domenica 28 ottobre 2012

L'intervallo


È il terzo film di seguito che vado a vedere i cui protagonisti sono un lui e una lei.

Qui si tratta di due giovanissimi.

Veronica (Francesca Riso), 15 anni, è stata rinchiusa in un grande edificio abbandonato (un collegio presumibilmente) in attesa che arrivi il boss locale della camorra, Bernardino, a regolare i conti per uno sgarro che la ragazza ha fatto al clan.

Salvatore (Alessio Gallo), 17 anni, è costretto a farle da guardiano, dopo che gli è stato sequestrato il carretto per la vendita delle granite con cui lui e suo padre lavorano.

Veronica è sprezzante e orgogliosa, si atteggia a donna navigata e capace di fronteggiare qualunque situazione pur di difendere le proprie scelte.

Salvatore è chiuso e un po' imbranato, svolge controvoglia l'incarico che gli è stato assegnato ed è infastidito dall'atteggiamento di sfida della ragazza.

La loro conoscenza forzata, che presto diventa complicità e sostegno reciproco, avviene tutta all'interno del muro di cinta del collegio e nell'arco di una giornata (dalla mattina alla notte), in una perfetta unità di tempo e di luogo, che si traduce però per i due ragazzi in una salvifica sospensione spazio-temporale dal loro quotidiano.

Alla fine di questa giornata il rovesciamento può dirsi compiuto anche agli occhi dello spettatore.

La prigione in cui i due ragazzi sono costretti si è trasformata in uno spazio di libertà, nel quale ognuno ha avuto la possibilità di mostrare appieno se stesso: Veronica fragile, desiderosa di una realizzazione di sé che non riconosce nel mondo che la circonda, bisognosa di qualcuno che si prenda cura di lei; Salvatore che ha un rapporto speciale con la natura, che ama raccontare le storie, che ha un animo buono e generoso.

La vera prigione è il mondo esterno, quel mondo difficile, regolato dalle leggi non scritte della camorra, quel mondo che costringe anche due ragazzini come Veronica e Salvatore a indossare una corazza e a vivere una vita che non è la loro.

Dentro l'edificio abbandonato c'è spazio per la fantasia e l'immaginazione, quella che trasforma i sotterranei allagati in un fiume da attraversare e il giardino incolto in un bosco da scoprire, c'è spazio per i sogni e le passioni, e dove lo squallore della quotidianità si trasforma in poesia.

Dentro l'edificio si sente vicinissimo il rombo degli aerei che decollano e sembra così a portata di mano la possibilità di volare lontano.

Ma al calare della notte e all'arrivo di Bernardino, tutto torna irrimediabilmente al suo posto, il posto che la camorra impone. I due ragazzi tornano alle loro prigioni, quelle da cui nessuno, se non - come loro stessi favoleggiano - un terremoto, potrà liberarli.

Nessun riscatto, nessuna salvezza, nessun eroe per questo bel film di Leonardo Di Costanzo.

Voto: 3,5/5


mercoledì 24 ottobre 2012

L'ombra del vento / Carlos Ruiz Zafón

L'ombra del vento / Carlos Ruiz Zafón; trad. di Lia Sezzi. Milano: Mondadori, 2006.

Ed ecco un altro libro che avevo sullo scaffale da tempo immemore, anzi forse l'avevo comprato per regalarlo visto che il prezzo era coperto dall'adesivo Feltrinelli (o forse peggio, era un regalo e io non mi ricordo di chi! Glab...). I giorni di assoluto riposo, silenzio e pace di Mathraki me ne hanno finalmente consentito la lettura. Tutta d'un fiato.

L'ombra del vento è una specie di omaggio al piacere di raccontare. Non a caso protagonisti sono: una specie di biblioteca sui generis, il cosiddetto "cimitero dei libri dimenticati", un libro che un bambino trova in questa biblioteca e che si intitola appunto L'ombra del vento, ed il suo autore, Julian Carax, che sembra scomparso nel nulla insieme ai suoi libri.

Zafón ci racconta di come questo bambino diventa adulto e lo fa investigando sulla vicenda del libro che ha trovato e del suo autore.

A metà strada tra un thriller con qualche venatura macabra e horror, un romanzo d'amore e di formazione e un romanzo storico, L'ombra del vento conquista per l'intreccio narrativo sapientemente articolato, per la vividezza dei personaggi, anche quelli minori, e soprattutto per la piacevolezza e al contempo ricercatezza della scrittura, che ci conduce attraverso le strade di Barcellona nei quartieri famosi (la Barceloneta, il Montjuic), ma anche negli angoli più bui e sconosciuti.

