo alpino che - come nelle tragedie greche - sembra essere un protagonista esterno della storia, quello che la guarda da lontano e tristemente la commenta senza esserne coinvolto.

Del resto, l'impianto narrativo deve molto ai toni della tragedia greca, anche se qui ci troviamo in un piccolissimo angolo del nostro Nordest, dalle parti di un grosso albergo con piscina che si affaccia su un'arteria di comunicazione stradale molto trafficata e che confina con una grossa fattoria dove si allevano cavalli e mucche. Tutt'intorno campi coltivati interrotti da capannoni industriali, strade e tangenziali. In questo mondo stagnante si agitano e si intrecciano le vite di Luisa (Maria Roveran) e Renata (Roberta Da Soller), giovani cameriere dell'albergo, amiche, entrambe alla ricerca - sebbene in modi diversi - di una boccata d'ossigeno dall'universo soffocante e senza stimoli nel quale si muovono. Intorno a loro la comunità albanese cui appartiene Bilal, il fidanzato di Luisa, i genitori di Luisa, gli amici gretti e razzisti del padre di Luisa.

In realtà, in questo film non ci sono buoni né cattivi: ci sono solo persone che fanno i conti con le loro origini, con un presente difficile e non sempre comprensibile, con le difficoltà economiche, con l'assenza di bellezza e tenerezza di vite vuote o svuotate. Luisa è in fondo ancora un'adolescente senza pregiudizi né giudizi su se stessa e sul mondo, ma anche incapace di valutare appieno le conseguenze delle proprie azioni; Renata ama manipolare il mondo circostante e i soldi non le dispiacciono; Bilal è un ragazzo pulito e onesto, inevitabilmente contiguo a un mondo di illegalità che non gli appartiene; la madre di Luisa è una madre un po' bambina, forse non del tutto all'altezza del suo ruolo; il padre è un uomo triste e rancoroso, che ha bisogno di trovare capri espiatori esterni alla tristezza della sua condizione; l'amico del padre, Rino, è un infelice che cerca compensazioni al proprio non sentirsi uomo.

Questa umanità derelitta, a fronte della bravata di Renata e con la complicità un po' assente di Luisa, innesca una reazione a catena che fa divampare l'incendio e porta dritti verso la tragedia, pure quella soffocata nell'atmosfera ovattata di un mondo abbandonato a se stesso, in cui quel dio che ogni domenica si va a incontrare in chiesa è solo l'ultimo, inutile tentativo della ricerca di un senso ormai smarrito della propria esistenza.

Voto: 4/5

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