Nel libro di Zafón ci sono molti stili e molti echi di generi e topoi letterari che ne fanno un romanzo di spessore e qualità elevate, ma anche una lettura piacevole e coinvolgente. Una specie di romanzone d'appendice dei nostri tempi.

Certo non un libro da leggere a spizzichi e bocconi prima di addormentarsi, innanzitutto perché ci si perderebbe nei dedali della storia e nella congerie dei personaggi, in secondo luogo perché la componente soprannaturale e quella macabra potrebbero agitare il sonno anziché conciliarlo.

Ed è proprio questa partecipazione quasi fisica che Zafón realizza con la sua scrittura a fare in modo che la lettura di questo libro resti appiccicata sulla pelle per diversi giorni dopo averlo chiuso.

Voto: 4/5

lunedì 22 ottobre 2012

Tutti i santi giorni

A rischio di essere tacciata di bieco sentimentalismo, dirò che il nuovo film di Virzì, Tutti i santi giorni, mi è piaciuto e mi sono pure commossa. E aggiungerò che solo il cinismo inevitabile di chi non si confronta tutti i giorni con una vita di coppia può non riconoscere - dietro le leggerezze e le esagerazioni da commedia che pure questo film contiene - la verità dei sentimenti che in esso viene rappresentata.

Guido (Luca Marinelli) e Antonia (Federica Victoria Caiozzo, in arte Thony) sono due personaggi belli e adorabili. Lui è un imbranato dolcissimo, uno studioso di protomartiri cristiani, fa il portiere di notte in un grande hotel della capitale, è toscano ed ha una bellissima famiglia, molto unita ed accogliente.

Lei è una cantante (e lo è anche nella vita, peraltro è autrice della bella colonna sonora; io l'ho sentita suonare dal vivo e ne ho parlato qui), ma per sbarcare il lunario lavora alla Stazione Tiburtina per un'azienda di autonoleggio, è siciliana, con una famiglia ingombrante e non facilmente gestibile alle spalle, insicura, scombinata, ma dotata di una freschezza e di una energia invidiabili.

Guido e Antonia sono innamorati e vivono insieme in una casetta alla periferia sud di Roma, circondati da vicini romanissimi con cui fondamentalmente non hanno nulla in comune. Giorno per giorno affrontano le fatiche della vita e dello stare insieme nel tentativo di costruire un futuro.

Di fronte alla difficoltà, che ben presto diventa impossibilità, di avere un figlio, gli equilibri del loro rapporto saltano. Antonia si avvita sulle sue fragilità, attribuendole al suo stare in coppia, si chiama fuori dalla possibilità di essere amata, mentre Guido si mette in discussione non sentendosi all'altezza di quello che Antonia desidera.

Ma Tutti i santi giorni non è un film lacrimevole (anche se forse una lacrimuccia vi potrebbe scappare), è una commedia con tutti i crismi, si ride molto, i personaggi principali e anche i tantissimi comprimari sono frizzanti e godibili, con qualche siparietto financo eccessivo.

E però la bellezza di questo film sta nella freschezza di questa coppia, nella genuinità con cui Luca e Antonia (bravissimi gli interpreti!) affrontano la difficoltà di amarsi e di amare se stessi, nella tentazione della continua ricerca di altro e del mancato riconoscimento dell'importanza di quello che abbiamo, nella convinzione di una mancanza incolmabile che in qualche modo è propria della natura umana, nella tensione costante verso un meglio che - per quante volte è la nostra forza - altrettante volte diventa il nostro principale nemico.

Sarà che nei rapporti affettivi, e tanto più in quelli di coppia, restiamo tutti un po' adolescenti e non smettiamo mai di sentirci inadeguati, alla ricerca di continue conferme della nostra capacità di amare e di essere amati. E in questo il film di Virzì ci offre una speranza, che di questi tempi è un bene raro e prezioso.

Non posso chiudere senza ricordare che dietro questo film c'è anche lo zampino di Francesco Bruni, apprezzato regista e sceneggiatore di Scialla!, e in passato molte volte cosceneggiatore di Virzì, che anche questa volta ha collaborato con il regista nell'adattamento cinematografico del romanzo La generazione, opera prima di Simone Lenzi.

Voto: 3,5/5

domenica 21 ottobre 2012

Un sapore di ruggine e ossa


Alì (Matthias Schoenaerts) è una specie di animale selvatico. Grande e grosso, dotato di una straripante energia che trova sfogo nella boxe e nella lotta a mani nude, capace di affrontare qualunque difficoltà grazie a uno straordinario istinto di sopravvivenza, poco se non per nulla incline ai sentimentalisti, ma animato da un senso della vita e del piacere privo di quegli inquinamenti culturali che – in buona parte – sono andati a soffocare la nostra “animalità umana”.

Alì arriva ad Antibes con suo figlio Sam di 5 anni che gli è stato affidato dopo essere stato tolto alla madre, per stare dalla sorella, cassiera al locale supermercato.

Marie (Marion Cotillard) è una donna bella e disinibita che ama le emozioni forti. Durante il giorno ammaestra le orche e guida uno spettacolo in un parco acquatico, facendo guizzare questi enormi animali davanti al pubblico al ritmo dei suoi gesti. Vive con Simon, ma la sera ama andare in discoteca per farsi ammirare dagli uomini e sedurli. Una di queste sere incontra Alì, che fa il buttafuori.

Marie e Alì si rincontreranno dopo l’incidente con le orche in seguito al quale a Marie vengono amputate entrambe le gambe. Ma è solo l’inizio della storia.

Un sapore di ruggine e ossa è una specie di romanzo d’appendice degli anni Duemila, per la componente fortemente melodrammatica della storia raccontata ed anche per il carattere estremo dei personaggi principali, tutti aspetti che collocano il film su un piano che oscilla tra l’iperrealistico e il non realistico.

All’interno di questa cornice Audiard si muove con grande maestria nel pizzicare le corde della storia e tirarle quanto basta, anche grazie a due attori in splendida forma e a una colonna sonora di grande impatto emotivo.

Dal mio personale punto di vista il personaggio di Alì è quello che impedisce al drammone di avvitarsi su stesso fino a diventare stucchevole. Alì è spiazzante, immediato e privo di filtri, guidato da istinti primordiali che lo collocano totalmente al di fuori delle regole della convivenza civile, insensibile alle esigenze di delicatezza e tatto che l’educazione ha attribuito e preteso dai rapporti umani, ma la cui forza dei sentimenti è potente e tenera come nell’ecosistema della natura. Alì è un uomo di emozioni primarie (felicità, rabbia, paura), mentre sembra praticamente immune da tutte quelle emozioni che coinvolgono gli aspetti mentali dell'individuo come se in lui i normali processi evolutivi non si fossero compiuti.

Solo nella dura legge della natura che Alì rappresenta Marie può trovare la forza di dare una risposta alla sua tragedia, può evitare la commiserazione e superare la difficoltà a trovare una dimensione sociale, fino a riconoscere di nuovo in sé quell’energia vitale che ogni istante sfida la morte. A sua volta Alì comprenderà a sue spese un’altra legge della natura, quella che ci rende responsabili delle persone che amiamo e che ci rende bisognosi del loro amore.

Voto: 3,5/5

martedì 16 ottobre 2012

La cena / Herman Koch

La cena / Herman Koch; trad. di Giorgio Testa. Vicenza: Neri Pozza, 2010.

Eccolo, il libro più famoso di Herman Koch, quello con cui ha conquistato il pubblico internazionale.
Lo stile narrativo di Koch mi aveva già convinta con la lettura di Villetta con piscina, ma devo dire che ne La cena trova la sua massima espressione.

La capacità di Koch consiste nel rivelare il disegno pezzetto dopo pezzetto, scegliendo un filo conduttore (che in questo caso è appunto una cena) e aprendo su di esso una serie di parentesi (flashback e pensieri del protagonista) che via via illuminano parti diverse del disegno fino a permetterci di vederlo integralmente con chiarezza.
Come in Villetta con piscina la storia è narrata in prima persona dal protagonista, Paul Lohman, sposato con Claire, fratello del più famoso Serge (candidato alle elezioni per la carica di primo ministro), con un figlio adolescente di nome Michel.
A differenza dell'altro romanzo, qui il percorso di conoscenza del protagonista ci mette di fronte prima a un marito affettuoso e un padre preoccupato per suo figlio, per poi rivelarci le pieghe più oscure e moralmente controverse della sua personalità.

E attraverso i pensieri di Paul è filtrata anche la nostra conoscenza degli altri protagonisti, la moglie Claire, il fratello Serge e la cognata. Questa conoscenza filtrata sarà poi inevitabilmente messa a confronto con i fatti, che delle persone riveleranno aspetti diversi e non sempre prevedibili, in positivo e in negativo.

I quattro si incontrano a cena per parlare di come comportarsi di fronte a quello che i loro figli, Michel e Rick, hanno fatto a una senzatetto mentre andavano a ritirare dei soldi a un bancomat.

Per certi versi si tratta dell'elevazione a potenza di quanto narrato in Carnage, anche se in questo caso oggetto dell'escalation emotiva non sono tanto i rapporti tra gli adulti e le loro dinamiche di coppia disfunzionali, quanto la difesa dell'integrità della famiglia e del presunto bene dei figli, fino al punto di negare i principi dell'etica e del senso civico.
Come in Villetta con piscina ne viene fuori un'immagine della società olandese molto meno edulcorata e desiderabile di quella a cui siamo abituati, l'immagine di una società che sotto la superficie dell'efficienza, della tolleranza, del benessere diffuso cova sentimenti molto meno nobili.

Una classe politica presentata come indecente, uno strisciante razzismo, le disuguaglianze sociali, l'ipocrisia ci si rivelano come tratti caratteristici di una realtà dalla quale non ce li aspetteremmo. E in un certo senso noi, come Paul, un po' ne godiamo.

La totale mancanza di fiducia nei confronti di un sistema giudiziario e di uno stato sociale che per molte altre nazioni rappresentano un modello cui aspirare giustifica un cinismo, una violenza privata, una giustizia autogestita che fanno tremare i polsi.

Voto: 4/5

venerdì 12 ottobre 2012

Reality

Il film di Matteo Garrone ha, secondo me, un inizio strepitoso, starei quasi per dire folgorante. Quello sguardo di insieme sulla città di Napoli che poi si stringe fino a seguire il percorso di una carrozza settecentesca trainata da cavalli bianchi che si scoprirà portare due giovani sposi napoletani alla sala ricevimenti per i festeggiamenti.

In quel palcoscenico traboccante di spettacolo e cattivo gusto che ospita tradizionalmente certi matrimoni meridionali, incontriamo la famiglia di Luciano (Aniello Arena), il protagonista, che fa il pescivendolo, ha una bella moglie e tre figli un po’ rompiscatole, mamma, zie e parenti vari che abitano al piano di sopra della sua casa in un complesso edilizio decisamente fatiscente.
Qui entra in scena anche Enzo, un ragazzotto senza pretese che dopo essere stato al Grande Fratello vive facendo comparsate ai matrimoni e in discoteca.

L’uso della macchina da presa a mano, i colori saturi, la pellicola quasi sgranata, la sovrabbondanza che è nei corpi ed anche negli ambienti conferiscono all’insieme un carattere fiabesco ed irreale fin dal principio. Quello che lo spettatore vive ha i tratti del sogno, o forse sarebbe meglio dire dell’incubo, visto che ambienti e personaggi trasmettono un senso di disagio per lo squallore – paradossalmente simpatico – con cui sono rappresentati.

La rappresentazione di questo micro mondo – per quanto volutamente sopra le righe – è amaramente esilarante perché molti ci troveranno dettagli riconoscibili, esperienze vissute, situazioni non così estranee a certi ambienti culturali e sociali.
Eppure Luciano è un personaggio che ispira simpatia, che fa tenerezza nel suo modo ingenuo ma sincero di affrontare la vita, di vivere il suo mondo. Fino al provino per partecipare al Grande Fratello e il sogno – che diventerà presto ossessione – di entrare nella casa.

È proprio da questo momento che a mio parere il film perde mordente e ritmo, si avvita su stesso, perde credibilità rispetto ad una prima parte che pure non era niente affatto realistica.

Luciano, folgorato sulla via di Damasco (in questo caso su quella per Cinecittà), coltiva una fede pagana nella possibilità di entrare in quel paradiso che è la casa del GF, ed è convinto che ogni sua azione sia controllata di nascosto e tenuta in conto ai fini della selezione, al punto tale che diventerà benefattore di barboni e derelitti.

Lo sguardo trasognato di Arena in questa seconda parte del film risulta alla fine stucchevole, così come un contorno umano di cui poco a poco perdiamo le coordinate fino a renderne difficile la comprensione e l'interpretazione. L’unica figura che resta compatta nella sua personalità fino alla fine è la moglie Maria (splendidamente interpretata da Loredana Simioli)

Garrone, muovendosi tra la commedia di costume di De Filippo e la critica di una società contemporanea obnubilata dal mito della celebrità e della ricchezza, un po’ si smarrisce, pur regalandoci un’opera cinematografica coraggiosa e fuori dagli schemi.

Un’ultima domanda: io e le persone con cui sono andata a vedere il film ci siamo “intrippati” sulla truffa del robottino, ma quando abbiamo cercato di ricostruire come funzionava questa abbiamo realizzato che non l’avevamo capito o forse il regista l’ha resa volutamente ambigua.
Chi me lo spiega? ;-)

Voto: 3,5/5

mercoledì 10 ottobre 2012

A nord di Corfù

A distanza di ben più di un mese dal rientro dalle vacanze, avevo quasi deciso di abbandonare l'impresa di scrivere un breve resoconto di questo viaggio.

Alla fine ha vinto la volontà di lasciare la traccia - anche se solo per me stessa - di qualcosa di bello.

Quest'anno - su suggerimento di un'amica - ci lanciamo alla scoperta di un gruppo di isole poco conosciute, le Diapontie, praticamente tre scoglietti a nord di Corfù: Erikoussa, Othoni e Mathraki.

Arriviamo in traghetto da Brindisi a Corfù town e lì, dopo un po' di attesa al porto, prendiamo quello che diventerà il nostro amico traghetto per muoverci tra le isole, l'Alexandros, dove non sai mai se e quando passeranno a chiederti i soldi del biglietto...
La nostra prima tappa, dopo oltre tre ore di viaggio, è Erikoussa, dove abbiamo prenotato nell'unico albergo dell'isola, quello gestito da George (non Clooney, anche se un po' ci si atteggia). L'arrivo già ci dice che avremo un mare meraviglioso per tutta la vacanza.

Come riassumere i quattro giorni a Erikoussa? Direi che non posso dimenticare la spiaggia di Bragini quasi deserta a Ferragosto - dove costruiamo con le canne trovate in spiaggia un piccolo riparo dal sole che picchia -, le cene e i pranzi da Anemomilos, il ristorante di pesce che sta proprio sulla spiaggia del porto, il Fiki Beach Bar che non riusciamo a capire quando apre finché ci avventuriamo un dopo cena e ci troviamo l'intera isola a bere con vista sulla spiaggia di Fiki, il barbecue organizzato al camping da E. e dagli altri amici greci che abbiamo conosciuto, la notte trascorsa in una casa sperduta nel centro dell'isola perché c'è stato un fraintendimento e George non ha una stanza per noi per l'ultima sera e dunque alle 23,30 ci alloggia con brandine in questa casa che non sappiamo di chi è, il sorgere del sole sull'isola la mattina seguente mentre andiamo a prendere il traghetto. 

Ma eccoci a Othoni. Anche qui mi sforzerò di fare un piccolo riassunto delle cose memorabili. In negativo, la presenza di un numero esagerato di italiani (quasi non si sente parlare altro), quasi tutti con barca a vela al seguito e dunque ancora più antipatici. In positivo, un mare che non vedevo di un colore così azzurro, verde, blu, cobalto ormai da anni; la moussaka di Babi della taverna Nostimon Imar; il giro col motorino scassato e la passeggiata verso la spiaggia di Fiki (con raccolta di salvia); l'interno verdissimo dell'isola e i panorami dalle montagne; la festa greca in piazza e i souvlaki buonissimi; la gita in gommone con G., F. e M. alle spiagge non raggiungibili a piedi e l'abbuffata di ricci.
Pronti di nuovo a viaggiare con l'Alexandros, alla volta di Mathraki, dove ci fermiamo per altri quattro giorni in quello che è un vero e proprio paradiso terrestre, quasi senza macchine, senza persone, senza rifornimenti alimentari (!).

Come dimenticare l'appartamento a due passi dalla spiaggia dove abbiamo dormito sentendo solo il rumore del mare, i bagni al risveglio prima ancora di fare colazione, la lunga spiaggia rossa di Portelo dove spesso non c'era praticamente nessuno oltre a noi, la passeggiata al buio pesto tornando dalla taverna Giannis, perché le luci per strada ci sono ma non vengono accese, le abbuffate di pesce, di sofrito e di gemista (verdure ripiene) alla taverna del porto, la passeggiata nell'interno dell'isola tra campi coltivati e alberi da frutta, il tramonto a Fiki e il bagno alla spiaggia vuota del vecchio porto?

Dopo aver salutato con una lacrimuccia il mare delle Diapontie, trascorriamo gli ultimi due giorni nell'isola di Corfù (strapiena di italiani e di partenopei in particolare, che ve lo dico a fare?).

Su suggerimento di alcuni amici greci conosciuti a Erikoussa prendiamo una macchina a noleggio e ci spostiamo verso Liapades, sulla costa occidentale dell'isola, poco sotto Paleokastritsa. Il suggerimento si rivela perfetto, perché di quello che vedremo a Corfù è certamente la parte paesaggisticamente più bella.

Il ritorno alla civiltà corfiota è un po' scioccante e la "tunza" notturna ci disturba non poco, però le spiagge di Gefyra e di Rovinia valgono una visita.

Ci spostiamo dunque verso il nord dell'isola, costeggiando Paleokastritsa, Agios Georgios, Sidari, Acharavi, Roda, questi ultimi posti assolutamente dimenticabili (una specie di Rimini negli anni '50 con un turismo prevalentemente est-europeo). Dopo una assurda sosta in una taverna gestita da un tizio ubriaco a Lepsi, proseguiamo il nostro giro fino alla costa ovest subito a nord di Corfù town e ci fermiamo a dormire a Ipsos, in un albergo gestito da una tedesca e pieno di tedeschi (che ci fa uno strano effetto dopo aver avuto a che fare solo con greci e italiani!).

Torniamo a Corfù town non senza aver prima fatto tappa all'Achilleion, la villa acquistata dalla principessa Sissi per trascorrerci le vacanze con una vista meravigliosa sulla costa orientale dell'isola. Passeggiata per il centro di Corfù, dove sembra un po' di stare a Chioggia (anche se non ci sono mai stata) e cena da Bellissimo (con acclusa spanakopita!).

Eccoci a Brindisi, e come ulteriore fase di accostamento alla normalità e alla folla ci fermiamo un paio di giorni dalle mie parti, girando tra Monopoli, Polignano e Conversano.

Vacanza finita purtroppo. Caldo non ancora. Ma il lavoro ci aspetta.

mercoledì 3 ottobre 2012

Il rosso e il blu

Contrariamente a quanto affermato da molti critici veri, a me il Giuseppe Piccioni regista che è piaciuto di più è quello di La vita che vorrei, Giulia non esce la sera e Luce dei miei occhi, forse perché nella commedia italiana mi sembra che venga sempre fuori un elemento di banalità, mentre le storie drammatiche - per quanto imperfette - suggeriscano piani di riflessione più intima.

Detto questo, Il rosso e il blu è un film gradevolissimo e per niente stupido, con un superlativo Roberto Herlitzka nella parte del burbero e cinico professore di storia dell'arte, Fiorito (sic!).

La storia in realtà è un insieme di storie che si snodano tutte a partire da una classe e dall'interazione tra i suoi vari attori: i professori, gli alunni, le famiglie, il mondo esterno. E così c'è il giovane supplente Prezioso (Riccardo Scamarcio) e l'idealismo un po' ingenuo con cui affronta il suo lavoro, la preside pragmatica (Margherita Buy) alle prese con un alunno abbandonato dalla madre, il professor Fiorito e una sua vecchia alunna che lo cerca, Adam, il rumeno che è anche il più bravo della scuola, e le aspettative della sua famiglia, Ciacca e le sue battute in classe, l'insegnante di scienze e la fotosintesi clorofilliana.

Però alla fine - nella gradevolezza e anche veridicità complessiva che si percepisce - non si può fare a meno di pensare che questi film italiani ambientati nel mondo della scuola si assomigliano un po' tutti. Evidentemente è veramente difficile dire qualcosa di originale in proposito, se non che il contesto diventa sempre più complesso e critico, ma l'emotività di ragazzi e insegnanti è sempre la stessa. E non è un caso che anche a distanza di molto tempo, tutti ci riconosciamo in alcune dinamiche.

In questo senso, non può non tornare in mente un classico di questa cinematografia, La scuola di Daniele Luchetti, fors'anche per la parziale ripetizione degli attori protagonisti, e i punti di contatto sono in alcuni momenti talmente forti che le immagini dei due film quasi si sovrappongono.

E poi, posso muovere una lamentela ufficiale a chi fa i trailer? Ma possibile che debbano concentrare nel trailer i momenti più esilaranti e topici - ovviamente decontestualizzati - togliendo un bel po' di sorpresa a chi vedrà il film? Io per fortuna il trailer non l'avevo visto, anzi quasi quasi non vi metto neanche il link...

Ma no, dai, libertà di scelta. Sempre.

Voto: 3/5